A proposito di:

interculturalità - letture - frivolezze - risparmio - letteratura greca - creatività - viaggi - giardinaggio .. e bizzarrie varie.

sabato 9 marzo 2013

Ballerine

La commessa del negozio in cui sono entrata settimana scorsa per comprare le nuove ballerine della prossima primavera, invece di rinchiuderle in una scatola di cartone, me le ha date avvolte in una busta di plastica spessa e trasparente fermata in alto da una stanghetta di plastica. Alla stanghetta di plastica è incollato un appendino di forma uncinata, e così il paio di ballerine color nocciola che solleveranno la polvere e vibreranno sugli asfalti al ritmo dei miei passi, nella prossima primavera, al momento riposano ignare e trasparenti dentro questa busta, appese tra una borsa e l'altra nel mio appendiabiti dietro la porta della camera da letto (nonché unica camera della casa, perché l'altra più che una camera è una cucina).
La porta è ora chiusa, e io sono sul letto in questione, cosicché riesco a vedere comodamente il sacchetto, le due scarpine vibranti vita da calpestare, l'appendino e anche l'etichetta col codice a barre incollata su un lato della busta.

Vedere queste ballerine, ogni giorno, quando apro gli occhi nel baluginare delle strisce di luce dalle imposte, quando mi faccio crisalide serale sotto il vuoto freddo del lampadario; vedere quelle scarpette, tutte le mattine e tutte le sere, in quei momenti preziosi e delicati quali sono le albe e i tramonti delle giornate, beh, mi fa stare meglio.

Ci sono una serie di oggetti che promettono strada, nascite, cadute e rimbalzi; e che a volte faccio l'esercizio di chiudere gli occhi e di pensarli, materializzare nel soffio del respiro il vento saporito di cui sono foriere. Le chiavi del catenaccio della mia vecchia-nuova bicicletta, i barattoli di vetro delle marmellate coop lavati e pronti per accogliere biscotti o fagioli secchi, la sedia verde e arrugginita dall'altro capo del mio letto - comodino improvvisato e atteso, le borse della spesa fatte di stoffa, le sciarpe leggere e fiorite per le brezze serali dell'estate, i bottoni di riserva impettiti nelle etichette dei maglioni appena comprati.

E le ballerine nuove per la prossima primavera.

E ora, ora che ho scoperto che, ad averle sotto gli occhi in forma di sacchetto di plastica appendibile, si è felici (un po' felici), ancora di più che ad immaginarle, tutte queste cose, ora ho deciso di tirarle in massa fuori dai cassetti, dagli armadi, dagli sgabuzzini e dagli angoli polverosi ed intimiditi di questo lungo inverno interminato. A cominciare dalla sedia verde, che non se ne andrà mai più di lì - in paziente e felice attesa del suo utilizzatore di fiducia - per finire con i foulards a pois e fiorellini, che troveranno, fermamente dolci, il loro spazio di vita tra i brutali cappucci e i paraorecchie del ventoso ingresso.

Con l'augurio, per tutti voi, di vedervi recapitati - ignari, sovrappensiero, con ancora la carta bancomat in una mano ed il portafoglio nell'altra - una busta di plastica, al posto di una chiusa scatola dura, trasparente, con dentro le vostre, personalissime, speranze di gioia.

venerdì 8 marzo 2013

Sergio Caputo e l'ora solare (2002)



Nel novembre del duemiladue, la prima domenica del mese, venne l'ora solare. Credo di poter affermare con una certa sicurezza che l'ora legale fosse venuta anche negli altri novembri precedenti, e, se non erro, è arrivata anche nei novembri - tutti - che hanno fatto seguito a quell'anno duemiladue. Forse, se saremo ancora tutti qua, busserà anche nel novembre duemilatredici, l'ora solare, ed entrerà nelle nostre vite a cullarci con l'ultima carezza prima del gelo invernale, a regalarci una manciata di albe in più e un pugnetto di minuti di avvoltolamento nelle lenzuola, la mattina di vacanza.
In quell'anno duemiladue, però, l'ora solare venne e fu accompagnata in colonna sonora dalla canzone che vi ho inserito qua sopra: il mio sedere poggiava sui sedili in pelle larga e morbida di una macchina lunga e lussuosa di proprietà di un amico ricco quanto mite, seduta davanti a me stava la sua fidanzata di allora, qualcun altro che ora non ricordo riempiva gli altri due posti morbidi e lussuosi ed era in assoluto la prima volta in cui scoprivo, tastandolo con mano, che l'ora solare era un ottimo modo per aggirare il controllo genitoriale sull'ora di rientro, il sabato sera. Marcello - l'amico alla guida di quell'auto scura ed accessoriata - aveva appena riflettuto ad alta voce sul fatto che sono le tre, ma in realtà sono solo le due, quindi stiamo tornando relativamente presto a casa e io, mentre Sergio Caputo sillabava furbo le sue note sbarazzine, mi sentivo beatamente grande.

Era un periodo, quello lì dell'ora solare con Marcello e Sergio Caputo, che avevo scoperto che a bermi un the caldo verso le cinque di pomeriggio riuscivo a non crollare di stanchezza sui libri alle diciannove, e potevo sottolineare - cauta, lenta, approfondita - qualche pagina di libro anche dopo cena; e sentivo le mie ore più preziose.
Era un tempo, quello, in cui avevo smesso di gonfiare il vecchio astuccio colorato delle medie con pance di evidenziatori e punte di biro colorate; sempre con Sergio Caputo nelle orecchie - Marcello me ne aveva fatto un intero cd, dopo aver visto che quella musica mi metteva di un pacato buon umore - avevo diligentemente disteso sulla scrivania il contenuto di cancelleria della bustina di stoffa e, inflessibile quanto amorosa, ne avevo scelti solo pochi e preziosi elementi, che erano finiti, composti, a dar vita ad un nuovo tipo di astuccio: fine, giallo, a forma di banana.
Avevo un diario costruito tutto da me, in quell'anno di scuola; dei guanti tagliati senza le dita; creavo agli amici regali strani fatti di lana o di carta; scoprivo per la prima volta l'utilità sovversiva dell'ora solare, la magia dell'aria che entra nei pacchetti di caffè sottovuoto quando li apri e anche di essere allergica alla polvere.
Ero scarmigliata, sconnessa, saccente; ripiena come un uovo di buona volontà. E (ma questo lo suppongo soltanto) felice, pur senza saperlo.

Masticare un ricordo sbarazzino ed incostante come questo, come quello dell'astuccio a forma di banana riempito a colpi di note allegramente dolenti, fa bene ancora oggi? Sbaglio o riesco quasi a toccarla, quella lana ruvida dei guanti tagliati senza dita comprata dopo un pomeriggio al palaghiaccio di Fanano, che sognavo sempre di infilare tra altre cinque dita - magari altrettanto guantate - e invece, semplicemente, infilavo in tasca? E' solo suggestione o mi è venuta voglia anche adesso - adesso che sono le undici di mattina e non ho nessun libro da studiare per domani - di rendere più preziosa la mia giornata avvolgendo le mani intorno ad una tazza calda di the?

martedì 5 marzo 2013

Freddolosità

E' da tanti anni ormai che salgo, scendo, siedo e sto in piedi sui treni e in tutti questi anni c'è una sola cosa che non ho mai smesso di invidiare.
Qui fuori il sole sta combattendo la sua faticosissima battaglia contro la nebbia e io volevo raccontarvi di questa cosa che non ho mai smesso, in tanti anni di frequentazione varia e consapevole di treni - frequentazione regionale, internazionale, notturna, elettrica, a gasolio, polentona e terrona (e, recentissimamente, pure itala) - non ho proprio mai smesso di invidiare.
La pianta grassa che ho appena posato accanto a me sul tavolo per strappare un po' di compagnia all'unico altro essere vivente di questa casa mi sta riempiendo il naso di muco con tutta quella polvere che tiene attaccata alle sue strane foglie dure ma io, ugualmente, vorrei spiegarvi cos'è che mi ha sempre suscitato invidia e distaccati sorrisi di malinconia, dentro ai treni, in tutti questi anni.

Ebbene, sono le persone che appena si siedono si tolgono le giacche.

Ovviamente sto parlando dell'inverno (quel tipo di invidia si congela, d'estate, ma spesso brandelli di questa si tramutano in rabbie episodiche per i livelli indecenti di aria condizionata sparata dai bocchettoni, e comunque questa è un'altra storia), e ovviamente sto parlando di tutti quelli che, compostamente, senza dare disturbo a nessuno, una volta preso posto sull'apposito sedile, rialzano delicatamente il proprio fondoschiena - ma non tanto, ché tengono sempre le gambe un poco piegate, assecondando miti la linea ondulata della poltroncina - accarezzano uno dopo l'altro i bottoni del proprio cappotto, lo sfilano con eleganza, svoltolano sciarpe, estraggono cappelli, punzecchiano una ad una le dita dei guanti, e poi, denudati, si risiedono con cautela. Il picco della mia ammirazione astiosa lo raggiungono quelli che, i cappotti, poi li adagiano come figli dormienti nel ripiano superiore portabagagli: non ne avranno più bisogno, capite? I viaggi loro e delle loro giacche procederanno di matura autonomia, su due livelli di altezza dal mare differenti, amandosi e rispettandosi, ma a distanza.





Ecco, io non ci sono mai riuscita.
Io raggiungo sempre una carrozza di treno con in corpo una dose così elevata di freddo raggrumato da non riuscire a far altro che ristringermi ancor di più dentro me stessa, dentro il mio cappotto, la mia sciarpa, i miei guanti e il mio cappuccio. Li bistratto, lamentandomi per le scarse prestazioni; lo odio, li logoro, eppure non posso fare a meno di loro - fragili tiranni.
E me ne sto lì, raccogliendo il caldo del vagone goccia dopo goccia, come penetra pigro sotto i miei molti strati, attonita, senza saper riordinare nulla del mio bagaglio, del mio vestiario, della mia giornata, del mio viaggio. A volte, sì, salgo sul treno col fiatone di una corsa ritardataria, sudo, ansimo, e trovo posto già scaldata: ma anche allora, anche quando il caldo del treno mi accoglie con familiarità nota, la paura strisciante che in poco tempo - complice qualche bottone irrequieto - tutto quel meraviglioso tepore svanisca per lasciare il posto ad un temibile campo di brividi, anche lì, anche in quel caso, preferisco non abbandonare la fedele e sbrindellata compagnia del mio cappotto, e gusto minuto per minuto quell'isolato momento di gloria accaldata.

Perché sono nata freddolosa?- non c'è modo per guarire, mi hanno detto. Perché non sono capace di svestirmi in fretta di tutto ciò di cui non c'è bisogno e di addormentarlo, dolce, nel piano superiore del mio scompartimento di vita? Perché non ritaglio i minuti sospesi prima della partenza per riordinare il mio aspetto, le mie carte, il mio zaino e la mia giornata? Finisco, ogni volta, schiacciata contro il sedile, contro la testata del letto, e contro tutte le mie stupidissime paure, a guardare dolente le meticolosità precise degli altri, senza saper mai dire suvvia, proviamoci, ecchesaràmai: perché? Perché non so spalmare, a casa, dopo la doccia, uno strato corposo e unto di crema protettiva e ottimista contro tutti i freddi delle prime ore del mattino e delle ultime ore della notte?

La polvere della mia pianta grassa continua a colare - sotto forma liquida - dai condotti del mio naso; il sole ha definitivamente perso la sua faticosissima battaglia contro la nebbia, e io, dal mio cantuccio accanto al termosifone, vi ho raccontato che sono invidiosa di tutti coloro che, poco prima di una partenza, sanno riordinare pesi, bagagli ed idee; sono in grado di valutare - e di regolare - bisogni termici e vitali; non si rattrappiscono intorno ai loro brutti pensieri e vanno incontro alla stazione successiva con pochi strati intorno alla pelle. Senza giacche, senza sciarpe, senza corazza e senza sciocchi automatismi. Ché il sole, dal finestrino, scalda a sufficienza per tutti; e, senza strati, lo senti anche di più.

martedì 19 febbraio 2013

Samarcanda (via da).

(...) Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

E. Montale



Non ero in tangenziale, stasera, ma ugualmente guidavo, e per vie ormai così percorse da divenire parte lucida e trasparente dei miei occhiali stessi, per strade così battute da poter lasciare il posto, spontaneamente ormai, a telefonate, canzoni, calcoli e pure a rimestate traduzioni dal greco senza offendersi, senza impuntarsi, senza curvare di stizza: guidavo per strade note, linee continue e sporchi cumuli di neve ostinati.

Parlavo al cellulare con un allievo, con l'apposito ausilio dell'auricolare, tiravo su col naso, sbattevo le palpebre (anche se questo non lo ricordo, lo presumo soltanto), annuivo e gesticolavo pure un po' - l'allievo non poteva certo beneficiarne - quando all'improvviso, coperto controvoglia dalle spiegazioni concitate sull'imminente tesi di laurea e rimboccato artificialmente da un sibilo di radio tenuto acceso per sbaglio, un sussulto inconsueto ha mosso brusco un'auto rossa, là dietro, oltre lo specchietto retrovisore, e io ho assistito ad un terribile incidente muto.

Una dopo l'altra le macchine nel senso di marcia opposto hanno chinato la testa di fronte al problema - la fretta ha lasciato il posto allo sgomento - e nel tempo del mio saluto a domani stai tranquillo la fila all'altro capo della strada era già bella lì, ordinata, rassegnata, compunta, con lo sguardo incuriosito ma non troppo, chiamo a casa, valà, ché qui mi sa che si fa lunga.

Una manciata di auto dietro di me, un pugno di secondi dopo, ad una mediocre quantità di battiti di ciglia dal mio ora, tre auto si sfracellavano le une contro le altre sobbalzando al metallico sapore di morte.


Cerchiamo il sole, il caldo, il cuscino, le tariffe più convenienti, un nuovo orizzonte e paia di scarpe sempre diverse. E poi, proprio quando camminiamo per strade sempre uguali e telefoniamo a numeri noti, ogni volta monocordi, proprio quando manteniamo velocità da crociera e socchiudiamo gli occhi all'abbaglio del tramonto della pazienza, proprio quando appoggiamo il capo sonnolento al lurido poggiatesta del treno e le chiavi dell'allegria al chiodo della porta, a due forchettate di vita da noi cade una pietra, implacabile. E noi, chissà come, siamo scalzi. E salvi.

Dobbiamo davvero essere allegri, ogni volta che solchiamo la via che porta al noto, ancora una volta, anche se piove? Dobbiamo davvero star svegli, per guardare fuori dal finestrino in ogni centimetro del viaggio che ci è toccato in sorte, anche se il treno ferma in piena campagna per furto di materiale elettrico lungo i binari presso la stazione di altrove?


Sono ripartita al più presto, ché ero in ritardo per la mia ripetizione - l'alunna meno simpatica, gli ultimi ingranaggi di una giornata normale. La borsa, soltanto, sembrava pesare qualche grammo di più: tra i libri e gli scontrini, un pugno - leggero, inutile - di vita.

lunedì 18 febbraio 2013

Tangenziale

Se ultimamente scrivo poco la colpa - sappiatelo - è essenzialmente delle tangenziali. Ultimamente passo un sacco di tempo a percorrere tangenziali.

La tangenziale mi è sempre stata cordialmente antipatica - risappiatelo. Non amavo le tangenziali, no no; anzi, non sono mai riuscita nemmeno a non odiarle. Con tutta quella saccenza ostentata di verde, quel volgare succedersi di pannelli esaustivi eppure ci manca sempre la stramaledetta indicazione che serve a te, quelle due corsie strette e nemiche, i sibili d'odio nei passaggi dall'una all'altra, il sudore cattivo dei sorpassi in curva, e poi, soprattutto, quell'ansiogena impossibilità di sbagliare.

Pensavo di non poter sbagliare, le prime volte che percorrevo tangenziali con i palmi improvvisamente madidi di nervoso; pensavo con rabbia frustrata che non sarei potuta tornare indietro, che l'abbraccio confortante dell'inversione a U mi sarebbe stato precluso, che non avrei potuto nemmeno fermarmi a pensare, con la protezione fragile e ballerina delle quattro frecce. Ed era così, infatti.

Non si può sbagliare, quando guidi sulle tangenziali e il peso delle giornate quasi alla fine di chi percorre le stesse strade a pochi centimetri dal tuo paraurti sembra strisciare fin dentro alla tua, di automobile, per sommarsi ai corsi del TFA e al rischio bocciatura della tua alunna prediletta. Non puoi sbagliare, no, in tangenziale, e se sbagli lo stesso e manchi l'uscita giusta l'unica cosa da fare sarà andare avanti, fingendo noncuranza in mezzo alla fila impaziente ed assetata di ordine; avanti e ancora avanti, al fastidioso successivo cartello verde, che nel suo impettito rigore ti sorriderà beffardo in un sussurrato te l'avevo detto e ti indicherà con finto sussiego l'uscita di emergenza.



Eppure - e di questo eppure riesco quasi a sentirne la fragranza amara, se tiro a fondo su col naso - se non si può sbagliare, in tangenziale, e tu hai sbagliato lo stesso, la volta prossima forse non sbaglierai, e il numero dell'uscita giusta ti si incollerà sulle mani - pellicola di colla vinilica alla fine di un lungo pomeriggio di attività scout - per non staccarsene più.

E se anche non si può sbagliare, sulle tangenziali, e tu sbagli una volta, e poi sbagli ancora la volta successiva perché uno stronzo ti ha sorpassato da destra impedendoti lo scatto felino dell'ultimo minuto - ma forse non è stato nemmeno uno stronzo, era semplicemente un uomo a cui altri avevano pestato i piedi (magari già bagnati) durante tutta quella giornata - beh, se sbagli due volte e ti viene da piangere invocando la retromarcia perduta, la terza, di volta, non sbaglierai più.

Non sbaglierai più e anzi, imparerai, giro dopo giro, ad incolonnarti sulla destra al momento giusto, al giusto intervallo prima del cartello, alla giusta distanza dall'uscita e al giusto spazio dall'auto che ti precede; imparerai a dosare velocità e frecce, a battezzare i prepotenti e a calibrare le tue potenze. Senza poter tornare indietro, imparerai.

Ad ogni giro, ad ogni ciclo, ad ogni mese e ad ogni anno della tua vita guadagnerai in conoscenza dei cartelli e in abilità di guida. Senza mai fermarti, senza poter mai nemmeno fare una minuscola inversione a U. Avanti, sempre avanti. Non diventerà forse bellissimo perfezionare quest'arte e accumulare granelli senza cancellarne mai? 
Poi, alle volte, passati i primi giri nel terrore puro, e poi i secondi nell'estasi della riuscita, ti sembrerà, ad un certo punto, che la strada sia sempre uguale, i cantieri non procedano mai, i pannelli annuncino sempre le stesse cose e le rampe di accesso possiedano sempre la medesima pendenza. E, in effetti, sarà grosso modo così.

E sarà a quel punto che dovrai imparare ad accorgerti non tanto più di dove sono le uscite o di come sono disposte le indicazioni; dovrai imparare ad accorgerti, allora, quando tutto ti sembrerà - e lo sarà - monotono, che le auto, le compagne stanche e solidali in quella volontà di autoconservazione che ci unisce tutti, le auto, quelle, saranno sempre diverse; e con alcune passerai lunghi tratti - magari già dall'uscita uno avanti fino alla nove, che è la tua, ormai lo hai imparato - accoppiato in corsia, alla distanza giusta per chiacchierare ma senza risultare invasivi; con alcune riuscirai pure a fare amicizia, ché usciranno dal lavoro alla stessa tua ora e imparerai a riconoscerne l'ingresso rombante - entra alla tre, se non sbaglio - poco più avanti a te, ogni pomeriggio; con alcune litigherai, altre le lascerai passare strisciando - cattive nei loro abbaglianti di prepotenza - nella speranza che non lascino dietro di sé nient'altro che fumo di scappamento; di altre ancora ti farà sorridere l'inesperienza impacciata: di alcune faciliterai l'ingresso titubante, altre invece le abbandonerai, frettoloso, al loro destino, con la quasi certezza che prima o poi impareranno a cavarsela da sole.

E poi ci sarà la tua, di auto, con la quale, curva e cartello dopo curva e cartello, vivrai sbagli e riprese senza smettere mai di volerle bene, squadra vincente o perdente che siate, e ad ogni giro, ad ogni ciclo, ad ogni mese e ad ogni anno della vostra vita sarete sempre un po' uguali e un po' migliori, e soprattutto sarete insieme.

giovedì 7 febbraio 2013

della prof. Riganti e di tante altre cose

Mentre spiegava il participio predicativo e la sua voce ondulata sbatteva contro le palpebre intontite di molti di noi, per poi rimbalzare sui muri di aule che, del participio predicativo, avevano sentito parlare ormai chissà quante migliaia di volte, la mia professoressa di prima liceo - la prof. Riganti - aveva un modo tutto speciale di infilare la mano destra alla base della nuca, in mezzo ad un sottobosco di capelli color cenere, e di aprirne le dita come a massaggiarsi cute e collo, finendo poi per districare qualche nodo annoiato, ma mai con la convinzione sicura di un pettine, bensì sempre, piuttosto, con un fare sornione che non spaventava nemmeno l'ultimo capello arrivato.

Pensavo di averlo perduto, questo dettaglio insignificante della mano della prof. Riganti a spulciarsi i capelli lenta e dolente tra un perfetto attivo secondo e l'etica del guerriero omerico; pensavo di non possederlo più; anzi, non lo pensavo neppure. Non esisteva, punto.

E invece, qualche settimana fa, ritrovando - per uno di quei casi buffi della vita nonché del sistema scolastico italiano - la prof. Riganti seduta qualche banco avanti a me in una delle insignificanti ed interminabili lezioni di questo tieffea, ho fatto correre l'occhio - intontito certo più di allora - su capigliature nuche colli penne e fogli che giacevano compìti nelle file di fronte e un amo insinuante si è infilato di prepotenza dentro al sacchetto della mia memoria più fonda, per tirarne fuori, infine, la figurina di quella mano, di quelle dita, di quella timida districanza. E per dirmi hai visto? - lo fa ancora, esattamente come un tempo.

Quanti fotogrammi in movimento esistono dentro di noi pur senza un cartellino di riconoscimento; quanti tappi di biro mordicchiati, ciuffi ribelli, camminate storte, strizzate d'occhio sbilenco ci portiamo appresso e ne sentiamo solo un peso confuso, una stanchezza di fine giornata senza aver lavorato poi tanto.
E allora, ancora, quante impronte di dita sulla guancia, quanti pizzicotti, quanti sguardi pesanti a terra esistono, vivi e sopiti da qualche parte, in semplice attesa di un amo pretestuoso che li trascini, implacabile, alla riva del nostro io?

Io non voglio più portarmi addosso pacchetti senza titolo. Non voglio più districare nodi in fili appiccicati per sbaglio al maglione elettrizzato. E di certo non voglio, nello zaino, il peso strisciante e silenzioso di libri che mi hanno fatto piangere di rabbia e di cori di voci che mi hanno ferito.



D'ora in poi - e sarebbe bello riuscire davvero a renderlo realtà - non girerò più con le borse della spesa aperte alle mani di chiunque, sull'autobus da casa alla vita; niente più giacca sbottonata, nei corridoi ventosi della metropolitana del rientro, la sera; guanti spessi, sguardo diritto, scarpe imbottite.
E quando, nei lunghi interstizi di attesa dall'esistere, avrò voglia di riempirmi di parole, invece di ascoltare quelle dei vicini - di qualunque vicino - tirerò fuori dalla mia borsetta a tracolla verde militare un libro tutto mio, scelto da casa, con cui fare scudo, solidale, ai ritardi dei mezzi e alla monotonia del tragitto, fino a giungere, sana e intatta, allo zerbino di casa mia.

mercoledì 6 febbraio 2013

Al ristorante lady

Quel tratto di via Bazzanese è noto, per lo più, a causa della presenza del ristorante lady, il quale, a sua volta, vanta tale fama non certo in virtù di succulenti menù o di incantatorie promozioni, bensì a causa del più prosaico fatto di possedere, esattamente sotto al cartello che ne annuncia la presenza, uno dei più temibili autovelox della zona. L'autovelox del ristorante lady - si dice infatti in giro (per lo più accompagnandolo ad insulti e/o resoconti di multe ingiuste - c'è in effetti un limite dei 70 che nemmeno mia madre rispetterebbe spontaneamente - lei che di solito non ingrana mai oltre la quarta marcia, perché uh, ma come scappa via questa macchina!), e quel rettilineo di strada statale ha così la sua - tenebrosa - fama.

Ieri viaggiavo appunto lungo il tratto di via Bazzanese, quello del ristorante lady, e c'era un tale traffico da impedirmi pure di preoccuparmi dell'autovelox: i settanta li avrei potuti raggiungere soltanto con lo stratagemma op op gadget auto (quello - per intenderci - in cui le ruote della macchina dell'ispettore si alzavano sopra a tutte le altre sorpassando qualunque coda), ma, non possedendone la chiave, mi limitavo ad ascoltare note di musica impilate una sull'altra mentre la mia mano destra dialogava pigra e svogliata con le marce seconda e terza. 

Ci voleva, insomma, il traffico opaco delle nove di mattina per costringermi ad accogliere, nel fastidio covato di un risveglio faticoso, le immagini sensibili del di fuori dal finestrino; per prendermi la testa e farmela girare - e quanto ho visto stava proprio dalla parte opposta del ristorante lady - contro un vetro mal pulito, aldilà del quale, comunque, si distingueva piuttosto nettamente una stradina di campagna laterale con una vettura del 118 parcheggiata alla bell'e meglio intorno al fosso.

Le autoambulanze, per di più, le si vede in vorticoso e lancinante movimento; quando se ne trova una, ferma, lampeggiante ma silenziosa, davanti ad una casa o ad un locale il sabato sera, funesti pensieri di disgrazia si mescolano immediatamente ad una sinistra ed amara curiosità. Niente di tutto questo, però, ieri mattina, in quella stradina laterale posta esattamente di fronte al temibile autovelox del ristorante lady. L'ambulanza del 118 se ne stava beatamente sopita a cavallo di un fosso di scolo, con un lato leggermente più inclinato dell'altro - proprio come quelle auto parcheggiate in fila sui lungomari delle località di vacanza estiva - o anche solo alla periferia di grandi metropoli costiere: stravaccate, incuranti, sollazzate: chissenefrega se c'è un divieto di sosta, noi siamo al mare. Così se ne stava, ieri mattina, il veicolo ospedaliero, tirando un insperato sospiro di pace da sirene ed inchiodate; poco lontano da lui, due operatori del 118, in divisa impeccabile.



Uno dei due armeggiava impacciato con un cellulare ultima generazione, e gridava parole nervose all'altro capo di un impalpabile filo: si erano smarriti, presumibilmente, o non trovavano il civico, oppure qualcosa non funzionava nel loro autoveicolo, chissà. Ma non è stato il frenetico, dei due, a svegliare la mia attenzione sopita dai troppi sbuffare. L'altro, a qualche passo di distanza, aveva entrambe le mani infilate nelle tasche e, dopo aver delegato ogni segnalata preoccupazione al solerte compagno, girato con il volto dalla parte del sole - un sole tanto caldo quanto ormai insperato, dopo settimane di nebbia imperitura - chiudeva gli occhi ai raggi potenti del mattino e si prendeva a mani nude il suo spazio di pace in un lavoro di guerra.

E non mi importa - capite il mio metaforico punto di vista, ve ne prego - che quello fosse un medico di chiara fama, un chirurgo d'emergenza, un semplice portantino o un solerte infermiere di pronto soccorso; non mi importa nemmeno se ci fosse o meno, dall'altra parte della strada, del quartiere, della città o dell'intera provincia, qualcuno ad attenderlo, qualcuno malato, bisognoso, sanguinante o semplicemente solo. Le nostre giornate sono piene di persone che ci chiamano, ci vogliono, ci prenotano e segnano il nostro nome su agende e su rubriche. E' il nostro lavoro; è la nostra vita. Ma quando, dopo giorni e giorni in cui hai visto solo tre metri oltre il tuo naso, giorni di umido, di calci nel sedere - che fossero per rimproverare fallimenti o per festeggiare successi, sempre calci sono stati - , dopo corse su corse nella nebbia e nel fango, quando, dopo tutto questo grigio, sorge il sole su una via Bazzanese stremata dai flash di un impietoso autovelox, ed è un sole cristallino, beh, allora, cinque minuti per infilarsi le mani nelle tasche piene di matite e scontrini e per voltarsi a chiudere gli occhi al caldo sporadico di febbraio, chiunque dovrebbe strapparli alla vita e tenerseli tutti per sé.