MOLTEPLICI INIZI.


A proposito di:

interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.
Visualizzazione post con etichetta Natura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Natura. Mostra tutti i post

giovedì 14 febbraio 2019

L'Alta in basso e la Bassa in alto (o del Dio Appennino)


Ultimamente si è fatto un gran parlare di Emilia-Romagna e ne sono scaturite diverse cose belle, in quell'universo in recente rinascita che è la blogosfera. Ci ho partecipato anche io, prima da ospite e poi (con la stessa storia), a casa mia, cioè qui. Ché anche se la stanza è disabitata da tanto, non per questo devo smettere di lavare le tendine alle finestre.

Certe cose è la Natura ad infilartele in un cassettino, sotto i fazzoletti col monogramma, e forse ci metti un po’ a capire che sono tue, proprio tue, e che non tutti gli altri le hanno ricevute uguali.
Con la patente appena firmata in una tasca e un sorriso indelebile spennellato sul volto, non ho mai avuto paura a ripartire in salita, dopo un incrocio o un semaforo; mi sembrava che il freno a mano fosse sempre stato lì, come un rassicurante zio sul divano la domenica pomeriggio, e sapevo che, a tenergli la mano (anche solo un accenno di tocco, ché lo zio non è mai stato un tipo da effusioni manifeste), qualunque insormontabile inghippo avrebbe assunto in pochi istanti le proporzioni di un lievissimo, impercettibile sobbalzo.
I miei compagni di classe cittadini cambiavano con molta più agilità le corsie della tangenziale; forzavano gli attraversamenti a sinistra, parcheggiavano a esse in due mosse, partivano rombando alla prima sfumatura di verde.
Poi però avevano paura delle partenze in salita.
Ed è stato lì, a diciotto anni, che improvvisamente ho capito – io di solito sempre così fifona, sempre così abituata a coltivare le paure più sceme – che avevo una cosa tutta speciale nascosta nel cassettino, e non per merito mio. Non avevo paura. Sapevo fare con scioltezza una manovra che agli altri incuteva timore. Ed era la Natura che me l’aveva messa lì, questa cosa, sotto forma di pendenze e tettonica.

E quando dico Natura, intendo proprio la natura della provincia di Modena, e di quel lembo di provincia in cui ero nata e cresciuta, cioè – come diciamo noi modenesi – l’Alta.
Tutti i modenesi sono nati o nella Bassa o nell’Alta; e chi è cresciuto a Modena città resta solo apparentemente fuori dai giochi: avrà almeno un nonno o un prozio da incasellare in una delle due categorie.
L’Alta comincia un centimetro a sud del territorio comunale del capoluogo, e la Bassa qualche millimetro verso nord. Siamo fatti così, qui a Modena: ci piacciono le cose progettate bene, le righe precise, gli orari spaccati; e poi però abbiamo l’Alta in basso e la Bassa in alto. Qualcuno dà la colpa all’Appennino, dice che si è messo dalla parte sbagliata della carta. Secondo me lo ha fatto apposta – e bene – , altrimenti saremmo stati tutti troppo noiosi e pertinenti.
Io sono nata in un’Alta decisamente temperata – le prime colline, a 25 chilometri appena dalla civilissima capitale – ma le partenze in salita, per andare “su in castello”, hanno fatto sempre parte del mio orizzonte; fin da quando, in castello, ci andavo a piedi alle elementari, e mi sembrava normale sporgermi dalla piazza della Dama, dopo aver salito senza fiato i novantanove scalini, e vedere di sotto i vigneti rincorrersi a perdifiato.
L’Alta ha infilato nel mio cassettino la dimestichezza con le partenze in salita, con le ciliegie, con la neve che viene sempre di più a casa nostra che altrove (che a scuola, che al lavoro da mio padre, che a casa dei compagni di classe); mi ha insegnato, con dolcezza e pazienza, il significato del termine pittoresco, e anche quello delle parole noia e isolamento. L’Alta ha guidato i miei piedi la prima volta che sono salita su una balla di fieno, ha tagliato l’aria davanti a me quando sudavo e arrancavo per raggiungere gli amici a Vignola, in bicicletta, per soli ed interminabili sette chilometri di saliscendi stradali, mi ha dato da bere l’acqua fresca di Pavullo, nelle gite fuori porta del finesettimana. La Bassa mi appariva come una landa lontanissima e impenetrabile: un po’ per la nebbia, che mi dicevano regnasse sovrana, e un po’ per l’effettiva distanza chilometrica. Questo lo sanno non solo i modenesi, ma anche tutti gli insegnanti precari assegnati, per scelta o giocoforza, alla provincia suddetta: Pievepelago e Finale sono davvero parte dello stesso universo? Il c.a.p. farebbe pensare di sì, ma google maps segnala comunque all’inesperto visitatore che distano tra loro circa centodieci chilometri.
Non ero mai stata a Carpi, Mirandola restava per me un enigma, Novi di Modena – per citare un luogo caro a chi legge – assumeva nella mia mente i contorni di un buco spazio-temporale. Le voci che narravano di queste terre esprimevano alle mie orecchie di bambina suggestionabile un sottotono di grigia disperazione. La Bassa? Per carità! Fino là? Starai scherzando! Chi può voler vivere in un luogo tanto remoto, tanto diverso dai contorni ondulati che avvolgevano gli anni belli della mia vita?
Così ho trascorso una buona fetta della mia vita; così vivono gli abitanti dell’Alta, quelli che poi si conoscono, si fidanzano e si sposano con altre persone che sanno fare le partenze in salita.
Così ho vissuto anche io, fino al settembre dell’anno 2018.
Lì, all’improvviso, quel Dio-Appennino che sa tanto bene come sparigliare le carte e mettere tutti a testa in giù, mi ha regalato il posto fisso a scuola nel più grande liceo della provincia; ma nella parte della provincia “sbagliata”. Sono finita di ruolo a Carpi.
Addio sole, addio neve, arrivederci ciliegi in fiore – mi dicevo compulsando il sito noipa.it per consolarmi almeno con quella rigonfia cifra a fine mese. Ti saluto pittoresco. Chissà che faccia avranno – mi chiedevo – questi lontani cugini: saranno grigi e composti, un po’ segnati dalle sfighe del terremoto e dell’alluvione, ma comunque efficientemente modenesi? Riuscirò a cogliere, sul fondo dei loro occhi, il triste stagno della pianura piatta e penosa? Mi perderò per quelle strade tutte uguali, senza striscia nel mezzo?


Ebbene, la provincia di Modena è stata capace di stupirmi ancora una volta, e forse più che mai: mi ha mostrato che sul fondo di quel cassettino c’era ancora qualcosa che non avevo notato, ancora qualcosa di mio ma non solo mio. Qualcosa di nostro, di tutti noi nati in quei centodieci chilometri di striscia tra il Secchia e il Panaro. Qualcosa di indefinibile, a cui non so dare etichetta, come sono tutte le appartenenze che non si fanno muro. Come i sapori buoni ed antichi, come le ciliegie e il lambrusco.
Nella Bassa mi sono sentita, comunque, a casa.

E oggi, quando devo fare metano, la mattina, e invece della nazionale per Carpi prendo le strade basse che passano per Albareto, mi ritrovo spesso ad attendere al semaforo rosso del ponte dell’Uccellino: un vecchio ponte di barche che nella sua bizzarra ma dignitosa precarietà traghetta quotidianamente fiumi di macchine al di là del Secchia. La strada per il ponte è in salita leggera, ma vista la lunga coda non voglio rischiare: accarezzo il freno a mano e parto comunque così, strizzando l’occhio a questa pendenza così sorella di quelle su cui sono cresciuta.

sabato 25 giugno 2016

Cubetti di vita

Tra i tanti cibi da viaggio che hanno accompagnato Tinni durante i suoi variegati spostamenti ferroviari in lungo e in largo per lo Stivale e per gli ultimi, ondulatori, anni appena passati, possiamo citare, in ordine sparso e non di importanza, tipi molteplici di patatine, ivi comprese quelle multi-fritte del Macdonald della Stazione Termini, noccioline, mandorle, albicocche secche, prugne pur'esse secche specie in periodi di stitichezza, e poi taralli, tarallini, ciliegie, amarene perché no, pomodorini addirittura, poppi corni; gallette nei periodi vegans, kinder bueni nei periodi stress, panini burro e coppa nei periodi mammite acuta.
Una predilezione per il salato, senza disdegnare il resto. Chiusi in buste di plastica, o sparsi a passeggio per la borsa, cibi di ogni genere e forma hanno viaggiato su rotaie accanto - e dentro - a Tinni, ma alla Tinni medesima mai e poi mai, in tante esperienze di viaggio, era venuto in mente di portarsi dietro dei cubetti di formaggio grana.

Piccoli, quadrati, ermeticamente sigillati dentro un altrettanto quadrata confezione di plastica timida e semi-anonima. Erano lì, stamattina: ignoti, nel banco frigo di un supermercato ignoto ai confini erbosi del capoluogo quasi ignoto di un altrimenti ignoto Oltrepò lombardo.

E qualcuno, passandoci davanti, ha suggerito ad una Tinni sbadigliante che ancora non si era accorta di essersi svegliata che avrebbero potuto costituire un buon compagno di viaggio edibile per il ritorno della prima serata.

Va detto: la Tinni, il grana è solita mangiarselo in una maniera tutta sua, e che forse vi farà un po' venire il voltastomaco, e se siete di gusti un po' sensibili potete saltare la descrizione del bolo alimentare di Tinni e scendere di un paio di paragrafi direttamente per leggere la conclusione - laddove, come sempre nei post di Tinni, si passa alla metafora esistenziale che rende l'autrice tanto fiera una volta che le sia spuntata alla mente.

Si era quasi dimenticata, appunto, Tinni, di come mangiare il formaggio grana, perché nella sua recente vita solitaria lo aveva sempre considerato un alimento troppo costoso rispetto ai benefici da esso arrecati, e si era pertanto accontentata di gustarlo - sotto forma di polvere grattugiata - solo nei casi in cui, al ristorante, a casa dei genitori o invitata a cena da qualche anima buona, le fosse stato offerto come condimento ulteriore di una pastasciutta. 
Da piccola, invece, ne rosicchiava volentieri dei pezzetti, in attesa della cena e mentre qualche altro membro più solerte della famiglia si accingeva a grattugiarne in quantità sufficienti per tutti: un ritaglietto qua, una crosta là; un piacevole diversivo prima di passare al pasto vero e proprio.
Ed è stato magari proprio in virtù di questa sua posizione ancillare, di questo anticipo di nutrimento, di questa periferia della vita che il grana, nella bocca di Tinni, è sempre stato masticato con molta pazienza - fatto piuttosto strano per chi la conosce a fondo - e riempito prima di molta saliva, e spostato di qua e di là a spasso per la bocca, e succhiato per bene, angolino per angolino, prima di essere pronto per discendere, attraverso la deglutizione, giù, lungo il tubo digerente. 


Una pastoia di (ex)formaggiograna misto a saliva, da cullare, sminuzzare e trattenere ancora per un poco: forse anche per attenuarne l'appuntito carattere salato, forse anche un po' per ammorbidirne il suo gusto così invasivo. 

Un lungo ruminìo che spesso accompagnava Tinni dalle sette e quarantacinque fino alla chiamata definitiva della madre alla tavola, e che ha riaccompagnato Tinni, oggi, dalle diciannove e diciannove fino al definitivo rientro a Modena, mentre l'omogenea campagna emiliana sfilava davanti ai suoi occhi - rotoballe cascine stradicciole foschia rotoballe cespugli fossi rotoballe - e i campi aguzzi di grano correvano dietro al finestrino, rovinati qua e là da calpestii e spianate misteriosi - orme di enormi mostri notturni? - dentro ai quali, però, in un campo tra Fidenza e Fiorenzuola, fiorivano beati gruppi anarchici di papaveri.
Un avido e silente masticare che ha assistito anche, insieme a Tinni ed agli anarchici papaveri di Fiorenzuola, alla ricezione di un SMS sul cellulare del passeggero seduto nello scompartimento anteriore; un SMS che sarebbe passato poco più che inosservato - come i tanti ricevuti all'interno di uno scompartimento comune - se non fosse stato che il proprietario del cellulare in questione era cieco, e aveva impostato sul telefono la voce automatica e monocorde che ti spiega in che schermata ti trovi e ti legge tutto quel che vi compare, mittente e messaggio compresi, e che quindi, mentre i papaveri insolenti di Fidenza salutavano Tinni ondeggiando i loro rossi capi e augurandole un buon proseguimento, ha letto, ad alta ed incolore voce, che un certo mittente Luciano chiedeva al passeggero non vedente come va la tua vacanzina bolognese.

Una vacanzina bolognese; un giorno di festa in una città in cui non c'è mare né montagna.
Un gruppo di papaveri che cresce laddove un calpestìo disordinato crea uno spazio di mancata coltivazione.
Un cibo da viaggio mai sperimentato prima, e suggerito da altri, e masticato a lungo per addomesticarne il sale.

Non sarebbe tutto più semplice se Tinni si convincesse che queste, tra tutte le biglie messe in tasca nella ordinaria e meravigliosamente modesta giornata di oggi - queste e non altre, e non gli uccelli del cielo, né i tabelloni delle partenze, e neppure la sagra di paese alle porte di Parma - sono le tre metafore più calzanti per quella che al momento le hanno assegnato come esistenza?

Ogni giorno, dietro al finestrino della vita, un cinema diverso; ogni giorno, l'arduo compito di riconoscere, nel suo lungo ed imprevedibile scorrimento, i fotogrammi giusti, quelli che, da soli, possono rendere ragione di un'insolita pace serale.


domenica 8 settembre 2013

La montagna

Tempo di voltarmi un attimo verso il finestrino e mi sono imbattuta in me stessa che dicevo eppure in montagna si sta così bene, così pacifici, così. Sarebbe quasi da venirci ad abitare.

[Devo stare più attenta col fagotto delle frasi fatte; bisogna che mi guardi dal calpestare con noncuranza le pozzanghere dell'ovvietà. Se sono fuori dal vaporoso abitacolo di una parrucchiera e non sto in fila alla posta, questo genere di scivoloni nel ma sì occorre che impari a gettarmeli alle spalle. Anche se sono così confortevoli].

Non è del tutto vero, invece.

In montagna si sa così bene, così pacifici, così così fino all'esalazione del respiro successivo, finché non si trova un altro pallino di lampone incastrato tra i denti, mentre si gira la manovella del finestrino per abbassarlo, nella corsa fino al termine della salita. La montagna è bella finché.
La gioia che regala è tutta lì: sul bilico di una balaustra in picchiata sopra la valle; nel vento che cancella le superfici dei fili d'erba, sulla cima; nell'attimo prima del sonno stanco; nel primo assaggio di polenta e nell'ultimo sorso di birra prima del ruttino (ops). Poi basta: non serve l'auto per andare a fare la spesa ma la uso solo per questa volta, dalla prossima giuro che cammino, è anche così salutare; ci si conosce tutti e la Giuliana l'altro giorno l'ho vista entrare nella gelateria di fronte, e pensava pure che non me ne fossi accorto: stronzetta; tutto è a chilometri zero ma anche ad euro zero, fra un po', ché è già il decimo negozio che chiude in pochi mesi; senza turisti: un mortorio, coi turisti: un casino.

Non c'è niente da fare: la montagna è bellezza interstiziale. E' silenzio tra lampo e tuono, e per questo non acquieta chi ci vive, e per davvero.

La montagna, insomma, è una gran fregatura. Un po' come i monasteri buddisti, la Polinesia, i negozi di scarpe coi saldi e le piscine a bordo villa. E anche come la campagna. A me, per esempio, la campagna mi fa venir voglia, agitata, di vivere: mi mette anche sonno, sì, ma di quel sonno che ti dici quando mi sveglio rovescio il mondo da capo a piedi, datemi giusto cinque minuti (facciamo dieci, va) per riordinare le idee. A me la pace fa venir voglia di guerra, e di guerra giusta, di conquista vitale. La foschia domenicale fa venir voglia di comprare quaderni bianchi. I sentieri sassosi di comprare mobili. La sera di mattina.

Tutta una vita a tessere le lodi dello yoga, del silenzio, del boccone masticato: e allo stress, mi chiedo oggi, chi mai ha dedicato qualche risicata riga di elogio? Senza stress, forse che esisterebbe la montagna? Senza code, ikea, pubblicità e palestre cosa mai ci si riprometterebbe di rallentare, guardando il panorama dalla terrazza l'ultimo giorno di permanenza al rifugio?

Buon caos e buon rientro a tutti voi.

lunedì 21 maggio 2012

Terrae-motus


Ho una casa tutta mia da nemmeno un mese e tra le tante cose speciali uniche golose e sudate che questo regalo di indipendenza primaverile mi ha portato mai avrei creduto di dove menzionare la notte del 19 maggio. E invece così è stato.
E’ il primo terremoto della mia vita: nonostante mille altri piccoli episodi locali non fossero mancati, nei miei ventotto anni di vita, io non mi ero mai accorta di nulla, e mi beavo di questo primato sbarazzino come di un giocattolo vecchio eppure speciale.

Dormivo della grossa, alle quattro e zero tre. Di quella sveglia convulsa, ricordo solo la mia mano che si alza d’impulso verso l’interruttore, il freddo controvoglia del pavimento e una forza che non so proprio da dove si scavi strada, dentro il fondo più fondo, e che mi porta ad alzarmi in piedi e a correre verso la porta. Ricordo anche che ho detto cazzo, cazzo. Quando si vive soli non c’è nessuno, lì vicino a te, che ti dice il terremoto!. Quindi hai quasi paura di essertela sognata, quella mano invisibile che scuoteva le quattro mura della tua camera come se fosse una scatoletta di plastica piena di fiammiferi. La prima cosa che faccio, quindi, è accendere il cellulare e guardare su internet: la memoria di google non tradisce; ho digitato terremoto modena. Mi compare della scossa dell’una e deduco che siamo in mezzo ad un bel casino. Chiamo a casa, temendo di svegliare, e la voce di mio padre mi calma e mi agita. E’ la scossa di terremoto più forte e più lunga che abbia mai sentito in vita mia.
Comincio con il botto, io, mica bazzecole.
Cammino avanti e indietro per la cucina e la prima, l’unica cosa che ho voglia di fare è il ricevere contatto umano. Apro la porta di casa e la striscia di luce sotto quella dei vicini è già qualcosa. Quasi quasi suono il loro campanello e, senza averli ancora mai incontrati una volta, divento loro figlia per una notte: solo per un pochino, dai, che mi passi questa paura strana e straniante. Mio padre richiama e mi dice se vuoi stare tranquilla, mettiti sotto lo stipite di una porta o sotto il tavolo di cucina, attaccato al muro. Ma non teniamo le linee occupate, che serviranno più ad altri.

Ecco, allora, come ho passato il mio terremoto: accucciata sotto il tavolo di cucina, con il portatile acceso le gambe incrociate e la schiena gobba. Come quando un milione di anni fa giocavo a fare la tana sotto al divano di sala e che veniva una tempesta e io mi salvavo su un’isola deserta. Il contatto umano, mai lo avrei creduto – ed è la seconda incredulità di questa notte accecante senza regole – mi viene da quello schermo, illuminato. Mi metto su facebook e non posso non ridere, quel riso assurdo che a volte è l’unico compagno che la paura ammette al suo fianco, quasi fossero una di quelle coppie di amici che più diversi non possono essere, eppure inseparabili; non posso non ridere quando un amico di sempre scrive che sua nonna, ormai centenaria, è appena uscita sul pianerottolo dicendo pacata chi el càm scosa il lét. E poi infiniti altri volti, dietro quello schermo, frasi, imprecazioni, battute, aiuto merda un’altra dai proviamo a ridormire un po’, magari è finita. Molto prima di ansa, molto prima di corriere.it, quelle righe mi testimoniano che c’è tutto un mondo, là fuori, che suda e sobbalza e trema; e fa un po’ meno freddo, sulle piastrelle.
Sola, e circondata; impaurita, e ridente – se provo ad astrarre dalla drammaticità del momento, sono pur sempre una donna seduta sotto ad un tavolo nel pavimento gelido e nel pigiama con gli angioletti rosa - ; tremante e coraggiosa.

Passano i minuti, gli status di feisbuk e poi le ore. La batteria del pc sta per finire: sgattaiolo fuori dal mio nascondiglio a quattro zampe e per aggiungere surrealità alla scenetta chiedo a voce alta al terremoto di aspettare un secondo, se vuole scossare forte, giusto il tempo di prendere il caricatore. E’ solo allora, nel riquadro della finestra coi fiori, che mi accorgo che l’alba, quell’alba buona e soffice che sembra sancire la fine di ogni ostilità e terrore – come se, per una qualche strana e bizzarra illusione d’ingegno, nella luce del giorno il terremoto facesse meno paura, meno danni, chissà – l’alba è arrivata.

E’ l’alba e il coprifuoco è finito; sono arrivati i soccorritori sull’isola deserta, dopo la tempesta; le amiche bolognesi on line mi dicono buona notte e allora sì, mi dico spossata e indolenzita, allora in quest’alba che profuma di solitudine, ecco, posso provare a tornare a dormire.

(un pezzetto di questa roba la trovate anche qui, 
giusto per dovere di cronaca - ché quella che scrive è amica mia)

mercoledì 16 maggio 2012

Pratile

Di recente, un illustre pensatore mi faceva notare l'inequivocabile abbondanza di papaveri lungo tutti e ovunque gli italici tratti ferroviari. Ci sono sempre i papaveri, accanto ai binari dei treni - mi diceva con quel suo fare sornione e curioso, ci hai mai fatto caso?.

Il mio amico nonché illustre pensatore ha ragione.

Ci sono sempre dei papaveri lungo i binari delle ferrovie, ma non solo lì. Proprio oggi, correndo da una parte all'altra dell'Emilia ordinata e compunta, guardavo il ciglio della strada e mi accorgevo, infatti, che i papaveri - Dio li benedica, sono quasi il mio fiore preferito, dopo le margherite - se ne stanno sempre più concentrati e più fitti lungo i margini dei sentieri, e ai bordi dei campi, e dove il prato finisce e lascia il passo a qualcosa d'altro. Ci sono sempre più papaveri vicino ai fossi, e ai marciapiedi, e ai confini dei terreni che diventano distributori di metano o parcheggi. Ce ne sono di più lì, dove c'è un lungo, dove c'è un dopo, dove c'è un altrove.

Notavo questa cosa, oggi, e mi chiedevo perché e mi rispondevo, al termine di una giornata come tante altre, che dev'essere perché i papaveri sono tipi curiosi.

Sì, dev'essere proprio per questo. Perché i papaveri, se vi fermate un attimo ad osservarli senza farvi vedere, sono curiosi ed instancabili pettegoli. Stanno ai confini e lungo i binari e sul ciglio dei fossi perché si sono stancati di vedere sempre le stesse cose, nel loro campo, e di accompagnare il muto trascorrere dei minuti delle balle di fieno, sempre ferme, sempre buone, sempre modeste e sempre tranquille. Si sono stancati delle distese di erba tutte uguali e allora si sono dati appuntamento alla finestra, per vedere quel che succede al di là, per buttare un occhio a quel vagone di intercity diretto a sud, o a quel ranocchio che gracida sfrontato nello stagno, a quel pazzo in bicicletta sulla Vignolese, a quel gatto addormentato sul cemento del parcheggio. E ci si sono trovati bene, lì sui cigli.

Hanno guardato, e bevuto ogni vignetta del mondo che stava a pochi passi da loro, e riso, sorriso. E a quel punto hanno avuto voglia di raccontarlo a qualcuno. A chi raccontare del meraviglioso e mutevole oltre? A chi narrare di passeggiate innamorate su marciapiedi assolati, di fazzoletti spiegati da un finestrino, di mani agitate al vento e di odorose pompe di benzina?

I papaveri, si sa, sono sempre stati un po' innamorati delle spighe di grano. E' da tempo che pensano di essere stati messi e piantati nello stesso posto per il fatto di essere l'ideale gli uni per le altre. Ecco perché siamo nati vicini - sostengono nei lori diari segreti. Questo è il senso di tutto. Le amano perché li punzecchiano, perché si ergono fiere, perché sanno il fatto loro e non piangono mai. Le spighe di grano sono le Signore ovunque vadano, sanno camminare sui tacchi e come stanno bene a loro, le scollature dei vestiti da sera, non stanno a nessuno. I papaveri credono di essere fatti per loro fin dalla prima adolescenza, e così è a loro che decidono di raccontare del mondo al di là del confine, e corrono loro incontro con quell'irruenza candida e si siedono nella panchina lì di fianco e un due tre via, cominciano le loro storie.

Solo che le spighe di grano, quelle cose lì, le hanno già viste. Non tutte, intendiamoci - anche se a loro piace dire così perché amano fare le grandi viaggiatrici d'esperienza - ma una buona parte, quella sì. Perché anche le spighe stanno ai bordi dei campi e anche le spighe hanno il collo lungo e le orecchie fini. A loro piacciono soprattutto le storie d'amore, e sanno tutto sugli orari in cui quella coppia di automobili si incontra al benzinaio per scambiarsi un paio di baci furtivi. Sono meno informate dei papaveri sulle composizioni dei convogli e sui cartelli verdi dell'autostrada, ma per il resto, tengono loro testa.

E per di più, le spighe di grano sanno ascoltare quasi quanto conoscono l'ablativo assoluto, loro che a scuola sono sempre state promosse con il debito in latino e matematica. Si annoiano, a starsene sedute lì e ad ascoltare quegli infervorati dei papaveri che si fanno ancor più rossi al momento di spiegare con quali regole le automobili si sorpassano l'un l'altra. Non possono sfoggiare i loro tacchi ultimo modello, se rimangono sedute tutta sera, invece di scorrazzare per la festa del campo ed irradiare successo e bellezza dalle loro punte fatali.

Quante lacrime di succo bianco, di nascosto da tutto e da tutti, hanno versato i papaveri alla fine delle feste e delle lezioni e delle serate in compagnia delle tanto amate spighe. Non capivano, non riuscivano proprio a rassegnarsi. Siamo nello stesso prato - hanno pensato milioni di volte - come è possibile non essere fatti gli uni per le altre?

E dev'essere stato proprio in una sera come quelle, una sera che era già notte e la luna piena meno un pezzettino illuminava il campo di un bianco irreale, dev'essere stato in una sera di lacrime recise che i papaveri - loro che di solito, stanchi per il tanto osservare, si coricavano presto presto, pronti per zampettare  e curiosare fuori non appena fosse sorto nuovamente il sole - hanno sentito quel respiro ovattato e tranquillo provenire dal centro del prato e hanno tirato su con il naso per sentirlo un po' meglio.

Sconsolati e sconfitti si sono fatti più vicini, e, bianche e nere nel contrasto della luce lunare le hanno ritrovate lì, le balle di fieno, dopo tanto tempo che non le vedevano - ne erano passati, di mesi, dall'ultima gita di classe a sezioni riunite - , assorte e silenziose nella lettura dei loro libri lunghi e soporiferi, accucciate sui loro occhiali tondi, e concentrate, e in fondo felici come i papaveri non credevano di averle mai viste.

Si sono fatti più vicini, i papaveri, e con la voce che riemergeva roca dal pianto hanno fatto toc toc alle loro porte e hanno chiesto asciugandosi il mento che libro leggi? è bello?


Leggo un libro sulle ferrovie - ha risposto una balla di fieno al papavero che spuntava dalla sua finestra; un romanzo che parla di un ragazzo che si fa un'intera autostrada a piedi - ha bisbigliato un'altra alzando il sopracciglio dalla lente di ingrandimento; è la storia di un incontro ad una pompa di benzina - dice una balla di fieno asciugandosi una lacrima ormai secca per il caldo delle notti buone della fine di maggio. I papaveri non ci potevano credere. Davvero vi interessano queste cose? - hanno incalzato riprendendo a poco a poco la baldanza spensierata senza la quale si sentivano perduti e dimezzati. No, perché noi le abbiamo viste, le autostrade, e le pompe di benzina e le ferrovie, e anche i ranocchi e le api regine!
Le balle di fieno parevano incuriosite. Si fermavano a pensare - una balla di fieno non fa mai niente di imprevisto, nulla di impulsivo, ci pensa sempre su un paio di minuti, prima di rispondere, ma almeno così non sbaglia mai, o quasi - e lentamente appoggiavano i libri sui comodini e sui tavoli e abbassavano le lenti degli occhiali e facendosi coraggio avvicinavano i volti a quelli rossi e caldi dei papaveri e piantando quegli occhi miti nei loro sussurravano, lente, dai, raccontami.



E così, la notte, tra le undici e le tre all'incirca, da qualche mese a questa parte papaveri e balle di fieno si danno appuntamento al centro del campo per raccontarsi le loro giornate; o meglio, i papaveri raccontano e colorano e spiegano e indicano e farneticano con la voce sempre un po' troppo alta che prima o poi le piantine di gramigna si sveglieranno e si metteranno a piangere, ma tant'è, e le balle di fieno ascoltano, e chiedono, e sorridono e a volte ridono pure.

Siamo nati nello stesso campo - si legge oggi in quegli stessi diari - siamo fatti proprio gli uni per le altre.

domenica 6 novembre 2011

Autunno in colonna

Oggi mentre guidavo immersa nel giallo e nel rosso e in tutte le quattrocentomilamiliardi di sfumature che conducono dal primo al secondo senza passare dal via e sembra proprio che il cielo di Novembre sia stato progettato per dare alle povere foglie stremate da sei mesi di fatiche l'ultima, grandiosa, apparizione sul palcoscenico della natura, perché se non ci fosse quel grigio profondo e desolante come farebbero gli alberi ad essere così sgargianti, insomma, mentre guidavo nell'autunno emiliano ho visto, sopra di me, una perfetta colonna di uccelli in volo.

Una colonna perfetta, dicevo, che volava verso un caldo inverno lontano da qui, perfetta se non fosse stato che un solo uccello - forse si trattava di gru? - volava affiancato ai suoi compagni di viaggio, e più precisamente verso il centro della colonna, quasi fosse il cane di guardia del gregge, la scorta fedele, la mamma vigilante.

E allora - che tanto adesso lo sapete bene anche voi, che viene la parte etica, che a Tinni piace tanto - mi sono soffermata a pensare agli uccelli dentro alla colonna e a quello fuori. E a chiedermi se mi piacerebbe di più essere gli uni o l'altro; se sono più gli uni o l'altro.

E ci sono stati momenti, come durante gli ultimi due mesi, in cui ho creduto senza esitazione di essere un uccello fuori dal coro, di essere il conto che non tornava e, ovviamente, l'uccello che chiunque nota quando alza gli occhi al cielo e vede che non tutti sono in fila. Ma alla fine di tutti questi momenti mi sono accorta anche che stare affiancati invece che in bell'ordine orizzontale comporta sforzi molto maggiori, ché non c'è nessuno che ti taglia l'aria; ma soprattutto che se stai lì non è per ricevere più applausi, o meglio, non solo, ma se stai lì devi anche occuparti della fila, prenderti cura dell'ultimo e sapere ciascuno a che ritmo va.
E allora non ne ho avuto più voglia.

Sicché sono un paio di settimane che provo ad infilarmi in mezzo alla fila. E anche qui non si sta male, vi dirò. Che tu pensi per un sacco di tempo di essere l'unico che fa o vede o sente certe cose e invece, zac, all'improvviso, da lì in mezzo, cominci a sentire le altre gru che chiacchierano per passarsi il tempo e guarda un po' parlano delle stesse cose di cui pensavi di essere l'unico ad occuparti. Solo che ne parlano in altre lingue, con altri accenti, con altri dialetti, con altri toni di voce. Ma le cose sono sempre quelle. Che poi è anche una bella fregatura.



In conclusione, ho pensato quando ormai ero arrivata a casa e parcheggiavo la panda e la colonna di uccelli volava già chissà dove, forse anche le gru fanno così: non c'è mica una sola star; non c'è una sola gru che gioca sempre a fare il cane pastore. All'inizio della prima tappa del loro lungo viaggio verso sud si siedono ad un tavolino ed estraggono a sorte con la pagliuzza più corta il primo che farà l'uccello che vola affiancato, e poi, a turni di cinque ore l'uno, dopo di lui si andrà a rotazione, seguendo l'ordine con cui sono sedute intorno al tavolino.

martedì 30 agosto 2011

Ripetizioni di latino a domicilio

ovvero del come a volte basta salire di qualche chilometro più in alto per scoprire la bellezza da cui, laggiù in basso, siamo circondati.













martedì 16 agosto 2011

Semiotica delle Stelle Cadenti

La Stella Cadente è un personaggio timido, molto timido; così timido che, durante i trecentocinquanta giorni dell'anno che precedono e seguono la pausa agostana, tu, della Stella Cadente, ti dimentichi, eccome.
La Stella Cadente, durante il resto dell'anno, ama rintanarsi dentro le vecchie scatole delle lettere e delle cartoline di quando eravamo bimbi e si avevano gli amici di penna o la tua vicina di casa ti mandava la cartolina dal Lido di Spina con scritto sei la mia migliore amica tvb. A lei piace starsene acquattata lì, in mezzo alla polvere, all'inchiostro che piano piano evapora, ai cuoricini disegnati e ai francobolli ingialliti che costavano seicento lire.
E così tu, che di quelle scatole delle lettere manco conosci l'esistenza né tantomeno l'ubicazione finché non ti capita di dover fare un trasloco o di svuotare una soffitta e allora trascorri una mattina intera a vagare dispersa con i pensieri in una quarta dimensione fatta di volti che non ricordi e firme sgraziate, insomma, tu, che vivi nella tua esistenza logica e consequenziale e impegnata e autunnale, e poi invernale e poi primaverile, della Stella Cadente perdi ogni traccia.
Ogni tanto, sì, qualche film o qualche racconto fuori stagione ti ricorda che, da qualche parte nella tua infanzia e poi anche un po' nella tua adolescenza, esisteva questo rito primordiale dell'andiamo su a Puianello a vedere le stelle cadenti, e bastavano una coperta e dello spray antizanzare e la serata era pronta da gustare. Ma ormai sei grande, ti ripeti quando questi pensieri fanno - bravi loro - capolino; chissà se con tutto questo smog dappertutto e poi la luna piena che quest'anno cade pure il 10 agosto le stelle si vedono ancora. Macché. Sarà tutta una manovra consumistica come quella di Babbo Natale e della Coca Cola.

E poi, l'undici di agosto del 2011, tutto ad un tratto, ti trovi sdraiata, bagnata dalla luce della luna nel suo massimo splendore, in mezzo al cortile di un eremo, con in piedi intorno a te personaggi strani e semisconosciuti che ti guardano perplessi. E, per una volta tanto, ci provi: ché in fondo non costa niente, qui non c'è null'altro da fare, tutto intorno è silenzio e grilli e magia e gatti selvatici, e allora guardiamoci 'sto cielo.

Si vedono a mala pena Cassiopea e il Grande Carro; tutto è lucente come coperto da un velo di tulle chiaro, eppure tu te ne stai lì, testa tra le mani, a sentire la terra e le pietre del vialetto che porta alla chiesa, e guardi. E aspetti. E guardi.


Ed è allora che, in un angolo di cielo nemmeno troppo discosto, proprio lì, alla tua sinistra, la vedi. Eccola, è una Stella Cadente.

E d'improvviso si riapre la scatola delle vecchie lettere e delle cartoline invecchiate, si apre, si scoperchia, sveglia tutto ciò che le sta intorno, i giochini dell'ovino kinder, le spille per capelli con le margherite, i disegni, le lacrime, le canzoni della radio il pomeriggio, le sorprese e le rabbie, le corse nel prato, la prima neve dell'anno, il sapore della pioggia sulla lingua... e la Stella Cadente esce di lì e vince una volta tanto la timidezza, come solo i timidi veri sanno fare, e si mostra, bellissima, veloce, rombante, nitida; esprime la sua corsa nel suo modo unico e speciale, senza tante chiacchiere, senza annunci o trombette, proprio come i timidi, che stanno sempre zitti tutta la sera a tavola e poi da una domanda posta con garbo d'improvviso capisci che hanno sentito tutto, riflettuto ed elaborato meglio di chiunque altro.

E tu sei lì, sdraiata sulle pietre del vialetto del monastero, e ritrovi dentro di te tutto un groviglio di emozioni cristalline, infantili, scoppiettanti, e ti senti unica, timida e speciale come quella Stella Cadente anche se nella vita vera sei sempre la prima a parlare a sproposito, e non fai a tempo a gustare quel turbinio di bellezza e voracità che ti ricordi che devi esprimere un desiderio o mamma mia che l'avevo anche preparato ma ormai la stella è già scomparsa varrà ancora io ci provo non si sa mai.

Ecco, la Stella Cadente è così: è l'immagine perfetta del carpe diem, è il paradigma più bello delle Gioie della vita, quelle con la G maiuscola; timide, veloci, cristalline, non ci speri eppure eccole lì, arrivano, scompaiono, ma ti lasciano dentro un profumo intenso e lento a dimenticarsi.

domenica 14 agosto 2011

Fermarsi e aspettare

Il mondo, la vita, sono pieni di cose meravigliose. (O almeno così dicono).
E a noi, esseri viventi che ci nutriamo di bellezza, non resta che sfidarci di continuo a scoprirne il più possibile.

Esempio: passare di fronte ad un sole che si appressa ad immergersi dietro al sipario delle dolci ed operose colline marchigiane e dirsi: ci fermiano e aspettiamo che scenda? - rendendosi conto, dopo un quarto d'ora di pura grazia, che quella palla di fuoco instancabile meriterebbe un applauso per ogni benedetto, puntuale, tramonto.


Buon ferragosto.

mercoledì 27 luglio 2011

Fuori stagione

Oggi, nel giardino di casa, ho trovato una margherita. Una margherita fuori stagione, che si ergeva lunga e un poco frastornata in un prato ormai estivo.

Una margherita tardiva, spaesata, certo, dall'ambiente già secco e volgare dell'erba agostana; una margherita sola, senza lo squadrone di compagne con cui condividere le emozioni e le paure di una vita semplice; ma una margherita, ugualmente, bellissima.


Ci sono giorni in cui mi sento anche io così. Finita chissà come in un prato non mio, in tempi non miei, sola e spaurita dalla diversità e dalla violenza delle cose che più te le immagini e meno vengono come vorresti.

Me ne sto lì, osservo circospetta gli steli estranei che mi circondano, e in tutto questo essere fuori stagione mi rendo anche conto che, proprio perché margherita primaverile in un prato estivo, in fondo posso guardare alle cose con una consapevolezza diversa; posso drizzarmi sulle foglie di trifoglio con una fierezza che è solo mia; e posso scrutare l'orizzonte nella speranza, nuova, di un temporale fragoroso e rinfrescante, che in primavera non avrei goduto.

La margherita fuori stagione, oggi, nel prato di casa mia, in fondo mi è sembrata felice. Anche se fuori posto.

E mi è sembrato un bell'augurio anche per tutti voi, laggiù, lettori attenti o distratti che siate: di vivere, qua e là, ogni tanto qualche momento da margherite estive. Buona fioritura.

Le Orchidee

Ho recentemente scoperto che coltivare le orchidee non è facile come coltivare molti altri fiori.

Innanzitutto, bisogna riconoscere e conoscere la specie di orchidea che si ha sotto mano: ne esistono una varietà infinita, e ciascuna necessita di cure peculiari.

Fatto questo, occorre sapere che l'orchidea è delicatissima: vuole una temperatura ambiente che oscilli tra i quindici e i ventidue gradi, e in più pretende anche - con un certo cipiglio orgoglioso, tra l'altro - che il suo habitat sia costantemente umido.

L'orchidea, per bere, non ha bisogno di un po' d'acqua ogni giorno, come le piante volgarotte e comuni da balcone, no, lei noi, a lei basta bere di rado, una volta a settimana.

Ma quando deve bere, anche in quel caso l'orchidea è un fiore speciale: lei ha le radici aeree, non vuole l'acqua versata banalmente dall'innaffiatoio giù, sulla terra che la ospita. Per annaffiare l'orchidea bisogna prenderla delicatamente in braccio, portarla presso una vasca o un lavandino, lasciarla immersa nell'acqua per un quarto d'ora e poi, quasi fosse un gattino spaurito dal bagnato, riprenderla su, scuoterle dolcemente le gocce dalle radici, e riportarla nella sua sede.

Ma, ancora una volta, credo proprio che questa orchidea di cui mi sono trovata a dovermi occupare mi potrà insegnare, nella sua nobile alterigia, molte cose. La pazienza, la dolcezza, la parsimonia, la conoscenza, la ricerca di chiarezza.
E' solo un fiore, penserà qualcuno, ma io già sento che, standole vicina, sono un poco di più in cammino.
Forse.

martedì 26 luglio 2011

Viti e Vite

E' antica tradizione, per il contadino che coltiva la vite, piantare al principio di ogni filare una pianta di rosa. La rosa, si crede, tende ad ammalarsi delle stesse malattie della vite, ma con un pizzico di anticipo. Il contadino, dunque, può, osservando con attenzione i primi segnali di debolezza sulle foglie della rosa, trattare tempestivamente anche la vigna per il medesimo male.
Non so se questa antica credenza riposi su conoscenze e dati scientifici. Non so se, effettivamente, al contadino sia mai servita la rosa e se i trattamenti anticipati abbiano mai salvato un vigneto. Ma so, però, che il vedere ogni filare di vite accompagnato, in testa, da una rosa di colore diverso, mi infonde una gioia sincera, fin dalla più tenera età, perché le due, vite e rosa, se ne stanno eternamente lì, fianco a fianco, diverse: l'una verde o rossiccia e pacata, l'altra brillante e vigilante. L'una anima dell'altra.


La parola vite e la parola vita hanno solo una vocale di differenza.

Anche nelle nostre vite, forse, c'è una rosa, per ciascuno di un colore diverso, che vigila in silenzio, senza farsi sentire, e che si prende sulle spalle le nostre malattie e i nostri affanni un attimo prima di noi. Noi ne sentiamo il peso, ci ammaliamo, certo, ma lei è sempre lì, con la sua bellezza disarmante, con i suoi colori sempre puliti, a sussurrarci che anche questa volta, su, ce la possiamo fare.

giovedì 21 luglio 2011

Acqua

Ieri pomeriggio ho detto a mio padre ho voglia di bagnare i piedi nell'acqua di un torrente. Anzi no, non ho detto bagnare, ho detto pucciare, che è una parola un po' dialettale un po' del nostro lessico di famiglia e fa tanto 'casa'. Ho detto a mio padre ho voglia di pucciare un po' i piedi nell'acqua, dove posso andare?


E allora mio padre ha mollato quel che stava facendo, mi ha caricato sulla nostra macchina sporca e ripiena di attrezzi e mi ha risposto ti porto in un posto segreto, speciale. Ha guidato per più di venti minuti nelle stradine di campagna intorno al paese, ci abbiamo mezzo rimesso uno specchietto e ci siamo impolverati fino all'osso perché ben presto le stradine si fanno bianche e a noi chiudere i finestrini con l'aria condizionata proprio non ci piace; mio padre guidava e noi ci guardavamo intorno e c'era una luce di taglio, tutta speciale, con l'aria più limpida del solito, che sapeva ancora un poco di bagnato dalla sera prima, e noi respiravamo quell'aria e continuavamo a ripetere sempre la stessa frase colline così non hanno nulla da invidiare alla Toscana. Lo ripetevamo ogni cinque minuti, come un mantra, che diventava sempre più vero più passava il tempo e più entrava polvere nell'abitacolo.

Poi, dopo venti minuti di guida, mio padre ha fermato la macchina e mi ha guidato alla scoperta di questo posto magico, speciale.
Un fazzoletto di bosco e di sassi, immerso in un silenzio assordante di cicale e di vento: la sorgente del torrente Guerro, il rigagnolo impacciato che scorre per Castelvetro.
Ma i torrenti, si sa, si chiamano così proprio perché non sono sempre attivi, non fluiscono sempre, estate ed inverno, come un impetuoso'fiume vero'. E così è anche per il Guerro: le sue sorgenti, ieri pomeriggio, erano soltanto un letto di sassi abbaglianti e caldi, e quel gorgoglio d'acqua che credevamo di aver sentito appena usciti dalla macchina non era altro che il movimento impertinente delle foglie degli alberi.
Era rimasta solo una pozza; una densissima, scura, melmosa pozza d'acqua, piena zeppa di pesci in sovrannumero peggio che in una piscina di Tokyo, che si restringeva quasi a vista d'occhio ma che ancora resisteva, strenuamente, contro il caldo secco del 20 di luglio.
E così io e mio padre siamo rimasti, è proprio il caso di dirlo, a bocca asciutta. Stavamo lì in piedi a soppesare il nostro peso sui sassi caldi ed abbaglianti, ci guardavamo intorno un po' spaesati e, dopo qualche minuto, abbiamo deciso di rimetterci in macchina.

Ci siamo rimessi in macchina e abbiamo ridisceso la collina che non ha nulla da invidiare alla Toscana, abbiamo respirato nuovamente la polvere, annusato nuovamente gli odori di stalla e di erba e di terra, e poi, ad un certo punto, quando eravamo circa a metà strada e continuavamo a costeggiare il riarso Guerro, ho buttato l'occhio alla mia destra e ho visto l'acqua. Ho visto il Guerro, improvvisamente, scorrere con una certa qual baldanza alla mia destra e ho detto a mio padre fermati che qui c'è acqua.
Abbiamo parcheggiato quasi sulla riva del torrente, e il Guerro era lì, gorgogliante e limpido. Timido ma sicuro percorreva la sua strada di sempre, ma c'era, nel complesso, qualcosa di strano, di innaturale. Il Guerro scorreva perché da qualche parte imprecisata, in mezzo al campo, una sorgente d'acqua pulita si innestava senza posa dentro di lui, un affluente misterioso gli ridava l'energia ormai dimenticata.
E allora mio padre si è tolto le scarpe e mi ha detto andiamo a vedere da dove viene quest'acqua. E io non mi sono fatta ripetere la cosa due volte, ho mollato sui sassi caldi calze e scarpe da ginnastica, e l'ho seguito nella sua risalita alla scoperta di questa fonte misteriosa, che in realtà non era altro che un tubo dell'acquedotto lasciato aperto da chissà quale contadino distratto.
E così, in quattro e quattr'otto, io e mio padre ci siamo trovati con i piedi nel torrente, come avevo tanta voglia di fare: e le dita dei piedi affondavano paciose tra l'argilla morbida e dolce e le punte curiose dei sassi, e mio padre si è trovato un sasso comodo che affiorava dal mezzo del torrente, ci si è seduto sopra e ha pure scavato una fossa più profonda davanti a sé per immergere la gamba almeno fino al polpaccio. E io ho scelto un altro sasso, un po' più a valle, mi sono seduta dietro di lui, con la faccia verso il sole brillante delle cinque di pomeriggio, e siamo stati in silenzio per mezz'ora: con i piedi pucciati e le libellule Evinrut che ronzavano intorno.

E tutto, ma proprio tutto, il nervoso per non aver portato con me la macchina fotografica, l'ansia per un dottorato che finisce e che non lascia spazio a null'altro, la nostalgia di Parigi, la paura di rinascere, le emozioni di queste giornate assurde, le novità e gli eterni ritorni, il terrore di sbagliare, tutto scorreva via, insieme all'acqua dell'acquedotto lasciata aperta da un contadino pigro e all'acqua del Guerro che si era quasi dimenticata come camminare.

Tutto scorreva via e rimanevamo solo io e mio padre, a sentirci, d'improvviso, un po' più padre e un po' più figlia.