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sabato 19 maggio 2012

C'è post@ per te

Il mio film preferito, come forse alcuni di voi sanno, è un filmetto da quattro soldi che di titolo fa C'è post@ per te. E' stato eletto da tempo ai vertici della mia personale classifica e come spesso accade quando le origini di un simile ordinamento si perdono nella notte delle adolescenze più spiantate, nessuno si permette più di spodestarlo da lì, anche se - come è ovvio - ho visto, nel tempo, film molto più belli ed emozionanti e meglio recitati di quello, e non pochi davvero.

Ma C'è post@ per te è l'unico film di cui conosco a memoria il novantacinque percento circa delle battute, perché C'è post@ per te è l'unico film che ho visto per così tante volte consecutive (almeno quindici, credo) e C'è post@ per te è insomma l'unico film che mi è rimasto impresso negli occhi e nella pelle così tanto da divenire quasi un pezzetto della mia, di vita, e questo in un periodo in cui la pellicola della tua esistenza è ancora così facilmente impressionabile - sto parlando ovviamente dei dolceamari quindici anni quasi sedici - che davvero di quel segno non puoi più liberartene, proprio no.

Bene così, allora. Io mi tengo C'è post@ per te come film preferito e non ne faccio motivo alcuno di vergogna.

Se ci ripenso, comunque, al di là della trama piacevole e della simpatia vagamente empatica che mi suscita ancora oggi quella Meg Ryan lì, un segmento di quel film che rivedrei, a ventotto anni suonati, mille volte di fila, anche oggi, anche stasera, e sì, soprattutto stasera, c'è. Ed è di quello che vorrei parlarvi.

Vi parlerò della scena più bella del mio film preferito, ovvero la scena (ma credo di averne già parlato, o meglio accennato tempissimo fa) che ha come colonna sonora questa canzone di Steve Wonder e più precisamente le sue primissime note.

Dunque, c'è Tom Hanks che fa l'imprenditore di successo e nella vita ha come acerrima ed agguerrita nemica la libraia povera ma idealista Meg Ryan. Nella vita sub-reale del web, però, i due si scrivono mail tenere senza sapere l'uno l'identità dell'altro, e lentamente scoprono, grazie a queste parentesi di carta virtuale, che si piacciono un pochino e che così facendo tirano fuori il meglio di quel che hanno dentro. Poi Tom Hanks scopre che la sua corrispondente altro non è che la sua odiata rivale, e la relazione virtuale per un po' si interrompe. La vita vera entra in quella sub-reale e la fa apparire sciocca e vana. Tom Hanks, poi - per motivi collaterali - si decide finalmente a lasciare la testa di cazzo (cit.) di fidanzata con cui viveva e si trasferisce all'interno della sua lussuosa barca.

E qui viene la scena preferita del mio film preferito. Non è che una scena marginale, ma proprio per questo mi sa di vittoria e di caramella il fatto di averla scoperta seminascosta tra il patetismo e le risate delle altre scene e di averla portata, per un attimo e in un attimo, qui alla ribalta davanti a voi.

Una sera il padre di Tom Hanks va sulla barca in visita al figlio e, da padre degenere e consumista e capitalista e senza cuore e superficiale qual è, gli confida che è in procinto di divorziare dall'ennesima donna e  mentre beatamente si prepara un coktail, enumera al figlio i disagi economici che deriveranno da questa separazione.
Un altro pezzetto della tua eredità che se ne va - dice con fare dispiaciuto al figlio. Non ti devi preoccupare - risponde pacifico Tom Hanks.
Ora dovrò semplicemente trovarmene un'altra - aggiunge il padre. Che è poi la parte più semplice, dopo tutto.

Il figlio alza gli occhi al cielo, e, con lo sguardo di quello che ha sentito queste spacconate più di una volta, chiosa ironicamente ah beh, ma certo, che ci vuole del resto a trovare quell'unica persona sulla faccia della terra che ti fa vibrare alla perfezione il cuore di gioia?

E tu pensi che il padre è uno stronzo ed è pure un po' scemo e non risponderà a questa lieve provocazione perché probabilmente non l'avrà sentita o comunque non l'avrà capita. E invece il padre ribatte ma non dire stupidaggini! Ho mai trovato una donna che corrispondesse alla descrizione?


E sereno e tronfio beve un sorso del suo coktail e dopo averlo mandato giù aggiunge ancora, sprezzante, e tu?! - E in questa domanda c'è sia il punto interrogativo sia quello esclamativo, perché è un e tu ironico, che conosce già la risposta e vorrebbe chiudere il discorso e attaccare finalmente a parlare di azioni e motoscafi, di borsa e grandi magazzini.

E invece no.

E invece l'inquadratura passa un secondo, un microsecondo su Tom Hanks e poi, zac, arrivano quelle prime note, meravigliose, della canzone di Steve Wonder (vi prego, riascoltatevele un secondo, perché sono troppo belle), e la coperta è presa e gettata giù dal letto.

Sulle prime, meravigliose, note della canzone di Steve Wonder è di nuovo mattina e sono passati forse un po' di giorni, forse di mesi, il film non lo dice e anche qui sta il bello, perché non ha importanza; sono passati un po' di giorni o forse di mesi e Tom Hanks cammina per le strade di New York con quel suo passo penzolone e in mano ha un mazzo di margherite - che sono il fiore preferito di Meg Ryan (oltre che della sottoscritta) e lui lo sa (però sa solo di Meg Ryan, non della sottoscritta) - , e arriva al portone di casa di lei e suona il campanello e dice titubante e felice sono Joe, Joe Fox.

E poi lei lo accoglie diffidente in un mare di starnuti, lui persevera, lei non capisce e lui persevera ancora. Il film va avanti e capirete anche da soli come andrà a finire, però secondo me quelle tre o quattro note iniziali della canzone di Steve Wonder sono bellissime e la scena che accompagnano pure.

Perché è così, che vorrei che andasse, la Vita. Vorrei che bastassero quattro note - in mezzo ad un momento che non diresti mai, avvolto in un mare di colori assolutamente diversi, e cupi - per voltare la testa, all'improvviso, a quel e tu?! bisbigliato alle spalle e per mollare tutto, e prendere la macchina e guidare fortissimo in seconda corsia, fottendosene degli autovelox, sorpassando tutto il sorpassabile, forzando le macchine lente davanti a te come tante volte ti sei vista fare, da dietro - emozionante rivincita - e scegliere un mazzo di fiori, il mazzo di fiori, e arrivare davanti ad una porta al di là della quale si sa che si riceverà solo perplessità e però bussare lo stesso, chisseneimporta, perché la risposta a quel e tu?! vale mille porte in faccia, mille chilometri e mille multe.



Mi piace, quella scena, ma non tanto per il risvolto romantico o meglio non solo. Mi piace quell'euforia della risposta alla domanda; mi piace il passo molle e però convinto di Tom Hanks; mi piace il suo sguardo da pesce che si illumina alla luce delle tre note di Steve Wonder.

Poi lo so anche io, che la Vita non va così, o meglio non sempre. Ma l'orecchio teso a sentire la domanda sprezzante, l'e tu?! sconfitto e graffiante, quello, beh, io mi alleno, con questa scena, a tenerlo sempre sull'attenti.

giovedì 15 marzo 2012

Di pellicole mai nate

Nell'eventualità che a breve ci si presentasse un mondo utopico nel quale ciascuno di noi fosse libero di esprimere senza freno alcuno le proprie velleità artistiche e para-tali, io avrei un progettino da realizzare già pronto nel cassetto. Piazzerei una cinepresa ad un qualunque incrocio ics di un qualunque mondo popolato da automobili e realizzerei un film riprendendo interamente ed esclusivamente le facce della gente che guida passando per di lì.

C'è poco da aggiungere, mi pare. Se non che siamo meravigliosi.
Siamo meravigliosi; siamo meravigliosi pezzi di umanità scombussolata che fanno le cose e le attività più disparate e degne di vergogna nell'illusoria e quanto mai fallace convinzione che nessuno ci guarderà mai, mentre ciò che ci divide da un qualunque Altro (principi azzurri, potenziali datori di lavoro e ferrei genitori compresi) è un semplice pezzo di vetro trasparente (o due, al massimo); al contrario, ci agitiamo sbuffiamo e ci comprimiamo in modi d'uso assolutamente ed insopportabilmente impeccabili quando probabilmente di noi non frega una mazza a nessuno, e men che meno se, da impeccabili in una massa di impeccabili, ci confondiamo nel mucchio: in discoteca, in classe, in biblioteca, al ristorante.

Ma questo nulla toglie alla purezza del godimento di osservare - e io lo faccio spesso, visto che ormai passo metà della mia giornata in automobile - i frammenti di popolazione che sfrecciano sulla corsia opposta a velocità variabili: siamo meravigliosi, e lo ripeto convintamente. E forse meravigliosi proprio perché ignari; forse proprio perché fragili in questa evidente - ma lo dico in modo buono - stupidità.

E così ci sono i catatonici del volante, gli incantati sul punto fisso all'orizzonte, gli apatici senza emozioni o forse sono solo stanchi o hanno semplicemente smesso di cercare. Sono i meno simpatici, a dire il vero, ma anche le loro espressioni possono regalare qualche brivido.

I miei preferiti in assoluto sono invece gli incazzati verbali. Quelli che stanno insultando quello davanti per la manovra inopportuna e allora il mio scopo è riuscire a leggere il labiale nel minor tempo possibile, prima che la loro testa ondeggiante di sdegno sia scomparsa alle mie spalle. E alle parole urlate e nel contempo silenti, vili nella loro aggressiva inutilità, si aggiungono il colpo di mani sul volante e, nei più coreografici, il pollice alzato o - apoteosi - il finto applauso. Premio speciale della regia, senza dubbio.

Una categoria che mi dà molta tristezza - ed è l'unica, in verità, che preferirei non incontrare mai in questa assurda carrellata di viventi - è invece quella della coppia muta. Li becchi soprattutto fermi dietro di te ai semafori; è lì, fissando i quattro occhi lattiginosi che guardano attoniti in direzioni opposte, che puoi apprezzare appieno il vuoto cosmico che regna all'interno dell'abitacolo e a te che sei lì dannatamente e inesorabilmente sola verrebbe voglia sul serio di aprire lo sportello, bussare al loro specchietto e spiegar loro che sono fortunati, a prescindere, sono fortunati perché sono in due, foss'anche per i dieci minuti di quel tragitto, e poca vacca almeno chiedigli come è andata la giornata, e se abbassi il volume della radio forse riesci pure a sentirne la risposta.

Ma per fortuna la grande maggioranza dei guidatori guida sola, ed è proprio in quella solitudine ignara che le perle migliori vengono a galla.

Gli scaccolatori, per esempio. Sono una schiera nutritissima e io li amo tutti, in blocco: per quell'aria assorta da indagine scientifica e quella concentrazione attenta che - e se sei fortunato li incroci proprio in quell'istante esatto - sfocia poi nell'eureka fugace della pepita tanto agognata.

I cantanti (della cui specie io faccio - fieramente - parte). Meglio se con moto ondoso del capo; a volte pure con gli occhi semichiusi nell'estasi musicale del finalmente alla radio hanno messo la canzone che ho sentito l'altra sera da Giulia, che figata, la mia giornata ora ha un senso. Spesso un occhio inesperto potrebbe confonderli con gli auricolo-parlatori - sempre in aumento, devo dire; ma poi c'è sempre quel centimetro in più di apertura dell'orifizio orale che li contraddistingue e toglie ogni dubbio, quell'esitare un secondo più a lungo del normale su una vocale, ed è allora che io sento di aver trovato un amico in più, nella giungla, e sorrido. Sempre.

E poi quelli che si schiacciano i brufoli, quelli che sbadigliano, quelli che abbassano il parasole per controllarsi la frangetta o l'occhiaia nel piccolo specchio ed è splendida e umanissima l'espressione di disgusto che nel novanta per cento dei casi ne segue; quelli che parlano nel vivavoce del cellulare tipo ricetrasmittente sì capo qui ci sono molti nemici passo, quelli che fumano e quelli che appoggiano il gomito nello spazio finalmente lasciato aperto dal finestrino e sono un po' come le rondini, al terzo che incontri significa che - ancora una volta, anche quest'anno - è primavera.

Ma forse quelli più belli in assoluto devo ancora nominarli. I più belli e i più commoventi, quelli che ti ricordano che, dopo tutto, siamo davvero tante piccole schegge impazzite tutte uguali e tutte diverse, e tutte allo stesso modo con la stessa, dannatissima, sete di amore. I più belli - e qui per davvero abbandono il tono da satira spicciola del mercoledì sera e ritorno la Tinni di sempre - e soprattutto quelli che ti insegnano che quella sete non c'è verso di placarla a meno che tu non dia da bere a qualcun altro. E sono i guidatori che parlano e gesticolano e ridono e sorridono e indicano qualcosa laggiù e tu li stai banalmente inserendo nella - piuttosto anonima, a dire il vero - categoria già citata degli auricolo-parlatori e invece, proprio quando sono lì lì per svanire oltre il tuo campo visivo, quando la macchina è vicina vicina alla tua e quasi ne vedi le rughe, ecco che dal sedile dietro spunta un paio di occhi in più; un paio di occhi spalancati su di un visino minuscolo che a sua volta fa capolino da un corpicino legato stretto stretto ad un sedile in cui quasi annega. E allora, in quei pochissimi istanti che ancora ti uniscono a loro, ritorni con la macchina da presa sul volto del guidatore e non ti sembra più quello di prima, o non solo. Ti sembra più allegro, più cordiale, più lì. Ti sembra e forse lo è.


Ma la macchina seguente già ti sfanala per farti amichevolmente passare: è il tuo turno, ormai, di svoltare a sinistra. Hai giusto il tempo di girare la manopola del volume dell'autoradio per sentire meglio canzoni come questa, di indossare il tuo sguardo migliore, una pettinata alla frangetta ed ecco, si va in onda anche noi.

Con quella figurina avvolta nel sedile di dietro ancora dentro agli occhi: una speranza, sì, o forse addirittura una promessa.

Titoli di coda, grazie.






p.s. nel caso a qualcuno fosse venuta la curiosità, il protagonista della nuova copertina di questo blog non è il mio gatto - che è nero come il carbone, come forse i più attenti ricorderanno - ma un misterioso quanto affascinante felino che circola da tempo nel mio quartiere senza che nessuno ne abbia ancora identificato origine, padrone e intenzioni. Di solito quando rientro a piedi dalla pizzeria lo trovo accoccolato beatamente sotto alla mia panda (alla quale appartiene il polveroso paraurti rosso che vedete incorniciare la foto): non so perché, ma un giorno mi sono fermata a fotografarlo e ho pensato che questa coppia di affascinanti soggetti potesse essere un buono sfondo per qualche tempo.



mercoledì 20 luglio 2011

L'importanza delle domande


1. G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?

(...)


Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l'ardore, e che procacci
Il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?

(..)
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.

(...)

Forse s'avess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E' funesto a chi nasce il dì natale.

2. (in particolare dal minuto 3.00)
http://www.youtube.com/watch?v=U9yPcRAs-Iw

Lo Straniero

Derek Walcott - Mappa del nuovo mondo

(scoperto grazie al film La Febbre, che vi consiglio)


Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell'altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d'amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

domenica 6 febbraio 2011

Pop corn

Sono ancora un po' sotto sopra dopo aver letto i primi resoconti di vita vissuta dal blog di Costanza, una cara amica che è partita da un mese per il Burkina Faso. Mi sembra che, dopo aver letto quelle parole, tutto ciò che scriverò io qui apparirà necessariamente banale ed incolore. Ma tant'è. Io sto a Bologna e mi devo accontentare di piccoli momenti di tinnico un due tre VIA.
Come, per esempio, quello guadagnato e vissuto ieri sera: al cinema dopo più di un anno, mi sono goduta un bel Il discorso del re; attori bravi, musiche coinvolgenti (Mozart), una delicata storia di amicizia e collaborazione, e pure un po' di riflessione storica sul ruolo - fondamentale - giocato dagli Inglesi e dalla loro Corona ai tempi nello sviluppo del Nazismo (della serie: grazie. Grazie di averci pensato voi). Ma, sopra ogni cosa, la visione è stata per me rallegrata dall'aver portato, religiosamente nascosto dentro una borsa capiente, un magico tapperuer contenente, udite udite, una sbadilata di ottimi pop-corn appena cotti in casa, salati il giusto, unti il giusto, caldi il giusto. E alla modica cifra di ...niente! 
Rigiro quindi il consiglio a tutti voi: perché pagare 5 - e ripeto, 5 - euri per un coso di pop corn cotti in chissà quale olio, sempre troppo salati e sempre troppo unti? E' forse un reato portarsene da casa? 
Tinni non si vergogna di averlo fatto. Secondo voi avrebbe dovuto?!