MOLTEPLICI INIZI.


A proposito di:

interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.
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lunedì 20 ottobre 2025

L'autorità


Entro in aula e distribuisco fotocopie. Oppure accendo la LIM ed avvio un filmato. Chiamo un ragazzo alla lavagna e gli affido gessi colorati. Mi insinuo con qualche pretesto a sentire la lezione di un collega.
Ogni scusa è buona per lasciare la cattedra e sedermi laggiù, in mezzo a loro: quaderno, penna e una gamba ripiegata sulla sedia. Meglio se in ultima fila, per non dare le spalle a nessuno. 
A volte, però, la magia è interrotta dal bussare di un bidello. Il mio debole avanti nemmeno si sente, là fuori, ma dopo pochi istanti la porta si apre comunque imperiosa. 
Lo sguardo esterno corre subito alla cattedra, ed esita trovandola vuota. Gli occhi si fanno sospettosi, spaventati, incerti. Che sta succedendo?
Ecco: l’autorità, per me, è quella cattedra sgombra e lo sguardo del bidello che la avvolge senza sapersi posare altrove; involucro impenetrabile ma cavo.

Eppure, dalla mia postazione infima e speciale, prima che qualcuno arrivi a spezzare l’incanto, distinguo qualcosa che alla cattedra, di solito, è precluso: lungo la via della scuola sono tornati a fiorire i topinambur, come ogni ottobre, imperterriti e incuranti del cemento che li sovrasta. Un ragno ricomincia paziente la stessa tela che, oggi pomeriggio, il bidello di turno puntualmente arrotolerà intorno alla sua scopa. Non è un po’ come assistere al ritorno implacabile del candelabro di Un’opera d’arte nello studio medico in cui tempo prima era stato deposto? Non vi sembra che, a volte, anche gli oggetti, gli insetti, gli steli d’erba esercitino la loro parte di silenziosa ma incrollabile autorità? 
Non lo so, se Cechov sarebbe d’accordo con me, ma sempre più spesso questa mi appare come l’unica forma di potere in cui volentieri mi accoccolerei.



giovedì 28 luglio 2022

Cinquanta sfumature di grigio (topo)

Ho comprato un'automobile nuova.

Dopo dieci interi anni di onorato servizio, due domicili, una consistente presenza ispiratrice su questi schermi, passi montani, isole, nevi, grandinate fuori dall'ordinario, urla infantili e una quantità incommensurabile di briciole - ebbene sì - Tinni sta per acquistare una panda nuova fiammante. 

Uguale in tutto e per tutto a colei che la precedette, o quasi. 

"O quasi" perché la panda nuova non sarà color rosso-allegria-simpatica, bensì - per questioni legate da una parte alle bieche manovre di vendita della ancor più bieca Fiat, e dall'altra ad altrettanto prosaici calcoli finanziari di Tinni stessa (la quale non intendeva sborsare alcunché di aggiuntivo rispetto al prezzo basilare) - tremate tremate... color "grigio-moda". Anzi, evitiamo fin dal principio di cadere nel pallido tranello del mio rivenditore e chiamiamo questa tinta col nome che merita: color "grigio topo".


Continuavo da settimane a rimuginare su questa scelta proletaria, scrutando ogni panda di quel genere alla ricerca di possibili sfumature di allegria e non trovandone alcuna, e mi chiedevo da giorni come avrei fatto a sopportare una vista tanto mogia ed opaca, quando oggi, di ritorno da una pausa pranzo che si era dimostrata già per molti versi benefica, ho ritrovato quello stesso colore non più tra le righe bianche delle corsie stradali, ma sul fondo del cielo, in direzione nord-est.

Stava per arrivare un temporale.

E qui ci starebbe, volendo, anche il pippone sul cambiamento climatico, sulla violenza di questi nuovi temporali forieri di danni e terrore, sulle mezze stagioni che mio figlio mai conoscerà, sul caldo asfissiante degli ultimi tempi e sull'aria condizionata che oramai condiziona le vite di tutti noi. Ci sarebbe, volendo, ma lo risparmierò alla mia stanca tastiera e arriverò dritta al punto.

Stava per arrivare un temporale e Tinni, nonostante le sue ataviche paure dei tuoni, sommate a quelle per i succitati danni da maltempo a cui questi tornado ci hanno abituato, nonostante i panni stesi da poche ore ed anche se la sua piccola, fragile e ormai morente panda era ancora piuttosto lontana da qualsivoglia riparo, beh, nonostante tutto questo, Tinni, al vedere quel colore fosco addensarsi all'orizzonte, invece di avere paura ha avuto... un ricordo.

Perché dovete sapere, cari i miei venticinque lettori, che in questi anni di assenza dallo spazio virtuale Tinni ha affrontato la cosa più grande che tutta la sua vita le avesse mai propinato, e cioè ha dato alla luce un figlio in piena pandemia. E il ricordo che questa madeleine al sapore di pioggia le ha ripescato alla mente oggi, durante la pausa pranzo, era proprio un ricordo dell'agosto 2020, quando il piccolo bogigio (soprannome di famiglia) aveva a mala pena un mese e mezzo e la neo-mamma Tinni stava vivendo uno dei periodi più bui della sua peraltro felice esistenza.

Era estate e c'era caldo, tanto caldo. Non si usciva mai perché il neonato piangeva, perché il neonato sudava, perché il contagio aumentava e perché Tinni da settimane non si lavava né le ascelle né i capelli. Le giornate si susseguivano uguali le une alle altre come solo quelle degli agosti in cui non si va in ferie sanno fare; monotoni e asfissianti come possono essere soltanto i giorni di chi ha appena avuto il primo figlio; tesi e accidentati come quelli di chi si è ritrasferito a casa dei propri genitori e ha paura di diventare grande per davvero.

Anche quel giorno ilmeteo.it prevedeva ore e ore di pallino arancione, eppure, in un pomeriggio anonimo come tutti gli altri, all'improvviso, da lontano, si udirono dei rombi di tuono.

L'acquazzone arrivò lesto e furioso, Tinni accese la luce nella sua mansarda trasandata, furono chiuse imposte e alzate zanzariere, la pioggia distrusse e poi scivolò via. 

E fu allora che Tinni, in un insperato moto di creatività, si legò il bogigio addosso e decise di uscire nel giardino, ancora con i pantaloni verdi del pigiama. Accuse di sconsideratezza le piovvero come sempre sulla testa, insieme agli ultimi goccioloni che il temporale tardava a portarsi via, ma lei spazzò via gli uni e gli altri con una lieve manata sui capelli.

Voleva far conoscere a suo figlio la pioggia. 

E qui vi prego - anche se a prima vista potrebbe apparire spontaneo il contrario - di sgomberare il campo - mentre immaginate questa scena - da qualsiasi pensiero di tenerezza o cucciolosità materna: in quei mesi il bogigio era per Tinni solamente un groviglio di incomprensione e senso di colpa. Non ero una madre (ne esistono?) che culla protettiva il proprio figlio sussurrandogli che l'ama. Odiavo il suo estenuante desiderio di tetta e non sopportavo i suoi sonni agitati. Mi chiedevo assai spesso chi me l'avesse fatto fare. Contavo i giorni nella speranza - sempre frustrata - che qualcosa migliorasse. Non mi ritrovavo in nessuno dei pensieri sulla maternità che avevo elaborato in gravidanza.

Ma avevo voglia di qualcosa di nuovo. Ed un buon temporale estivo - sia pur distruttivo od impazzito - rappresentava a quei tempi l'unico diversivo possibile. Non potevo lasciarlo scappare. E non potevo più, del resto, pensare di godermelo da sola. 

E così portai Guido in fascia a leccare le prime gocce di pioggia della sua vita, mentre mi nutrivo del fresco attraverso la canottiera del pigiama e pucciavo i piedi nudi nelle pozzanghere del selciato.

Ero felice? Penso fosse ancora molto presto per parlare di gioia. 

Sono felice oggi, che Guido ha pronunciato in una giornata almeno venti parole nuove, mi ha mostrato che sa fare le bolle con la saliva e si è lavato da solo le ascelle e sotto il mento.

Nell'agosto del 2020, dopo il temporale e intorno alla casa, con il bogigio in fascia, Tinni, semplicemente, si ricordò che la felicità esisteva ancora, tra le possibili sfumature dell'esistenza, e le fece ciao ciao, di lontano, agitando una manina che non era la sua.

E così tra un mese, quando riceverò la mia nuova panda color grigio moda topo, ho deciso che saluterò in lei e nella sua temporalesca apparenza questa nuova fase di tinnica vita, una fase in cui quando l'oscuro tornado arriva sul tuo capo, puoi sempre approfittarne per un rinfrescante pediluvio.


martedì 17 aprile 2018

El Dora(n)do

(sto in fissa con la parentesizzazione delle nasali e, no, non è un fenomeno fonetico del manuale di glottologia I)

Dorando Pietri è stato un maratoneta italiano nato a fine Ottocento ed è rimasto negli annali della storia dello sport per una discussa squalifica al termine della maratona dei giochi olimpici di Londra: lui è arrivato primo, ma, vedendolo malfermo sulle gambe, qualcuno (leggo ora da Wikipedia: dei giudici di gara?!) lo ha con prontezza sorretto, causandogli così l'annullamento di quell'epico risultato.

da wikipedia: l'arrivo al traguardo

Io dell'esistenza e ancor meno della beffarda squalifica di Dorando non sapevo nulla prima del Settembre 2017, un mese solenne di traguardi - non squalificabili, per ora! - che mi ha sorretto, nel pieno rispetto delle norme, mentre la città (quasi) natale di Pietri mi accoglieva in seno alla sua comunità di indefessi lavoratori. E' stato mio padre a raccontarmi la sua storia, quando, perplessa, gli ho riferito che all'entrata della città una discutibile rotatoria (sì, sempre loro, quelle che i Carpigiani non sanno usare: ma questa è un'altra storia) vantava sul suo cocuzzolo una statua bronzea di un tizio in braghette rosse.

La statua è bruttina assai, devo ammetterlo, e tale rimane anche a fronte della memorabile vicenda di Dorando, che, dal canto suo, mi è subito sembrato piuttosto tinnico. Non credo vada molto d'accordo con il sexy-toys-shop che ci hanno costruito proprio lì attaccato, né tantomeno con i malmessi palazzacci che circondano il crocevia, degni dei più malfamati quartieri del profondo est Europa (evocato anche dalla vicina via Lenin); però credo che di tanto in tanto intavoli semplici ma essenziali riflessioni con l'attiguo Doctor glass, con cui me lo immagino discutere del lato pratico della vita, e della fragilità di tutto ciò che appare spesso erroneamente solido.

Quello che però mi ha stupito più di ogni altra cosa, al di là dei rovesci di fortuna sportivi e delle patriottiche rievocazioni degli eroi locali, è stato lo scoprire, proprio stamattina, che l'aiuola sottostante a quella effigie un po' stentata non conteneva solo terra riarsa né semplici e banali sassolini: oggi da quella terra riarsa sono nati (spontaneamente? Secondo me ce li ha piantati lui, Dorandino, ora che è in pensione e ha tanto tempo a disposizione) fasci e fasci di umili fiorellini gialli.

Ora Dorando corre su un prato fiorito.


Se solo potessimo cambiare scenario, anche solo parzialmente, ogni due o tre anni della nostra vita, e magari di autunno: la strada verso il lavoro, il panorama dalla finestra di cucina, la conformazione delle scale di casa, la vista dalla scrivania della sala insegnanti; anche solo uno di questi basterebbe. Quante novità inattese ci porterebbe la primavera, come se fosse la prima dopo secoli: aiuole colorate dove non credevamo ci fosse altro che pietra, raggi di sole che arrivano in punti insperati della libreria, chiome vivaci che coprono pudicamente squallidi muri, tratti di asfalto mai prima illuminati dall'alba.

Oggi annoto il prato fiorito di Dorando, senza mancare di ringraziarlo ufficialmente, perché temo che l'anno prossimo, quando già saprò, quel giallo semplice ma onesto passerà sulle mie retine in modo molto meno effettivo, e il suo calore sarà già un ricordo.

Non mi resta che cambiare occhiali.

sabato 11 marzo 2017

Fieno, balle di

Percorrevo una tangenziale semi deserta, qualche giorno fa, in un orario del giorno in cui avrebbe dovuto esserci buio, e invece una timida luce soffusa accarezzava l'orizzonte orientale del cielo. Un orario del giorno in cui avrei dovuto essere in casa, magari non proprio sotto le coperte, ma ancora intenta al trucco e al vestito, ad allacciarmi le scarpe, a finire senza sbavarmi l'ultima goccia di caffellatte o a cacciare l'ennesima cimice da sopra gli asciugamani, insultandola, e regalandole un ultimo, eccitante viaggio giù dallo scarico del water. E invece no, in quell'orario speciale tra notte e giorno, invece di infilare calzini ed torturare insetti puzzolenti, guidavo in tangenziale godendomi un accenno d'alba e il vuoto di entrambe le corsie, quando all'improvviso, scesa dalla cunetta all'altezza dell'ipercoop, ho trovato gran parte delle carreggiate occupate da due mastodontici camion di balle di fieno.

Ed è così che il mio personalissimo elogio ha preso lentamente forma dentro - e ora anche fuori - di me.
Perché mi sono messa a pensare alle balle di fieno.
Mentre tentavo - ma non volevo per davvero - di sorpassare quel serpentone disarticolato, miriadi di piccole pagliuzze di fieno invadevano impertinenti il mio orizzonte visivo e quello degli altri avventurieri delle sei di mattina: impertinenti e invasive, leggiadre e ballerine. Come se non fosse necessario essere un cingolato metallico per far sentire il proprio peso; come se non servisse pesare per invadere un campo; come se grazia e violenza, finalmente a braccetto, salutassero insieme a me, e alle loro madri le balle per intero, questa nuova primavera che anche oggi, anche qualche giorno fa, anche nel 2017 si ostina, invadente e gentile, a rassicurare i nostri calendari e i nostri cuori.



E allora benvenuto elogio delle balle di fieno, che accolgono le ginocchia sbucciate dei primi giorni di vacanza scolastica, in una gara a chi si arrampica prima; e i primi baci ad aspettare l'alba, lungo via degli Ossi, dopo una serata di lavoro e di risate; e le prime gocce di sudore della stagione calda.
Le balle di fieno, moderne eppure antiche: create con macchine rumorose e tecnologiche, ma fatte solo di paglia pungente.
A cosa servono, esattamente?
A far sorridere chi abita vicino ad un campo, e a fargli pensare che finalmente l'estate è vicina?
O a mantenere grandi quantità di foraggio per mucche al coperto e al compatto?

A nutrire bovini da macello, o a riscaldare la nostra anima, raggelata da un lungo inverno?

A voi la scelta: poesia o utilità, ma anche entrambe, ché come a volte accade, anche gli opposti vanno a braccetto, di contro ad ogni pregiudizio.

Nel frattempo, però, se una rondine non fa primavera, un camion di balle di fieno in tangenziale la fa eccome, e quindi, buona stagione più bella dell'anno a tutti voi.


lunedì 15 luglio 2013

Il giorno dei maglioni

E poi, nel bel mezzo dell'estate, succede che arriva il giorno dei maglioni.
Non c'è clima, vacanza, sole, divertimento o campeggio che tengano: ogni anno, puntuale come solo gli amici che si autoinvitano a casa tua sanno essere, arriva, prima o poi, alle pendici dell'agosto, il giorno dei maglioni.

Il giorno dei maglioni ama i temporali ma detesta le granite; ti si presenta alla porta senza offrire nulla in cambio: a mani vuote, ad occhi pieni. E non lo eviti nemmeno se fai finta di non essere in casa. Il giorno dei maglioni gira i tacchi, vela il suo sguardo di tenera tristezza, inforca la bicicletta cigolante e torna nel mondo. Ma il giorno dopo - e se non è il giorno dopo sarà quello dopo ancora, al massimo-massimo entro la fine della settimana - verrà a posare le sue dita magre sul tuo campanello ancora una volta, stanne certo. E sarà allora che gli aprirai.

La Tinni ama chiamare così - il giorno dei maglioni - quel rettangolo di tempo estivo in cui, con la complicità di una serie di sgangherati compari (i temporali, appunto; ma anche le cartoline, la polvere, il mal di schiena, i quaderni ed i fichi), i maglioni le giacche i pantaloni e i colori autunnali, previa assemblea sindacale, spingono e spintonano contro le pareti ed i cassetti fino ad aprirsi un varco nel tuo cuore. Ed in pochi istanti - inebetito - ti ritrovi sudante, davanti allo specchio, a provare i vestiti dell'inverno laggiù, ed il solletico del cambiamento ti fa sorridere come un bambino.
quando sarà, metterò.... se poi avrò, farò... il primo giorno di, indosserò sono le frasi preferite del giorno dei maglioni, che te le sussurra alle spalle - intabarrate - fino a trasformarle in magica cantilena scacciapensieri. Sei felice.

In questo rintontito arcobaleno che è la nostra vita, la voglia del giallo tinge le ultime venature del rosso aranciato; e da lì, nuovamente, si aspira, correndo col pensiero, al verde pisello. Sarà vero, allora, che amiamo solo ciò che non è (ancora) qui?





Resta il fatto, comunque, che il giorno dei maglioni è, a parer di Tinni, uno dei migliori dell'estate. E non me ne vogliano le grigliate, le piscine, i caselli autostradali ed i baci al tramonto. Sudore a parte, speriamo che bussi presto al vetro della mia finestra.


lunedì 10 giugno 2013

Rivoluzione terrestre

Un'ipotesi, è solo un'ipotesi. Ma credo di poter dire anch'io la mia, da stasera, sui motivi fondi più fondi per cui, a metà di giugno di ogni anno a questa parte, è con crepitante stupore che si guarda all'orologio del cruscotto della macchina, la sera, quando il sole sembra davvero non voler calare mai il suo sipario.
Sono le nove e c'è ancora luce! - ma, esattamente, perché?

Forse - ed è solo un'ipotesi, la mia - perché la donna dritta e severa che portava a spasso il pelosissimo cane bianco, lungo i bordi del cimitero, stasera, potesse continuare a leggere dal libro aperto nella mano destra - nella sinistra era il guinzaglio; uno di quei libri nobili, dritti e severi, con la copertina rigida che si ergeva seria tra due coppie di dita e le righe strette l'una nell'altra. E lei, camminando lenta, vi leggeva ancora. Forse per permettere a ciascuno di noi - alla parte più nobile, dritta e severa di ciascuno di noi - di portare sempre con sé un paio di copertine rigide dentro alle quali consultare e consultarci, fino a tarda sera, fino all'ultimo lampione della strada, sbadigliando composti.

Forse - mi verrebbe da pensare, ma in via del tutto ipotetica, sia chiaro - per non confondere i gusti di granita nei bicchieri bianchi a righe tutti uguali, quando la sera di un giorno divenuto sempre pre-festivo allunga i suoi passi davanti ai bambini ed ai ragazzi, stiracchiandosi dopo un anno di banchi, e io ho preso amarena tu cosa? - fammene assaggiare un po', uso la mia cannuccia così non ti passo il raffreddore.

Forse per permettere al pittore del cielo di pulire con più cura i pennelli del rosa, là in alto, e più in basso quelli del rosso, prima di riavvolgere le tele e lasciare il posto alle donne che cuciono le stelle sulla coperta di colore blu. Forse per far sentire meno sole le luci avide dei supermercati stanchi, mentre l'ultima cassiera trascina i passi tra i corridoi ubbidienti, e la sua auto, sola, la aspetta poco fuori nel parcheggio denudato.
O forse ancora per accompagnare, lenta, la lettura delle ultime pagine di studio, la mia lettura, quella spolverata di ultimi sguardi impazienti che domani scorreranno su domande d'esame; per avvolgerla dolce, per spingerla verso la porta, verso la cena, verso la fine, arrivando a calibrare le particelle di luce in un inesorabile e dolciastro addio. Basta, è notte: chiudo i libri e apro il cuore.

martedì 4 giugno 2013

Solletico

Sono forse stata l'unica bambina, sopra questa terra e sotto questo cielo, a fare a gara di corsa intermittente con le lucciole per poi catturarne una e chiuderla a coppa dentro un paio di mani incerte?

(Buongiorno, comunque. Se sia stata colpa del mio tentativo - tutt'ora in corso - di conseguire un' agognata abilitazione all'insegnamento, oppure merito di tante gioie accumulatesi fino a mancare il respiro, o se sia stata semplicemente tutta quella pioggia scesa implacabile sui nostri tetti e sulle nostre dita, fino ad intirizzirci: fatto sta che sono stata silente, per tanto tempo. E ora ho un po' paura di essermi dimenticata come si fa. Magari inizio piano, un poco alla volta. E a voi, se ancora ci siete: ben ritrovati).

Sono forse l'unica bambina che ha saltellato in caccia di lucciole, munita d'intuito e di circospezione, fino allo scuro tiglio ai margini del giardino? Non lo credo.

Chi lo ha fatto, come me, ricorderà l'entusiasmo del successo, e prima ancora l'inebriante zigzagare portatile di luci timide eppure vivaci, al punto di non sapere a quale rivolgersi, da quale incominciare, quale eleggere a propria, personalissima, più bella.
Un circo di bellezza soffusa, nelle prime sere accoglienti dell'anno, con la fine della scuola alle porte e il torneo di pallavolo del comune.

Ma poi arrivava il momento in cui - tac - ne catturavi una. E al baldanzoso saltello di vittoria faceva immediatamente seguito un senso di inspiegato solletico palmare.
Erano i piedini della lucciola.

I piedini della lucciola, che alla luce del lampione, sotto il muro di casa, si spogliava di ogni bagliore fatato e ridiventava un insetto qualunque: allungato, mite, intontito; con una fila prosastica di zampine in continuo macinare, lungo il palmo della mano delusa, da una parte e dall'altra, in attesa del proprio turno dal dottore.

Quasi irritata, scrollavo via quell'irriconoscibile oggettino, e nel tempo di qualche istante lasciavo irrompere nuove passioni e nuovi progetti per il resto della serata, a cancellarne il ricordo stranito. Eppure, la volta dopo oppure quella dopo ancora, in compagnia o in solitaria, non riuscivo a non cedere nuovamente a quella tentazione onirica, di riprovare a cacciarne una, scordandomi dei piedini, dei passetti, del corpo nero e vibrante di quell'insetto.
Così ogni volta: per tutta l'estate e per tutte le estati.
Fino a ieri sera.

Ieri sera guidavo rientrando a casa stanca dopo giorni, belli, di città, e mi riscoprivo felice a trovarmi immersa in luci pulsanti di lucciole impavide, lungo la strada.
Ieri sera riandavo col ricordo alle cacce e alle delusioni, e poi di nuovo alle cacce e mi è venuto da pensare che, chissà, forse era proprio a causa di quel solletico, che non riuscivo a smettere di cercare.
Forse, al contrario di ciò che nella mia mente semplice di bambina pensavo, il merito di quelle corse intermittenti nella luce e poi nel buio, ogni volta di speranza, era proprio una segreta voglia di solletico, di quel solletico lieve e gentile che ti rende due, di quell'accomodarsi - in piedi, ritti, operosi - lungo le vie di percorrenza dell'altro, per un po', per sempre, per stasera.
Farsi compagnia pur essendo nemiche; in una tregua per gioco e per realtà, scordando intenzioni, esami, nuvoloni, temporali. Giusto il tempo di sbirciarsi reciprocamente. O anche fino alla prossima estate, se ti va.

Buone prime notti di lucciole a tutti.

martedì 5 marzo 2013

Freddolosità

E' da tanti anni ormai che salgo, scendo, siedo e sto in piedi sui treni e in tutti questi anni c'è una sola cosa che non ho mai smesso di invidiare.
Qui fuori il sole sta combattendo la sua faticosissima battaglia contro la nebbia e io volevo raccontarvi di questa cosa che non ho mai smesso, in tanti anni di frequentazione varia e consapevole di treni - frequentazione regionale, internazionale, notturna, elettrica, a gasolio, polentona e terrona (e, recentissimamente, pure itala) - non ho proprio mai smesso di invidiare.
La pianta grassa che ho appena posato accanto a me sul tavolo per strappare un po' di compagnia all'unico altro essere vivente di questa casa mi sta riempiendo il naso di muco con tutta quella polvere che tiene attaccata alle sue strane foglie dure ma io, ugualmente, vorrei spiegarvi cos'è che mi ha sempre suscitato invidia e distaccati sorrisi di malinconia, dentro ai treni, in tutti questi anni.

Ebbene, sono le persone che appena si siedono si tolgono le giacche.

Ovviamente sto parlando dell'inverno (quel tipo di invidia si congela, d'estate, ma spesso brandelli di questa si tramutano in rabbie episodiche per i livelli indecenti di aria condizionata sparata dai bocchettoni, e comunque questa è un'altra storia), e ovviamente sto parlando di tutti quelli che, compostamente, senza dare disturbo a nessuno, una volta preso posto sull'apposito sedile, rialzano delicatamente il proprio fondoschiena - ma non tanto, ché tengono sempre le gambe un poco piegate, assecondando miti la linea ondulata della poltroncina - accarezzano uno dopo l'altro i bottoni del proprio cappotto, lo sfilano con eleganza, svoltolano sciarpe, estraggono cappelli, punzecchiano una ad una le dita dei guanti, e poi, denudati, si risiedono con cautela. Il picco della mia ammirazione astiosa lo raggiungono quelli che, i cappotti, poi li adagiano come figli dormienti nel ripiano superiore portabagagli: non ne avranno più bisogno, capite? I viaggi loro e delle loro giacche procederanno di matura autonomia, su due livelli di altezza dal mare differenti, amandosi e rispettandosi, ma a distanza.





Ecco, io non ci sono mai riuscita.
Io raggiungo sempre una carrozza di treno con in corpo una dose così elevata di freddo raggrumato da non riuscire a far altro che ristringermi ancor di più dentro me stessa, dentro il mio cappotto, la mia sciarpa, i miei guanti e il mio cappuccio. Li bistratto, lamentandomi per le scarse prestazioni; lo odio, li logoro, eppure non posso fare a meno di loro - fragili tiranni.
E me ne sto lì, raccogliendo il caldo del vagone goccia dopo goccia, come penetra pigro sotto i miei molti strati, attonita, senza saper riordinare nulla del mio bagaglio, del mio vestiario, della mia giornata, del mio viaggio. A volte, sì, salgo sul treno col fiatone di una corsa ritardataria, sudo, ansimo, e trovo posto già scaldata: ma anche allora, anche quando il caldo del treno mi accoglie con familiarità nota, la paura strisciante che in poco tempo - complice qualche bottone irrequieto - tutto quel meraviglioso tepore svanisca per lasciare il posto ad un temibile campo di brividi, anche lì, anche in quel caso, preferisco non abbandonare la fedele e sbrindellata compagnia del mio cappotto, e gusto minuto per minuto quell'isolato momento di gloria accaldata.

Perché sono nata freddolosa?- non c'è modo per guarire, mi hanno detto. Perché non sono capace di svestirmi in fretta di tutto ciò di cui non c'è bisogno e di addormentarlo, dolce, nel piano superiore del mio scompartimento di vita? Perché non ritaglio i minuti sospesi prima della partenza per riordinare il mio aspetto, le mie carte, il mio zaino e la mia giornata? Finisco, ogni volta, schiacciata contro il sedile, contro la testata del letto, e contro tutte le mie stupidissime paure, a guardare dolente le meticolosità precise degli altri, senza saper mai dire suvvia, proviamoci, ecchesaràmai: perché? Perché non so spalmare, a casa, dopo la doccia, uno strato corposo e unto di crema protettiva e ottimista contro tutti i freddi delle prime ore del mattino e delle ultime ore della notte?

La polvere della mia pianta grassa continua a colare - sotto forma liquida - dai condotti del mio naso; il sole ha definitivamente perso la sua faticosissima battaglia contro la nebbia, e io, dal mio cantuccio accanto al termosifone, vi ho raccontato che sono invidiosa di tutti coloro che, poco prima di una partenza, sanno riordinare pesi, bagagli ed idee; sono in grado di valutare - e di regolare - bisogni termici e vitali; non si rattrappiscono intorno ai loro brutti pensieri e vanno incontro alla stazione successiva con pochi strati intorno alla pelle. Senza giacche, senza sciarpe, senza corazza e senza sciocchi automatismi. Ché il sole, dal finestrino, scalda a sufficienza per tutti; e, senza strati, lo senti anche di più.

domenica 1 luglio 2012

Tra-vasi

Piccoli bicchieri di vetro soffiato, siamo: io, te, lui, di fronte all'amore. All'amore, a questo amore largo e disteso che funziona un po' come un passa parola di acqua fresca in mezzo a torride ore d'estate.

Poche settimane fa guidavo per strade tortuose di montagna lungo improbabili orari al confine tra la notte ed il giorno e tu eri lì, amica mia, seduta nel sedile dell'auto accanto al mio. Le parole sbocconcellate tra una canzone adolescenziale e l'altra si facevano sempre più rade e sentivo la tua bocca impastarsi di sonno e di vino, mentre guidavo ondeggiante tra curve e buio e mi chiedevo come fosse possibile essere lì, io e te, a distanza di quattro ore dall'ultima mezzanotte e di quindici anni dagli ultimi giochi insieme.

E così, piano piano, ti sei addormentata, e la tua testa è caduta profumata sulla mia spalla - di quel profumo buonissimo che quella sera mi ero messa anche io, per sapere di te e dell'allegria strappata che ti porti sempre addosso collosa come una canzone di Vasco - e il cd di canzoni adolescenziali continuava a suonare imperterrito e impertinente e le curve non smettevano e nonostante l'ora e i tagli dei cartoni delle pizze sulle mani io non avevo sonno, perché avevo te lì accanto. E arrivava, nel cd di canzoni adolescenziali, un pezzo brutto e antipatico che non avevo voglia di sentire fino in fondo e stavo quasi per allungare la mano verso l'autoradio per passare alla traccia successiva quando da un impercettibile movimento della tua testa sulla mia spalla ho avuto paura che il mutamento improvviso di sonorità ti svegliasse e ti risbattesse a forza sulla spiaggia di una vita che è stata un pelo troppo ingiusta, finora, con te, amica mia, e così ho ritratto la mano lentamente e l'ho riportata sul cambio, e mi sono tenuta la canzone bruttina fino all'ultima nota, e così, senza che tu te ne accorgessi, in quell'istante ti ho voluto bene.

E poi è successo che un paio di giorni o meglio di notti fa ero di nuovo in macchina e guidava lui ed era nuovamente un attimo di bilico tra il buio e l'alba e io avevo un sonno pazzesco e improvviso e allora è successo che contro ad ogni regola scritta e non scritta io ho slacciato la cintura di sicurezza e mi sono accoccolata indifesa con la testa sulle sue gambe - sei meno ingombrante di un cartone di pizza, mi ha detto - e ho chiuso gli occhi e un sonno di macigno è caduto su di me per poco più che due minuti, sbattendomi lontano da tutto e da tutti, e quando pochi istanti dopo ho riaperto gli occhi come se ne avessi dormiti mille  ho sentito la stoffa ruvida dei jeans sulla mia guancia e in quell'istante, mentre metteva la freccia e arrivavamo a casa, gli ho voluto bene.

E allora, mi viene da pensare, allora forse in questa estate torrida di forni di ogni tipo, forse io, te, lui, e tutti gli altri che sudano e ridono con noi e lontano da noi, tutti, insomma, siamo come bicchieri di cristallo che si versano acqua uno nell'altro - a volte tanta, a volte poca; a volte fresca, a volte di rubinetto - e l'amore, questo amore estivo e umido, altro non è che un semplice travaso di parole, gesti, racconti, strizzate d'occhio e profumi buoni, da te, a me, a lui, a chiunque altro.

venerdì 18 maggio 2012

Ciliegie

Sono sempre piuttosto soddisfatta quando 
un progetto umano ragionevole si rivela pura vanità.
Etty Hillesum


In una notte - in una singola, esatta, precisa notte - i chioschi che vendono frutta fresca si sono svegliati, stiracchiati, rimessi a nuovo; hanno indossato i vestiti della festa, quelli con su scritto "qui duroni di Vignola", si sono guardati tra l'incredulo e l'emozionato allo specchio e nascondendo quel po' di occhiaie dovute alla levataccia hanno aperto i battenti. La stagione delle ciliegie è cominciata. Ogni strada dei dintorni, ora, è costellata di pensiline e gazebo e tavolini che fanno bella mostra del loro tesoro rosso. Buon appetito a tutti.

Ma io stamattina ho assaggiato un altro tipo di ciliegie; un tipo di ciliegie bagnate e prepotenti che con le ciliegie rosse di Vignola hanno poco a che fare, ma una semplice cosa in comune: una tira l'altra. Ascoltavo a ripetizione una canzone bella e terribile allo stesso tempo e non riuscivo a smettere di riportare il cursore di youtube all'inizio del brano, una volta dopo l'altra, e questa è l'ultima giuro e ancora una e poi unissima. E mentre le note sempre uguali si conficcavano in quella parte di cuore dove si incastrano i sentimenti forti - e così accadrà che, quando tra dieci anni riascolterò per caso quella musica in radio, ripenserò esattamente a questo istante e a queste quattro mura e all'odore di erba tagliata che mi entra stordito dalla finestra - le ciliegie bagnate scendevano giù senza essere state invitate, prepotenti, forti, sicure, tranquille. E mi scuotevano tutta come a risvegliarmi da un sonno durato troppo a lungo, e mi accorgevo che, al di là del sapore salato e del male alla testa, in fondo erano buone, erano giuste, avevano capito tutto, molto più di me. Erano mie.



E così mi sono trovata un cestino intero - tutto mio, personalizzato - di queste ciliegie, stamattina, davanti alla porta di casa, e l'ho divorato dalla prima all'ultima, e adesso che è finito, contrariamente a quanto accadrebbe con le ciliegie rosse, quelle tonde che vendono nei chioschi qui intorno in pratici cestini di plastica trasparente, ora che l'ho finito mi sento più vuota e più affamata. Ma anche (un po') più tranquilla.

sabato 14 aprile 2012

Piscialetto (la doppia vita del)

Nessuno se n'era accorto, prima, quando i saccenti bottoni giallo sgargiante punteggiavano i prati nuovi di vita e gridavano inascoltati al cielo le loro bravate da bulli di periferia.
Nessuno se n'era accorto, prima, tutti intenti ad emettere gridolini emozionati per le margherite timide e pudiche, protagoniste composte dei mazzolini delle bimbe fuori da scuola, o per le violette morbide, per i crochi belli e impossibili, per i nontiscordardime volatili e gentili.

Nessuno si era accorto molto di loro, prima; e i tarassachi, orgogliosi e bulli nel loro appellativo comune, avevano continuato imperterriti il loro ergersi duro ed egoista. Piscialetti e fieri di esserlo. Punto. Tiè. 
Senza profumo, senza magia, senza petali da sfogliare in un eterno e struggente mamanonmama, che restava loro se non la ferita fierezza di essere quelli che non raccoglierli che se no ti fanno fare la pipì a letto?

I piscialetti vivono da sempre - o perlomeno, a Tinni piace immaginarseli così - una giovinezza segnata e prepotente; non legano con gli altri fiori, non diventano amici dei bambini che scorrazzano tra starnuti e capriole nei prati dietro casa. Nessuno li ama, e loro non imparano ad amare. Senza rancori, senza lamenti, senza invidie: così accade e così loro vivono accettando che sia. Alti, con il loro stelo ruvido, noncuranti, come se quel mondo che cozza contro il loro fiore strampalato dovesse finire così; per sempre.

I piscialetti vivono una giovinezza già adulta ed un'età adulta di giovinezze prepotenti e tardive.

Qualcuno di voi sa di preciso cosa accade, poi? Che succede, esattamente, quando il piscialetto muore?

Io so solo che, ad un certo punto, proprio in questo periodo dell'anno, la mattina uno si alza, prende la panda per andare a Bologna e, oplà, i prati sono pieni di eteree palle opache che ondeggiano buone al vento che odora di pioggia, e tutto ad un tratto il piscialetto ha lasciato il posto al soffione.

Al soffione, sì; al soffione che attira frotte di bambini ormai stanchi di raccogliere margherite e violette e impazienti di mettere alla prova fiati e polmoni di vite entusiaste; al soffione perfetto nella sua architettura futurista e millimetrica; al soffione che semina e perpetua; al soffione docile, improvvisamente, e pacato e tenace e mite. Al soffione che si fa prendere in mani piccole e grandi senza minacciare inconsulte diuresi notturne; che scodinzola alle carezze, strizza l'occhio al vento foriero di novità.
E del piscialetto quasi nessuna traccia: come se non fosse mai stato lì, come se non ci fosse legame, perché come avrebbe potuto farsi amare in questa maniera gentile un simile mostriciattolo prepotente?

E invece un legame, tra i due, c'è eccome. E a me piace questa metafora perché, se ci pensate bene, è solo il piscialetto che gode di questa seconda vita e di questa rinascita bella e gioiosa: non le margherite, che esauriscono energie e bellezze tra le dita degli innamorati dubbiosi; non le violette, che terminano i loro giorni sorridenti nei vasetti di nutella improvvisati a vasi sulle scrivanie delle case; non i nontiscordardime, che scappano intimoriti di fronte al primo temporale della stagione. Ai fiori belli, quelli che tutti amano, basta una vita, un'occasione. E lasciano il loro segno felice piegandosi al destino del tempo.

Ma il piscialetto no. Il piscialetto ha sprecato la sua occasione per essere felice; è stato sfortunato e al contempo egoista. Ha tenuto alto il mento orgoglioso senza dire mai grazie.
E allora proprio a lui la primavera che cavalca gli aprili umidi regala una nuova vita: e questa volta, statene certi, non fallirà.


lunedì 5 marzo 2012

Il mio copione

L'osservazione antropologica degli immediati dintorni è una delle occupazioni predilette di Tinni, quando se ne sta in coda al semaforo; e non ha fatto eccezione, in questa mattina di sole, ferma in mezzo al rosso rassicurante della sua panda, al semaforo di Cà di Sola, lo stesso che - un tempo immemorabilmente denso fa - le aveva ispirato questo.

Stamattina, al semaforo di Cà di Sola, attraversavano la strada una madre e una figlia di dieci anni o poco meno, e la madre aveva le braccia ingombre di borse della spesa deformate dal troppo peso, di chiavi di casa, di sciarpe scivolate via dal collo che finalmente è primavera; la madre aveva i capelli un po' unti di chi da tempo non si permette più il sabato mattina dalla parrucchiera, e le occhiaie e i vestiti disattenti di una donna di casa; mentre la figlia, la figlia di dieci anni o poco meno che la teneva per mano, sgambettava in un paio di pantaloni di cotone colorato che rimbalzavano intorno a due agili stecchini di gambe, e aveva le scarpe da ginnastica un po' più grandi del suo numero - ché tanto tra un mese già avrai almeno il trentaquattro e mezzo - già macchiate di erba e di sabbia, e lunghi capelli biondi sciolti come le principesse, e la mamma li vuole sempre legare quando vado a scuola ma oggi è sabato e finalmente li posso sentire con fierezza ondeggiare dietro alle spalle, da femmina. Madre e figlia attraversavano alle strisce pedonali di Cà di Sola e pareva di vedere un cane ansioso tirare il guinzaglio dopo una lunga notte di reclusione: la figlia trascinava la madre, e dietro di lei le borse della spesa deformate e le chiavi e la sciarpa che lasciava la scia tanto ormai è primavera, e solcava la strada con passo sicuro di chi ha in mente tutto, e rideva e gli occhi di bambina brillavano al timido sole e continuava fedele a tirare quella mano, energica, vitale. E la madre, arrancante, aveva la fronte aggrottata e pesante di tanti pensieri, eppure seguiva docile la figlia, con un millimetro di sorriso in più del solito sulle labbra screpolate, e così le due procedevano in ordine inverso d'età, con la sciarpa al seguito e una méta che le portava lontane da me.

E Tinni, in quella bimbetta aguzza con i capelli biondi lunghi sulle spalle, non ha potuto non immedesimarcisi.

E non solo per antiche somiglianze e sembianze d'un tempo, non solo per quel paio di fuseaux colorati, elasticizzati eppure larghi intorno alle gambe, che sembravano proprio quelli dei suoi dieci anni, non solo. Non assomigliava solo alla Tinni di tanti anni fa, quella bimbetta. Sembrava un po' anche la Tinni di oggi, che ama trascinare e far scoppiare risate, e prende energica ed entusiasta mani stanche altrui per sfidarle a chi arriva primo dall'altra parte della strada; la Tinni di oggi, che a volte ci riesce pure, a disseppellire antichi millimetri di sorrisi sopiti da tempo, e tira infaticabile le giornate, anche quelle ritrose, e se inciampa in un sasso si rialza sempre, scrollandosi di dosso la polvere e risistemando la sciarpa caduta dal collo, anche se ormai è primavera.

Quella bambina mi ricordava tanto me e una parte bella di me, intendiamoci. Ma stamattina non è su di lei che ho posato il mio sguardo affamato, stamattina non è stato a lei che ho guardato con la mia solita avidità di affetto. Stamattina, a Cà di Sola, nel primo sole di questo mese di marzo che è anche il mese più bello dell'anno e guai a chi dice il contrario, ho guardato la madre e ho pensato che, una volta tanto, avrei voluto essere come lei.



E mi è venuta in mente quella scena memorabile del film Train de vie in cui al matto del villaggio viene chiesto ma com'è che ti prendono per lo scemo del paese se invece sei intelligente come sembri e lui risponde perché tutti gli altri ruoli, in paese, erano già stati assegnati e solo quello del matto era rimasto libero, e così ho preso quello.

Sicché mi sono chiesta se, quando sono andata a bussare alle prove per il teatro della vita, c'erano anche altri copioni disponibili o se quello della bimbetta energica e travolgente era l'ultimo rimasto. Ho cercato di ricordare i dettagli di quella scena, dietro le quinte del palcoscenico, per capire con chi avevo parlato e se davvero avevo scelto; per comprendere se avevo avuto delle alternative, se avevo rifiutato la parte dell'eroina tormentata perché c'erano troppe battute - o forse, e questo è decisamente più probabile, perché ce n'erano troppo poche - , se avevo snobbato quella dell'antagonista bella e dannata perché il costume era troppo scomodo e sarei stata mezza svestita in scena, buscandomi di sicuro un mal di gola atomico, oppure se semplicemente avevo trovato il mio foglio appoggiato su una sedia traballante e senza pensarci troppo lo avevo fatto mio.

Senza risposte certe a queste domande riprendevo il mio cammino a bordo della panda, stamattina, nel timido sole marzolino, e proprio quando avrei dovuto sentirmi felice perché stavo andando a guadagnarmi un pezzo considerevole di indipendenza, l'invidia per quella madre trascinata via da una figlia entusiasta, la voglia di avere anche io un paio di borse della spesa piene e pesanti tra le mani ma anche un gelato da comprare a qualcuno, al primo angolo dopo il semaforo, mi lasciava una pesantezza sulle palpebre che spingeva e insisteva per prendere la forma liquida e salata delle lacrime.

Proprio stamattina che la primavera bussava finalmente alla mia porta e nei campi tutto era in subbuglio per la semina, proprio stamattina che andavo a conoscere un pezzettino di mondo che per un periodo sarà tutto mio, avrei voluto piangere e un pochino l'ho pure fatto, complice lei e complice quella madre stanca ed affannata.

Ma forse, in fondo, erano lacrime di gioia. Non si può certo essere tristi in primavera.

domenica 6 novembre 2011

Autunno in colonna

Oggi mentre guidavo immersa nel giallo e nel rosso e in tutte le quattrocentomilamiliardi di sfumature che conducono dal primo al secondo senza passare dal via e sembra proprio che il cielo di Novembre sia stato progettato per dare alle povere foglie stremate da sei mesi di fatiche l'ultima, grandiosa, apparizione sul palcoscenico della natura, perché se non ci fosse quel grigio profondo e desolante come farebbero gli alberi ad essere così sgargianti, insomma, mentre guidavo nell'autunno emiliano ho visto, sopra di me, una perfetta colonna di uccelli in volo.

Una colonna perfetta, dicevo, che volava verso un caldo inverno lontano da qui, perfetta se non fosse stato che un solo uccello - forse si trattava di gru? - volava affiancato ai suoi compagni di viaggio, e più precisamente verso il centro della colonna, quasi fosse il cane di guardia del gregge, la scorta fedele, la mamma vigilante.

E allora - che tanto adesso lo sapete bene anche voi, che viene la parte etica, che a Tinni piace tanto - mi sono soffermata a pensare agli uccelli dentro alla colonna e a quello fuori. E a chiedermi se mi piacerebbe di più essere gli uni o l'altro; se sono più gli uni o l'altro.

E ci sono stati momenti, come durante gli ultimi due mesi, in cui ho creduto senza esitazione di essere un uccello fuori dal coro, di essere il conto che non tornava e, ovviamente, l'uccello che chiunque nota quando alza gli occhi al cielo e vede che non tutti sono in fila. Ma alla fine di tutti questi momenti mi sono accorta anche che stare affiancati invece che in bell'ordine orizzontale comporta sforzi molto maggiori, ché non c'è nessuno che ti taglia l'aria; ma soprattutto che se stai lì non è per ricevere più applausi, o meglio, non solo, ma se stai lì devi anche occuparti della fila, prenderti cura dell'ultimo e sapere ciascuno a che ritmo va.
E allora non ne ho avuto più voglia.

Sicché sono un paio di settimane che provo ad infilarmi in mezzo alla fila. E anche qui non si sta male, vi dirò. Che tu pensi per un sacco di tempo di essere l'unico che fa o vede o sente certe cose e invece, zac, all'improvviso, da lì in mezzo, cominci a sentire le altre gru che chiacchierano per passarsi il tempo e guarda un po' parlano delle stesse cose di cui pensavi di essere l'unico ad occuparti. Solo che ne parlano in altre lingue, con altri accenti, con altri dialetti, con altri toni di voce. Ma le cose sono sempre quelle. Che poi è anche una bella fregatura.



In conclusione, ho pensato quando ormai ero arrivata a casa e parcheggiavo la panda e la colonna di uccelli volava già chissà dove, forse anche le gru fanno così: non c'è mica una sola star; non c'è una sola gru che gioca sempre a fare il cane pastore. All'inizio della prima tappa del loro lungo viaggio verso sud si siedono ad un tavolino ed estraggono a sorte con la pagliuzza più corta il primo che farà l'uccello che vola affiancato, e poi, a turni di cinque ore l'uno, dopo di lui si andrà a rotazione, seguendo l'ordine con cui sono sedute intorno al tavolino.

martedì 5 luglio 2011

Estati

Qualche mese fa ne avevo raccontato a proposito della primavera. Stamattina mi è accaduto lo stesso con l'estate.

Sì, lo so, forse da voi, laggiù nel BelPaese, il caldo è arrivato già da parecchio tempo; e in effetti anche qui è già stato torrido per qualche giornata, a sprazzi, lungo il mese di giugno.

Ma quello di cui parlo io non è tanto il livello raggiunto dal mercurio all'interno della sua ordinata barretta di vetro, quanto piuttosto una sensazione di estate, un sapore, un'emozione.

E quella l'ho provata stamattina, nel preparare il mio caffè solitario sulla piastra elettrica: mi sono voltata verso la finestra e mi sono accorta ad un tratto (sì, lo so che ultimamente i miei post sono un profluvio di "ad un tratto", "ed ecco", "finalmente, all'improvviso"...eh va bhe, sono in un periodo di folgorazioni!) che la luce di fuori era diversa, più tagliata, più sfrontata, più libera.

Era la luce con cui mi svegliavo la mattina in tenda al campo estivo, la luce abbagliante dell'ultimo giorno di vacanza, quando ti alzi presto e speri di infilarti nell'aereo o nella nave il più in fretta possibile per non lasciare nemmeno un po' di spazio alla malinconia, la luce già matura e sudata sul binario 3 della stazione di Modena in attesa dell'ultimo esame prima della pausa, eppure erano pur sempre le 7.28.



Mi sono voltata verso la finestra, l'ho spalancata, e ho dato il benvenuto alla mia estate.

Che poi, quando volgerà al termine, anche questa estate, come tutte le estati precedenti, e le primavere, e gli inverni e gli autunni (quelli di più), mi sarà venuta a noia, e attenderò, di nuovo, paziente, l'arrivo della percezione nuova, della nuova stagione, dei nuovi colori.

Perché sono i cambiamenti che ci rendono vivi, anche (e soprattutto) quelli piccoli, anche l'aver - finalmente! - estratto il famoso astuccio dal pacchetto regalo di Jibert Jaune ed averlo religiosamente riempito di penne ed evidenziatori, anche l'aver avuto il coraggio di indossare un maglioncino nuovo prima del trascorrere delle canoniche DUE settimane di attesa, anche l'essere arrivata in biblioteca più tardi, in barba al senso del dovere.

Sono i cambiamenti che ci rendono vivi: e non dobbiamo mai smettere di costellare di essi la nostra vita.

domenica 20 marzo 2011

Primavere

E' una sensazione che, durante l'inverno, uno se la dimentica. Finisce impolverata dentro una scatola Ikea come tutti i vestitini carini a fiorellini e a pallini scollatini che rappresentano inesorabilmente la stagione che ci siamo lasciati alle spalle e della cui esistenza la Sottoscritta, puntualmente, si è già bella che dimenticata ora che è giunto nuovamente il momento di tirarli fuori (risultato: euforia fiorettosa ad ogni cambio di stagione).



Si tratta della sensazione che si prova quando, per la prima volta dall'inizio dell'inverno, si esce di casa la mattina con la solita giacca imbottita e si percepisce, tutto ad un tratto, che c'è CALDO. Non caldo in assoluto, beninteso: ma quel tanto di caldo in più del giorno precedente e che fa sì che la giacca imbottita sia leggermente troppo imbottita. Uno stava quasi dando per scontato che sarebbe stato così per sempre: giacca imbottita, stivali con il pelo, cappello di lana e guanti di pelle; tutto intabarrato se ne esce come al solito di casa, fa due, tre passi verso la fermata dell'autobus, sente un soffio di vento, prova a stringersi nel cappotto e poi...
zac! il vento non è freddo; l'aria ti saluta; qualche temerario amante delle previsioni, a fianco a te sulla pensilina, già fa bella mostra della sua giacca di pelle. E' fatta. Hai caldo.

Per me è una sensazione bellissima: sa di alberi in fiore e di caramelle alla menta; è color pesca e rende brillante tutto ciò che ti circonda. Mi fa venir voglia, come quando ero bambina, di fare "la ruota" con la gonna.

Io l'ho solennemente provata ieri. Poi, poco importa se a quel giorno di leggero caldino faranno seguito altre settimane uggiose, di nuovo con temperature sotto la media di stagione. La scintilla è stata; l'orchestra è partita; il pubblico si è ammutolito. Buona primavera a tutti.   

P.s. per il mio amico E., promettente grafico bolognese: che mi dici?? sto imparando la lezione??