MOLTEPLICI INIZI.


A proposito di:

interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - letteratura greca - creatività - viaggi - giardinaggio .. e bizzarrie varie.

giovedì 19 aprile 2018

Tromba

Per almeno venti volte ho forzatamente riprodotto la stessa traccia musicale, ieri, sull'autoradio della panda, fino a perdere la nozione dei confini tra quella musica e i piccolissimi martelletti che la riproducevano beati all'interno della mia cavità timpanica.
Era un bel po' di tempo che non mi accadeva, con un brano musicale, almeno dai tempi di questo, che, riverberandosi da un retrobottega di pizzeria, aveva deciso per un breve periodo di invadere le quattro pareti di casa ogni volta che la polvere gridava vendetta dagli angoli, e i pavimenti imploravano pietà. Ascoltavo a ripetizione quella stupida canzone di Mika, quando dovevo pulire, per riceverne le giuste energie, e non intendo sconvolgervi o disgustarvi oltre con i miei gusti da forever sedicenne. Mi è capitato anche con brani di ben altra levatura, comunque, e in particolare, dalle cuffiette di un mp3 non più mio, alle volte con questa, che trovo di una bellezza semplice eppure pungente.

Cos'hanno in comune tre pezzi del genere, riprodotti da altrettanti strumenti, in contesti lontani - su un'auto, con un mocho in mano e una mascherina antipolvere sul viso, o tra i passi lenti e le corse veloci di un asfalto mille volte battuto?

Solo ieri me ne sono resa con con certezza.


La tromba. Hanno in comune la tromba.


Lo so, lo so. Quella dei Beatles non è una tromba ma un corno francese (link alla pagina facebook degli specifici fan). Non so neppure se si tratti esattamente di trombe anche negli altri due brani. Sono una ciofeca musicale, io (lo avrete capito anche da soli), ma volevo ritagliarmi questo spazietto digitale e non purpureo per dire al mondo - e a me stessa - che a me piacciono le canzoni in cui, ad un certo momento, di lato allo scorrere fluido di una melodia (frivola, spumeggiante, amarognola: non conta), fa capolino uno strumento a fiato che, conteggiando rigidamente i tratti di silenzio a lui concessi, ricama punto dopo punto un messaggio cifrato ma scandito, per poi ritirarsi, con dignità, dietro al sipario frusciante delle altre note, di nuovo fluide e continue.

Ah, se anche la vita contenesse, di tanto in tanto, messaggi altrettanto dettati, contrappunti sillabati, piccoli spazi di note divise, semplici, argentine. Non solo sciolti brandelli di pensieri ed incombenze, non solamente grovigli bellissimi e dolorosi di se e ma, di hai pensato a cosa accadrebbe, di immagina che, di forse però.
E invece no. La vita è come una canzone senza tromba - mi dicevo ieri al ritorno da una sfilacciata riunione del gruppo lettere, ed ecco perché amo tanto quei pezzettini di musica staccata; ma la canzone con la tromba, smentendomi, mi strappava da quel confortante e confuso autocompiacimento malinconico per mostrarmi, al bordo della strada, mucchi apparentemente indistinti di fili d'erba e spighe selvatiche che danzavano al ritmo del vento - fuori - e della tromba - dentro l'abitacolo, e dirmi: che cosa credi? che il vento non accarezzi separatamente e distintamente tutte quelle spighe una ad una, con una successione impercettibile ma divisa di carezze? 
E se tutte insieme, le spighe, volteggiano quasi ad una voce, è perché il vento è molto bravo e molto veloce, e assomma le sue note di tromba silente una vicinissima all'altra, ma senza mai fonderle del tutto.

E' come quando tu pensi ad una classe - continuava a sillabarmi la canzone con la tromba, sapientemente riavvolta per decifrare meglio il messaggio - e nel cuore provi tantissimo amore per lei. Forse che l'amore non è soffiato, volto per volto, ciascuno con la sua nota diversa, sul capo di ciascuno di quei ventotto individui chini sul loro foglio?

Da domani, mi sono detta spegnendo definitivamente l'autoradio all'arrivo, voglio provare a parlare così: parola dopo parola, semplici verità una distinta dall'altra, piccoli soffi di suono degni ciascuno di un attimo di silenzio prima e dopo, a cucire insieme un messaggio squillante e sicuro.

mercoledì 18 aprile 2018

Monotemi

Quante volte si può mandare indietro un CD per riascoltarne un brano - uno e quello soltanto, badate bene - prima che l'autoradio in questione improvvisi un sit-in di protesta?
Vi è mai capitato di percorrere un intero tragitto automobilistico - una mezz'oretta, all'incirca, diciamo approssimativamente la distanza tra Modena e Carpi - chiedendo al vostro apparecchio di riprodurre sempre e solo la stessa traccia, e magari prima ancora dell'attimo di silenzio finale (non sia mai che si debba cliccare il pulsante indietro per più di una volta: e ciò accadrebbe se si scollinasse nel brano immediatamente successivo)?

A me succedono puntualmente tutte queste cose (tranne il sit-in di protesta dell'autoradio, che però mi aspetto di qui a breve) e pensavo che fosse normale, quando ti piace molto una canzone; un trepidante viaggio dai colli modenesi in direzione di un esame di inglese, l'estate scorsa, mi ha invece provato che le cose non stanno così per tutti. E' qualcosa di assolutamente insopportabile!  - dichiarava infatti il mio compagno di av/sventure anglofone e non solo, tra un present continuous e il ripasso del lessico dei mestieri, anche e soprattutto quando la canzone è di qualità! Ed io provavo a boicottare il suo grosso dito sui pulsanti del lettore musicale, per farlo tornare indietro almeno una volta, ma il mio amico, su questo, rimaneva irremovibile. Le canzoni si ascoltano una volta e basta. Se no le si rovina.


Oggi, rientrando nel tardo pomeriggio da una sfilacciata riunione per materia, ho ascoltato per mezz'ora soltanto una e una sola traccia musicale, di cui mi ero innamorata proprio qualche ora prima, nel viaggio di andata. E' stata lei, la sola e unica traccia musicale che ho chiesto al mio lettore di riprodurre per i trenta minuti del tragitto, che mi ha tirato fuori questo post, come srotolandolo da un nastro dentro di me, e facendomici avvoltolare a tal punto che mi sono anche dimenticata di controllare se l'asino fosse per caso tornato nel recinto della fattoria.

Però il post ve lo racconto per bene domani.
Per oggi, il numero di parole da me prodotto ha superato il limite quantitativo giornaliero.
Vi auguro una buona notte, ammesso che ci sia qualcuno al di là di questo schermo, e magari con l'autoradio accesa.

martedì 17 aprile 2018

El Dora(n)do

(sto in fissa con la parentesizzazione delle nasali e, no, non è un fenomeno fonetico del manuale di glottologia I)

Dorando Pietri è stato un maratoneta italiano nato a fine Ottocento ed è rimasto negli annali della storia dello sport per una discussa squalifica al termine della maratona dei giochi olimpici di Londra: lui è arrivato primo, ma, vedendolo malfermo sulle gambe, qualcuno (leggo ora da Wikipedia: dei giudici di gara?!) lo ha con prontezza sorretto, causandogli così l'annullamento di quell'epico risultato.

da wikipedia: l'arrivo al traguardo

Io dell'esistenza e ancor meno della beffarda squalifica di Dorando non sapevo nulla prima del Settembre 2017, un mese solenne di traguardi - non squalificabili, per ora! - che mi ha sorretto, nel pieno rispetto delle norme, mentre la città (quasi) natale di Pietri mi accoglieva in seno alla sua comunità di indefessi lavoratori. E' stato mio padre a raccontarmi la sua storia, quando, perplessa, gli ho riferito che all'entrata della città una discutibile rotatoria (sì, sempre loro, quelle che i Carpigiani non sanno usare: ma questa è un'altra storia) vantava sul suo cocuzzolo una statua bronzea di un tizio in braghette rosse.

La statua è bruttina assai, devo ammetterlo, e tale rimane anche a fronte della memorabile vicenda di Dorando, che, dal canto suo, mi è subito sembrato piuttosto tinnico. Non credo vada molto d'accordo con il sexy-toys-shop che ci hanno costruito proprio lì attaccato, né tantomeno con i malmessi palazzacci che circondano il crocevia, degni dei più malfamati quartieri del profondo est Europa (evocato anche dalla vicina via Lenin); però credo che di tanto in tanto intavoli semplici ma essenziali riflessioni con l'attiguo Doctor glass, con cui me lo immagino discutere del lato pratico della vita, e della fragilità di tutto ciò che appare spesso erroneamente solido.

Quello che però mi ha stupito più di ogni altra cosa, al di là dei rovesci di fortuna sportivi e delle patriottiche rievocazioni degli eroi locali, è stato lo scoprire, proprio stamattina, che l'aiuola sottostante a quella effigie un po' stentata non conteneva solo terra riarsa né semplici e banali sassolini: oggi da quella terra riarsa sono nati (spontaneamente? Secondo me ce li ha piantati lui, Dorandino, ora che è in pensione e ha tanto tempo a disposizione) fasci e fasci di umili fiorellini gialli.

Ora Dorando corre su un prato fiorito.


Se solo potessimo cambiare scenario, anche solo parzialmente, ogni due o tre anni della nostra vita, e magari di autunno: la strada verso il lavoro, il panorama dalla finestra di cucina, la conformazione delle scale di casa, la vista dalla scrivania della sala insegnanti; anche solo uno di questi basterebbe. Quante novità inattese ci porterebbe la primavera, come se fosse la prima dopo secoli: aiuole colorate dove non credevamo ci fosse altro che pietra, raggi di sole che arrivano in punti insperati della libreria, chiome vivaci che coprono pudicamente squallidi muri, tratti di asfalto mai prima illuminati dall'alba.

Oggi annoto il prato fiorito di Dorando, senza mancare di ringraziarlo ufficialmente, perché temo che l'anno prossimo, quando già saprò, quel giallo semplice ma onesto passerà sulle mie retine in modo molto meno effettivo, e il suo calore sarà già un ricordo.

Non mi resta che cambiare occhiali.

lunedì 16 aprile 2018

I(n)spirazione

Respirazione diaframmatica, la chiamano.
Inspirare: gonfiare l'addome, riempirlo di aria nuova che fatica a scendere fino lì, si inceppa tra le pieghe di un cuore sobbalzante e si appiccica sulle pareti di una pancia già gonfia d'altro (ahimè, i fagioli di ieri...); e poi espirare: appiattire gli stessi muscoli, cacciare via forzatamente ogni particella di vapore già vecchio ed inutile, partendo dal fondo - mi raccomando - e poi su fino alla gola, ed emettere un sibilo stanco a riprova che quel movimento accade davvero, che qualcosa di brutto è stato espulso e siamo pronti per ricominciare dall'inizio.
Dunque ancora: inspirare, gonfiare, introdurre; e poi nuovamente espirare, soffiare, appiattire.
Nel giro di poche settimane me lo hanno raccomandato due specialisti, interpellati in luoghi e contesti diversi per disfunzioni corporee che non potevano apparire più lontane le une dalle altre.

E così mi sono messa d'impegno.
In macchina, soprattutto, lungo un tragitto nuovo che ormai inatteso più non è, tra un ponte, una rotonda (mica ci sanno girare, i Carpigiani, sulle rotatorie, è incredibile: ma questa è un'altra storia), una fabbrica puzzolente e lui: il recinto della fattoria. Eh sì, perché tra un respiro diaframmatico e l'altro, ogni mattina, poco dopo aver passato il parcheggio di Martin Grigliate (se mi sposo, giuro che li chiamo al pranzo di nozze), sulla sinistra trovo ad attendermi un cortile, chiuso solo da un mite steccato, all'interno del quale, a pochi metri dalla strada trafficata, altrettanto mitemente convivono diversi animali domestici. Galline, tacchini, capre, pecore, conigli, oche; una casetta di legno, al centro; covoni di fieno, qua e là; un fiocco rosa, appeso giusto davanti alla porticina di ingresso, che cela al passante ulteriori dettagli sulla specie animale neo-nata.

Respiro diaframmaticamente e faccio pure gli esercizi di dizione, articolando a bocca spiegata le vocali mentre - senza far vibrare le corde, mi raccomando! - butto fuori l'aria e rendo concavo il mio povero ventre, tutti i giorni, finendo di solito qualche metro prima di cominciare a sentire il puzzo di una fabbrica sulla quale mi riprometto sempre di chiedere lumi a qualche collega del luogo (che razza di odore è? I primi tempi in cui ci passavo davanti, senza rendermene conto, attribuivo quell'afrore ai miei piedi, benché accuratamente ricoperti di calze e calzature; ci sono voluti almeno due mesi di rimproveri alla mia pedicure per realizzare che la puzza veniva da fuori - tutti i giorni, alla stessa altezza del percorso - e che probabilmente corrispondeva alle emissioni di quel grande edificio grigio alla mia destra). Respiro insomma con dedizione, e nel frattempo mi interrogo sul senso di questi malanni sopraggiunti tutti insieme, mentre attendo con dolore l'avvistamento del primo capello bianco, a cui si sommano le preoccupazioni quotidiane, le caselle di voti da riempire, la pizza d'asporto troppo gommosa nel nuovo quartiere, le malattie altrui, i prezzi delle scarpe da ginnastica, le amiche del liceo sorridenti e realizzate che fanno capolino dalle foto di instagram, i messaggi in coda per ricevere risposta, la ripetizione di oggi pomeriggio.

Lo faccio ormai da qualche tempo, e ultimamente sia all'andata che al ritorno. E' stato proprio al ritorno, circa una settimana fa, dopo la fabbrica-puzza-di-piedi, prima di Martin Grigliate, all'altezza del metanista scorbutico ma efficiente, che meccanicamente, tra un'inspirazione ed un'espirazione, ho girato la testa verso destra e ho incontrato con gli occhi un nuovo abitante del recinto della fattoria.


Un asino.
Già simpatico di suo, con quel fare sornione e solo apparentemente disinteressato, traboccante in realtà - ne sono sempre stata certa - di pensieri acutissimi sul vivere umano. Ma in questo caso doppiamente degno della mia attenzione.
Perché il nostro amico asino, in quel momento, fermo immobile in mezzo al cortile, portava sulla schiena, in perfetto equilibrio, una gallina e un tacchino, appollaiati lì come se niente fosse.

Ho evitato a stento un tamponamento. Com'era possibile che, dall'alto di tutta quella intelligenza mal sopita, saggio per secoli di osservazione attenta, accettasse un simile compromesso con due creature avide ed egoiste, che nulla di certo rendevano in cambio di quella irrituale invasione?
Eppure lui - e forse proprio in questo si nasconde l'ennesima conferma della sua natura superiore - non ne sembrava afflitto affatto.

Forse, a lui, la respirazione diaframmatica serve per cullare i suoi ospiti - ho pensato.
E mentre un sorriso stentato saliva dal mio diaframma al mio volto, storto ma fiero di essere riuscito, anche questa volta, anche a dispetto della fame e dell'afonia, ad appiccicare un post-it positivo sui pensieri dei dintorni, in coda a quel sorriso, appesa ad esso come ad un amo di pesca miracolosa, è arrivata un'idea didattica per un'attività di classe - la Mia classe, quella che in questo anno nuovo sto amando di più, anche se è una gara dura - che immediatamente mi è sembrata fichissima e che ho subito provveduto, diaframmaticamente gongolando, a scomporre, arricchire, dettagliare, e mentalmente annotare. Sentendomi, finalmente e improvvisamente, libera da ogni acciacco.

Merito della respirazione, del serafico asino, o dei due prepotenti intrusi?

Stamattina ho cercato di sghembo l'asino per ringraziarlo dell'ispirazione.

Non c'era più.

Qualcuno di voi potrebbe ipotizzare che fosse dentro alla casupola di legno, ancora avvolto nel suo placido sonno.
Io preferisco pensare, invece, che l'ispirazione sia stata condivisa, e che tra un respiro diaframmatico e l'altro egli abbia concepito un piano di fuga geniale e definitivo, e che ora vaghi per le praterie della bassa modenese assaporando erba e libertà.

domenica 29 ottobre 2017

Ristrutturare

In passato scrissi che le amiche si dividevano nelle due categorie delle spugne “grattine” e di quelle morbide. In passato sapevo che le amiche potevano essere al tuo fianco quando piangevi a dirotto in uno studio parigino, mordevi la penna nervosa all’entrata di una stanza d’esame, o davanti ad un cartone animato, sotto ad una coperta pesante, sopra ad una pizza sudata.

La mia amica Giulia, però, non era mai stata con me in nessuno di questi momenti.
Silenziosa e discreta, non era suo il numero che avevo composto dalla Francia in maniera compulsiva fino ad ottenere preoccupata risposta; non era suo il foglio risposte posizionato poche file sotto il mio, né sue le mani che mi porgevano acqua dopo un faticoso orale senza mai prendere fiato. Non avevo mai firmato per testimoniare un suo grande passo, le avevo fatto pochi regali e poco pensati, e di certo di non avevo cullato figli suoi in una rumorosa stanza da pranzo fino ad addormentarmici accanto.

Giulia c’era sempre stata, sì, ma al margine educato e sorridente della vita di Tinni.

Tinni, dal – presuntuoso – canto suo, pensava di aver ormai raggiunto quel punto del cammin di sua vita in cui tutto ciò che riguardava gli affetti era stato sperimentato: farfalle, abbracci, pacche, occhiate, assensi. Guardandosi indietro, vedeva distese di volti noti che la avevano accompagnata fin lì. Davanti a sé, pensava avrebbe trovato soltanto repliche di colori diversi del medesimo modello IKEA: stessa anta, stesse misure, nuove maniglie e diverse parole.

(Ovviamente) si sbagliava.

Tinni ha comprato una casa. E’ una casa che ha una lunga storia alle spalle, saggia e acciaccata come i suoi genitori: Tinni deve imparare ad avere cura di lei, a raddrizzarla e poi a renderla amica, un passetto alla volta.
Ma a Tinni i passetti non piacciono, soprattutto su scale – tre rampe e mezzo, senza ascensore! – che non ha mai salito prima, scale di nomi incompresi, misteriosi prezzi, materiali ignoti e operazioni molto lontane da quelle semplici e franche che lei ama tanto: traduzioni, correzioni, riassunti. Tinni non è capace di sentirsi piccola di fronte a muratori alti pochi centimetri più di lei, soffre a delegare, si impunta e vuole capire tutto, anche quello che i suoi neuroni non sono mai stati programmati per capire, ovvero tutto ciò che riguarda il lato pratico delle cose.

E, contemporaneamente, è un periodo che Tinni ha una gran paura: paura di invecchiare, di perdere qualcosa per strada, di non acciuffare il treno in tempo, di essere in ritardo sulle tabelle di marcia pubblicate sul sito della Vita.

Si sentiva vecchia e maestrina più del solito, quindi, la nostra corrugata Tinni alla vigilia dell’incontro importante, quello tra lei, il muratore, l’idraulico e l’elettricista, incaricati di rifare il trucco alla vecchia nuova casa, appena sua. Spesso, mentre voci maschili e rimbombi tra le pareti spoglie menzionavano elementi di edilizia marziana (caldane, frutti, tracce: nomi che Tinni pensava appartenessero a mondi familiari, e ora li ritrovava su pianeti lontani), le si facevano molli le gambe e la voce, e pensava non ce la faccio, dov’è mio papà? Ma era solo un attimo di solitudine, perché poi, puntualmente, tra i bassifondi di quei toni gravi saliva il cinguettio cortese e fermo della voce di Giulia, come a dirle: non ti preoccupare, ci sono io.

Ed era vero, c’era lei: Giulia. Perché Giulia, di mestiere, fa l’architetto; e in questa fine di anno solare che è un inizio di tante storie nuove, Giulia ha deciso di buttare gran parte del suo tempo di professionista preziosa per regalarlo a me, a questa nuova vecchia casa che ispira simpatia, al percorso che ci porterà entrambe nelle braccia l’una dell’altra: si occuperà lei, in gran parte, di questa ristrutturazione.



Sorreggendomi all’appoggio minuto ma solido della mia amica Giulia sono arrivata sana e salva anche alla fine di quell’incontro importante, e ho sceso, dandole il braccio, tutti e quattro i piani dello stabile, fino a terra, e mentre aprivo il cancello del mio nuovo giardino condominiale, per un attimo – è stata questione di secondi – ho guardato Giulia, il suo paziente compagno (architetto anche lui) e la mia mano che girava la chiave, e ho pensato siamo grandi.


E quindi eccomi qui, qualche settimana dopo che tutto questo è successo, ad aggiornare la mia personale categorizzazione d’amicizia. Qualcosa mancava ancora a Tinni, prima di questo ottobre rosso e caldo: e ora ha un’amica in più, con cui non ha diviso né lacrime né risate, ma quel minuscolo, prezioso e irripetibile istante in cui, per la prima volta, la parola adulto diventa sinonimo di grande. In tutte le sue sfaccettature.


venerdì 1 settembre 2017

Felicità ingolfate

Un sacchetto di biglie fatto di juta.
O un mazzo di cannucce colorate.

Entrambi legati e chiusi da un nastro rosso brillante.

Oggi la felicità me la immagino così.

Un nastro rosso brillante tiene in piedi le cannucce, strette una sull'altra: solo sfilando il fiocco e aprendo il nodo, con un colpo preciso di pollice e indice, le cannucce si aprono al mondo e al cuore che le contiene, sprigionando il loro liquido colorato.

Ma cosa succede quando non ci sono pollici e indici a sfiorare con maestria quel docile legaccio?



Oggi la felicità me la sento dentro così: come un mazzo di cannucce ancora in piedi, serrato e compatto: una promessa di allegria.

Le cannucce sono tante, e tutte di colori diversi: il colore di un successo personale, quello di un acquisto importante, la sfumatura di un nuovo inizio e tutte le tonalità di uno stimolante percorso lavorativo. Sono tante: non sono mai state così numerose in un giorno solo.

Eppure.

Eppure prima sentendo questa canzone mi sono messa a piangere.
Che cos'è, esattamente, quel laccetto rosso che comprime la mia gioia dentro gli spigoli di uno stomaco contratto?
L'età adulta? La domenica del villaggio? La sete di approvazione? La costitutiva solitudine dell'individuo (nonché dei numeri - e dei violini - primi)?

Le mani per scioglierla e scongelarla potrebbero essere altre che le mie?

Forse solo il tempo - ingolfatosi all'incrocio di questo profumato settembre con il primo anno scolastico da prof di ruolo - sarà capace di un tocco abbastanza leggero e sufficientemente preciso.


venerdì 25 agosto 2017

(in)certezze postali

Ricordo vacanze estive lunghissime, durante la mia infanzia.
Pochi compiti assegnati, sgranati lungo i tortuosi sentieri di quei giorni deserti, a riempirne almeno le periferie. Nessuno sbuffo, niente lamentele; mi mettevo alla scrivania e, semplicemente, ridavo dignità ai materiali della mia cancelleria, reimparando l'importanza di linee e quadretti, e riaccogliendo nel disordine scomposto dal vento estivo concetti come resto, riassunto, forma, prodotto: idee pulite e dai contorni netti, che mi aiutavano a trovare me stessa in mezzo a tutto quello spazio vuoto.

Ricordo un caldo buono e non troppo soffocante. Ma vivevamo in collina.

Ricordo attendere seduta sul pavimento fresco il suono buono della citroen AX di ritorno dal lavoro di mio padre, e confonderlo sulle prime con altri rumori - una motocicletta, il camioncino bianco del vicino.

Ricordo liti prima di partire per i"grandi viaggi" (Valle d'Aosta, Gargano) e liti al nostro ritorno. Pochi film la sera in televisione, e tante passeggiate dopo il tramonto in direzione bocciodromo, con o senza pattini ai piedi.



Ma soprattutto, ricordo il rapporto con la posta ordinaria.

In quella dilatazione temporale priva di ogni notifica, impegno, autonomia e multimedialità, l'appuntamento con la possibile visita del postino scandiva ogni mia giornata feriale con compunta e variopinta speranza.
Già dalle undici cominciavo a colorare i minuti del tessuto bianco che avvolgeva le ore con il ripasso mentale delle missive che avrei potuto ricevere di lì a poco.
Chi aspettavo, quel giorno?
Cartoline dalle amiche sempre più in ferie di me; una risposta dalla pen-friend trovata tramite la scuola - una spagnola che scriveva lettere inglesi in una grafia simile allo script; notizie dalle bambine che avevo conosciuto l'estate precedente: sarebbero salite a Torgnon anche il prossimo luglio?
E poi ancora: cartoline di adulti, amici dei miei genitori, giornalino scout, abbonamento di Minnie and company, informazioni sul premio della raccolta punti dello yogurt Yomo. 
Tutto sarebbe stato accolto con eguale entusiasmo, scartato con voracità e poi macinato in ogni sua lettera e segno d'interpunzione per le due ore successive.

Purché non fosse la CGIL che scriveva espressioni incomprensibili all'attenzione dei miei genitori. O il bollettino dei loro stipendi. In quei casi un velo di delusione ingrigiva per un attimo l'arcobaleno di quel rito, prontamente rinverdito dall'importanza che, comunque, mi attribuivo da sola nel rientrare in casa e comunicare a mia madre che era arrivato qualcosa, qualcosa di importante che io e solo io le stavo per recapitare in mano.

Eppure, ripensandoci, anche quando non arrivava niente restava qualcosa nel cestino della mia speranza frustrata.

Sentivo avvicinarsi l'inconfondibile scoppiettìo del motorino di Poste italiane, attendevo fremente di percepirlo rallentare (accadeva sempre, perché qualcuno che riceve la posta, in un condominio, c'è tutti i giorni), mi precipitavo saltellante fuori dal portone, giù per le scale, e quando arrivavo al cancelletto di ingresso il postino, con quel suo sorriso simpatico e gioviale, di solito non c'era già più, chino ormai sopra la cassetta del vicino di casa. Meglio così: non avrebbe intercettato la scintilla di delusione al trovare il nostro buchetto vuoto come due ore prima, e io non mi sarei sentita stupida per essere corsa fuori così precipitosamente.

E dunque che cosa rimaneva, alla Tinni di allora, quando nessuno lasciava un segno scritto firmato e indirizzato a lei?
E' presto detto, per quella mente di bambina che ho avuto la fortuna di ritrovare in me, pochi giorni fa, dopo aver sottoscritto un paio di servizi newsletter ed aver sobbalzato di nuovo, come allora, al riceverne telematicamente qualche segnale: un quadratino in più di certezza che, se quel giorno nessuna lettera era giunta, il giorno successivo la probabilità di ricevere affetto cartaceo sarebbe leggermente aumentata.

...A meno che non fosse sabato!


Buone lettere, cartoline, e-mail, newsletter, messaggi in bottiglia a tutti voi.