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sabato 14 aprile 2012

Piscialetto (la doppia vita del)

Nessuno se n'era accorto, prima, quando i saccenti bottoni giallo sgargiante punteggiavano i prati nuovi di vita e gridavano inascoltati al cielo le loro bravate da bulli di periferia.
Nessuno se n'era accorto, prima, tutti intenti ad emettere gridolini emozionati per le margherite timide e pudiche, protagoniste composte dei mazzolini delle bimbe fuori da scuola, o per le violette morbide, per i crochi belli e impossibili, per i nontiscordardime volatili e gentili.

Nessuno si era accorto molto di loro, prima; e i tarassachi, orgogliosi e bulli nel loro appellativo comune, avevano continuato imperterriti il loro ergersi duro ed egoista. Piscialetti e fieri di esserlo. Punto. Tiè. 
Senza profumo, senza magia, senza petali da sfogliare in un eterno e struggente mamanonmama, che restava loro se non la ferita fierezza di essere quelli che non raccoglierli che se no ti fanno fare la pipì a letto?

I piscialetti vivono da sempre - o perlomeno, a Tinni piace immaginarseli così - una giovinezza segnata e prepotente; non legano con gli altri fiori, non diventano amici dei bambini che scorrazzano tra starnuti e capriole nei prati dietro casa. Nessuno li ama, e loro non imparano ad amare. Senza rancori, senza lamenti, senza invidie: così accade e così loro vivono accettando che sia. Alti, con il loro stelo ruvido, noncuranti, come se quel mondo che cozza contro il loro fiore strampalato dovesse finire così; per sempre.

I piscialetti vivono una giovinezza già adulta ed un'età adulta di giovinezze prepotenti e tardive.

Qualcuno di voi sa di preciso cosa accade, poi? Che succede, esattamente, quando il piscialetto muore?

Io so solo che, ad un certo punto, proprio in questo periodo dell'anno, la mattina uno si alza, prende la panda per andare a Bologna e, oplà, i prati sono pieni di eteree palle opache che ondeggiano buone al vento che odora di pioggia, e tutto ad un tratto il piscialetto ha lasciato il posto al soffione.

Al soffione, sì; al soffione che attira frotte di bambini ormai stanchi di raccogliere margherite e violette e impazienti di mettere alla prova fiati e polmoni di vite entusiaste; al soffione perfetto nella sua architettura futurista e millimetrica; al soffione che semina e perpetua; al soffione docile, improvvisamente, e pacato e tenace e mite. Al soffione che si fa prendere in mani piccole e grandi senza minacciare inconsulte diuresi notturne; che scodinzola alle carezze, strizza l'occhio al vento foriero di novità.
E del piscialetto quasi nessuna traccia: come se non fosse mai stato lì, come se non ci fosse legame, perché come avrebbe potuto farsi amare in questa maniera gentile un simile mostriciattolo prepotente?

E invece un legame, tra i due, c'è eccome. E a me piace questa metafora perché, se ci pensate bene, è solo il piscialetto che gode di questa seconda vita e di questa rinascita bella e gioiosa: non le margherite, che esauriscono energie e bellezze tra le dita degli innamorati dubbiosi; non le violette, che terminano i loro giorni sorridenti nei vasetti di nutella improvvisati a vasi sulle scrivanie delle case; non i nontiscordardime, che scappano intimoriti di fronte al primo temporale della stagione. Ai fiori belli, quelli che tutti amano, basta una vita, un'occasione. E lasciano il loro segno felice piegandosi al destino del tempo.

Ma il piscialetto no. Il piscialetto ha sprecato la sua occasione per essere felice; è stato sfortunato e al contempo egoista. Ha tenuto alto il mento orgoglioso senza dire mai grazie.
E allora proprio a lui la primavera che cavalca gli aprili umidi regala una nuova vita: e questa volta, statene certi, non fallirà.


8 commenti:

  1. Cara Tinni,

    bello il tuo racconto della doppia vita del fiorellone alto e robusto, che poi diventa novello farfallone come una sfera morbida e delicata, pronta a giocare con i fanciulli e con l'aria, promessa di futuri fiori lanciati in largo per il mondo.

    Una simbologia affascinante quella della rivincita del piscione che diventa soffione, mi ricorda storie di rinascite similari, come per esempio quella del baco e della farfalla, quella del rospo che diventa principe, quella del brutto anatroccolo che diventa un cigno stupendo.

    Ed ora tu proponi la storia del piscione che diventa soffione, una storia a dir poco inaspettata e romantica.

    Si, perchè io non riesco a fare a meno di pensare alla romantica rivincita del bullo egoista e menefreghista che tutto ad un tratto si offre gentile e altruista, morbido e nella sua forma sferica perfetta.

    Io non riesco a fare a meno di pensare alla possibile rinascia di ogni singolo essere umano, se soltanto prestasse occhio ed attenzione all'unità dell'esistente ed alla comune umana fraternità.

    Marco

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  2. Perché "piscialetto" ? Dai, spiega !

    Da noi si chiamano "pettebrose", perché quando li raccogli esce dal gambo il lattice appiccicoso che ti lascia le crosticine ("brose", ma "brosa" è anche la brina) sulle mani appiccicose.

    Anonimo SQ

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  3. ACC... "pettabrose" (petta=appiccica, "brose"= vedi sopra.
    Scusate,

    Anonimo SQ

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  4. io lo adoro in entrambe le forme. e quanti vestiti ho sporcato, da bambina, con il loro lattice appiccicoso...

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  5. Accidenti, io pensavo che 'piscialetto' fosse universale, e invece scopro che ci sono anche altri appellativi di uso volgare (sempre con venature di disprezzo, comunque, in linea con la mia lettura metafisica del tutto!). Credo che il termine che si usa qui da noi sia da far risalire all'uso diuretico dell'erba, da cui, appunto, il terrore, ben diffuso nei bimbi, che il fiore, anche se solo toccato, possa indurre pipì nel sonno. E 'pettabrose', in che parte di Italia si dice?

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    1. Io sono da Marghera (VE), penso si dica così qui intorno nel Veneto,cos' dicevano i miei compagni di scuola/asilo, ma sono ricordi di bambino. In genere il tarassaco vien chiamato "rancio de can" ed è apprezzato in insalata (credo). Il motto sfottitorio "vientu a cattar raiccio" si riferisce ai campagnoli che lo raccolgono
      L'ultima volta che ne raccolsi fu con la fidanzata (ora moglie) una trentina abbondante di anni fa: lei, veneziana doc, portata in montagna, alla vista di un prato + giallo che verde impazzì, e se ne riempì le mani, salvo poi accorgersi del lattice, ell'appiccicaticcio e delle macchie sulla maglietta. Oltre a tutto, appassiscono nell'arco di minuti.
      Io trovai commovente che una ventenne facesse le cose che avevo fatto ai tempi dell'asilo..eero anche innamoratissimo (e lo sono ancora !). Credo di averla anche fotografata col mazzo di così gialli in mano.

      Anonimo SQ

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  6. E ma porc....

    Errata Corrige : "Raiccio de can", no "rancio de can". Ma 'sto sito c'ha il T9 ?

    Anonimo SQ

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  7. oddio, non ricordo il nome che si dà al fiore nella sua versione gialla, in quella da Peline Story (grande invidia http://www.youtube.com/watch?v=h_5oPfvD7oU ) io l'ho sempre chiamato "soffione"

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