Mi ricordo quando al liceo, tra amiche, di pomeriggio ci facevamo gli squilli. Più lo squillo era lungo, più voleva dire che l’altra ti voleva bene. Come distinguere uno squillo lunghissimo e pieno d’amore da una vera e propria telefonata? Mi ricordo che nessuna di noi si pose mai il problema.
Mi ricordo quando pensavo che se fossi riuscita a diventare una prof, nulla mi avrebbe mai più fatto incazzare: sarei stata sempre felice. Mi ricordo che nelle ultime ventiquattr’ore ho maledetto: la sesta ora, la fotocopiatrice, e l’assenza di un’alunna.
Mi ricordo dov’ero sdraiata quando ho letto le prime pagine di Guerra e pace.
Mi ricordo la prepotenza della primavera 2020.
Mi ricordo ogni mese di pagare la retta della materna. Però a volte no, e mi arriva la mora.
Mi ricordo Giochi senza frontiere, la sera, d’estate: l’Italia era azzurra, la Francia era blu. Mi ricordo che a volte mi confondevo.
Mi ricordo della prima volta in cui ho visto la mia amica Nuria: era bella come una regina, sul sedile dietro dell’auto di Marcello, il suo primo moroso, che riportava entrambe a casa dopo una sera in discoteca. Mi ricordo che era l’ultima domenica di ottobre: Marcello sosteneva, placido, che nessun genitore ci avrebbe sgridato perché, invece che le quattro di notte, erano ancora, semplicemente, le tre.
Mi ricordo anche dell’ultima volta in cui l’ho vista: erano i primi di settembre, lei era bella come una regina e si augurava che la futura maestra di sua figlia fosse all’altezza di quella appena pensionata. “Chissà cosa ci capiterà!”: mi ricordo che sono state le sue ultime parole.
Mi ricordo che Nuria è morta il primo agosto di quello stesso anno, perché tutti eravamo al mare.
Mi ricordo, quasi ogni giorno, che non l’ho mai potuta salutare.