MOLTEPLICI INIZI.


A proposito di:

interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.

mercoledì 18 settembre 2019

Elogio della lavagna

Sulla (sacrosanta) modernizzazione della scuola e di tutte le sue attrezzature tecnologiche molto è stato detto, scritto e pure gridato. Viva le LIM, quindi, e ben vengano i tablet, il registro elettronico, la de-materializzazione, le smart pen.
Ma non toccatemi la lavagna.

Nera, rigorosa, infrangibile, foriera di allergie.
Poco simpatica ad un primo pensiero, senza dubbio, ma preziosa come quasi null'altro sa esserlo tra le pareti di una scuola.

Poco fa, mentre tornavo da un secondo giorno filato liscio come ardesia, ho ripensato alla lavagna e ho trovato un motivo nuovo e diverso per volerle tantissimo bene, così tanto da annotarlo qui, per non scordarlo mai più.

Ma ripartiamo dall'inizio.

La prima volta che ho provato amore per la lavagna è stata voltandomi indietro, dopo aver fatto quei tre o quattro passi che separano la cattedra dall'ultima fila. Ti ho amato voltandomi indietro a guardarti - direbbe la mia tastiera se fosse quella di un poeta, e la frase potrebbe trovare uno spazio più che dignitoso stampata all'interno di una pellicola di baci Perugina. Quel giorno, voltandomi indietro a squadrarla, per la prima volta consapevole, mi sono innamorata della lavagna.

Portava scritte parole stratificate e accumulate nel tempo (un po' come il testo omerico e il cielo stellato sopra di noi), trapuntate lungo le due ore di lezione, e nel suo sghembo, polveroso e disordinato intrico stava nascosto il senso ultimo di quello spiegare, che neppure io avevo còlto nel profondo. C'erano dentro il mio carattere, la mia fretta, il mio entusiasmo e l'umore di quella mattina, tutti stretti e aggrovigliati nella grafia; c'erano le cose dette da loro, dagli studenti, impreviste guide verso la vetta; c'era il sentiero e c'era la méta, entrambi scavati nel buio del nero, a forza, fino alla bianca cima.
Come si può non amare ciò che in un colpo dà senso al tuo lavoro?

Ma oggi ho riflettuto di nuovo attentamente sulla lavagna e ho capito che c'è di più: che l'amore che le dobbiamo va ben al di là di noi singoli prof di quell'ora e copre come una coperta tutto il mondo della scuola, anche - e soprattutto - quello di cui le cronache parlano meno, e cioè il resto del mondo adulto.

Già alla fine dello scorso anno un collega - che anche solo in virtù di tale affermazione dovremmo ad onor del vero investire del titolo di amico - mi diceva che, entrando in classe dopo di me, si divertiva a leggere i brandelli delle mie (nostre) parole, e a tentare di agganciarci un filo, un chiodo, una rete, a cui si attaccassero, nell'ora a venire, anche le sue.
Quante volte abbiamo sentito parlare di interdisciplinarità? Ce n'è forse una più efficace di quella che la lavagna - paziente, nera, rigorosa - ci insegna ogni giorno se solo indietreggiamo di qualche passo per guardarla per bene?

Prima di oggi, ogni mattina, generalmente entravo in aula, appoggiavo lo zainetto e, per dare un attimo di respiro alla classe, le voltavo le spalle cancellando tutta la lavagna da cima a fondo. Aspettavo ancora un paio di secondi per captare qualche voce sopra il coro, per annusare i malumori e per prendere fiato, poi mi giravo e un due tre via cominciava la mia lezione.

Oggi, invece, entrando in una classe per la prima volta, tesa come sempre quando si squadrano una dopo l'altra venticinque facce nuove, ho cancellato malamente, tirando solo qualche riga veloce sopra ad ordinate divisioni in sillabe.
Ci ho anche scritto, poi, sulla lavagna e, nonostante fosse ancora il secondo giorno di scuola, a fianco di quelle sillabe separate hanno trovato spazio le cose da portare domani e qualche parola latina, scelta per presentarmi.

Scrivevo in mezzo a quegli squarci di nero lasciati liberi con gentilezza e, magicamente, non ero più sola.
Non ero più la sola adulta lì dentro. Non ero più la paladina del latino chiusa tra muti colleghi ostili; non ero più l'unica in grado di voler bene a quel mucchietto di spauriti pulcini usciti dal nido, quella che li capisce, la guerriera solitaria, l'impeccabile avvocato in un mondo di accuse.
Non ero più solo la prof di, ma ero d'improvviso anche la compagna di: ed il viaggio verso l'intervallo, come quello dalla cima di una montagna giù verso il mare, mi è parso all'improvviso molto più sereno.

Non cancellerò mai più del tutto la lavagna, da domani in avanti. I colleghi lavorano con la stessa argilla, sugli stessi banchi, impugnando ogni giorno gli stessi attrezzi; solo le loro mani sono diverse.
Meno male che c'è stata la lavagna a ricordarmelo.






(E poi, sempre grazie alla lavagna, dimostrano il loro quotidiano lavoro anche i bidelli, pulendola accuratamente dopo ogni giornata. Anche loro fanno parte della categoria scolastica degli altri adulti nella scuola, di cui troppo poco si parla, o troppo male. Ma questa è un'altra storia).


martedì 17 settembre 2019

Anniversari (Caro Manfredo)

La mia scuola ha qualcosa da festeggiare: sono ottant'anni che esiste.
Qualche mese fa mi è stato chiesto di scrivere un pezzo sulle pagine dell'opuscolo dedicato, pubblicato e distribuito per l'occasione. Lo appoggio anche qui, come tutto ciò che esce dalla tastiera di questo computer e che mi dà gioia rileggere.

(W la squola.)


Caro Manfredo,
sono ormai ottant’anni che esiste una scuola intitolata alla tua memoria e nel prepararci ai festeggiamenti qualcuno di noi ha avuto la curiosa idea di venire a chiederti come stai.
Ottant’anni, sì: precisi. Sappiamo contare bene, perché la scuola è nata come liceo scientifico e ha già conosciuto diverse generazioni di irriducibili insegnanti di matematica. Sono solo ottant’anni e, no, non si tratta dell’Accademia Militare di Modena, che pure tu hai gloriosamente contribuito a fondare ben centosessant’anni fa; forse la notizia ti deluderà, ma siamo un semplice liceo di provincia, nella tua città natale, e di militare i nostri studenti hanno ben poco, se si eccettuano certi eccentrici pantaloni col cavallo basso. Pressoché nessuno imparerà a sparare con un fucile o marcerà sudando sotto un elmetto; non saranno certo in molti a potersi cucire gradi sulla divisa e forse solo uno sparuto numero di loro saluterà il proprio superiore con un gesto marziale della mano, mettendosi sull’attenti.
Tante cose sono cambiate da quando c’eri tu, sulla scena del mondo, caro Manfredo. Non mi è ancora ben chiaro quanto tu sappia di ciò che, nel frattempo, è accaduto nella terra dei vivi, e cercherò dunque di dosare con prudenza le notizie: in fondo, sono qui solo per chiederti come stai, non certo per provocarti sconvolgimenti esistenziali.
L’esercito italiano, ad ogni modo, esiste ancora e questo contribuirà a rassicurarti, ne sono certa. Anche l’Italia esiste ancora, e con qualche (consistente!) pezzo in più rispetto a quando l’hai lasciata. Quindi, innanzitutto: grazie. Grazie per aver dedicato il tuo tempo a combattere perché questa nazione esistesse e perché Carpi ne facesse parte. Grazie anche per aver immaginato un luogo come l’Accademia Militare: negli anni della mia istruzione superiore, a Modena, le finestre del liceo affacciavano proprio su quelle del Palazzo Ducale e, durante le faticose ore di latino, indirizzare ai cadetti un saluto fugace o cuoricini disegnati su pezzetti di carta rappresentava per noi uno dei diversivi più eccitanti. So che probabilmente non lo immaginavi tra i benefici potenziali del tuo ambizioso progetto, ma questo è proprio ciò che contraddistingue le Grandi Invenzioni dell’Umanità, i cui effetti spesso travalicano – con autonoma genialità – le intenzioni dei loro ideatori.
Un’altra cosa che credo ti farà piacere sapere è che nel nostro liceo – l’unico in Italia a portare il tuo nome, ci tengo a sottolinearlo, e quindi, con un buon margine di probabilità, anche l’unico al mondo e il solo nell’universo – molti studenti, oltre alla matematica, studiano il francese e lo spagnolo: tu, che hai visto Francia e Spagna accogliere il tuo esilio e contribuire non poco alla tua formazione (per non parlare dell’amore!), non potrai che approvare questa scelta, con quel severo cipiglio che abbiamo imparato a riconoscere dalle poche tue immagini che sono giunte fino a noi. Occorre però precisare che si insegnano anche l’inglese e – siediti prima di continuare a leggere – il tedesco. Devi capire che l’Austria da tempo non è più nostra nemica e non è neppure più un impero, ma un semplice staterello un po’ schiacciato, da quando – e lo preciso sapendo che fremerai di orgoglio – ha perso una guerra grande e sanguinosa nella quale noi, cioè l’Italia, abbiamo incredibilmente scelto di stare dalla parte vincente; oggi, addirittura, Italia e Austria siedono fianco a fianco, insieme a tanti altri paesi, in un grande Parlamento che si chiama Europa.
Tradimenti, ostilità, contestazioni, nemici e divergenze politiche popolano ancora il mondo, quello con la M maiuscola e anche il nostro piccolo universo scolastico. Nuovi Garibaldi e diversi Cavour occupano i posti che contano, mentre la maggior parte di noi siede su sgabelli in ultima o penultima fila, o nel banco che dà sulla finestra, con mano pronta ad afferrare gli scampoli di felicità che la vita ci offre, e spesso in maniera inattesa.

E tu? Quando sei stato davvero felice? Cronache e storie che si trovano su internet – un’immensa enciclopedia condivisa da tutti gli abitanti del mondo, probabilmente la cosa che più ha rivoluzionato le nostre vite negli ultimi vent’anni – ci parlano solo di battaglie vinte e discussioni ministeriali, ma io voglio credere che, per te come per noi, i momenti più belli dell’esistenza siano stati – anche, e soprattutto – tra le pieghe delle grandi date, nascosti in mezzo alle ricorrenze più roboanti, ai margini delle vittorie e nei cantucci dei riconoscimenti.
Passeggiavi anche tu sotto i portici di piazza dei Martiri (anzi no, piazza Maggiore ai tuoi tempi), nelle afose estati emiliane, sentendoti piccolo e schiacciato di fronte a quell’infinito spiazzo assolato, eppure fiero, da carpigiano, di farne parte? Capitava anche a te, quando il sole scende e rade la campagna allungandosi come a volerne toccare le punte, di camminare fuori dal centro abitato e di spingere quasi allo stesso modo lo sguardo lontano, da tutte le parti, per godere di quella terra bassa, uniforme, rassicurante e addomesticata, sempre amica a se stessa? Ti ritrovavi forse, ogni tanto, durante le marce, ad ascoltare il ritmico rumore dei passi altrui, indissolubilmente mescolato al tuo? Percepivi – come accade a volte, giusto per un istante – in quel coro muto di sforzo comune un guizzo di energia felice, per quegli io che con naturale armonia sembravano diventare un noi?
È un mondo stravolto e bizzarro, caro Manfredo, quello in cui oggi viviamo, così distante dai tuoi orizzonti che devo pesare ogni parola prima di scriverla. Sono sillabe immateriali, volatili, irraggiungibili, che stendo una a una su un supporto che non è più carta e con un tratto che non sa più di grafite.
Per raggiungere la scuola, ogni mattina, studenti e professori percorrono strade intitolate a eventi cruciali cui non hai potuto assistere (al 24 maggio 1915, per esempio, avresti di certo partecipato con entusiastico impegno) o a personaggi che hanno cambiato i contorni del nostro pensiero in un modo che non potevi prevedere (Giovanni XXIII – un papa! – oppure altri, dai nomi impronunciabili e in idiomi stranieri, come Einstein, Lenin, Roosevelt); il nostro andirivieni quotidiano celebra martiri che per tua fortuna non hai dovuto piangere: per chi viene da fuori, verso la campagna, c’è via 29 maggio, che ricorda un terremoto violento e impietoso di soli sette anni fa, mentre in città rimarresti forse perplesso di fronte a vie dedicate alla sedicenne Anna Frank o a un magistrato della lontana Sicilia, che di cognome faceva Falcone. Industrie, capannoni, parcheggi ed enormi ammassi di negozi chiamati centri commerciali punteggiano oggi un panorama che stenteresti a riconoscere.
Tutti i giorni, da settembre a giugno, adolescenti tra i quattordici e i diciannove anni si alzano, sbadigliano, bevono un caffè e si dirigono assonnati, percorrendo questa nuova Carpi, verso una scuola statale e gratuita, dove non ci sono generali (o meglio, dove ce n’è uno, sì, ma che porta i tacchi e ama dipingere i muri di giallo) né uniformi; non ci sono reggimenti, armistizi, brigate. Tutti i giorni, da settembre a giugno, piccole formiche dai vestiti variopinti varcano un cancello che reca il tuo nome, Manfredo, per vivere cose che ti lascerebbero di sicuro a bocca aperta: fotografie, disegni, giochi, canzoni, merende, risate. Eppure, caro Manfredo, a loro modo, tutte queste strambe formichine fanno qualcosa che anche tu, vicino e diverso, sapresti riconoscere: brandendo nella destra non fucili ma penne, cellulari e mani altrui, studenti e professori, ogni giorno, combattono una piccola ma energica battaglia. Per essere ogni giorno un po’ più uniti, un po’ più liberi; ogni giorno un po’ migliori.

Tutto sommato, quindi, noi stiamo bene, qui al Liceo Fanti, e speriamo che anche per te sia lo stesso.

Buon compleanno a noi e anche un po’ a te.

mercoledì 1 maggio 2019

Io accolgo te

Il 18 maggio duemiladiciannove molto probabilmente pioverà.
Tinni se lo ripete docile e convinta da ormai nove mesi e sta lentamente imparando ad abituarsi anche un po'.
Il 18 maggio duemiladiciannove molto probabilmente pioverà e tutte quelle goccioline di acqua accorreranno, molto anticipatamente invitate, per presenziare ad un evento piuttosto importante per la vita di Tinni e per quella di un'altra persona, e cioè il suo matrimonio.

Mi sembrava doveroso che - a circa nove anni di distanza dacché questo spazio virtuale ha visto luce e parole per la prima volta - anche le mura bianche ed arancioni del blog ricevessero impronta immateriale di tale evento: perché è proprio da qui (o da qui vicino), da queste formichine nere su candida schermata, che la bottiglia dell'amore che verrà stappata il 18 maggio duemiladiciannove - vino su acqua piovana, giusto per ribadire il concetto - si è riempita gorgogliando, soprattutto sul fondo iniziale.


Tinni, insomma, si sposa. Tinni ha scelto. Tinni dirà sì.

Ci sono pomeriggi particolarmente ingarbugliati - specie a cavallo della chiusa del quadrimestre - in cui quasi nessuna luce riesce a filtrare tra le intricate funi delle incombenze scolastiche più pesanti: verbali, prenotazioni, diagnosi, moduli, adozioni; ma, più di ogni altra fune: correzioni.
Chi abita oltre la soglia di una cattedra non lo sa, che le correzioni fanno male, spelano le mani, bruciano il cuore e appallottolano ogni buona volontà. Forse chi vive lontano da una scuola immagina un assetato furore punitivo; mia madre pensa ad un confortante abbraccio di massa; gli studenti probabilmente ipotizzano veloci scarabocchi su voti già decisi. Ma solo un insegnante sa. Solo un insegnante sa quanto dolore si accartocci nel leggere righe sempre sbilenche che mai riportano ciò che tu vorresti aver trasmesso. Quanto appassiscano in fretta, al suono delle correzioni, la gioia tintinnante di una lezione che ti pare riuscita, l'entusiasmo di uno sguardo che vola dal libro a te e poi di nuovo al libro, l'intelligenza di una domanda, l'affetto di un va bene. Tante volte si esce sconfitti dalle correzioni, e corretti a propria volta da milioni di la prossima volta lo dirò meglio, da domani mi metto a ritirare i quaderni, devo imparare a parlare più lenta, bisogna che cominci ad insegnare come prendere appunti, sono stata troppo buona e lassista. Un velo amaro copre così, ad ogni correzione, quelle ore pomeridiane così preziose per ricaricare energie e conoscenze, trasformando tutto in un boccone di fiele.
E arrivano amaramente le diciannove.
A volte è il brontolio della pancia che mi impone di mettere un punto, in rosso, a quel doloroso strazio, e allora all'impotenza didattica si sostituiscono in fretta quella culinaria, organizzativa, domestica: il frigo è ancora vuoto, si può preparare una pasta soltanto con le olive nere rimaste da ieri?
Altre volte i miei genitori scrivono per piatti accordi sull'indomani; o la lavastoviglie bippa, o il campanello suona (nuove offerte luce e gas), o ancora il Napoli fa goal e il palazzo rimbomba delle urla giù al primo piano.
In tutti questi casi mi strappo disgustata dall'ingombra scrivania per trascinarmi istupidita nell'altra stanza, attenta a non portare troppe scorie di là, a non contaminare l'altro tavolo, quello della nutrizione, a chiudere bene il tappo della biro e del rancore.
Tanti pomeriggi finiscono così, con la porta chiusa a fatica sulla scuola e l'anta del frigo aperta e perplessa su di una cena che fatica a realizzarsi.
Tanti pomeriggi ma non tutti.
Tanti pomeriggi si sono chiusi così, ma alcuni invece no e finalmente posso dipanare il motivo per cui sono arrivata a parlare di correzioni scolastiche in un post che avevo cominciato annunciando un matrimonio.
I pomeriggi che non si sono chiusi così, al margine di una pila di verifiche già soffertamente corrette, sono riusciti ad evitarlo perché alle diciannove e qualchecosa il display del cellulare si è illuminato e sopra ci ho letto il nome di lui.

Srotolare in parole ciò che succede in quelle telefonate è impresa quasi impossibile; solo una lunga metafora può riuscirci. E così, volando ancora una volta di palo in frasca, vi parlerò di piscina.
Nove anni fa, quando questo blog si apriva, Tinni cioè io aveva paura dell'acqua; cinque anni dopo le braccia di lui mimavano un gesto simmetrico e placido con il quale, a suo dire, avrei potuto sconfiggere la morsa dell'annegamento, da me considerato fino ad allora inevitabile. Fu così. Imparai a nuotare grazie a quel placido e simmetrico mimo e anche grazie ad un paio di altri trucchetti preziosi come quando ti senti stanca, butta su il culo (cit.), che ritengo ora giusto condividere grata con l'etere.
Tinni imparò a stare a galla - grazie al mimo - e poi a respirare a stile - grazie ad insegnanti testardi e pazienti, al fianco di un'amica, due sere a settimana - e infine pure a fare la virata - grazie (quasi) solo a se stessa, e oggi cerca di spazzare via impegni e stanchezze almeno dalle mattonelle di due ore, il venerdì, per concedersi il lusso di qualche vasca in piscina.
Fine dell'antefatto.
Quando il telefono suona, alle diciannove e qualchecosa, e tutto quello che Tinni vuole - fino all'istante prima di veder comparire quelle due sillabe sullo schermo blu - è soltanto chiudere occhi, penna, libro, giorno, vita di fronte all'amarezza che la assedia, quando il telefono suona e dall'altra parte c'è lui, Tinni per un attimo ritorna in piscina. Come quando si siede a bordo vasca e - mentre le natiche fanno ciao ciao alla colonia di funghi che probabilmente prolifera pacificamente lì sotto - la testa le martella incessante perché? chi me l'ha fatto fare, con 'sto freddo, di venire fin qua?
Come in piscina, è questione di secondi. Il nome che compare sul display è la mano invisibile che la spinge a buttarsi, anche oggi, anche con 'sto freddo, anche se avrei potuto andare in posta, finché era aperta. I brividi di gelo delle prime quattro bracciate sono la fatica di accettare un contatto umano dopo ore di smacchi rabbiosi, ma svaniscono prima di toccare l'altra sponda. E poi arriva l'acqua, quella vera: l'acqua che ti culla e accoglie diventando la forma più adatta, ogni istante, al tuo corpo che la fende, impacciato, scattoso e convulso.
Perché se chiamasse qualsiasi altra voce, alle diciannove e qualchecosa, non riuscirei a raccontare nulla: come spiegare all'amico d'infanzia che Manetti mi ha deluso, che forse Bertocchi ha copiato, che pensavo che almeno stavolta Battista avrebbe capito? Meglio sorvolare su di un generico sono stanca, ho corretto tutto il pomeriggio. Meglio andare alla posta, finché è aperta; meglio correre a casa e infilare la testa sotto la coperta del divano, per incamerare preziose energie.
E se chiamassero altri (dei colleghi?) e avessi la possibilità di balbettare qualche nome, qualche numero, qualche citazione dell'orrore, che cosa accadrebbe se non un semplice ma certo di conforto? Se andassi in palestra, se frequentassi un corso di aerobica, se pedalassi lungo una ciclabile, le molecole di vita intorno a me si armonizzerebbero - morbide e carezzevoli - come accade quando si nuota?
Le sue telefonate sono così: si plasmano al suono di un silenzio attento e cullano i miei rancori inframezzandoli - ogni tre o quattro bracciate, a seconda della stanchezza - con una boccata di domande mirate ed acute. E a fine allenamento, puntualmente, ritrovo una Tinni affamata - di cibo, di vita, di scuola, nonostante tutto - e una schiena non più dolorante.

Perché sposarsi, dunque? Perché dire sì?
Quelle telefonate acquatiche stanno per Tinni sulla cima assoluta della lista, quasi a pari merito col secondo posto, quello del mimo simmetrico che mi ha permesso di imparare a tenermi su.
Chi legge questo blog da lontano probabilmente non sarà là a tirare coriandoli o riso, il diciotto maggio duemiladiciannove, ma era bello che potesse almeno leggere, da lontano, questa speciale promessa, questa bizzarra dichiarazione.
E se, alla fine, dovesse piovere per davvero, vorrà dire che ci lasceremo cullare dalla forma dell'acqua e mimeremo insieme, ridacchiando, quell'antico gesto pacato, con la faccia rivolta all'insù.



domenica 14 aprile 2019

Riparare ed essere riparati

Poi, però.

Poi però passa del tempo, come tra il primo ed il secondo post di questa coppia narrativa, e anche le finestre di Tinni - nonostante i doppi vetri - cominciano a tremare quando un vento freddo scuote le case del paese e porta il gelo improvviso a metà di aprile.
Poi però, nonostante gli interstizi tra le varie riparazioni - i secondi tra un'infilata e l'altra dell'ago, i centimetri tra un passo e l'altro lungo il vialetto delle casupole da sistemare - siano pochi e brevi, capita che anche lì, facendosi spazio a spallate e strattoni, entri ogni tanto un po' di dolore.
Poi però, a forza di dire agli altri che sì, vanno bene così come sono, Tinni perde la voce per dirlo a se stessa, e si ritrova la casa e l'anima un po' vuote, alla fine delle sue rumorose giornate, dalle otto all'una.

Tinni arriva in casa, chiude la porta dietro di sé, si accoccola in un angolo del pavimento, sgranocchia una galletta di riso scondita e decide di rimanere lì, ferma, ad ascoltare il rombo del vento sui vetri, sempre più fragili, pensando: "non ho voglia più".

Che fare?

La mattina seguente la sveglia del cantiere suona puntuale alla stessa ora, e Tinni ha appuntamento in una casa per spiegare Manzoni e riannodare qualche filo penzoloni, su di un lembo di stoffa che la volta scorsa le era apparso slabbrato.
Entra col volto stanco, predispone gli operai in cerchio intorno a sé, apre lo zainetto - nuova carriola - ed all'improvviso si accorge che il giorno prima ha dimenticato di riempirlo. Niente libro di Manzoni, niente cassettina con ago e filo, niente scotch, niente colla stick.
Il peso del groviglio dei suoi pensieri si era confuso con quello degli strumenti di ogni giorno.

Che fare?

Prof, le presto il mio, se vuole. La voce di qualcuno che di solito non si sente mai spunta dal fondo dei ranghi operai. Va bene, facciamo così: io leggo e voi ascoltate.
Non ha più nulla di pronto, lei che di solito programma preliminarmente ogni cucitura e tutte le righe, e allora pur di sopravvivere lungo le due ore insopprimibili si affida a quello strumento di cui normalmente tanto diffida, tirando a fare le dieci.
Siete pronti? Io comincio.
Le parole altrui scorrono grigie sulle note della sua voce, tanto che in poco tempo Tinni smette di farci attenzione. Il groviglio doloroso vede da lontano, dalla sua postazione di agguato dentro lo zainetto, che la mente è libera, che il bersaglio è facile, che è il momento di attaccare almeno i margini del cervello, e si mette in cammino, strisciando muto lungo le pareti della casa.

Poi però.

Quando ormai è arrivato sull'orlo dell'anima, che le sembra sgombro e fragile al punto giusto, all'improvviso un involucro duro di vetro si erge invisibile a separarlo dalla méta. Da dove viene? chi ha costruito questo muro inflessibile ed immateriale?

E' il silenzio della classe.
Succede infatti che Tinni, a forza di leggere parole monche condotta ormai dalla corrente di una pagina autonoma, ha finito per cullarsi non tanto dentro a quei termini che da tempo hanno smesso di dirle qualcosa, quanto piuttosto dentro alle pieghe confortanti e rispettose di un silenzio che, rispetto ai giorni normali, oggi si è fatto perfetto.
La classe, che ha respirato fin dal suo ingresso - senza capirlo - il peso del groviglio che le ancorava lo zainetto a terra, ha tacitamente deciso di cucirle intorno un cuscino più morbido del solito: ciascuno ha messo da parte i propri strappi, le cose rotte sono state infilate alla bell'e meglio sotto i banchi, e gli operai, semplicemente, hanno scelto la quiete.
Tinni si risveglia da questo torpore e sono già le 9.55: il groviglio non ha fatto capolino nemmeno una volta, le pagine del libro si sono ammonticchiate diligentemente una sull'altra, le occhiaie ammorbidite, la fame è ritornata.
Vuole una patatina rustica, prof?

Ebbene, allora: insegnare non è costruire, no, ma non è nemmeno, univocamente, riparare. 
Insegnare è riparare ed essere riparati: un po' per ciascuno, secondo i bisogni, e le capacità e i pacchetti di dolore di ognuno di noi.

E adesso che ha imparato a starci attenta, Tinni si accorge che quasi ogni giorno i suoi bottoni e i suoi orli e le fessure del suo pavimento sono minuziosamente ed impercettibilmente accomodati.
Le risate convulse delle alunne tra loro prima di una prova temuta le incurvano le labbra in un involontario sorriso, sussurrandole pacatamente che è questo l'unico modo per andare incontro ad una paura.
La testa che si china annuendo di fronte ad un risultato insufficiente ma meritato, e poi subito dopo si rialza dignitosa e composta, riproponendosi di far meglio, cura più che ogni dose massiccia di antidepressivo.
Le domande, da quella profonda e stupefacente sul confronto degli eroi manzoniani e foscoliani, fino al posso andare in bagno ché poi all'intervallo c'è la fila, la mettono in condizione di cercare dentro di sé risposte chiare, di spazzare via la polvere dagli angoli e di aprire la porta ad una luce nitida.
Il genitore che resta in fila due ore, in piedi, per sedersi anche solo qualche istante di fronte a lei e stringerle la mano per dirle grazie; i passi dall'ultimo banco alla cattedra, esitanti, durante l'intervallo, per venire a raccontarle qualche banalità avvenuta nel pomeriggio precedente; il rispetto di uno shhh sibilato alla classe quando i miei occhi invocano la pace. Tutto questo cura, cuce, riempie, allevia, ripara.
E' il mestiere più bello del mondo, ve lo avevo detto mai?


lunedì 1 aprile 2019

Educazione edile

Tinni andava al liceo e un giorno, proprio in questo stesso periodo dell'anno, così foriero di foglioline e nuove consapevolezze, ha aperto gli occhi e ha capito che di mestiere voleva fare quella che costruisce il sapere. Negli altri, però, soprattutto: voleva accumulare mattone dopo mattone all'interno di sé, prima, e poi in particolare dedicarsi anima e corpo ad erigere piccolissime cattedrali di cultura nelle vite di chi si sarebbe seduto al di là della cattedra.
Insomma, lo avete capito anche fuor di metafora: Tinni ha scoperto - ed era primavera, ne sono certa - che voleva diventare insegnante.
E così è stato. Mucchietto dopo mucchietto: calce; cazzuola. La laurea appesa sulla porta del suo nuovo edificio interiore - e poi l'abilitazione, sul retro, nel caso qualcuno volesse entrare da lì - hanno dato agibilità al palazzo e da quella via - così almeno pensava - sarebbe uscita ogni mattina, diligente sulla sua panda nuova, per aiutare nuovi operai a costruire case così.

Costruire case di sapere. Nozioni, idee, collegamenti, poesie, declinazioni. La sua carriola era piena di oggetti e di cultura e per qualche mese il solco dei suoi passi, dentro e fuori dai cantieri, è stato l'unico via vai di giornate colme di prime volte.
Poi però.
Poi però è accaduto che, al bussare quotidiano sulla porta del cantiere di un alunno, una mattina, si è sentita rispondere che no, quel giorno non si sarebbe lavorato. Il muro di un'altra casa, nella classe a fianco, era stato nottetempo abbattuto (qualche sabotatore di passaggio?) e quindi non le sarebbe stato possibile sistemare il nuovo vagone di mattoni in arrivo.
Qualche settimana passava indenne - apparentemente - e poi di nuovo nuovi inghippi. Qualche operaio piangeva (come dici? il vicino ti ruba la malta? non riuscite proprio a condividerla?), qualche altro inveiva; un gruppetto, verso il fondo della classe, si stringeva impaurito di fronte alla prima prova di tenuta delle mura: un grosso temporale in avvicinamento. Altri ancora fermavano di continuo il lavoro affermando che loro, di cemento, ne avevano già la casa piena - sotto forma di lacrime solidificate - e non ne avrebbero accolto un etto di più.
Cominciavano, di lì a poco, anche le prime telefonate degli appaltatori. A che punto siamo coi lavori? - chiedeva il Comune. I miei operai si comportano bene, vero? - miagolavano i referenti delle diverse squadre.
Tinni si fermava, spaesata ed ansante, al bordo delle vacanze di Pasqua: che fare? Continuare imperterrita con carriola e panda, ogni mattina, a dispetto di intralci e scoppi di pianto?

No, si diceva appoggiando gentile la carriola al muro di cinta del suo giardino e preferendole una fetta di colomba pasquale: forse non avevo poi del tutto capito. Insegnare - sillabava silenziosa dentro di sé - non dev'essere tanto costruire, ma piuttosto riparare.
Risultati immagini per nastro adesivo
E allora al macero i sacchi di cemento in polvere, in soffitta cazzuole e martelli: si riparte da qui, da colla e nastro adesivo.
I piccoli strappi quotidiani ha imparato a ricucirli in poche settimane: delusioni per un voto al di sotto delle aspettative, noia, ansia dell'incontro con quel volto all'intervallo, fame, incapacità di star fermi. Ogni operaio finalmente apriva la porta del suo cantiere ad una Tinni senza più planimetrie e livelle tra le mani, e lasciava entrare il nuovo vento della fiducia.
Posso abbracciarla, prof? Chiedeva qualcuno a fine anno, e concedendo parca il privilegio la nostra insegnante-riparatrice si sentiva risolta ed importante.
Capitava, certo, ogni tanto, anche qualche voragine più dura da riempire: nostalgie ataviche, paura di se stessi, mamme di troppo, mali oscuri che divorano la fame. Ma Tinni non si lasciava scoraggiare: era sicura che a suon di amore e citazioni avrebbe trovato, ancora una volta, un ago ed un filo sufficientemente potenti.
Qualche volta gli operai si presentano in coro, a piangere per una settimana più dura delle altre, o per una verifica di punizione troppo severa, e chiedono al loro capo cantiere di intercedere presso altri esseri umani; in quei casi occorre togliersi le scarpe anti-infortunistiche, indossare pantofole di velluto e avvicinarsi al collega di traverso, senza colpire, brandendo il bene come unica spada.
Di tanto in tanto anche un papà o una mamma depongono gli abiti dei capisquadra e invece di domandare ansiosi se devono spedire il figlio a ripetizioni di latino propongono a Tinni che gli ricucia l'orlo dei loro pantaloni.
Vado bene così? Chiedono insomma adolescenti e adulti ogni giorno a Tinni, dalle sette e trenta di mattina fino alle tredici e dieci, e lei, imperterrita, risponde di sì in tutte le lingue che sa.

Poi però.
(continua)



giovedì 7 marzo 2019

C’era una volta la Luna


 (Ariosto, telefoni e monete)

Dove finiscono i numeri di telefono fisso che scompaiono all’improvviso?
Dove si accatastano, dismesse, tutte quelle cose che non si toccano ma dalle quali siamo presi per mano, giorno dopo giorno, e accuditi lietamente nei nostri bisogni primari?
I numeri del telefono fisso; gli indirizzi delle case di montagna; le prime giornate di sole della primavera (quando viene l’inverno) e i bagliori della città notturna dietro alle rassicuranti imposte (quando torna il mattino); le canzoni dentro alle musicassette, l’appello di una classe ormai promossa, il profumo del maglione di un amico, si riuniscono per caso tutti insieme?

Ariosto amava pensare alla Luna, come méta di tutto ciò che sulla terra, quotidianamente, si perde: e allora anche io, oggi, mi accodo a lui, aggiugendo a quel quadro extraterrestre un angolino speciale.

Dietro alla faccia della Luna che l’uomo vede ogni notte, infatti, secondo me c’è una mite montagnetta che accoglie, sopra di sé, quello che ha vissuto sulla terra senza mai essere vivo e che, ad un certo punto, semplicemente non ci è stato più.

Il thè è la bevanda che tutti sorseggiano – seduti per terra taluni, sopra ad un telo i più previdenti – mentre con la nostalgia prudente di chi chiude la porta per sempre rievocano i momenti più gloriosi del loro essere là. Gite scolastiche, crisi di nervi, feste a sorpresa sono i più raccontati, ciascuno alla propria maniera, dal proprio invisibile punto di vista, mentre buoni e silenti gli altri inghiottono liquido caldo annuendo avveduti.

Ma ai piedi di quella montagnetta serafica, poco lontano dal cerchio pacato delle cose che hanno vissuto senza vita, si agita incerto un altro grumo di idee. Ha avuto poco tempo per rendersene conto, ed è per questo che si aggira inquieto senza osare interrompere il ritornello sottovoce dei non più seduti in cerchio, di cui pure avrebbe così tanto bisogno.
È il mucchietto delle cose che dal perenne oblio stanno per essere riagganciate alla mente dell’esistenza: così, senza apparente motivo, con la stessa imperscrutabile armonia che ha reciso quel filo telefonico e trasferito il collega lontano. Sono le parole delle canzoni in inglese che tutto ad un tratto qualcuno riconosce, sgranandole dal baccello dei suoni indistinti, dopo aver riascoltato quel brano in ogni spazio e in ogni tempo; sono la margherita che sbatte la testa contro il cemento, tante e tante volte, e solo quando ha salutato per sempre le proprie radici riesce a fare capolino al margine del marciapiede; sono una lettera d’amore nella bottiglia, approdata e letta anni dopo il matrimonio, l’orchidea rifiorita in soffitta, la moneta in lire ritrovata nell’era euro. Sono tutte le cose dimenticate prima ancora di prendere il via, e che ad un tratto, chissà perché, tornano alla mente. Ma come potranno tornare alla mente, loro che in una mente non sono mai state? Come sapranno orientarsi per strada, chiedere aiuto, trovare la casa? Il tempo stringe e la chiamata è imperiosa: non resta loro che farsi coraggio, e bussare nervose alla cima della montagna mite, dietro a quella faccia di Luna che l’uomo – che le aspetta senza saperlo – vede ogni notte.

È permesso? – chiederanno titubanti senza regolare il proprio tono di voce sul soffuso chiacchiericcio dei mai piùavremmo bisogno di voi.
E i numeri di telefono, allora, gireranno i loro colli così fissi verso quelle voci tanto più squillanti delle loro, e sbigottiti ritroveranno il sapore delle dita sui tasti a comporre proprio il loro prefisso. Bisogno di noi? Davvero?

Di fronte a quelle paia di occhi sgranati, a quel silenzio curioso, a quelle tazze di thè protese e ricolme, tutte le idee morte sul nascere sentiranno improvvisamente intorpidirsi le loro dita di vita. Chiederanno allora consigli, strade, indirizzi, recapiti. Solleciteranno suggerimenti, accoglieranno storie esemplari. Passerà così tutta la notte, mentre gli uomini, laggiù, ammireranno stolti la parte sbagliata della Luna, senza immaginare che, lontano lontano, qualcuno prepara per loro sorprese ed arrivi.

E giungerà il mattino; e le margherite, le parole delle canzoni inglesi, le orchidee e le bottiglie si metteranno tutte in fila, pronte e sagge, per il nuovo viaggio che le attende.

Ma la moneta da duecento lire, ultima arrivata della schiera, ritardataria nel suo rotolare gentile, si accorgerà per prima che qualcosa non va. Un mormorio diffuso, un rumore bianco di sospiri, odore di lacrime. Qualcuno, da qualche parte, sta soffrendo.
E rotolando dolce verso un fossato, ai piedi di quella montagnetta mite, troverà qualcosa che, fino ad allora – come tanti, come tutti – nessuno aveva notato.

Risultati immagini per duecento lire

Perché sulla Luna non ci sono solo le cose che l’uomo perde, quaggiù – come raccontava Ariosto; non ci arrivano soltanto i vecchi numeri di telefono dismessi; non si accumulano, in attesa di ripartenza, unicamente le idee che tornano senza essere mai salpate. No. Ci sono anche, ben nascoste per la vergogna dentro un fossato ai piedi del monte, tutte le cose che non sono mai nate, non hanno mai vissuto e che la speranza di esistere ha abbandonato definitivamente. Ci sono gli amori impossibili, le tracce dei CD che non vengono masterizzate (quelle che il lettore dopo un secondo salta e passa automaticamente alla canzone successiva), i treni annullati, i rullini che hanno preso luce, le parole mai arrivate a destinazione (non ascoltate, non digitate, non pronunciate): un profluvio di participi passati accompagna inesorabile queste anime secche, senza un prima né un poi da raccontare al vicino. Ed è per questo che piangono lacrime asciutte ogni volta che un nuovo treno di canzoni inglesi e monete fuori commercio salpa esultante verso il nostro pianeta. Piangono, sospirano, lamentano. E restano lì, nel loro fossato perdente.
Da lì, da quel fossato perdente, hanno visto arrivare i primi numeri di telefono fisso, quando i cellulari hanno cominciato a bussare prepotenti alle vite degli uomini, hanno assistito alla colonizzazione delle musiche su disco, prima, e su nastro, poi; erano già lì quando è volato sulla Luna il senno di Orlando e si sono nascoste bene, quando Astolfo è arrivato a cercarlo. Gli amori impossibili non finiscono mai – ha detto qualcuno: e chi è stato sulla Luna aggiunge che non finiscono mai di piangere secchi, lassù, osservando ogni giorno arrivi e ripartenze, aridi ma tenaci.

Finché, un giorno (quel giorno), la monetina da duecento lire li scoprirà gementi e, in barba al suo ritardo sugli orari di avviamento, si chiederà se non sia il caso – vista la loro lunga esperienza di osservatori – di porgere anche agli amori impossibili qualche domanda pratica. Che cosa ne pensano, loro, del suo programma? Quante monete hanno visto arrivare, nei secoli, spogliate di ogni bene, prima che ci pensassero archeologi e collezionisti a regalar loro una nuova casa? Meglio fare come i sesterzi o come i franchi? Come scegliere il nuovo padrone?
E sentendosi apostrofare per la prima volta in vita loro, sferzati da quella curiosità così aliena, gli abitanti del fossato senza speranza si stringeranno prima nelle spalle, si guarderanno poi attorno circospetti, e infine, con lo sguardo verso il proprio ombelico, si chineranno su di sé. Per accorgersi che, in tanti secoli di partenze e abbandoni, a forza di vegliare su nascite e morti, proprio in mezzo a quel rumore bianco di sofferenza ovattata sono riusciti ad accogliere e ascoltare più di chiunque altro, sulla Luna.

La monetina da duecento lire si metterà dunque a rimbalzare tra un amore impossibile e una traccia mp3, raccogliendo qua e là preziosi frammenti di affetto e di cura, dimenticati ed incrostati laggiù, sul fondo del fossato, in partenze troppo frettolose e arrivi eccessivamente melanconici, lungo tutti questi anni. Per salutarla, alla fine, lei che per prima e sola avrà intuito la loro antica ricchezza, si alzeranno tutti – anche se a fatica, anche in mezzo a rinsecchiti reumatismi – e raggiungeranno il resto della ciurma sulla cima della montagnetta mite, sempre invisibile agli occhi umani che scrutano la Luna senza trovarle il senso.

L’ultimo consiglio, il più prezioso, sarà però di un decrepito rullino degli anni settanta, di quelli che – se non avesse incontrato la luce – avrebbero fissato istanti rossicci di vacanze e barricate. Psst! – gli balbetterà ad un orecchio – appena incontri una cabina telefonica, prova a buttarti nella fessura, ché magari il meccanismo si fa fregare e tu riesci a telefonarci, anche solo per uno squillo, per raccontarci come va.
Che numero devi comporre, vuoi sapere? Beh, è molto semplice, te lo scrivo qui: 059799406.