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interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - letteratura greca - creatività - viaggi - giardinaggio .. e bizzarrie varie.

mercoledì 24 agosto 2016

Color corallo

Tra il momento in cui ci si mette lo smalto colorato sulle unghie e l'istante in cui la magia finisce - lavando i piatti, colpendo di striscio un pezzo di muro, nuotando l'ennesima vasca: cose così - passano, a seconda dei casi e della buona sorte, circa una decina di orette.

Per tutto quel tempo, finché un agente esterno non comincia ad eroderne qualche millimetro di brillantezza - ci facevo caso proprio qualche giorno fa, complice una brillante tonalità di corallo (pss... è il colore dell'estate, anche se sta finendo!) - quando si tocca si apre si accarezza si scosta qualcosa con le mani smaltate è un po' come se lo si facesse per la prima volta.
Le proprie mani, appena rivestite a nuovo, sembrano sorvolare gli oggetti con una cura timida e premurosa che assomiglia solo a quella con cui si scartano i regali la mattina di Natale. Ci avevate mai fatto caso?



Il nove agosto è nato il secondo figlio ad una coppia di amici carissimi (benvenuto, intanto): mentre ero a trovarli all'ospedale, un paio di giorni dopo, mi è stato dalla madre comunicato che Gioele aveva appena fatto la sua prima cacca. La prima cacca della propria vita.

Non siamo forse un po' tutti sballottati a bordo della nostra vita nelle medesime condizioni del pacioso Gioele, che qualche giorno fa ha fatto una delle cose più fondamentali della vita per la prima volta in assoluto e possiamo essere certi che di ciò non serberà mai alcun ricordo?

Quand'è stato che ho aperto per la prima volta la cerniera della borsa-mare di vimini e ne ho estratto un telo per accoccolarlo sghimbescio sulla roccia di fronte al mare della Liguria? Quand'è stato il momento in cui ho sentito per la prima volta che il sapore dei pomodori verdi san marzano era quello che più si accordava con la melodia di sottofondo del mio palato? E la prima volta in cui ho guardato negli occhi uno studente e gli ho voluto benissimo? 
Come sono stata, negli istanti immediatamente successivi a queste fondamentali prime volte
Probabilmente, come il capelluto Gioele, pensavo semplicemente a cosa avrei fatto di lì a poco: e che si trattasse di poppate o di pagine di latino, poco importa.


Meno male che esistono gli smalti, allora.

Buona manicure a tutti voi.

martedì 16 agosto 2016

Questo

Tutto è cominciato un paio di settimane fa. In una corsia di piscina.

Era semplicemente una di quelle interminabili settimane all'inizio delle quali un'anonima impiegata dell'ufficio scolastico regionale aveva vaticinato ad un sudato rompipalle trentenne che gli esiti degli scritti sarebbero usciti nei prossimi giorni.

Una settimana di sei giorni, che duravano ciascuno dalle nove del mattino alle diciannove della sera - e direi che a 'sto punto se non hanno pubblicato dovremo rimandare a domani. Sei giorni, di dieci ore l'uno, sfilze di pugni nello sterno appena ti ricordi che sei ancora lì, appeso, appena quel pensiero rispunta tra le maglie nemmeno troppo strette di un aperitivo o una pagina di romanzo.

Una settimana come altre otto, o nove, prima e dopo di lei: ormai ho perso il conto.

Era giovedì: questo lo ricordo - anche se tendenzialmente i giorni delle settimane come quelle lì si assomigliano tutti - perché al fianco della mia ordinata corsia di nuoto saltellavano vispe e tamarre le ragazze dell'acquagym, a tempo di una musica estiva che andava su e giù insieme alla mia testa a rana.

La mia amica Niculet guidava caparbia il nostro affannato ma impavido duo alla conquista, presumo, della decima vasca o giù di lì (mi permetto di ricordare alla platea dei lettori che siamo passati alle vasche lunghe, quelle della piscina esterna, mica broccoletti) e io, fedele, le andavo dietro con la mia placida rana quando, per l'ennesima volta nel corso di quei sei giorni settimanali maledetti e sempre uguali, dalla bocca dello stomaco era salito al cervello il pensiero di quel concorso e di quegli scritti, annebbiato oramai e inestricabile di desideri e scaramanzie, ma sempre vivo e pulsante.

E io, invece di lasciarmi affogare da quel palpitante singulto, dopo aver lanciato uno sguardo a destra al branco delle ragazze dell'acquagym e uno a sinistra, dove la Niculet rientrava dalla vasca imperterrita e agguerrita, ho reimmerso la testa sott'acqua e mi sono detta: beh, questo, questo aver imparato a nuotare insieme e questo essere qui, al fresco, a far fruttare un talento che non credevi di avere e invece hai, e a trarne gioia e benefici semplici, a portata di piscina, questo, nessuno te lo potrà togliere mai.

Nessuna commissione di concorso e tantomeno nessuna approssimativa impiegata dell'ufficio scolastico regionale. Nessuna classifica e nessuna sconfitta. Nessun preside e nessun ministro della pubblica istruzione. E' tuo e basta.



Tutto è cominciato con quel pensiero bagnato in corsia, un paio di settimane fa e, sempre a proposito di sfondi acquatici (è il leit motiv dell'estate, sappiatelo), mi è tornato alla mente proprio ieri mattina, mentre tornavo a salutare, appuntamento ormai di ogni agosto, l'indulgente mare sotto il piccolo faro rosso del molo di La Spezia (o meglio, come dicono quelli che le vogliono bene e quindi da un po' di tempo a questa parte anche io, di Spezia, senza l'articolo determinativo femminile). Anche quello - pensavo - anche il tornare benevolo a quel molo, a quell'acqua che sbatte mansueta, a quell'appoggio di schiena dritto e avvolgente, giusto in faccia al sole delle dieci, chi potrà mai togliermelo? Forse che da ogni parte di Italia, di graduatoria, di quartiere residenziale non può partire un treno che porta qui in poche ore?

E mentre mi aggrappavo, momentaneamente pacificata, a quell'idea non più nuova eppure sempre rasserenante, ho sbirciato alla mia destra e, invece di trovarci un branco di ragazze sculettanti, ho intravisto che l'anziano spezzino seduto chinato sulla sua preziosa settimana enigmistica stava facendo il gioco dell'annerire gli spazi puntinati.
Un uomo possente, raggomitolato intorno ad una matita con la punta grossa e il tratto poco marcato, che con la scorza delle sue mani da pescatore o portuale cercava di non fuoriuscire dai contorni e alla fine di questa impresa faticosa allontanava un poco il foglio dal viso per raggiungere la prospettiva necessaria a comprendere quale immagine ne fosse risultata.

Finché dunque esisteranno corsie di piscine, amiche che dettano il ritmo di un numero di vasche tenuto nascosto fino quasi alla fine; finché esisteranno mari e moli e fari bassi e rossi, finché ci saranno settimane enigmistiche con i loro esercizi di riempimento degli spazi puntinati, a qualcosa ci potremo sempre appoggiare, nello sbattere delle onde qua e là - almeno io e il vecchio spezzino dalle mani grandi e dalla matita sfuggente - e quel qualcosa non ci sarà tolto.

sabato 6 agosto 2016

Di pagliacci, fondamenta e sogni - una storia ittica (2)


Di queste due cose, in particolare, il pesce pagliaccio era grato al suo amico pesce-fondamenta sopra a tutte le altre: di averlo più volte prevenuto, con i suoi consigli fondati e le sue perizie a lungo termine, dal finire in più di un guaio (sentimentale, soprattutto) per colpa della sua avventata tendenza a tuffarsi a capofitto, nelle onde e nelle cose e, appunto, di avergli fatto l'onore di domandargli la sua presenza al suo fianco, in quello che si preannunciava come uno dei giorni più importanti della sua ittica e fondata vita.
Quando gli era stata fatta questa richiesta – insieme all'annuncio delle nozze – in un'umida serata di inizio ottobre, il pesce pagliaccio aveva sperimentato, per la prima volta in vita sua, una felicità in-condizionata dalle vicende del suo privatissimo ego. Per la prima volta in vita sua, aveva sentito il suo cuoricino e le sue branchiette gonfiarsi per una felicità che era tutta per altri, e questa piacevole sensazione di palpitazione gli aveva riempito l'organismo per diversi giorni a venire, come una sensazione di invincibilità e di sazietà. Per la prima volta in vita sua: se lo ricorda bene.

Ed era stato così che il pesce pagliaccio si era messo di buona lena per far fruttare al massimo i suoi talenti organizzativi e creativi e aveva investito tutta questa energia buona e gonfia di gioia nei preparativi più scoppiettanti che la barriera corallina potesse ricordare, in attesa dell'evento dell'anno: le nozze di pesce fondamenta con la sua anima gemella.
E sarà il caso che ci soffermiamo anche un istante sul co-protagonista di queste nozze tanto attese; sì, perché il nostro bravo pesce fondamenta pareva aver trovato finalmente la specie perfetta per lui. Si era fidanzato, infatti, con un esponente generoso e vivace della specie – anche questa piuttosto sconosciuta per i non adetti ai lavori – dei pesci sognatori. I pesci di questa specie sono accomunati, come il nome stesso sembra suggerire, da una singolare percezione nei confronti del futuro: sembrano, anche nel loro aspetto fisico, con quella peculiare posizione della testa (la cosiddetta “testa cavallina”), guardare sempre verso l'alto; sono propositivi, energici, amano correre appena sotto il pelo dell'acqua e vengono spesso impiegati, nei cantieri di costruzione e ristrutturazione corallina, per la loro buona volontà e la vera e propria passione per la sfida lavorativa.
Tra il nostro volitivo pesce fondamenta e il pesce sognatore in questione era stato – come voi tutti potrete immaginare – amore a prima pinna: le loro attitudini personali, unite a due caratteri allegri e giocosi, sembravano fatte apposta per armonizzarsi e vincere ogni ostacolo. Il loro matrimonio era stato pertanto accolto da tutta la popolazione ittica del distretto corallino come un grande evento consacratorio.

Pesce pagliaccio, da sempre ben conscio della responsabilità dei ruoli che assumeva, si dava da fare senza posa: con la fidata collaborazione degli amici di sempre aveva approntato tutta una serie di gag, colpi di scena, regali, personalizzazioni; senza dimenticare le immancabili preghiere dei pesci-fedeli. Per quasi un anno intero si era sentito tenere vivo dal quel fluire continuo di energia bella dal suo cuoricino, attraverso la sua pinna caudale, fino alla concretizzazione in oggetti, biglietti, pensieri. Ed era stato (quasi) sempre felice.

Poi, il primo di agosto 2015, il grande giorno era finalmente arrivato: il tempo oceanico non era dei migliori, con tutte quelle correnti fredde di passaggio, ma l'impegno, l'amore e l'entusiasmo dei partecipanti tutti avevano riscaldato le acque rendendo la giornata un profluvio di emozioni e allegria. I due pesci neo-sposini avevano intrapreso la loro avventura, cominciando da una nuotata di nozze all'altro capo del mondo, nel mar Mediterraneo addirittura.

Tutto, insomma, era andato nel migliore dei modi.

un'istantanea dalle nozze

Pesce pagliaccio aveva gestito con sapienza e passione tutti i momenti che dipendevano dalla sua organizzazione; si era tanto impegnato – con una buona dose di training autogeno preliminare – per non occupare lui tutta la scena, per lasciare spazio agli sposi, per non parlare troppo, per non guizzare in maniera così repentina da attirare l'attenzione. Gli sposi lo avevano ringraziato di cuore. Lui era felice.

Eppure.

Eppure, dopo tutto un anno speso a dare forma concreta a quell'energia gioiosa con cui si era tanto sentito gonfiare le branchie ad ottobre, nei mesi successivi al matrimonio pesce pagliaccio si era sentito come afflosciato. Nessuna canzone più da inventare, nessun biglietto da ideare, nessuna organizzazione in corso: come dimostrare, ora, ai suoi due pesci innamorati che, lui, a loro voleva sempre tanto bene?
Sarebbero bastate tre semplici parole – direte voi – oppure un invito, un messaggio, un abbraccio al momento giusto, però, se avete letto con attenzione questa storia strampalata fino a qui, saprete anche bene che S. il pesce pagliaccio, in queste cose, non era bravo per niente. Si riprometteva sempre di provarci, ma poi veniva puntualmente risucchiato in un vortice di pensieri, ansie e parole inutili e il tentativo finiva abortito sul fondo dell'oceano. Sentiva bene, questo sì, che pesce fondamenta e pesce sognatore continuavano a considerarlo l'amico di sempre, ma lui, quell'energia dolce e buona che aveva accumulato a partire da ottobre 2014, ce l'aveva sempre dentro, e avrebbe tanto voluto darle voce più grossa, concretizzarla di nuovo, farla scoppiettare come prima.
Solo che, in quell'anno di vita e di nuoto, le occasioni grandi e scoppiettanti, semplicemente, non c'erano state. Solo una fila pacata di giorni, come ami uno dopo l'altro, in cui stare vicini a guardare i coralli. In cui volersi bene sopra ad un divano. In cui mangiare vermetti allo stesso ristorante. In cui raccontarsi le proprie, insignificanti eppure vere giornate.

Ed è stato allora che a pesce pagliaccio è venuta in mente l'idea di questa storia. A lui, sì, che proprio non ce la fa a festeggiare con le cose normali e voleva comunque dare corpo a quella forza palpitante che sentiva dentro, provando, questa volta, a metterla per iscritto, nero su bianco. Un primo passo verso la normalità – mi ha detto, chiedendomi di prestargli la voce e la penna e di battere con mani umane questa semplice storia ittica, che a me, peraltro, è piaciuta tantissimo. Ho subito acconsentito con entusiasmo.


Mi ha ricordato voci e volti noti, chissà perché.

venerdì 5 agosto 2016

Di pagliacci, fondamenta e sogni - una storia ittica (1)

C'era una volta, in un distretto della barriera corallina australiana, un piccolo ed agile pesce pagliaccio. Questa specie di pesce, resa ormai familiare al grande pubblico grazie ad un celebre lungometraggio a cartoni animati della Walt Disney, è così chiamata (oltre che, come tutti pensano su influenza del personaggio del cartone, per i colori sgargianti della sua pelle) come invece pochi sanno, per via di una particolare attitudine caratteriale che porta i suoi esemplari – e quello di cui vi parliamo oggi in particolare – a farsi riconoscere in gruppo per i propri e consueti atteggiamenti buffi, comici, simpatici: da pagliaccio, insomma.

Il pesce pagliaccio in questione, di cui – in parte – questa è la storia, era appunto particolarmente apprezzato dai gruppi di amici perché, quando c'era lui, la risata era garantita. Facce sceme, racconti strampalati, resoconti mimati, vocine: c'era sempre da stare allegri, in sua compagnia, ma a patto che – come tutti gli amici più intimi sapevano bene – per quella sera si cedessero esclusivamente a lui la scena ed il palcoscenico.
Perché questa è, tipicamente, l'altra faccia della medaglia del carattere gioviale del pesce pagliaccio, in tutti i suoi esemplari e in particolare nel nostro amico di oggi: sono un po' egocentrici, ecco tutto: amano essere “i primi violini” e, percentualmente, la maggior parte di loro, come mestiere, fanno gli attori (si spiega così la loro presenza massiccia nel casting della Walt Disney), i presentatori, i politici oppure gli insegnanti.

Il nostro pesce pagliaccio, che d'ora in avanti potremo chiamare S., aveva in dotazione, oltre ai pregi e difetti congeniti della sua specie, un piccolo e personalissimo sacchettino di qualità e di debolezze. In particolare, era molto dotato di fantasia ed estro creativo: ad ogni compleanno veniva sempre prescelto per la redazione di artistici biglietti regalo, per i matrimoni era un asso ad assemblare video, ideare trovate originali, addirittura a scrivere le preghiere dei pesci-fedeli, complice un remoto passato da pesce-scout. Faceva solo un po' (molto) fatica ad esprimere tutti quegli impulsi creativi sotto forma di semplici gesti e parole: si ingarbugliava con i baci, non gli uscivano i tivogliobene, non gli si inviavano i messaggi contenenti richieste di aiuto, non sapeva tenere la pinna di un altro pesce nella sua: gli scivolava sempre tra le scaglie.



S., comunque, per sua fortuna, aveva trovato un gruppetto di amici che gli voleva bene proprio così come era. Uno, in particolare, tutta questa sua goffaggine e freddezza di pesce pagliaccio alle prese coi i sentimenti non aveva mai dato prova di trovarla fastidiosa e neppure inconsueta. Si trattava di un pesce di un'altra specie molto diffusa negli ambienti corallini ma non altrettanto nota al pubblico, per la sua sostanziale assenza dai grandi schermi e dalle produzioni cinematografiche: stiamo parlando del pesce fondamenta. Questa specie ittica prende il nome, come nel caso della precedente, da un aspetto del carattere piuttosto ben condiviso dagli appartenenti ad essa: i pesci fondamenta, infatti, sono molto bravi a costruire le radici e le fondamenta delle cose.

Determinati, pazienti, pianificatori: sono loro che hanno contribuito in maniera maggiore alla creazione dell'habitat più adatto allo sviluppo della barriera corallina; sono loro ad essere chiamati sul posto dagli altri pesci per fornire un parere sulla possibile tenuta di una struttura in costruzione, sulla solidità dei princìpi sui cui si fonda, sulle probabilità di crollo o di crescita; sono loro, infine, a ricoprire i ruoli di maggiore affidabilità all'interno della società ittica nel suo complesso: giudici, magistrati, ingegneri, bancari.


Il nostro pesce fondamenta, lo capirete bene anche voi, anche nelle amicizie era abituato a sondare i terreni in profondità e a inserire al loro fondo più fondo sostegni e impianti: non si lasciava certo impressionare dalle volatili debolezze del suo amico pesce pagliaccio. A lui piaceva, al termine di una lunga giornata su e giù per la barriera a rispondere a chiamate interoceaniche, potersi accoccolare sul suo ben fondato divano ad ascoltare le simpatiche puttanate del suo amico; teneva meticolosamente una raccolta dei più bei biglietti di auguri che da lui aveva ricevuto e si era tanto abituato alla sua frizzante e prepotente esuberanza che gli aveva addirittura chiesto di essere il suo pesce-testimone-di-nozze.

(to be continued..)

domenica 31 luglio 2016

Caro Ventilatore.

Ho chiesto scusa al mio ventilatore, l'altra sera - vi dicevo - e nel tentativo di percepirne lo schernirsi ho fatto un po' di silenzio intorno a me: una sorta di passo indietro rispetto al tempo ed allo spazio, un farsi piccola e oggetto per qualche istante, per vedere se lui avrebbe risposto, con altrettanta cortesia, ma no di niente figurati.

Ho aspettato, ho vissuto per qualche ora, ho aspettato ancora un poco, ho rifatto silenzio e in quel cantuccio di vita spiegazzata e umidiccia, a forza di tirarmi indietro, sono riuscita a individuare due note - basse e vibrate, distinte - che il mio ventilatore emetteva sempre a intervalli regolari, tutte le volte che arrivava a due terzi del suo percorso ondulatorio, da destra a sinistra. Ed in quel silenzio nuovo, riempito solo dai rantoli fedeli del mio nuovo amico, sono finalmente riuscita a prendere sonno, dopo tante notti che imprecavo per il caldo.



E così ci ho riprovato la mattina dopo.

Ho chiesto scusa alla mia panda, la mattina dopo, perché ancora non avevo portato l'autoradio a riparare, e avremmo fatto l'ennesimo viaggio senza musica, senza allegria, senza ritmo e con tanti pensieri. Le ho chiesto scusa a bassa voce e poi ho aperto di più il finestrino per ascoltare la risposta delle ruote sull'asfalto. Ho fatto quiete intorno a me, ho messo il cellulare silenzioso ed in quel silenzio nuovo, riempito solo dal rotolare costante delle gomme - qualche sasso qua, qualche buca là - ho sentito bussare al cruscotto la voglia di regalare qualcosa ad un'amica per il suo anniversario di matrimonio. Di regalarle una storia.

Un paio di svolte ed eccoci in tangenziale: non avevo ancora capito se le ruote della panda avevano intenzione di accettare le mie scuse e così ho evitato di accelerare eccessivamente, per non turbare quello spazio di silenzio, appunto, da cui speravo emergesse un chiarimento. Mi sono accodata ad un camion sulla prima corsia, invece di provarci gusto a far incazzare i suv sfanalanti sulla seconda. Ed è così che mi sono accorta in tempo del nuovo autovelox (nonché degli striminziti papaveri - incoscienti! - appena fioriti sul ciglio dell'uscita numero sei).

Cominciavo a prenderci gusto, in effetti.


Ho poi chiesto scusa alla mia pancia, poche ore fa, prima di uscire a cena, perché l'avevo riempita male e di fretta durante tutto il giorno, e lei si gonfiava e sbuffava. Le ho chiesto scusa e per farmi perdonare ho deciso di sacrificare venti minuti di ritardo alla festa in campagna per metterle due mani, una sull'altra, a coccolarla un pochino. Ho fatto silenzio, un piccolo spazio di silenzio compreso tra me, le due mani, e la mia pancia tesa e gonfia, e in quell'insperata tranquillità, aspettando che lei mi dicesse grazie, ho scritto ad un'amica che presto sarà mamma che le mandavo un pensiero.


Mi alleno, come vedi, cara collega Competenza: tra uno scusa e un silenzio di attesa, non si sa mai, potrei addirittura imparare ad ascoltare i miei alunni.

giovedì 28 luglio 2016

Ventilatore: introduzione

Un momento molto delicato nel prototipo della giornata estiva di Tinni è quello relativo alla chiusura o apertura delle persiane alle finestre.
Il motivo è molto semplice: la Tinni-casa è - da sempre - fortino d'assedio per le zanzare. Nei periodi di punta - tra le 17 circa e il tramonto - le zanzariere sembrano quasi vibrare per i colpi inferti dalle loro falangi, e tu non puoi che sentirti invadere da brividi di puro terrore, scorgendo la massa ondeggiante delle loro truppe schierate all'assalto. Non c'è possibilità alcuna, a quell'ora, nemmeno di concepire con la mente l'idea di sollevare la zanzariera per operare una qualsivoglia azione all'esterno di essa. 
Occorrerà aspettare il buio. 
Il buio buono, che arriva ogni sera fedele a riportare sullo zerbino di casa il bandolo di queste lunghe giornate di ferie, come un quotidiano al contrario. Il buio che dà "gioia incondizionata", e che, democratico, passa a bussare alle porte di tutti, anche se in pochi lo ringraziano come usano fare col sole. Arriva il buio, dunque, come ieri e come domani (forse?), e se si sta un poco attenti a non tenere la luce accesa proprio in quella stanza, si potranno allora, a quel punto, sollevare in punta di dita le zanzariere e riaprire le imposte per far entrare l'aria fresca della notte. 
In culo alle zanzare. Tiè.


Stavo facendo proprio questo, l'altra sera: stavo bruscamente riportando la zanzariera alla posizione di guardia, brusca appunto nel timore che qualche zanzara fastaiola avesse deciso di organizzare un after a base di musica tecno proprio nei paraggi della mia finestra, e il movimento di chiusura dev'essere stato un pelo più brusco del consueto perché TAC! - ho sbattuto un gomito contro il ventilatore appoggiato sul tavolo della cucina.

Ah, Scusa. - ho detto a mezza voce a quel punto.


Chiedevo Scusa al mio ventilatore.

La mia collega "Competenza"*, a questo punto della storia - se solo leggesse queste pagine invece di trovarsi in qualche sperduto capo del mondo a far girare a suon di milioni l'economia locale - mi direbbe, come ha già avuto modo di fare lungo il corso di questi anni lavorati insieme, che devo piantarla di chiedere sempre scusa a tutti e di auto-mortificarmi, perché faccio ridere i polli.

Una mezza risatina me la son fatta anche io, tra me e me, l'altra sera, in effetti, dopo aver realizzato di aver chiesto scusa addirittura ad un elettrodomestico portatile della mia sala da pranzo, però, nel remoto caso in cui la mia collega "Competenza" si azzardasse a confermarmi una cosa simile ancora oggi, a proposito di quest'ultima discolpa, ho - una volta tanto - una risposta pronta in serbo per lei.

Ci scrivo un post e poi ve la dico.

* Ho sempre visceralmente desiderato citare anche io - come magistralmente fa Lei da una vita - i miei colleghi e i miei alunni con un soprannome su di essi tarato. Questa è la prima volta che me ne capita l'occasione e sono anche un po' emozionata. Mai avrei creduto - peraltro - che tale Collega Competenza mi avrebbe dato l'occasione di provare in relazione alla sua comparsa - seppur virtuale - una simile gioia.

venerdì 15 luglio 2016

prima persona plurale

La coniugazione dei verbi della lingua greca possiede: il singolare, il plurale, e anche il duale. E' una delle prime cose che fa sorridere gli spaesati allievi delle quarte ginnasio, rendendoli - oltre che terrorizzati - fieri al contempo di poter trattenere tra le dita un dettaglio misterioso ed un poco esotico, la chiave arrugginita di una stanza che solo loro - e non i compagni che scelsero la via più facile dello scientifico-tecnologico - potranno, con un po' di pazienza, visitare.

Il duale, a dire la verità, non è poi nulla di così misterioso né soprattutto di esotico: puzza un po' di calzini usati (si usa per i due piedi infatti) e ha il sapore di un melone senza sapore; i Greci lo adoperavano con tutte quelle entità che erano sempre in paio: le mani, i re di Sparta, i gemelli, ma il suo impiego, come prevedibile, è andato lentamente dissolvendosi e già in antico - quando si tratta di femmine, soprattutto - finiva per subire la concorrenza del plurale.


Tinni, in questi ultimi giorni, ha capito perché. Perché tifa plurale. Perché le piace di più dire noi che dire noi due. Perché la prima persona plurale è la più bella della coniugazione verbale.


A capo chino su una versione di Platone, ieri, insieme al suo alunno bravissimo che deve solo rispolverare un po' di greco dopo un semestre canadese, si rompeva la testa alla ricerca del modo più adatto di rendere un'espressione un po' libera, di quelle intraducibili letteralmente, di quelle che cerchi sul vocabolario, e che provi ad incastrare nel tuo testo come un pezzo di puzzle non perfettamente coincidente. Tinni e il suo bravissimo allievo avevano anche un vocabolario un po' renitente in proposito, quell'antico vocabolario scritto tutto uguale da perderci gli occhi, in una vecchia edizione ingiallita, per decifrare la quale quattro occhi non erano forse abbastanza. Pensavano di aver trovato un buon modo, un sistema abbastanza coerente di rendere il tutto, e frase dopo frase, in discesa dopo quel nodo più difficile, erano arrivati al termine del brano. Ed è stato allora che Tinni ha tirato fuori un'edizione con testo a fronte dell'Apologia di Socrate e dopo una veloce scorsa ha reperito il passo in questione per controllare e correggere le eventuali sviste traduttive. Tutto bene, qui è un po' libera ma simile, lì è come pensavamo, qua è uguale... fino al punto nodale, fino a quell'espressione un po' gergale, con doppia negazione più congiuntivo indipendente: e Savino, il traduttore ufficiale della casa editrice BUR, aveva reso la frase completamente al contrario. E' sì difficile scampare alla morte, ma lo è molto di più scampare alla malvagità
Così traduceva l'inviolabile luminare; e così voleva correggere Tinni, nel suo consueto impeto di sottomissione all'autorità. 



Io preferisco quella che abbiamo fatto noiHa asserito senza il minimo dubbio il diciottenne neopatentato seduto al suo fianco. Ha più senso, perché Socrate ha appena detto che scampare alla morte è facile, ne ha anche portato delle prove (ed è vero: ha appena detto che in guerra, per esempio, basta gettare le armi e implorare il perdono degli inseguitori); quindi non può dire all'improvviso che è difficile
Sì, dai, io nel mio quaderno scrivo la nostra.

E già prima di essere rientrata a casa, prima ancora di aver consultato qualche sito internet, di aver ritrovato il capitolo XXIX e di essersi resa conto che, su quattro traduzioni reperite, quattro presentavano non è difficile scampare alla morte, Tinni, in auto, pensava che no, un greco non avrebbe mai reso quel nostra con un limitante duale, perché eravamo stati a quel tavolo in molti più che due: c'eravamo almeno io, Tommaso, Lorenzo Rocci e Socrate. E, forse, anche quel rompiballe di Platone.
Ed era per questo che avevamo capito giusto.



Gli scaffali di una sporca e polverosa biblioteca li può riordinare e ripulire anche solo una persona, se poco più in basso, sotto alla scaletta che la sorregge traballando, ci sono due amici che parlano - tra loro, e anche un po' con lei - di Dante: e si dirà, alla fine, che abbiamo fatto un bel lavoro.

Se si arriva ospiti in un monastero splendido poco sopra il mare, e molto dentro ai vigneti, e si ha una gran fame dopo la coda in autostrada, possiamo preparare una cena frugale e buonissima: una sorella ai fornelli, l'altra a chiacchierare con chi le ha ospitate - due novelle Marta e Maria in quel di Romagna - e le bocche a goderla saranno molto più di due.

Infine - ma solo per oggi - quando Tinni e Niculet si dilettano a fare il cavatappi, in qualunque condizione marittima esse si trovino - e non importa che sotto, ad aprire gli occhi, non si veda un accidente, loro lo fanno in sincrono, e la cosa le fa sempre ridere - non sono mai solo Tinni e Niculet, c'è sempre anche Albert alle loro spalle che ridacchia e pensa tra sé e sé ma guarda a 'ste due prof cosa sono riuscito ad insegnare

Evviva il noi, quindi, anche quando apparentemente ci sono solo quattro mani, due teste e, magari, un vecchio vocabolario.