MOLTEPLICI INIZI.


A proposito di:

interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - letteratura greca - creatività - viaggi - giardinaggio .. e bizzarrie varie.

domenica 27 maggio 2018

Matematica, Professoresse di

Prima parte.

E' trascorso quasi un anno da quando Tinni ha calpestato per la prima volta i pavimenti del Primo Liceo Statale della sua Vita ed è quindi arrivato il momento di dedicare qualche riga agli esemplari di una categoria molto speciale, che dentro tale liceo sanno lasciare decisamente il segno: l.P.d.M.d.L.S., cioè le-Prof.-di-Matematica-del-Liceo-Scientifico.

Il Primo Liceo Statale della Vita di Tinni possiede una lunga, asfittica e chiassosa sala insegnanti, ma lì dentro, di Prof di Matematica, non è che se ne vedano molte. 
Arrivano tardi, proprio sul filo del suono della seconda campanella? No, non sarebbe da loro. Quella è una cosa che fanno i supplenti, e di supplenti, in quella classe di concorso tanto ambita, ce ne sono davvero uno sparutissimo numero.
Sono allora forse già in classe, ad attendere feroci le loro prede? No, nemmeno per idea: i contatti con gli alunni devono restare all'interno dei costituzionali paletti imposti dall'etichetta scolastica: questo è quello che pensano silenziose le Prof. di Matematica del Liceo Scientifico, e nessuno si permette mai di smentirle.
Oppure fanno la fila alla macchina delle fotocopie? Macchè. Pochissimi sono i fogli di carta di cui esse necessitano: il quoziente di letalità di una loro verifica è inversamente proporzionale al numero di righe di cui essa si compone. A volte, per sterminare un'intera classe di speranze, basta loro anche la semplice lavagna.
No, non sono nemmeno lì.
Una ventina di colleghe non possono neppure essere colte tutte istantaneamente da accessi di cistite o di diarrea, quindi sarà inutile cercarle nel bagno; malate, quelle non lo sono mai; anche la Preside le teme, e le convoca nel suo ufficio solo quando la mattina si è alzata di estremo buonumore.

E allora?
Dove trascorrono il loro tempo le Prof. di Matematica del Liceo Scientifico?

La risposta sta incuneata intorno ad un tavolo marrone che occupa una parte di corridoio tra la Vicepresidenza e la sala insegnanti: quel tavolo è il regno delle PdMdLS. Si trovano tutte lì, la mattina, in quei minuti sformati che conducono ciascuno di noi dal portone di ingresso ai passi affrettati verso la propria aula. Si trovano tutte lì e solo lì e già questa scelta è allegoria del loro sentire, del loro sentirsi.



Le Prof. di Matematica del Liceo di Tinni, infatti, sembra proprio non possano condividere gli spazi degli altri; solo là, intorno al loro tavolo, il giusto brusio fatto di integrali e frazioni algebriche potrà massaggiare le loro orecchie affaticate; solo là, al fianco di esemplari come loro, i giudizi sugli alunni dotati e sugli asini negati potranno essere circondati dal giusto alone di comprensione; solo là si potranno confrontare verifiche, erroracci, esperienze in laboratorio, test universitari. Solo là: mentre il resto degli individui chiamati a dividere con loro i consigli di classe scorreranno come formiche impassibili di fronte al fortino, incapaci di fendere anche solo con un saluto il muro invisibile di tutta quella competente intelligenza logica.

Nei Consigli di Classe, il più delle volte, l.P.d.M.d.L.S. ostentano una glaciale cortesia: sì, certo, possono prestarti l'ora per l'uscita a teatro; no, non hanno la possibilità di accompagnare nessuna classe in gita; dimenticavano: hanno intenzione di organizzare una simulazione dell'imminente Prova Invalsi ministeriale per tutte le classi parallele; certo, in classe lavorano con un buon profitto e no, non hanno nulla di particolare da lamentare. Ma il muro invisibile edificato intorno a quel tavolo ogni mattina non le abbandona nemmeno quando sono sole, dentro a Consigli di Classe abitati da altri imprevedibili esseri umani: bislacchi colleghi di arte, vulcanici insegnanti di lettere, narcolettici docenti di scienze, miti professori di religione. Annuiscono, alzano la mano, parlano poco e - brucia ammetterlo! - anche bene. Ma non condividono. I Prof. di Matematica del Liceo Scientifico faticano a partecipare nelle cose altrui: le attività, i verdetti sugli alunni, le strizzate d'occhio, anche le lamentazioni.

Ma perché? Cosa rende le Prof. di Matematica del Liceo Scientifico tanto refrattarie alla comunicazione interdipendente? 


(continua...)



giovedì 3 maggio 2018

Un corpo solo (l'istante-colla: spiegazione)

Forse chi non lavora dentro una classe non lo sa, cosa sono gli istanti-colla, e non immagina quanto appiccichino; presume forse che i momenti più belli siano quando a fine anno suona l'ultima campana (istante invece amarissimo, che preferisco rimuovere ogni anno, per via della sua sabbiolina fastidiosa fatta di saluti troppo veloci, impastati, posticci, e di vuoto pneumatico che avanza), o quando gli alunni ti regalano una pianta per il tuo compleanno (trionfo sempre effimero, ché dietro l'angolo aspetta implacabile la verifica che coprirà quella stessa classe di insufficiente e pianti); credono forse nella vittoria sadica di una bocciatura meritata, o nel godimento egoistico di un alunno che vince un certamen.

No, gli istanti-colla non sono nulla di tutto questo.

Il mio istante-colla preferito è quando qualcuno bussa alla porta della classe, durante una lezione.

Ma come? - si stupirà qualcuno. Proprio tu che detesti essere interrotta? Proprio voi professori che vi arrabbiate coi bidelli perché entrano troppo spesso per comunicare comunicazioni già comunicate?
Ebbene, ci sbagliavamo. Mi sbagliavo io quando negli ultimi mesi guardavo con cipiglio infastidito la porta aprirsi di scatto dopo un bussare strascinato. E sbagliano tutti quelli che maledicono operatori scolastici, presidi, colleghi, segretari, lavascale; quelli che brontolano ad ogni bussare; quelli che addirittura rispediscono il malcapitato dietro alla porta che si è appena aperta, rimandando la comunicazione ad un altro docente, a quello dell'ora dopo, come se quell'istante fosse una malattia contagiosa o l'ultima fetta di una torta troppo cotta.

In realtà, un po' di verità giace anche dietro a quei malumori.
A inizio anno, quando la classe e il suo insegnante sono ancora pianeti che si scrutano da lontano, ruotando ciascuno intorno al proprio sole, ogni bussare è davvero un modo per voltare la testa - ancora una volta, forse per l'ultima - verso un universo diverso, che promette felicità gratuite, scivolose e remote: un messaggio dell'amato, l'orario del suo ultimo accesso, la quinta frase da tradurre per l'ora successiva, la chiusura di una palpebra, una nocca da sfiorare.
Toc - si sente alla porta. E il filo di quella debole comunicazione in corso scivola via tra fruscii di diari, chiusure implacabili di copertine, zip di cartelle. Avanti! - si sospira guardando il gruppo sfaldarsi in impercettibili stiramenti, sbadigli malcelati, patine grigie che coprono gli sguardi. Buongiorno, una variazione di orario per domani. E le menti corrono alla verifica che salterà, al pomeriggio da riorganizzare, al voto con cui mentire al papà oppressivo. Ci ritroveremo mai più, nel nostro punticino di galassia in comune? Se l'intervallo è vicino, e la forza centrifuga che esso esercita troppo potente, può essere che la vera lezione si fermi lì, ai margini di qualcosa che resta irrealizzato, penzoloni.
Se invece l'ora era iniziata da poco, si può fingere che la campanella sia appena suonata, ripetere quasi inavvertitamente qualche piccolo rito di ingresso - un silenzio, un passo, una scritta muta alla lavagna - e riassemblare così i pezzi di quel sistema solare traballante. Sperando che funzioni, che nessuno sia rimasto indietro, che tutti tornino lì.

Cosa può dunque esserci di "colloso" in uno strappo tanto invasivo? - vi starete chiedendo se avrete avuto la pazienza di arrivare fin qui, e nessuno avrà bussato alla vostra porta in tutto questo tempo, chiedendovi di firmare l'ultima circolare.

Di colloso c'è qualcosa eccome, ma dipende tutto da voi, da loro, e soprattutto dal tempo (di qualità) che avete passato insieme, in quell'aula, nei molti mesi di anno scolastico che separano le prime bussate dalle ultime, quelle dei mesi di aprile e maggio.
L'istante-colla per eccellenza, infatti, accade solo a primavera inoltrata: le finestre devono già essere aperte, le prime api sono già entrate per i primi giri di ricognizione tra il panico dei banchi, le foglie fuori dall'aula sono tornate verdi.
Toc - si sente tra un punto e una lettera maiuscola di una novella di Boccaccio. Avanti! - pronunci, felice perché il suono è arrivato proprio a fine paragrafo. Non ti arrabbi più perché ti hanno interrotta: fuori c'è il sole, domani è il tuo giorno libero e andrai in giro in bicicletta, i voti necessari - tre scritti e due orali - sono quasi tutti lì, nelle caselline del registro elettronico, il programma scende sereno verso Ariosto e tu sei addirittura in anticipo di una novella; qualcosa dentro di te - ed è questa la cosa più importante ma di cui tu sei meno cosciente - ti sa ormai placidamente accomodata alla guida di quei pianetini che, a spintoni e a terremoti, si sono lentamente riassestati intorno ad un'orbita comune.
La porta si apre con una lentezza insolita.
Eccolo: è lui, è l'istante-colla.

Il mio istante-colla preferito è tutto in quel silenzio che segue il mio Avanti!.
E' il mio preferito e non succede assolutamente niente. O quasi.
In quel silenzio che segue il mio Avanti! i quarantotto occhi si sollevano quieti dalle righe del manuale. Come risponderà Tancredi alle parole della figlia? - si chiede qualcuno, non per forza il più secchione, e la domanda rimbalza contro le mura del fondo d'aula; qualche sopracciglio si alza, dignitoso e pacato, per lasciare entrare un refolo di curiosità; ogni sedia, impercettibilmente, si accosta a quella di fianco; si crea come un piccolissimo anfiteatro: nessuno lo vede, solo le api che continuano a sorvolare dall'alto; il corpo di quell'aula (perché è questo che siamo diventati, in tutti questi mesi: un corpo soltanto) si stringe nelle spalle: è pronto a tendere la mano al nuovo venuto, ma - come spesso accade quando ci presentano un volto sconosciuto - fa al contempo un passettino indietro, per regolare inconsciamente la distanza del braccio allugato con quella dei piedi.
In quei pochi secondi di silenzio, quelli che seguono il mio Avanti!, è accaduto tutto questo niente.
Poi la faccia di una collega fa capolino dalla porta. Vieni pure, entra! Muove due passi in direzione della cattedra, sbatte il naso contro a quel muro di silenzio docile ed attento, la sorpresa le fa girare il capo sulla destra, verso di loro. Impalpabilmente il suo sguardo tocca quei visi, quel corpo. Per la prima volta giochi a guardare la classe con gli occhi di lei, con gli occhi della collega appena entrata. Dura solo pochi istanti, ed è solo così che puoi vederlo, fiera: il corpo unico che sono diventati. 
Ed è di nuovo silenzio. Disturbo? Ho interrotto qualcosa di importante? Se la collega è di quelle in gamba, si accorge, un po' come le api, che in effetti qualcosa è successo: ma non ha interrotto nulla, lei, semmai ha creato. (grazie) Scuoti la testa, rassicuri. No, figurati! Sorridi a lei, a loro, alle api che prima odiavi. Ti chini sulla cattedra per prendere la penna e firmare il foglio che la collega ti porge, e così facendo ti accorgi, finalmente, che la tua mano non è più solo tua, è la mano di quel corpo.
Tu sei parte di quel corpo: non ti hanno lasciato fuori, ti hanno serbato il posto più importante.

Il resto, quando la porta si richiude dietro la collega e Tancredi risponde a Ghismunda che presto il suo amato morirà, è routine e come tale si polverizza al sole dell'ultima campanella. 
Ma quando esci di scuola, alle 13, sei così piena di colla dappertutto - e sulle mani, in particolare; quelle mani che ora non sono più solo tue - che tutto ciò che incontri di bello sulla strada di casa ti si appiccica addosso, e ti riempie la panda, e il cuore, e il domani. 


mercoledì 2 maggio 2018

Istanti-colla

Passo di tacchi in avvicinamento. Fogli di sbieco tra le braccia; Cosa fai tu qui? Brandelli di temi spiegazzati. Prof, posso andare un secondo in bagno? Un'ultima controllatina alla chiavetta: è lì, fedele, nella tasca davanti dello zainetto. Sì, ma fai veloce, che facciamo il ripassone per domani. Ed ecco la soglia: la porta è spalancata sulla familiare, ciarliera e scomposta umanità. Ha per caso corretto i temi? Uno sguardo alla lavagna: equazioni e, sotto, termini filosofici sbiaditi. No, ve li porto domani. Cancellate la lavagna, per piacere? Una si affretta, gli altri in piedi: chi ritto e impettito, chi controvoglia, chi a metà, chi non fa nemmeno in tempo. Si entra. Buongiorno, seduti. Chiusura di porta. Dove eravamo rimasti? Ah, sì, il ripassone per domani.

Quella porta, quella soglia di altrove, quel confine ritagliato oltre bollette e ristrutturazioni (per me), al di là di qualsiasi instagram story (per loro), fuori da famiglie, fratture, cure e spasimanti, quel varco di puro e semplice noi, si riaprirà un'altra volta soltanto, pochi istanti dopo, per inglobare l'alunna dalla pipì e dalla distrazione facile, e poi mai più, per gli interi e successivi cinquantacinque minuti. 
Si comincia, ragazzi: è l'ora di lezione.

Di lezioni ogni giorno ne si accavallano a bizzeffe: quelle cattedratiche e memorabili, quelle interattive e sorprendenti, quelle fallimentari e incazzose; le noiosissime e parziali interrogazioni, i tesi compiti in classe, i filmati con bisbiglio, le discussioni polemiche, le pedanti correzioni dei compiti a casa.
Quali preferiamo? Quali ci restano più impresse? Quali ricordiamo con sorriso più largo?

La verità più vera è forse che nessuna lezione, davvero, ci resta. Anche la spiegazione più infervorata, giunta l'ora di pranzo, tende a sbriciolarsi in tante spigolature sempre più sbiadite. La si racconta a qualcuno, e già ripercorrendola le parole faticano a centrare il punto, ad affondare nella realtà dei fatti, a riprodurre modulazioni divenute sempre più eteree, impalpabili, e ora già nulle.
No, non sono le lezioni intere ad essere ricordate: quei cinquantacinque minuti restano incatenati logicamente gli uni agli altri solo nelle pagine di appunti degli studenti diligenti: inodori, incolori, tratti di penna su fredda carta bianca.

A me quello che resta sono gli istanti-colla. Ho cominciato tra me e me a chiamarli così perché mi sembrava che fosse grazie a loro se le memorie umane di un anno scolastico si attaccavano alla mia pelle senza scivolare via. Una patina appiccicaticcia dipinta sulle mie mani, come ai tempi del vinavil e degli scout, che prima di seccare (in estate, di solito), permette alle facce alle frasi ai cuori e agli sguardi di appiccicarsi a chi li ha vissuti e non li fa evaporare più.



E tra tutti gli istanti-colla - attimi insignificanti, riti sempre uguali eppure quella volta più uguali degli altri, interstizi di grazia, briciole di comunità - io ne ho uno che preferisco su tutti. Forse ogni insegnante ha il suo: le teste chinate sui fogli di verifica, improvvisamente silenti e compite dopo mesi di caos, o quell'appello di filato con le voci che rispondevano praticamente tutte allo stesso ritmo, come un'orchestra di fiati; il silenzio prima di una risata condivisa e pure un po' illecita, o anche un arrivederci all'unisono all'uscita dalla classe... Chissà se gli altri insegnanti ci hanno mai pensato. Ma gli istanti-colla esistono a prescindere dall'acutezza e dall'intuito dei professori. Se ne stanno lì, trasudando adesivo, e si susseguono a ritmo variabile lungo tutto l'anno scolastico: silenti, viscosi, umili.

La prossima volta vi racconto il mio istante-colla del cuore. 



giovedì 19 aprile 2018

Tromba

Per almeno venti volte ho forzatamente riprodotto la stessa traccia musicale, ieri, sull'autoradio della panda, fino a perdere la nozione dei confini tra quella musica e i piccolissimi martelletti che la riproducevano beati all'interno della mia cavità timpanica.
Era un bel po' di tempo che non mi accadeva, con un brano musicale, almeno dai tempi di questo, che, riverberandosi da un retrobottega di pizzeria, aveva deciso per un breve periodo di invadere le quattro pareti di casa ogni volta che la polvere gridava vendetta dagli angoli, e i pavimenti imploravano pietà. Ascoltavo a ripetizione quella stupida canzone di Mika, quando dovevo pulire, per riceverne le giuste energie, e non intendo sconvolgervi o disgustarvi oltre con i miei gusti da forever sedicenne. Mi è capitato anche con brani di ben altra levatura, comunque, e in particolare, dalle cuffiette di un mp3 non più mio, alle volte con questa, che trovo di una bellezza semplice eppure pungente.

Cos'hanno in comune tre pezzi del genere, riprodotti da altrettanti strumenti, in contesti lontani - su un'auto, con un mocho in mano e una mascherina antipolvere sul viso, o tra i passi lenti e le corse veloci di un asfalto mille volte battuto?

Solo ieri me ne sono resa con con certezza.


La tromba. Hanno in comune la tromba.


Lo so, lo so. Quella dei Beatles non è una tromba ma un corno francese (link alla pagina facebook degli specifici fan). Non so neppure se si tratti esattamente di trombe anche negli altri due brani. Sono una ciofeca musicale, io (lo avrete capito anche da soli), ma volevo ritagliarmi questo spazietto digitale e non purpureo per dire al mondo - e a me stessa - che a me piacciono le canzoni in cui, ad un certo momento, di lato allo scorrere fluido di una melodia (frivola, spumeggiante, amarognola: non conta), fa capolino uno strumento a fiato che, conteggiando rigidamente i tratti di silenzio a lui concessi, ricama punto dopo punto un messaggio cifrato ma scandito, per poi ritirarsi, con dignità, dietro al sipario frusciante delle altre note, di nuovo fluide e continue.

Ah, se anche la vita contenesse, di tanto in tanto, messaggi altrettanto dettati, contrappunti sillabati, piccoli spazi di note divise, semplici, argentine. Non solo sciolti brandelli di pensieri ed incombenze, non solamente grovigli bellissimi e dolorosi di se e ma, di hai pensato a cosa accadrebbe, di immagina che, di forse però.
E invece no. La vita è come una canzone senza tromba - mi dicevo ieri al ritorno da una sfilacciata riunione del gruppo lettere, ed ecco perché amo tanto quei pezzettini di musica staccata; ma la canzone con la tromba, smentendomi, mi strappava da quel confortante e confuso autocompiacimento malinconico per mostrarmi, al bordo della strada, mucchi apparentemente indistinti di fili d'erba e spighe selvatiche che danzavano al ritmo del vento - fuori - e della tromba - dentro l'abitacolo, e dirmi: che cosa credi? che il vento non accarezzi separatamente e distintamente tutte quelle spighe una ad una, con una successione impercettibile ma divisa di carezze? 
E se tutte insieme, le spighe, volteggiano quasi ad una voce, è perché il vento è molto bravo e molto veloce, e assomma le sue note di tromba silente una vicinissima all'altra, ma senza mai fonderle del tutto.

E' come quando tu pensi ad una classe - continuava a sillabarmi la canzone con la tromba, sapientemente riavvolta per decifrare meglio il messaggio - e nel cuore provi tantissimo amore per lei. Forse che l'amore non è soffiato, volto per volto, ciascuno con la sua nota diversa, sul capo di ciascuno di quei ventotto individui chini sul loro foglio?

Da domani, mi sono detta spegnendo definitivamente l'autoradio all'arrivo, voglio provare a parlare così: parola dopo parola, semplici verità una distinta dall'altra, piccoli soffi di suono degni ciascuno di un attimo di silenzio prima e dopo, a cucire insieme un messaggio squillante e sicuro.

mercoledì 18 aprile 2018

Monotemi

Quante volte si può mandare indietro un CD per riascoltarne un brano - uno e quello soltanto, badate bene - prima che l'autoradio in questione improvvisi un sit-in di protesta?
Vi è mai capitato di percorrere un intero tragitto automobilistico - una mezz'oretta, all'incirca, diciamo approssimativamente la distanza tra Modena e Carpi - chiedendo al vostro apparecchio di riprodurre sempre e solo la stessa traccia, e magari prima ancora dell'attimo di silenzio finale (non sia mai che si debba cliccare il pulsante indietro per più di una volta: e ciò accadrebbe se si scollinasse nel brano immediatamente successivo)?

A me succedono puntualmente tutte queste cose (tranne il sit-in di protesta dell'autoradio, che però mi aspetto di qui a breve) e pensavo che fosse normale, quando ti piace molto una canzone; un trepidante viaggio dai colli modenesi in direzione di un esame di inglese, l'estate scorsa, mi ha invece provato che le cose non stanno così per tutti. E' qualcosa di assolutamente insopportabile!  - dichiarava infatti il mio compagno di av/sventure anglofone e non solo, tra un present continuous e il ripasso del lessico dei mestieri, anche e soprattutto quando la canzone è di qualità! Ed io provavo a boicottare il suo grosso dito sui pulsanti del lettore musicale, per farlo tornare indietro almeno una volta, ma il mio amico, su questo, rimaneva irremovibile. Le canzoni si ascoltano una volta e basta. Se no le si rovina.


Oggi, rientrando nel tardo pomeriggio da una sfilacciata riunione per materia, ho ascoltato per mezz'ora soltanto una e una sola traccia musicale, di cui mi ero innamorata proprio qualche ora prima, nel viaggio di andata. E' stata lei, la sola e unica traccia musicale che ho chiesto al mio lettore di riprodurre per i trenta minuti del tragitto, che mi ha tirato fuori questo post, come srotolandolo da un nastro dentro di me, e facendomici avvoltolare a tal punto che mi sono anche dimenticata di controllare se l'asino fosse per caso tornato nel recinto della fattoria.

Però il post ve lo racconto per bene domani.
Per oggi, il numero di parole da me prodotto ha superato il limite quantitativo giornaliero.
Vi auguro una buona notte, ammesso che ci sia qualcuno al di là di questo schermo, e magari con l'autoradio accesa.

martedì 17 aprile 2018

El Dora(n)do

(sto in fissa con la parentesizzazione delle nasali e, no, non è un fenomeno fonetico del manuale di glottologia I)

Dorando Pietri è stato un maratoneta italiano nato a fine Ottocento ed è rimasto negli annali della storia dello sport per una discussa squalifica al termine della maratona dei giochi olimpici di Londra: lui è arrivato primo, ma, vedendolo malfermo sulle gambe, qualcuno (leggo ora da Wikipedia: dei giudici di gara?!) lo ha con prontezza sorretto, causandogli così l'annullamento di quell'epico risultato.

da wikipedia: l'arrivo al traguardo

Io dell'esistenza e ancor meno della beffarda squalifica di Dorando non sapevo nulla prima del Settembre 2017, un mese solenne di traguardi - non squalificabili, per ora! - che mi ha sorretto, nel pieno rispetto delle norme, mentre la città (quasi) natale di Pietri mi accoglieva in seno alla sua comunità di indefessi lavoratori. E' stato mio padre a raccontarmi la sua storia, quando, perplessa, gli ho riferito che all'entrata della città una discutibile rotatoria (sì, sempre loro, quelle che i Carpigiani non sanno usare: ma questa è un'altra storia) vantava sul suo cocuzzolo una statua bronzea di un tizio in braghette rosse.

La statua è bruttina assai, devo ammetterlo, e tale rimane anche a fronte della memorabile vicenda di Dorando, che, dal canto suo, mi è subito sembrato piuttosto tinnico. Non credo vada molto d'accordo con il sexy-toys-shop che ci hanno costruito proprio lì attaccato, né tantomeno con i malmessi palazzacci che circondano il crocevia, degni dei più malfamati quartieri del profondo est Europa (evocato anche dalla vicina via Lenin); però credo che di tanto in tanto intavoli semplici ma essenziali riflessioni con l'attiguo Doctor glass, con cui me lo immagino discutere del lato pratico della vita, e della fragilità di tutto ciò che appare spesso erroneamente solido.

Quello che però mi ha stupito più di ogni altra cosa, al di là dei rovesci di fortuna sportivi e delle patriottiche rievocazioni degli eroi locali, è stato lo scoprire, proprio stamattina, che l'aiuola sottostante a quella effigie un po' stentata non conteneva solo terra riarsa né semplici e banali sassolini: oggi da quella terra riarsa sono nati (spontaneamente? Secondo me ce li ha piantati lui, Dorandino, ora che è in pensione e ha tanto tempo a disposizione) fasci e fasci di umili fiorellini gialli.

Ora Dorando corre su un prato fiorito.


Se solo potessimo cambiare scenario, anche solo parzialmente, ogni due o tre anni della nostra vita, e magari di autunno: la strada verso il lavoro, il panorama dalla finestra di cucina, la conformazione delle scale di casa, la vista dalla scrivania della sala insegnanti; anche solo uno di questi basterebbe. Quante novità inattese ci porterebbe la primavera, come se fosse la prima dopo secoli: aiuole colorate dove non credevamo ci fosse altro che pietra, raggi di sole che arrivano in punti insperati della libreria, chiome vivaci che coprono pudicamente squallidi muri, tratti di asfalto mai prima illuminati dall'alba.

Oggi annoto il prato fiorito di Dorando, senza mancare di ringraziarlo ufficialmente, perché temo che l'anno prossimo, quando già saprò, quel giallo semplice ma onesto passerà sulle mie retine in modo molto meno effettivo, e il suo calore sarà già un ricordo.

Non mi resta che cambiare occhiali.

lunedì 16 aprile 2018

I(n)spirazione

Respirazione diaframmatica, la chiamano.
Inspirare: gonfiare l'addome, riempirlo di aria nuova che fatica a scendere fino lì, si inceppa tra le pieghe di un cuore sobbalzante e si appiccica sulle pareti di una pancia già gonfia d'altro (ahimè, i fagioli di ieri...); e poi espirare: appiattire gli stessi muscoli, cacciare via forzatamente ogni particella di vapore già vecchio ed inutile, partendo dal fondo - mi raccomando - e poi su fino alla gola, ed emettere un sibilo stanco a riprova che quel movimento accade davvero, che qualcosa di brutto è stato espulso e siamo pronti per ricominciare dall'inizio.
Dunque ancora: inspirare, gonfiare, introdurre; e poi nuovamente espirare, soffiare, appiattire.
Nel giro di poche settimane me lo hanno raccomandato due specialisti, interpellati in luoghi e contesti diversi per disfunzioni corporee che non potevano apparire più lontane le une dalle altre.

E così mi sono messa d'impegno.
In macchina, soprattutto, lungo un tragitto nuovo che ormai inatteso più non è, tra un ponte, una rotonda (mica ci sanno girare, i Carpigiani, sulle rotatorie, è incredibile: ma questa è un'altra storia), una fabbrica puzzolente e lui: il recinto della fattoria. Eh sì, perché tra un respiro diaframmatico e l'altro, ogni mattina, poco dopo aver passato il parcheggio di Martin Grigliate (se mi sposo, giuro che li chiamo al pranzo di nozze), sulla sinistra trovo ad attendermi un cortile, chiuso solo da un mite steccato, all'interno del quale, a pochi metri dalla strada trafficata, altrettanto mitemente convivono diversi animali domestici. Galline, tacchini, capre, pecore, conigli, oche; una casetta di legno, al centro; covoni di fieno, qua e là; un fiocco rosa, appeso giusto davanti alla porticina di ingresso, che cela al passante ulteriori dettagli sulla specie animale neo-nata.

Respiro diaframmaticamente e faccio pure gli esercizi di dizione, articolando a bocca spiegata le vocali mentre - senza far vibrare le corde, mi raccomando! - butto fuori l'aria e rendo concavo il mio povero ventre, tutti i giorni, finendo di solito qualche metro prima di cominciare a sentire il puzzo di una fabbrica sulla quale mi riprometto sempre di chiedere lumi a qualche collega del luogo (che razza di odore è? I primi tempi in cui ci passavo davanti, senza rendermene conto, attribuivo quell'afrore ai miei piedi, benché accuratamente ricoperti di calze e calzature; ci sono voluti almeno due mesi di rimproveri alla mia pedicure per realizzare che la puzza veniva da fuori - tutti i giorni, alla stessa altezza del percorso - e che probabilmente corrispondeva alle emissioni di quel grande edificio grigio alla mia destra). Respiro insomma con dedizione, e nel frattempo mi interrogo sul senso di questi malanni sopraggiunti tutti insieme, mentre attendo con dolore l'avvistamento del primo capello bianco, a cui si sommano le preoccupazioni quotidiane, le caselle di voti da riempire, la pizza d'asporto troppo gommosa nel nuovo quartiere, le malattie altrui, i prezzi delle scarpe da ginnastica, le amiche del liceo sorridenti e realizzate che fanno capolino dalle foto di instagram, i messaggi in coda per ricevere risposta, la ripetizione di oggi pomeriggio.

Lo faccio ormai da qualche tempo, e ultimamente sia all'andata che al ritorno. E' stato proprio al ritorno, circa una settimana fa, dopo la fabbrica-puzza-di-piedi, prima di Martin Grigliate, all'altezza del metanista scorbutico ma efficiente, che meccanicamente, tra un'inspirazione ed un'espirazione, ho girato la testa verso destra e ho incontrato con gli occhi un nuovo abitante del recinto della fattoria.


Un asino.
Già simpatico di suo, con quel fare sornione e solo apparentemente disinteressato, traboccante in realtà - ne sono sempre stata certa - di pensieri acutissimi sul vivere umano. Ma in questo caso doppiamente degno della mia attenzione.
Perché il nostro amico asino, in quel momento, fermo immobile in mezzo al cortile, portava sulla schiena, in perfetto equilibrio, una gallina e un tacchino, appollaiati lì come se niente fosse.

Ho evitato a stento un tamponamento. Com'era possibile che, dall'alto di tutta quella intelligenza mal sopita, saggio per secoli di osservazione attenta, accettasse un simile compromesso con due creature avide ed egoiste, che nulla di certo rendevano in cambio di quella irrituale invasione?
Eppure lui - e forse proprio in questo si nasconde l'ennesima conferma della sua natura superiore - non ne sembrava afflitto affatto.

Forse, a lui, la respirazione diaframmatica serve per cullare i suoi ospiti - ho pensato.
E mentre un sorriso stentato saliva dal mio diaframma al mio volto, storto ma fiero di essere riuscito, anche questa volta, anche a dispetto della fame e dell'afonia, ad appiccicare un post-it positivo sui pensieri dei dintorni, in coda a quel sorriso, appesa ad esso come ad un amo di pesca miracolosa, è arrivata un'idea didattica per un'attività di classe - la Mia classe, quella che in questo anno nuovo sto amando di più, anche se è una gara dura - che immediatamente mi è sembrata fichissima e che ho subito provveduto, diaframmaticamente gongolando, a scomporre, arricchire, dettagliare, e mentalmente annotare. Sentendomi, finalmente e improvvisamente, libera da ogni acciacco.

Merito della respirazione, del serafico asino, o dei due prepotenti intrusi?

Stamattina ho cercato di sghembo l'asino per ringraziarlo dell'ispirazione.

Non c'era più.

Qualcuno di voi potrebbe ipotizzare che fosse dentro alla casupola di legno, ancora avvolto nel suo placido sonno.
Io preferisco pensare, invece, che l'ispirazione sia stata condivisa, e che tra un respiro diaframmatico e l'altro egli abbia concepito un piano di fuga geniale e definitivo, e che ora vaghi per le praterie della bassa modenese assaporando erba e libertà.