MOLTEPLICI INIZI.


A proposito di:

interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.

giovedì 7 marzo 2019

C’era una volta la Luna


 (Ariosto, telefoni e monete)

Dove finiscono i numeri di telefono fisso che scompaiono all’improvviso?
Dove si accatastano, dismesse, tutte quelle cose che non si toccano ma dalle quali siamo presi per mano, giorno dopo giorno, e accuditi lietamente nei nostri bisogni primari?
I numeri del telefono fisso; gli indirizzi delle case di montagna; le prime giornate di sole della primavera (quando viene l’inverno) e i bagliori della città notturna dietro alle rassicuranti imposte (quando torna il mattino); le canzoni dentro alle musicassette, l’appello di una classe ormai promossa, il profumo del maglione di un amico, si riuniscono per caso tutti insieme?

Ariosto amava pensare alla Luna, come méta di tutto ciò che sulla terra, quotidianamente, si perde: e allora anche io, oggi, mi accodo a lui, aggiugendo a quel quadro extraterrestre un angolino speciale.

Dietro alla faccia della Luna che l’uomo vede ogni notte, infatti, secondo me c’è una mite montagnetta che accoglie, sopra di sé, quello che ha vissuto sulla terra senza mai essere vivo e che, ad un certo punto, semplicemente non ci è stato più.

Il thè è la bevanda che tutti sorseggiano – seduti per terra taluni, sopra ad un telo i più previdenti – mentre con la nostalgia prudente di chi chiude la porta per sempre rievocano i momenti più gloriosi del loro essere là. Gite scolastiche, crisi di nervi, feste a sorpresa sono i più raccontati, ciascuno alla propria maniera, dal proprio invisibile punto di vista, mentre buoni e silenti gli altri inghiottono liquido caldo annuendo avveduti.

Ma ai piedi di quella montagnetta serafica, poco lontano dal cerchio pacato delle cose che hanno vissuto senza vita, si agita incerto un altro grumo di idee. Ha avuto poco tempo per rendersene conto, ed è per questo che si aggira inquieto senza osare interrompere il ritornello sottovoce dei non più seduti in cerchio, di cui pure avrebbe così tanto bisogno.
È il mucchietto delle cose che dal perenne oblio stanno per essere riagganciate alla mente dell’esistenza: così, senza apparente motivo, con la stessa imperscrutabile armonia che ha reciso quel filo telefonico e trasferito il collega lontano. Sono le parole delle canzoni in inglese che tutto ad un tratto qualcuno riconosce, sgranandole dal baccello dei suoni indistinti, dopo aver riascoltato quel brano in ogni spazio e in ogni tempo; sono la margherita che sbatte la testa contro il cemento, tante e tante volte, e solo quando ha salutato per sempre le proprie radici riesce a fare capolino al margine del marciapiede; sono una lettera d’amore nella bottiglia, approdata e letta anni dopo il matrimonio, l’orchidea rifiorita in soffitta, la moneta in lire ritrovata nell’era euro. Sono tutte le cose dimenticate prima ancora di prendere il via, e che ad un tratto, chissà perché, tornano alla mente. Ma come potranno tornare alla mente, loro che in una mente non sono mai state? Come sapranno orientarsi per strada, chiedere aiuto, trovare la casa? Il tempo stringe e la chiamata è imperiosa: non resta loro che farsi coraggio, e bussare nervose alla cima della montagna mite, dietro a quella faccia di Luna che l’uomo – che le aspetta senza saperlo – vede ogni notte.

È permesso? – chiederanno titubanti senza regolare il proprio tono di voce sul soffuso chiacchiericcio dei mai piùavremmo bisogno di voi.
E i numeri di telefono, allora, gireranno i loro colli così fissi verso quelle voci tanto più squillanti delle loro, e sbigottiti ritroveranno il sapore delle dita sui tasti a comporre proprio il loro prefisso. Bisogno di noi? Davvero?

Di fronte a quelle paia di occhi sgranati, a quel silenzio curioso, a quelle tazze di thè protese e ricolme, tutte le idee morte sul nascere sentiranno improvvisamente intorpidirsi le loro dita di vita. Chiederanno allora consigli, strade, indirizzi, recapiti. Solleciteranno suggerimenti, accoglieranno storie esemplari. Passerà così tutta la notte, mentre gli uomini, laggiù, ammireranno stolti la parte sbagliata della Luna, senza immaginare che, lontano lontano, qualcuno prepara per loro sorprese ed arrivi.

E giungerà il mattino; e le margherite, le parole delle canzoni inglesi, le orchidee e le bottiglie si metteranno tutte in fila, pronte e sagge, per il nuovo viaggio che le attende.

Ma la moneta da duecento lire, ultima arrivata della schiera, ritardataria nel suo rotolare gentile, si accorgerà per prima che qualcosa non va. Un mormorio diffuso, un rumore bianco di sospiri, odore di lacrime. Qualcuno, da qualche parte, sta soffrendo.
E rotolando dolce verso un fossato, ai piedi di quella montagnetta mite, troverà qualcosa che, fino ad allora – come tanti, come tutti – nessuno aveva notato.

Risultati immagini per duecento lire

Perché sulla Luna non ci sono solo le cose che l’uomo perde, quaggiù – come raccontava Ariosto; non ci arrivano soltanto i vecchi numeri di telefono dismessi; non si accumulano, in attesa di ripartenza, unicamente le idee che tornano senza essere mai salpate. No. Ci sono anche, ben nascoste per la vergogna dentro un fossato ai piedi del monte, tutte le cose che non sono mai nate, non hanno mai vissuto e che la speranza di esistere ha abbandonato definitivamente. Ci sono gli amori impossibili, le tracce dei CD che non vengono masterizzate (quelle che il lettore dopo un secondo salta e passa automaticamente alla canzone successiva), i treni annullati, i rullini che hanno preso luce, le parole mai arrivate a destinazione (non ascoltate, non digitate, non pronunciate): un profluvio di participi passati accompagna inesorabile queste anime secche, senza un prima né un poi da raccontare al vicino. Ed è per questo che piangono lacrime asciutte ogni volta che un nuovo treno di canzoni inglesi e monete fuori commercio salpa esultante verso il nostro pianeta. Piangono, sospirano, lamentano. E restano lì, nel loro fossato perdente.
Da lì, da quel fossato perdente, hanno visto arrivare i primi numeri di telefono fisso, quando i cellulari hanno cominciato a bussare prepotenti alle vite degli uomini, hanno assistito alla colonizzazione delle musiche su disco, prima, e su nastro, poi; erano già lì quando è volato sulla Luna il senno di Orlando e si sono nascoste bene, quando Astolfo è arrivato a cercarlo. Gli amori impossibili non finiscono mai – ha detto qualcuno: e chi è stato sulla Luna aggiunge che non finiscono mai di piangere secchi, lassù, osservando ogni giorno arrivi e ripartenze, aridi ma tenaci.

Finché, un giorno (quel giorno), la monetina da duecento lire li scoprirà gementi e, in barba al suo ritardo sugli orari di avviamento, si chiederà se non sia il caso – vista la loro lunga esperienza di osservatori – di porgere anche agli amori impossibili qualche domanda pratica. Che cosa ne pensano, loro, del suo programma? Quante monete hanno visto arrivare, nei secoli, spogliate di ogni bene, prima che ci pensassero archeologi e collezionisti a regalar loro una nuova casa? Meglio fare come i sesterzi o come i franchi? Come scegliere il nuovo padrone?
E sentendosi apostrofare per la prima volta in vita loro, sferzati da quella curiosità così aliena, gli abitanti del fossato senza speranza si stringeranno prima nelle spalle, si guarderanno poi attorno circospetti, e infine, con lo sguardo verso il proprio ombelico, si chineranno su di sé. Per accorgersi che, in tanti secoli di partenze e abbandoni, a forza di vegliare su nascite e morti, proprio in mezzo a quel rumore bianco di sofferenza ovattata sono riusciti ad accogliere e ascoltare più di chiunque altro, sulla Luna.

La monetina da duecento lire si metterà dunque a rimbalzare tra un amore impossibile e una traccia mp3, raccogliendo qua e là preziosi frammenti di affetto e di cura, dimenticati ed incrostati laggiù, sul fondo del fossato, in partenze troppo frettolose e arrivi eccessivamente melanconici, lungo tutti questi anni. Per salutarla, alla fine, lei che per prima e sola avrà intuito la loro antica ricchezza, si alzeranno tutti – anche se a fatica, anche in mezzo a rinsecchiti reumatismi – e raggiungeranno il resto della ciurma sulla cima della montagnetta mite, sempre invisibile agli occhi umani che scrutano la Luna senza trovarle il senso.

L’ultimo consiglio, il più prezioso, sarà però di un decrepito rullino degli anni settanta, di quelli che – se non avesse incontrato la luce – avrebbero fissato istanti rossicci di vacanze e barricate. Psst! – gli balbetterà ad un orecchio – appena incontri una cabina telefonica, prova a buttarti nella fessura, ché magari il meccanismo si fa fregare e tu riesci a telefonarci, anche solo per uno squillo, per raccontarci come va.
Che numero devi comporre, vuoi sapere? Beh, è molto semplice, te lo scrivo qui: 059799406.

martedì 5 marzo 2019

settenovenovequattrozerosei

059 799406.
Il mio numero di casa: passato indenne attraverso un innevato trasloco ad una manciata di case di distanza, solida roccia alternativa di fronte a cellulari, fibre, campi, segreterie. Il numero dell'appartamento dove sono (quasi) nata, quello della casa in cui sono diventata una donna: il numero col quale ho confermato appuntamenti in gelateria, passato compiti, mi sono innamorata per la prima volta.

Mio padre lo pronunciava sempre con le decine gloriosamente in funzione: settantanove; novantaquattro. Mentre a me (e mi pare soltanto ora di poter rintracciare lì, in quella scelta, il primo, indolore, formativo passo verso l'autonomia di essere umano non figlio) aveva cominciato, verso i dieci anni, a piacere di più coi numeri spezzettati, ciascuno dotato di una sua propria dignità.

Il mio numero di casa, il nostro numero di famiglia. Ecco: non esiste più.
Qualche giorno fa uno zelante operatore telecom ha discusso di quel numero con mio padre, gli ha strappato un facile ed irriflesso consenso, e pochi istanti dopo, semplicemente, lo 059799406 aveva smesso di esistere.

Senza che potessi nemmeno dirgli addio.

Di che cosa è fatto, esattamente, un numero di telefono fisso? Un attimo prima esisteva, flebile ma affidabilissimo ingranaggio di vuoto, e un secondo dopo non più. Soltanto poco fa solido ponte; ora muro di un'insulsa frase pre-registrata.

Dove vanno, esattamente, i numeri di telefono dismessi, che nessuno oramai più richiede, e nessuno tantomeno rimpiazza?

A breve un tentativo di risposta.

mercoledì 27 febbraio 2019

Edipi ridenti

Tutto comincia sempre dalla Panda. Ogni volta si parte dalla Panda e nella Panda e presto scriverò anche qualche riga sul suo essere finita a fare da correlativo oggettivo della mia anima, ma per adesso non andiamo fuori tema.
Sono sulla Panda, quindi, e quella parte di mattina che sempre più prepotente si riversa su Carpi al momento dell'ingresso delle scuole scorre fuori dai miei finestrini promettendo un'altra giornata di sole e batticuore.
Dentro, a bussare ritmicamente ai vetri cercando un pertugio di aria nuova, trombe, batterie e violini sempre uguali ricamano pensieri ogni giorno nuovi sulla stoffa di una testa bionda, confusa e spettinata.
E' un po' più tardi del solito e come sempre accade in questi casi mi accorgo di quanto i Carpigiani siano incapaci di affrontare le rotonde. Lenti, titubanti, indecisi: non sanno approfittare del riparo benefico del compagno di corsia, per scivolargli accanto sulla destra, anche senza vedere, solo fidandosi dell'Altro. Non sanno forzare il gioco, alzando dignitosi il tettuccio e anticipando di qualche millimetro il flusso impietoso della vita. Non sanno usare le rotatorie, insomma, e quelle grandi neanche un po'. Lunghe file si accumulano pertanto scattose ed ingombranti e tra i ricami pensierosi di quella stoffa bionda e spettinata si fa strada qualche strappo di nervosismo mattutino. 
Prenotare un computer; pinzare fotocopie; modificare una supplenza: ci sarà spazio per tutto questo, entro le 7.55, se questi pigri cittadini guarderanno ancora a lungo prima a destra e poi a sinistra, invece di trattenere il respiro e, semplicemente, buttarsi?

Ma è proprio in questi strappi e in questi sbuffi così poco tinnici che lo sguardo di quella testa bionda e spettinata, inquieto e stufo di sbirciare lentezze davanti a sé, cerca rifugio nello specchietto retrovisore, per un'ultima controllata alle occhiaie, fedeli e silenti compagne di ogni fatica. 
Le occhiaie ci sono: anche oggi, anche dopo otto ore di sonno, anche sotto al trucco. Sempre lì. Presto scriverò anche qualche riga sulla loro muta e paziente compagnia, al mio fianco, ormai trentennale, ma per adesso non andiamo fuori tema.
Le occhiaie ci sono; il mascara pure; il correttore sta facendo il suo sporco lavoro distraendo brufoli sotto pelle. Si può tornare a controllare a che punto sono i Carpigiani con i loro estenuanti dubbi attraversatori, ma prima guardiamo se per caso conosco qualcuno alla guida dell'auto giusto dietro di me. Ché tra le tante carezze che la Bassa ha profuso nell'adottarmi, c'è anche quella di regalare, ogni tanto, qualche grappolo di volti noti: al Lidl, in coda al semaforo, nello spogliatoio della piscina, facendomi sentire - come già raccontavo - un poco a casa.

Anche l'auto dietro di me è una panda: viola, per l'esattezza, ma a guidarla non sono colleghi o studenti conosciuti. Una madre sulla cinquantina - di cui ricordo solo capelli neri la cui tinta stava scivolando via, ma dolcemente - conduce il veicolo con aria allegra. Ride: strizza gli occhi, abbandona la testa all'indietro e poi la scuote come a far scendere ancora un poco quella tinta verso le punte. Un programma esilarante alla radio? Una telefonata in viva voce?
Basta che lo sguardo si muova un poco a destra per svelarlo: al suo fianco c'è il figlio, cartella in spalla, la cui voce complice mi arriva muta ma che, in tutta evidenza, ha appena pronunciato qualcosa di comico ed irrefrenabile. Ne è contagiato lui stesso, ed entrambi, reagendo appena allo scatto successivo della fila titubante, si beano di questa risata a contrappunto, che scivola dall'uno all'altro e si rimpolpa di energia ad ogni passaggio. 
Null'altro sembra essere necessario al loro duetto: non qualche minuto in più per pinzare fotocopie, non musiche sempre uguali da cd ormai esausti, non sole e non pioggia, nella loro giornata. Madre e figlio ridono e la loro panda viola è piena così.

Risultati immagini per panda viola

E allora non posso fare a meno di immaginarmelo, quel figlio, tra pochi scatti di coda, una volta superata la rotonda del giustospirito e imboccato il viale delle scuole: scendere dall'auto, voltare seccamente la faccia verso il marciapiede, masticare un saluto veloce, rialzare il cappuccio sul suo sguardo assonnato e raggiungere il branco, che lo aspetta per l'ultima sigaretta o il punteggio del fantacalcio. Un figlio come tanti, davanti a scuola, a cercare di dimenticare di essere figlio, annaspando con noncuranza nel mare dell'ignoto, aggrappato solo al suo cappuccio. Figli traballanti, figli soli, figli orgogliosi: solo figli senza madri vede Tinni tutti i giorni - mentre le madri, senza figli, aspettano timorose il loro turno ai ricevimenti mattutini - e se non fosse stato per quell'attimo, per quella panda viola, per quella esasperante lentezza carpigiana nell'attraversare le rotonde, avrei dimenticato che anche i figli, dentro le auto, ridono complici con le loro madri, ritagliandosi un angolo di allegria prima di indossare la maschera degli adolescenti in cappuccio e fantacalcio.

Anche i figli che lottano per non essere figli hanno diritto, poco prima di salire sul ring, ad una risata liberatoria che annulli i ruoli e nutra entrambi così come sono: una donna e un uomo, dentro allo stesso spazio stretto, all'alba di una mattina di sole e batticuore.

Ed è proprio in quell'istante che Tinni, che non è madre, chissà se mai lo sarà e da un po' di tempo è rimasta indietro anche sul programma dell'essere figlia, si sente scivolare addosso un'ombra di invidia calda, che pure non riesce ad intiepidire l'abitacolo di quella panda-anima. Invidia calda per un istante buono e assoluto di affetto ridente alla periferia della giornata, al margine delle lavagne e dei voti, un passo prima di varcare la soglia. Un attimo puro di risata senza scopo, per poi fingere di non averlo mai vissuto, mentre si corre verso il branco degli impegni e si cerca, come ogni mattina, di stare in piedi da soli.




Canali radio di barzellette, ne abbiamo?



sabato 23 febbraio 2019

L'incrocio che sognava di essere una rotatoria

Succede, di solito, il sabato.

Ma soltanto in certi sabati più assonnati del solito, a dire il vero.

Il sabato Tinni esce all'una da scuola e, se per l'appunto si tratta di uno di quei sabati assonnati al seguito di una lunga serata che ha sconfinato scavallando il valico di giornata, è possibile che Tinni, verso le tredici e trenta, si trovi a passare da lì.

La prima volta l'ha trattata a tutti gli effetti come tale: ha rallentato, ha scalato la marcia, ha sbirciato a sinistra, e solo quando era già lì lì per fermarsi e dare la precedenza, si è accorta che quella, no, non era affatto una rotatoria, ma un semplice incrocio con spartitraffico centrale.

La seconda e la terza volta ha inciampato nello stesso errore, complice la nebbiolina soffusa lasciata nel suo cervello dalla serata appena trascorsa, ma se n'è accorta in tempo prima che gli impazienti veicoli delle retrovie dovessero riportarla all'ordine con un feroce colpo di clacson.

Alla quarta volta, però, Tinni ha dovuto ammettere l'evidenza: quell'incrocio - ogni volta, ogni sabato, ogni tredici e trenta - continuava ad ingannare le apparenze e a mostrarsi, fin dal primo sguardo lontano, come quello che non era; quell'incrocio continuava imperterrito a fare finta di di essere una rotatoria.

La posizione di certi cartelli - sì, forse - , il rapporto tondeggiante tra i due rami di strade incrociate - anche quello, può essere - , la particolare luce del sole delle tredici e trenta, impietosamente pulviscolare - chi può negarlo? Forse proprio la concomitanza di tutti questi dettagli fa sì che agli occhi di Tinni - mentre sfreccia stanca verso la stazione e verso un abbraccio - quel reticolo di strati di cemento si presenti sotto le mentite spoglie di una rotonda.

Ma se avete imparato a leggere bene tra le righe di questo spazio, anche se più rade, anche se più silenti, avrete anche già compreso che non è nessuno di questi dettagli il vero responsabile del fraintendimento e non sono nemmeno tutti i dettagli messi insieme.

Quell'incrocio è fatto così: lui sogna proprio di essere una rotatoria.

Non da sempre, intendiamoci.
Appena costruito si beava del suo statuto rettangolare e si diceva che quelle due braccia perpendicolari avrebbero abbracciato con successo automobili bisognose e cullato maternamente motorini preoccupati. Da giovane pensava che avrebbe cambiato il mondo, o perlomeno che lo avrebbe lasciato un po' migliore di così. Quanti incidenti evitati? Quante carrozzine in attraversamento tutelate da quelle fette bianche in parallelo, rigidamente dipinte sopra il suo ventre? Quante sane attese del proprio turno, in fila, uno dietro all'altro, mentre il suo asfalto scaldava e rincuorava pneumatici affranti? La regolarità razionale del suo funzionamento (ne era certo) apportava al traffico di quel quartiere di Modena - un agglomerato ancora informe di capannoni e caseggiati di edilizia popolare - scatti necessari e salutari di ordine e rigore.

Poi però.
Poi, però, arrivarono in città le prime rotonde. Caotiche, grasse, strabordanti, irregolari. Nessuno credeva che avrebbero fatto scuola: solo un pugno di cocciuti ingegneri - e un solerte assistente tecnico ai cantieri, molto caro a chi scrive - si ostinavano a costruirne qua e là dopo averle scoperte visitando i paesi del Nord.
Piano piano, cerchio dopo cerchio, curva su curva, la notizia delle nuove rotatorie arrivò fino al nostro incrocio di buona volontà.
Come riusciranno a domare il traffico senza dei rigidi turni di precedenza? Si chiedeva turbato tra una riga e l'altra. Come è possibile che nessuna strada ceda perentoriamente il passo all'altra, ma un po' tutte a ciascuna? Davvero da questa anarchia controllata di flussi che guardano solo da una parte può derivare qualcosa di buono per l'uomo? Davvero un cerchio può essere più ordinato di un quadrato?

Risultati immagini per forme geometriche cerchio quadrato
Queste domande metterebbero in crisi perfino una risoltissima autostrada: immaginiamoci quindi che effetto produssero sulla compunta e volenterosa indole del nostro incrocio modenese.
Impegnarsi ancor più rigidamente per battere la concorrenza? Inoltrare apposita domanda al Comune per essere riconvertito? Se la sentiva (alla sua età, poi!) di perdere ogni abitudine lungamente coltivata - le carezze alle ruote in attesa, le pacche di incoraggiamento ad ogni attraversamento titubante, la velocità delle auto sulla via maestra - per vedersi snaturato nei panni di qualcosa che ancora faticava a capire?
L'incrocio di pochi anni prima sarebbe rabbrividito al solo pensiero: la lunga strada verso la razionalità e verso l'illuminismo stradale appariva così spianata di fronte a lui!
Il nostro protagonista finì poco a poco per distrarsi colle sue fantasticherie e perdere mordente. Il suo asfalto non teneva più bene la presa sulle frenate delle ruote di ultima generazione. Il cartello rosso dello stop, curvato da un incidente notturno, non era stato più raddrizzato. Gli ingegneri del Comune - i figli ormai dei primi pionieri delle rotatorie - erano corsi ai ripari installando un innocuo spartitraffico, che si limitava ad osservare spaesato dal basso l'incrocio perso ormai nei suoi divoranti dubbi esistenziali.
Le rotatorie, nel frattempo, erano diventate le regine incontrastate degli snodi più essenziali della città. Solo le periferie - come era rimasta (al di là di ogni promessa elettorale) la zona di capannoni e caseggiati popolari a pochi passi dal retro della stazione ferroviaria - potevano permettersi di tenere in vita i sonnolenti incroci di un tempo. La maggior parte di essi, che non aveva mai brillato per velleità idealistiche, si arrabattava come aveva sempre fatto e tirava un sospiro di sollievo di fronte alla diminuzione dei mezzi in circolazione, deviati ormai sulle grandi arterie. Nessuno di loro aveva mai nutrito una così solida passione per il proprio lavoro, e così ora ciascuno di essi scivolava placido verso pensione e dismissione con la stessa apparente apatia dei giorni migliori.

Il nostro incrocio no. Il nostro incrocio continuava ad arrovellarsi e a sognare di vivere una vita non sua. A immaginare di non essere mai nato incrocio. A creare scenari di improbabili colpi di scena.
- Figlio di una rotatoria? Davvero? Oh, ecco che così tutto avrebbe un senso! -
Il nostro incrocio sognava di essere una rotatoria - pur sapendo ormai di essere condannato a morire incrocio - e lo faceva così forte che, alle volte (alle tredici e trenta, in certi sabati particolarmente sonnolenti), un po' una rotatoria lo sembrava anche, e specie agli occhi così premurosi di Tinni, che riassapora questa storia e ci sente dentro un po' il gusto della sua.

E allora cosa dire a questo incrocio deluso dalle luminose promesse di geometria ed immerso oramai nell'inestricabile rete dei suoi pensieri aggrovigliati? Che è comunque meglio morire incrocio? Che ciò che si è nati non si può tradire? Che le persiane della pazza incoscienza devono essere ben assicurate dall'interno in modo che, proprio ora che la vecchiaia fa capolino, la stanza resti al caldo e al buono?
O gli diremo invece che anche a fine corsa si può stravolgere tutto, ingoiare ciò con cui mai ci si sarebbe nutriti, chiudere gli occhi e affidarsi a meccanismi che, fino a poco tempo fa, ci avrebbero gettato nel più disperato terrore?

Io non gli dirò nessuna delle due cose, quando passerò di lì il prossimo sabato assonnato e ancora una volta, sovrappensiero, mi sbaglierò e frenerò credendolo una rotatoria: anzi gli dirò che, in fondo, a me piace così.
Così pieno di dubbi, così tormentato dal desiderio di essere qualcosa che al contempo gli fa male, così irrisolto: così lui. Così incrocio e anche così rotatoria.
E gli dirò anche - sussurrandolo piano a lui e a me che riparto dopo quell'attimo di illusione - che non c'è riuscita più grande che ammettere di essere riusciti soltanto a metà.







giovedì 14 febbraio 2019

L'Alta in basso e la Bassa in alto (o del Dio Appennino)


Ultimamente si è fatto un gran parlare di Emilia-Romagna e ne sono scaturite diverse cose belle, in quell'universo in recente rinascita che è la blogosfera. Ci ho partecipato anche io, prima da ospite e poi (con la stessa storia), a casa mia, cioè qui. Ché anche se la stanza è disabitata da tanto, non per questo devo smettere di lavare le tendine alle finestre.

Certe cose è la Natura ad infilartele in un cassettino, sotto i fazzoletti col monogramma, e forse ci metti un po’ a capire che sono tue, proprio tue, e che non tutti gli altri le hanno ricevute uguali.
Con la patente appena firmata in una tasca e un sorriso indelebile spennellato sul volto, non ho mai avuto paura a ripartire in salita, dopo un incrocio o un semaforo; mi sembrava che il freno a mano fosse sempre stato lì, come un rassicurante zio sul divano la domenica pomeriggio, e sapevo che, a tenergli la mano (anche solo un accenno di tocco, ché lo zio non è mai stato un tipo da effusioni manifeste), qualunque insormontabile inghippo avrebbe assunto in pochi istanti le proporzioni di un lievissimo, impercettibile sobbalzo.
I miei compagni di classe cittadini cambiavano con molta più agilità le corsie della tangenziale; forzavano gli attraversamenti a sinistra, parcheggiavano a esse in due mosse, partivano rombando alla prima sfumatura di verde.
Poi però avevano paura delle partenze in salita.
Ed è stato lì, a diciotto anni, che improvvisamente ho capito – io di solito sempre così fifona, sempre così abituata a coltivare le paure più sceme – che avevo una cosa tutta speciale nascosta nel cassettino, e non per merito mio. Non avevo paura. Sapevo fare con scioltezza una manovra che agli altri incuteva timore. Ed era la Natura che me l’aveva messa lì, questa cosa, sotto forma di pendenze e tettonica.

E quando dico Natura, intendo proprio la natura della provincia di Modena, e di quel lembo di provincia in cui ero nata e cresciuta, cioè – come diciamo noi modenesi – l’Alta.
Tutti i modenesi sono nati o nella Bassa o nell’Alta; e chi è cresciuto a Modena città resta solo apparentemente fuori dai giochi: avrà almeno un nonno o un prozio da incasellare in una delle due categorie.
L’Alta comincia un centimetro a sud del territorio comunale del capoluogo, e la Bassa qualche millimetro verso nord. Siamo fatti così, qui a Modena: ci piacciono le cose progettate bene, le righe precise, gli orari spaccati; e poi però abbiamo l’Alta in basso e la Bassa in alto. Qualcuno dà la colpa all’Appennino, dice che si è messo dalla parte sbagliata della carta. Secondo me lo ha fatto apposta – e bene – , altrimenti saremmo stati tutti troppo noiosi e pertinenti.
Io sono nata in un’Alta decisamente temperata – le prime colline, a 25 chilometri appena dalla civilissima capitale – ma le partenze in salita, per andare “su in castello”, hanno fatto sempre parte del mio orizzonte; fin da quando, in castello, ci andavo a piedi alle elementari, e mi sembrava normale sporgermi dalla piazza della Dama, dopo aver salito senza fiato i novantanove scalini, e vedere di sotto i vigneti rincorrersi a perdifiato.
L’Alta ha infilato nel mio cassettino la dimestichezza con le partenze in salita, con le ciliegie, con la neve che viene sempre di più a casa nostra che altrove (che a scuola, che al lavoro da mio padre, che a casa dei compagni di classe); mi ha insegnato, con dolcezza e pazienza, il significato del termine pittoresco, e anche quello delle parole noia e isolamento. L’Alta ha guidato i miei piedi la prima volta che sono salita su una balla di fieno, ha tagliato l’aria davanti a me quando sudavo e arrancavo per raggiungere gli amici a Vignola, in bicicletta, per soli ed interminabili sette chilometri di saliscendi stradali, mi ha dato da bere l’acqua fresca di Pavullo, nelle gite fuori porta del finesettimana. La Bassa mi appariva come una landa lontanissima e impenetrabile: un po’ per la nebbia, che mi dicevano regnasse sovrana, e un po’ per l’effettiva distanza chilometrica. Questo lo sanno non solo i modenesi, ma anche tutti gli insegnanti precari assegnati, per scelta o giocoforza, alla provincia suddetta: Pievepelago e Finale sono davvero parte dello stesso universo? Il c.a.p. farebbe pensare di sì, ma google maps segnala comunque all’inesperto visitatore che distano tra loro circa centodieci chilometri.
Non ero mai stata a Carpi, Mirandola restava per me un enigma, Novi di Modena – per citare un luogo caro a chi legge – assumeva nella mia mente i contorni di un buco spazio-temporale. Le voci che narravano di queste terre esprimevano alle mie orecchie di bambina suggestionabile un sottotono di grigia disperazione. La Bassa? Per carità! Fino là? Starai scherzando! Chi può voler vivere in un luogo tanto remoto, tanto diverso dai contorni ondulati che avvolgevano gli anni belli della mia vita?
Così ho trascorso una buona fetta della mia vita; così vivono gli abitanti dell’Alta, quelli che poi si conoscono, si fidanzano e si sposano con altre persone che sanno fare le partenze in salita.
Così ho vissuto anche io, fino al settembre dell’anno 2018.
Lì, all’improvviso, quel Dio-Appennino che sa tanto bene come sparigliare le carte e mettere tutti a testa in giù, mi ha regalato il posto fisso a scuola nel più grande liceo della provincia; ma nella parte della provincia “sbagliata”. Sono finita di ruolo a Carpi.
Addio sole, addio neve, arrivederci ciliegi in fiore – mi dicevo compulsando il sito noipa.it per consolarmi almeno con quella rigonfia cifra a fine mese. Ti saluto pittoresco. Chissà che faccia avranno – mi chiedevo – questi lontani cugini: saranno grigi e composti, un po’ segnati dalle sfighe del terremoto e dell’alluvione, ma comunque efficientemente modenesi? Riuscirò a cogliere, sul fondo dei loro occhi, il triste stagno della pianura piatta e penosa? Mi perderò per quelle strade tutte uguali, senza striscia nel mezzo?


Ebbene, la provincia di Modena è stata capace di stupirmi ancora una volta, e forse più che mai: mi ha mostrato che sul fondo di quel cassettino c’era ancora qualcosa che non avevo notato, ancora qualcosa di mio ma non solo mio. Qualcosa di nostro, di tutti noi nati in quei centodieci chilometri di striscia tra il Secchia e il Panaro. Qualcosa di indefinibile, a cui non so dare etichetta, come sono tutte le appartenenze che non si fanno muro. Come i sapori buoni ed antichi, come le ciliegie e il lambrusco.
Nella Bassa mi sono sentita, comunque, a casa.

E oggi, quando devo fare metano, la mattina, e invece della nazionale per Carpi prendo le strade basse che passano per Albareto, mi ritrovo spesso ad attendere al semaforo rosso del ponte dell’Uccellino: un vecchio ponte di barche che nella sua bizzarra ma dignitosa precarietà traghetta quotidianamente fiumi di macchine al di là del Secchia. La strada per il ponte è in salita leggera, ma vista la lunga coda non voglio rischiare: accarezzo il freno a mano e parto comunque così, strizzando l’occhio a questa pendenza così sorella di quelle su cui sono cresciuta.

giovedì 3 maggio 2018

Un corpo solo (l'istante-colla: spiegazione)

Forse chi non lavora dentro una classe non lo sa, cosa sono gli istanti-colla, e non immagina quanto appiccichino; presume forse che i momenti più belli siano quando a fine anno suona l'ultima campana (istante invece amarissimo, che preferisco rimuovere ogni anno, per via della sua sabbiolina fastidiosa fatta di saluti troppo veloci, impastati, posticci, e di vuoto pneumatico che avanza), o quando gli alunni ti regalano una pianta per il tuo compleanno (trionfo sempre effimero, ché dietro l'angolo aspetta implacabile la verifica che coprirà quella stessa classe di insufficiente e pianti); credono forse nella vittoria sadica di una bocciatura meritata, o nel godimento egoistico di un alunno che vince un certamen.

No, gli istanti-colla non sono nulla di tutto questo.

Il mio istante-colla preferito è quando qualcuno bussa alla porta della classe, durante una lezione.

Ma come? - si stupirà qualcuno. Proprio tu che detesti essere interrotta? Proprio voi professori che vi arrabbiate coi bidelli perché entrano troppo spesso per comunicare comunicazioni già comunicate?
Ebbene, ci sbagliavamo. Mi sbagliavo io quando negli ultimi mesi guardavo con cipiglio infastidito la porta aprirsi di scatto dopo un bussare strascinato. E sbagliano tutti quelli che maledicono operatori scolastici, presidi, colleghi, segretari, lavascale; quelli che brontolano ad ogni bussare; quelli che addirittura rispediscono il malcapitato dietro alla porta che si è appena aperta, rimandando la comunicazione ad un altro docente, a quello dell'ora dopo, come se quell'istante fosse una malattia contagiosa o l'ultima fetta di una torta troppo cotta.

In realtà, un po' di verità giace anche dietro a quei malumori.
A inizio anno, quando la classe e il suo insegnante sono ancora pianeti che si scrutano da lontano, ruotando ciascuno intorno al proprio sole, ogni bussare è davvero un modo per voltare la testa - ancora una volta, forse per l'ultima - verso un universo diverso, che promette felicità gratuite, scivolose e remote: un messaggio dell'amato, l'orario del suo ultimo accesso, la quinta frase da tradurre per l'ora successiva, la chiusura di una palpebra, una nocca da sfiorare.
Toc - si sente alla porta. E il filo di quella debole comunicazione in corso scivola via tra fruscii di diari, chiusure implacabili di copertine, zip di cartelle. Avanti! - si sospira guardando il gruppo sfaldarsi in impercettibili stiramenti, sbadigli malcelati, patine grigie che coprono gli sguardi. Buongiorno, una variazione di orario per domani. E le menti corrono alla verifica che salterà, al pomeriggio da riorganizzare, al voto con cui mentire al papà oppressivo. Ci ritroveremo mai più, nel nostro punticino di galassia in comune? Se l'intervallo è vicino, e la forza centrifuga che esso esercita troppo potente, può essere che la vera lezione si fermi lì, ai margini di qualcosa che resta irrealizzato, penzoloni.
Se invece l'ora era iniziata da poco, si può fingere che la campanella sia appena suonata, ripetere quasi inavvertitamente qualche piccolo rito di ingresso - un silenzio, un passo, una scritta muta alla lavagna - e riassemblare così i pezzi di quel sistema solare traballante. Sperando che funzioni, che nessuno sia rimasto indietro, che tutti tornino lì.

Cosa può dunque esserci di "colloso" in uno strappo tanto invasivo? - vi starete chiedendo se avrete avuto la pazienza di arrivare fin qui, e nessuno avrà bussato alla vostra porta in tutto questo tempo, chiedendovi di firmare l'ultima circolare.

Di colloso c'è qualcosa eccome, ma dipende tutto da voi, da loro, e soprattutto dal tempo (di qualità) che avete passato insieme, in quell'aula, nei molti mesi di anno scolastico che separano le prime bussate dalle ultime, quelle dei mesi di aprile e maggio.
L'istante-colla per eccellenza, infatti, accade solo a primavera inoltrata: le finestre devono già essere aperte, le prime api sono già entrate per i primi giri di ricognizione tra il panico dei banchi, le foglie fuori dall'aula sono tornate verdi.
Toc - si sente tra un punto e una lettera maiuscola di una novella di Boccaccio. Avanti! - pronunci, felice perché il suono è arrivato proprio a fine paragrafo. Non ti arrabbi più perché ti hanno interrotta: fuori c'è il sole, domani è il tuo giorno libero e andrai in giro in bicicletta, i voti necessari - tre scritti e due orali - sono quasi tutti lì, nelle caselline del registro elettronico, il programma scende sereno verso Ariosto e tu sei addirittura in anticipo di una novella; qualcosa dentro di te - ed è questa la cosa più importante ma di cui tu sei meno cosciente - ti sa ormai placidamente accomodata alla guida di quei pianetini che, a spintoni e a terremoti, si sono lentamente riassestati intorno ad un'orbita comune.
La porta si apre con una lentezza insolita.
Eccolo: è lui, è l'istante-colla.

Il mio istante-colla preferito è tutto in quel silenzio che segue il mio Avanti!.
E' il mio preferito e non succede assolutamente niente. O quasi.
In quel silenzio che segue il mio Avanti! i quarantotto occhi si sollevano quieti dalle righe del manuale. Come risponderà Tancredi alle parole della figlia? - si chiede qualcuno, non per forza il più secchione, e la domanda rimbalza contro le mura del fondo d'aula; qualche sopracciglio si alza, dignitoso e pacato, per lasciare entrare un refolo di curiosità; ogni sedia, impercettibilmente, si accosta a quella di fianco; si crea come un piccolissimo anfiteatro: nessuno lo vede, solo le api che continuano a sorvolare dall'alto; il corpo di quell'aula (perché è questo che siamo diventati, in tutti questi mesi: un corpo soltanto) si stringe nelle spalle: è pronto a tendere la mano al nuovo venuto, ma - come spesso accade quando ci presentano un volto sconosciuto - fa al contempo un passettino indietro, per regolare inconsciamente la distanza del braccio allugato con quella dei piedi.
In quei pochi secondi di silenzio, quelli che seguono il mio Avanti!, è accaduto tutto questo niente.
Poi la faccia di una collega fa capolino dalla porta. Vieni pure, entra! Muove due passi in direzione della cattedra, sbatte il naso contro a quel muro di silenzio docile ed attento, la sorpresa le fa girare il capo sulla destra, verso di loro. Impalpabilmente il suo sguardo tocca quei visi, quel corpo. Per la prima volta giochi a guardare la classe con gli occhi di lei, con gli occhi della collega appena entrata. Dura solo pochi istanti, ed è solo così che puoi vederlo, fiera: il corpo unico che sono diventati. 
Ed è di nuovo silenzio. Disturbo? Ho interrotto qualcosa di importante? Se la collega è di quelle in gamba, si accorge, un po' come le api, che in effetti qualcosa è successo: ma non ha interrotto nulla, lei, semmai ha creato. (grazie) Scuoti la testa, rassicuri. No, figurati! Sorridi a lei, a loro, alle api che prima odiavi. Ti chini sulla cattedra per prendere la penna e firmare il foglio che la collega ti porge, e così facendo ti accorgi, finalmente, che la tua mano non è più solo tua, è la mano di quel corpo.
Tu sei parte di quel corpo: non ti hanno lasciato fuori, ti hanno serbato il posto più importante.

Il resto, quando la porta si richiude dietro la collega e Tancredi risponde a Ghismunda che presto il suo amato morirà, è routine e come tale si polverizza al sole dell'ultima campanella. 
Ma quando esci di scuola, alle 13, sei così piena di colla dappertutto - e sulle mani, in particolare; quelle mani che ora non sono più solo tue - che tutto ciò che incontri di bello sulla strada di casa ti si appiccica addosso, e ti riempie la panda, e il cuore, e il domani.