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martedì 15 agosto 2017

L'aria di tutti

E se tutta questa scalata - si chiedeva la professoressa stiracchiandosi su una sdraio gentilmente offerta da Sardinia ferries, lurida ma incredibilmente aderente alle forme dei suoi pensieri -  non fosse servita per sentirsi diversa, per sentirsi migliore, per vedersi in cima (ad una vetta, ad una lista, ad una cattedra), così come tutti le avevano prefigurato, ma avesse condotto semplicemente alla percezione di un'immensa "uguaglianza"? Come se una piccola valvola situata alla base del polmone - quello destro, per esattezza - si fosse aperta improvvisamente, facendo entrare nuova aria nell'apparato respiratorio? Un'aria più inquinata, certo, più fosca, anche, e più ricca di particolato (afte nervose, caghetti, infiammazioni, noncuranze), ma comunque più condivisa?

"Finalmente respirava l'aria di tutti" - avrebbe recitato quella pagina, se la sua vita fosse stata un romanzo ottocentesco.

E mentre il suo inconscio poneva al suo diaframma questa serie poco lucida di domande, la professoressa sentiva partire, alla radio dello sgangherato traghetto, una canzone tanto bella e tanto lontana, che non la faceva più soffrire come un tempo (quel tempo), ma che d'altro canto non permetteva né a lei, né tantomeno al suo diaframma, di toccare altro che non fossero quei ricordi dolciastri: le si incollavano addosso come sacchetti di plastica bagnati, e rimanevano lì, fin quasi alla fine della musica.



Incurante del contesto, stiracchiandosi in accordo con le sudicie fibre della sdraio ospitante, la professoressa chiudeva allora gli occhi e apriva il cuore e le labbra, lasciandole muovere al suono delle parole inglesi di Adele; i suoni uscivano sussurrati, per non disturbare la memoria, ma contribuivano comunque in maniera appena percettibile al dipanarsi della melodia lungo il ponte della nave, nell'aria di tutti.
Qualche tempo fa mi sarei vergognata, a canticchiare in pubblico - pensava.

Mancavano giusto un grappolo di note alla fine della seconda strofa e la professoressa si girava sempre cantando sul suo lato destro; per scoprire che lì, nella sdraio della vicina - quella che a prima vista le era sembrata una polacca, ma che qualche ora dopo avrebbe amabilmente dialogato in fluente italiano con il panzuto marito - la bionda cinquantenne stava facendo esattamente la stessa cosa, e con la medesima precisione linguistico-testuale.

Canticchiavano entrambe Adele, nell'aria di tutti e in qualche modo di loro due un po' di più.

La professoressa sorrise. E gli antichi pensieri, così come quelli più recenti, si affogarono in un bicchiere di gioia non più tanto frizzante e nemmeno tanto fredda, ma comunque rinfrancante, lì, su quel ponte di nave diretto verso una nuova vita.


sabato 12 agosto 2017

Scalata

Il due maggio del duemilaesedici è incominciato un viaggio che possiamo descrivere anche come una scalata. Una scalata, sì, perché si partiva da terra, da una terra certa e confortante - la potremmo chiamare la terra del tempo indeterminato alla scuola paritaria, ma nessun titolo esatto potrebbe descrivere a lettori ignari e lontani quanto ci si stesse comodi, in quel lembo di terra, accoccolati sulle zolle calde a fare il proprio mestiere preferito - e i cartelli con le frecce promettevano una salita verso l'alto, pressoché istantanea, verso un traguardo quasi stellare - il ruolo!, parola semi mistica che solo adesso mi permetto di sussurrare, adesso che ci sono arrivata (e in modo tutt'altro che istantaneo).

I cartelli promettevano un'agevole ascensione, tramite piccoli ma frequenti gradini, e invece la scalata è stata dura e impervia, e i gradini spesso mancavano del tutto: mancavano tra il dodici maggio e il quindici settembre, e si è aspettato con fragile pazienza al bordo di una curva, su un misero altipiano, avvolti dall'incertezza; poi la strada saliva a picco improvvisamente, tra l'otto e il nove febbraio, con scalini grossi da divorare con impegnative falcate (e si sa, la Tinni non è che abbia questa gambalunga...). Ogni tanto ai margini del sentiero ci si fermava un poco a piangere - di rabbia o di emozione; altre volte le mani e i volti amici scherzavano tra loro sulle asperità del cammino e ne ricavavano un pacchetto in più d'amore da nascondere tra le pagine del libro serale.  Ma in molte altre occasioni si era soli, soprattutto al volgere del giorno, e per non pensare a pensieri troppo pe(n)santi si sminuzzavano i frammenti dei minuti in occupazioni futili e in prove di verifica per la settimana a venire.

Il due maggio del duemilaediciassette, forse per festeggiare un traballante anniversario, un raggio di sole ha illuminato la via dell'ascesa, ma chi saltellava urlando di gioia incredula davanti al Palazzo ducale di Mantova non poteva sapere che quel raggio di sole sarebbe stato semplicemente l'ultimo prima di un tratto ripido e scosceso, più difficile di tutti i precedenti. E allora, con uno zaino sempre più carico di angosce e le tasche traboccanti di fiori, fragilità e sorrisi raccolti lungo il sentiero nelle pause per riprendere fiato, si sono masticati i gradini fino al ventisette giugno, terminati i quali la strada da percorrere coi nostri piedi pareva finalmente finita.

Ma non era finita la scalata.

Non era finito un bel niente perché da lì in poi si saliva soltanto in ascensore, con tappe arbitrarie, sussulti nel sonno, un numero indefinito di passeggeri stretti in cabina come sardine, piani elaborati e poi puntualmente mandati a monte, su, sempre più su, verso una vetta che aveva ormai perso ogni romantica prospettiva. Ci siamo fermati il ventiquattro luglio, il venticinque verso sera, il due agosto - e a Bologna, per giunta! - e il dieci dello stesso mese, quando improvvisamente l'ascensore si è aperto e chi era rimasto in piedi durante tutto quello sballottamento si è precipitato a guardare di sotto.

Per scoprire che al di sotto, semplicemente, non c'era più nulla.

Una fitta nebbia avvolgeva la montagna finalmente conquistata e non permetteva di godere di quella che sarebbe stata la meritata vista delle fatiche conseguite. Nebbia tutto in basso e nebbia anche sopra di noi, fino al cielo, che potevamo soltanto immaginare limpido, lassù da qualche parte, a giudicare dalle grida di giubilo delle aquile e dei passerotti. Avvolti in una nuvola spessa e umida ci sentivamo arrivati, sì, ma non sapevamo dove.

Non potevamo guardare né su né giù.
Non restava che guardarci in faccia. Che chinare lo sguardo sui nostri scarponi impolverati; sulle ciabatte che qualche imprudente non aveva fatto in tempo a cambiarsi prima di partire; sui calli, sulle vesciche e sulle unghie sporche; sui buchi dei calzini, sulle dita dei piedi che finalmente respiravano vita; sulle occhiaie e su tutto quel cumulo di paure istintive che avevamo fatto nostro in quell'anno di sfida continua. E imparare finalmente, di nuovo, a chiamarci per nome. Magari mettendoci un prof. davanti, che fa sempre la sua bella figura.

Tinni è ancora là, su quella vetta annebbiata; si sta mettendo qualche cerotto sui calcagni, sente che da qualche parte della sua anima è felice, ma deve re-imparare a lasciarlo uscire.

sabato 25 giugno 2016

Cubetti di vita

Tra i tanti cibi da viaggio che hanno accompagnato Tinni durante i suoi variegati spostamenti ferroviari in lungo e in largo per lo Stivale e per gli ultimi, ondulatori, anni appena passati, possiamo citare, in ordine sparso e non di importanza, tipi molteplici di patatine, ivi comprese quelle multi-fritte del Macdonald della Stazione Termini, noccioline, mandorle, albicocche secche, prugne pur'esse secche specie in periodi di stitichezza, e poi taralli, tarallini, ciliegie, amarene perché no, pomodorini addirittura, poppi corni; gallette nei periodi vegans, kinder bueni nei periodi stress, panini burro e coppa nei periodi mammite acuta.
Una predilezione per il salato, senza disdegnare il resto. Chiusi in buste di plastica, o sparsi a passeggio per la borsa, cibi di ogni genere e forma hanno viaggiato su rotaie accanto - e dentro - a Tinni, ma alla Tinni medesima mai e poi mai, in tante esperienze di viaggio, era venuto in mente di portarsi dietro dei cubetti di formaggio grana.

Piccoli, quadrati, ermeticamente sigillati dentro un altrettanto quadrata confezione di plastica timida e semi-anonima. Erano lì, stamattina: ignoti, nel banco frigo di un supermercato ignoto ai confini erbosi del capoluogo quasi ignoto di un altrimenti ignoto Oltrepò lombardo.

E qualcuno, passandoci davanti, ha suggerito ad una Tinni sbadigliante che ancora non si era accorta di essersi svegliata che avrebbero potuto costituire un buon compagno di viaggio edibile per il ritorno della prima serata.

Va detto: la Tinni, il grana è solita mangiarselo in una maniera tutta sua, e che forse vi farà un po' venire il voltastomaco, e se siete di gusti un po' sensibili potete saltare la descrizione del bolo alimentare di Tinni e scendere di un paio di paragrafi direttamente per leggere la conclusione - laddove, come sempre nei post di Tinni, si passa alla metafora esistenziale che rende l'autrice tanto fiera una volta che le sia spuntata alla mente.

Si era quasi dimenticata, appunto, Tinni, di come mangiare il formaggio grana, perché nella sua recente vita solitaria lo aveva sempre considerato un alimento troppo costoso rispetto ai benefici da esso arrecati, e si era pertanto accontentata di gustarlo - sotto forma di polvere grattugiata - solo nei casi in cui, al ristorante, a casa dei genitori o invitata a cena da qualche anima buona, le fosse stato offerto come condimento ulteriore di una pastasciutta. 
Da piccola, invece, ne rosicchiava volentieri dei pezzetti, in attesa della cena e mentre qualche altro membro più solerte della famiglia si accingeva a grattugiarne in quantità sufficienti per tutti: un ritaglietto qua, una crosta là; un piacevole diversivo prima di passare al pasto vero e proprio.
Ed è stato magari proprio in virtù di questa sua posizione ancillare, di questo anticipo di nutrimento, di questa periferia della vita che il grana, nella bocca di Tinni, è sempre stato masticato con molta pazienza - fatto piuttosto strano per chi la conosce a fondo - e riempito prima di molta saliva, e spostato di qua e di là a spasso per la bocca, e succhiato per bene, angolino per angolino, prima di essere pronto per discendere, attraverso la deglutizione, giù, lungo il tubo digerente. 


Una pastoia di (ex)formaggiograna misto a saliva, da cullare, sminuzzare e trattenere ancora per un poco: forse anche per attenuarne l'appuntito carattere salato, forse anche un po' per ammorbidirne il suo gusto così invasivo. 

Un lungo ruminìo che spesso accompagnava Tinni dalle sette e quarantacinque fino alla chiamata definitiva della madre alla tavola, e che ha riaccompagnato Tinni, oggi, dalle diciannove e diciannove fino al definitivo rientro a Modena, mentre l'omogenea campagna emiliana sfilava davanti ai suoi occhi - rotoballe cascine stradicciole foschia rotoballe cespugli fossi rotoballe - e i campi aguzzi di grano correvano dietro al finestrino, rovinati qua e là da calpestii e spianate misteriosi - orme di enormi mostri notturni? - dentro ai quali, però, in un campo tra Fidenza e Fiorenzuola, fiorivano beati gruppi anarchici di papaveri.
Un avido e silente masticare che ha assistito anche, insieme a Tinni ed agli anarchici papaveri di Fiorenzuola, alla ricezione di un SMS sul cellulare del passeggero seduto nello scompartimento anteriore; un SMS che sarebbe passato poco più che inosservato - come i tanti ricevuti all'interno di uno scompartimento comune - se non fosse stato che il proprietario del cellulare in questione era cieco, e aveva impostato sul telefono la voce automatica e monocorde che ti spiega in che schermata ti trovi e ti legge tutto quel che vi compare, mittente e messaggio compresi, e che quindi, mentre i papaveri insolenti di Fidenza salutavano Tinni ondeggiando i loro rossi capi e augurandole un buon proseguimento, ha letto, ad alta ed incolore voce, che un certo mittente Luciano chiedeva al passeggero non vedente come va la tua vacanzina bolognese.

Una vacanzina bolognese; un giorno di festa in una città in cui non c'è mare né montagna.
Un gruppo di papaveri che cresce laddove un calpestìo disordinato crea uno spazio di mancata coltivazione.
Un cibo da viaggio mai sperimentato prima, e suggerito da altri, e masticato a lungo per addomesticarne il sale.

Non sarebbe tutto più semplice se Tinni si convincesse che queste, tra tutte le biglie messe in tasca nella ordinaria e meravigliosamente modesta giornata di oggi - queste e non altre, e non gli uccelli del cielo, né i tabelloni delle partenze, e neppure la sagra di paese alle porte di Parma - sono le tre metafore più calzanti per quella che al momento le hanno assegnato come esistenza?

Ogni giorno, dietro al finestrino della vita, un cinema diverso; ogni giorno, l'arduo compito di riconoscere, nel suo lungo ed imprevedibile scorrimento, i fotogrammi giusti, quelli che, da soli, possono rendere ragione di un'insolita pace serale.


giovedì 24 luglio 2014

Finta

Ogni tanto, se scendo all'ora giusta a rubare prelevare delicatamente qualche fogliolina di basilico dal vaso della vicina, per il pranzo, riesco a coprire ogni particella di suono di auto e camion con le righe caldamente invadenti del frinire di cicale.

E' in quel momento, allora, che faccio finta per qualche istante di essere già in vacanza, in vacanza in un'assolata terra di sabbia, ulivi e bedenbrekfast, rilassata nel mio attraversare le scale per recarmi al piano di sotto, dove qualcuno ha preparato per me una colazione antica millenni.

Una stronzissima fastidiosa puntura di zanzara (scusate ma per le parole cancellate ci sto andando in fissa) mi riporta alla realtà: non sono dentro a nessuna vacanza, e quella che avevo programmato prevede(va) comunque un viaggio in Israele.

giovedì 16 agosto 2012

Il Moto Per Luogo (sempresialodato)

Questo post è dedicato ad un complemento che non ha mai goduto della - seppur meritata - luce dei riflettori grammaticali o morfologici: né della luce di terrore negli occhi degli allievi, né di quella didattica delle puntuali spiegazioni dei docenti; velocemente appreso, pochissimo applicato, raramente inserito in pratici schemini riassuntivi, mai sottolineato tra i traballanti cumuli di definizioni vocabolariali, il motoperluogo non ha mai beneficiato di quella fama che, a mio modesto parere, gli dovrebbe invece essere propria a piene mani.

Perché per più accusativo - o διὰ più genitivo che dir si voglia - non è solo un bellissimo solitario individuo che si erge a testa alta nell'oceano convulso dei complementi mantenendo sempre quello sguardo comprensivo eppure atarassico, quello sguardo nobile che ben si infila tra le dita di chi poco viene chiamato in gioco dalla vita. Il complemento di motoperluogo, infatti, non è solo l'affascinante e misterioso spilungone che solo alcuni possono vantare di aver tradotto per più di - che so - cinque volte nell'arco di una vita; non è solo il garbato figuro che, presentato con i dovuti convenevoli ad inizio pasto, si aliena ben presto dalla chiassosa compagnia dei moti e degli stati per soffermarsi, in un angolo del giardino, a contemplare la fioritura serale di una bella di notte.

Non solo questo: ma ben più di questo.


La vera identità del motoperluogo io l'ho scoperta solo quest'anno, e grazie alle ripetizioni private. Ma non - come i più frettolosi tra voi potranno pensare - perché lo abbia dovuto illustrare a qualche alunno bietolone (il motoperluogo, come dicevo poc'anzi, lo imparano subito anche i più digiuni di grammatica, anche gli ultimi, anche quelli che si vantano di non aver memorizzato mai oltre la prima declinazione); non perché mi sia trovata a tradurlo, ingrediente fuori posto di un passo ostico; non perché lo abbia mai individuato, né sottolineato, né indicato. Io, il motoperluogo, quest'anno e da quest'anno in poi sempre, l'ho vissuto.

Perché il motoperluogo sei un po' anche tu quando apri la porta di casa improvvisamente pesantissima per uscire a fare ripetizioni e in un guizzo di coscienza ti getti nella pozza refrigerante dell'idea che hai ancora venti minuti buoni di viaggio in macchina prima di dover affrontare la dura realtà del fatto che colerai sudore per un'ora insieme a qualcuno che proprio non sopporti. Tu e proprio tu sei il motoperluogo quando ti aspettano ore lavorative invivibili ma puoi ancora permetterti, in un percorso che dilata distanze e temporalità, di girare la chiave nel quadro dell'auto, accendere la tua musica preferita ed essere vivo per un ritaglio di tempo regalato e assolutamente tuo.

Motoperluogo è ciò che ti separa da quello che non hai voglia di fare, che te lo tiene ad una distanza che è tendente allo zero ma mai ci arriva; motoperluogo è pensare che non ancora, è ritagliare un profilo di figura da un giornale appallottolando e gettando alle spalle il resto di pagina. 
Io ho scoperto, insomma, dacché ho iniziato a condurre una vita lavorativa se non proprio normale almeno apparentemente tale, che, se il lavoro che fai non è ciò a cui aspiri dalla nascita, o anche, più semplicemente, se quel giorno non ti va e punto; se la persona che devi incontrare ti urta, se gli oggetti che devi comprare ti annoieranno, se il luogo che ti attende è troppo caldo o troppo angusto per gli angoli del tuo piede, beh, c'è sempre, e quando dico sempre intendo sempre, un motoperluogo che trae dal fodero la sua epica spada per difenderti - forse per cinque, forse per venti minuti chissà - dai colpi di quell'impegno asfissiante. Ci saranno sempre e comunque un numero enne di passi a condurti al patibolo, e sarà in essi che potrai trovare conforto, note, ombra e forse anche un po' te stesso.

C'è chi dentro il suo motoperluogo ripassa date e nomi che si scopriranno salvifici, c'è chi canticchia, c'è chi telefona all'amico, c'è chi stringe la mano del suo vicino; c'è pure chi dorme. Ma tutti, anche se spesso non se ne rendono conto, tutti stanno bene, lì, dentro al proprio motoperluogo, perché proprio nell'attimo in cui posticipano la sveglia, possono chinarsi a raccogliere i loro sogni.

Motoperluogo io lo amo perché sa spostare l'orizzonte di qualche centimetro più in là, perché è capace di farti la respirazione boccaabocca, perché ti suscita una risata nel momento più tragico dell'esistenza. E anche quando ciò che il motoperluogo ti conduce soavemente ad intraprendere è la cosa più bella che ci sia; quando dall'altra parte del motoperluogo c'è una persona amata, una vacanza, un premio, una classifica vincente, un essemmesse o anche solo una granita all'amarena, anche in quei casi lì il motoperluogo ti avvolge con il sapore e l'odore e il colore dell'amarena o della vacanza - senza ancora farteli vedere né toccare - e ti prepara all'evento in un modo così dolce e materno che poi, quando la granita è sul tavolo e a te non resta che allungare la mano prenderla e succhiare dalla cannuccia il primo litro di succo fosforescente, la prima cosa che ti viene da fare è invece offrirgliene un sorso a lui, al motoperluogo, e non un sorso qualsiasi, ma il primo, ché se lo merita proprio, per come ha saputo accompagnarti fin lì regolando il suo passo con il tuo.

Ma appena ti volti con il bicchiere ed il sorriso in mano, beh, il motoperluogo non c'è già più. E non hai nemmeno fatto in tempo a salutarlo.

giovedì 7 aprile 2011

Parigi e la Comunicazione

Rieccomi qui, in diretta dalla mia mansardina, con il primo di quella che spero sarà una lunga serie di Billets à propos de Paris.
Mi sto lentamente formando l'idea che, all'origine del bien vivre di Parigi, all'origine di quella sensazione di protezione, di inserimento, di globalità che ti dà la vita di tutti i giorni in questa città (e forse anche quella di un breve periodo di vacanza) ci sia essenzialmente una cosa: la grande capacità comunicativa dei Francesi.

In questa città, non sei mai solo: ad ogni angolo un cartello ti spiega cosa puoi fare, cosa è preferibile che tu NON faccia (e perché), chi ha creato quel luogo, con che spirito, in quali anni... Attraversi la strada, e per terra insieme alle scritte c'è l'avviso: guardate a destra e poi a sinistra: doppio senso di circolazione. Entri in un parco e conosci fin dall'ingresso diritti e doveri del bravo abitante di parchi. L'anno scorso, quando ero qui insieme a quella fotografa provetta di Niculet, ci siamo messe d'impegno per fotografare tutte le differenti poesie che l'azienda dei trasporti cittadini aveva deciso di piazzare sulle pareti dei vagoni delle metropolitane: almeno 15 opere diverse! La galleria fotografica che la suddetta blogger aveva dedicato al tema "Parigi pensa a te" (di cui non voglio assolutamente prendermi il merito dell'idea, che va tutto a lei!) era poi piena di milioni di altre frasi, vignette, cartelli, indicazioni sparse per la città: dai pannelli luminosi che ad ogni angolo ti informano di iniziative in corso del tipo indovina le locations delle fotografie di Parigi e vinci un ingresso all'Orangerie, agli affiches di pubblicità di eventi, sempre coloratissimi fichissimi ed invitantissimi.

E ancora: guardate qui, e poi qui: stiamo parlando di due capitali e di due siti delle rispettive compagnie di trasporto pubblico: non occorre essere esperti di semiotica per comprendere cosa intendo con capacità comunicativa! E poi, soprattutto: provate ad usare, in ciascuno dei due siti, il servizio trova il tuo percorso. Sfido chiunque a capirci qualcosa nei risultati ottenuti sul sito romano.

Ma credo fortemente che la vetta, la sublimazione dell'indicazione, l'Everest della comunicabilità, il Nirvana della semiotica, Parigi lo raggiunga all'interno degli autobus. Già prima di salire, un cartello su entrambi i lati del bus segnala le principali fermate di quella linea (ciascuna di queste ultime marcata da un differente colore che si ritrova sia sull'insegna sia nelle tonalità delle pareti all'interno); tu sali, validi il tuo titolo di viaggio, non fai in tempo a fare un passo che il primo cartello gentilmente ti suggerisce di avanzare verso il fondo del bus per evitare ingorghi. Tu, ossequiosamente, lo assecondi, ed ecco che ti trovi davanti ad un pannello con una mappa (ma quanto mi esaltano, A ME, le mappe?! Trovo siano una delle più grandi invenzioni della mente umana. A breve un post sulle DIECI più grandi invenzioni della mente umana, devo ricordarmi di cominciare ad annotarle.) precisa al millimetro di tutte le fermate, in entrambi i sensi di marcia, per cui pure un bambino potrebbe capire dove deve scendere per andare in un dato posto. Non ancora soddisfatto del tutto, però, prendi il tuo posto a sedere e ti accorgi che, a prova di scemo, un pannello luminoso che scorre ti avvisa di ogni fermata e ti dice quanto tempo è stimato per l'arrivo al capolinea. A questo punto ti ritieni sufficientemente informato per quanto riguarda il percorso del bus. Ti rilassi un attimo e..zac! Becchi un avviso che recita: il tuo cellulare è prezioso: può suscitare delle invidie. Ricordati di questo quando lo usi in pubblico. Il 93 per cento delle aggressioni nei luoghi pubblici è causato da furti al cellulare. (in 10 lingue circa). Oh però, pensi, grazie, RATP, di avermelo ricordato. Poco più sopra campeggia inoltre un variopinto: sorridete, siete filmati! a proposito del fatto che gli autobus sono tutti sono sorveglianza video.
Ma l'apoteosi è stata raggiunta, io credo, quest'anno, dalla campagna pubblicitaria-progresso dal titolo Partageons de plus, partageons le bus. Ogni bus reca una vignetta che consiglia determinati atteggiamenti di cortesia o vivere civile, come il piegare i passeggini se non c'è spazio o, appunto, come questo :

Non c'è nulla da aggiungere: io adoro essere cullata da questo genere di avvisi, e, da oggi, adoro anche Jean-Luc.

mercoledì 30 marzo 2011

Perla losannese

Losanna ha due linee della metropolitana. Come Roma.
(...)
La metà delle fermate di questo efficientissimo mezzo pubblico si trovano all'aperto, perché la città non è effettivamente molto estesa, ma alcune sono comunque vere e proprie stazioni sotterranee. Poiché in questi casi i passeggeri non possono agevolmente prevedere che si sta arrivando in una data stazione a causa del tunnel buio che precede l'arret, la metropolitana prevede un suono differente per ognuno di questi stop, da lanciare un po' prima che la voce metallica annunci verbalmente la fermata.
Esempio: se ci si sta avvicinando a Lausanne-gare, un po' prima si sentirà uno scroscio d'acqua all'autoparlante; prima di Lausanne-Flon, invece, un galoppo di cavalli; prima di Grancy dei fischiettii.
(sono tutte diverse. Fidatevi).

martedì 29 marzo 2011

Impressioni random da una settimana elvetica

Non sarà certo un post ben articolato dal punto di vista narrativo, ma per una volta vorrei soltanto registrare alcune sensazioni/percezioni/rilevazioni che mi saltano all'ésprit (quanto fa figo dirlo?!?) dopo qualche giorno di permanenza a Losanna, ridente cittadina sul Lac Lemann, cantone di Vaud, lingua francese, confederazione svizzera.

Innanzitutto, e sopra a tutto, la ricchezza. Continuo a chiedermi se è soltanto una suggestione frutto dello sfaccettato stereotipo a) Sfizzero? No, Nofi -b) Svizzera = banche - c) Svizzera = ti sorridono i monti, ma in fin dei conti credo proprio che sia realmente così: gli Svizzeri sono, oggettivamente, percepilmente, inconsuetamente, ricchi. Cammini sul lungo-lago la domenica pomeriggio e la gente, pur essendo vestita in maniera di certo più sobria di come vedresti, che so, a Roma, sopra alle scarpe da tennis ultra high-tech sfoggia una Louis Vuitton autentica con una tranquillità non esibizionista, come se avesse sempre giocato, fin da piccola, con borsine LV delle Barbie. Non si vedono griffe fasulle; nessuna finta Gucci o All Star taroccata. Tutti i bambini sfrecciano su modernissimi monopattini provvisti di caschetto dinamico dei Power Rangers, ginocchiere delle Winks, copri gomiti di Hello Kitty, cuffie di Topolino, guanti imbottiti di Toy Story e chissà di che marca ancora saranno gli indumenti di sotto.
Tutti sembrano tranquilli e sereni, di una serenità che può essere solo il frutto di solida ricchezza. Non che io sia una di quelli che pensano che solo i soldi diano la felicità, però...ecco, passeggiando per Losanna la domenica pomeriggio, bhe, insomma.. un po' ci credereste anche voi.



E poi, oltre alle immancabili pulizia, ordine, rigore, silenzio, un'altra caratteristica mi si è presentata in più di un'occasione: è PIENO di italiani immigrati.
Già solo restando in ambito universitario, in tre giorni sarò uscita a cena o a pranzo o avrò intravisto o avrò anche solo sentito parlare di decine e decine di italiani, di tutte le regioni, che sono qui per il dottorato, e poi per il post-doc, e poi diventano assistenti all'UNIL, e poi lavorano in un'azienda, e poi hanno un contratto, e si fidanzano con un altro italiano all'estero e ..zac, come niente, si sono trasferiti qui per sempre. Con tranquillità e serenità, imparando dagli autoctoni, non sentono la mancanza della "patria", sanno apprezzare i pregi di qua, ne evidenziano anche i difetti, scherzano su Berlusconi e parlano di pizza e pasta. Mettono radici e sono rispettati; parlano correntemente francese e spesso anche tedesco e nessuno li prende in giro per l'accento italiano che resta loro un po' attaccato. In giro per la strada, davvero, l'italiano è una delle lingue più sentite: e non perché ci siano molti Ticinesi (quelli li si riconosce dall'accento pseudo-milanese), ma perché, in effetti, gran parte della Svizzera è italiana.

E allora non posso non andare col pensiero a loro: a loro che vorrebbero fare come noi italiani facciamo e abbiamo fatto per anni e anni con la Svizzera. Partire con qualche gruzzolo, imparare la lingua vivendo in loco, trovare un impiego, magari sposarsi con qualcuno della tua stessa terra, così, giusto per poter cucinare ogni tanto le lasagne e, gustandole, ricordarsi insieme a lei del posto dove si è nati, e magari tornarci per le vacanze. E fare dei figli là, che parlano non si sa bene quante diavolo di lingue insieme, e invecchiare con qualche soldino da parte, e diventare qualcuno che , una volta, tanto tempo fa, viveva in Italia.
So poco delle politiche svizzere nei confronti dell'immigrazione e quel poco che so non mi piace, soprattutto per ciò che riguarda gli immigrati extra-europei; ma quello che hanno fatto e fanno ancora per l'Italia, oggettivamente, è bello.
Noi non abbiamo le borse di studio e andiamo in Svizzera a fare ricerca. Quelli non hanno lavoro in Tunisia e vengono a cercarlo in Italia.
Ma quale diavolo di differenza fa?

domenica 27 marzo 2011

Travel in progress...

Amici e lettori,
Tinni è ancora viva, non temete: è solo che starà qualche giorno in giro a bighellonare per la Svizzera, e poi, dopo una breve parentesi domestica, il 4 aprile partirà ALLA VOLTA DI PARIGI per un periodo di studio di ben quattro mesi. A breve, dunque, esilaranti cronache francofile e mirabolanti resoconti di avventure pseudo-turistiche a non finire su questi schermi!

Datele solo questi giorni di passaggio per organizzarsi alla migrazione e presto tornerà a dilettarvi. Pensatela anche un po', ché ha tante cose da sistemare e pensieri per la testa e un pizzico di agitazione a condire il tutto!
Nel frattempo, accontentatevi di un tinnico e virtuale abbraccio.

giovedì 23 dicembre 2010

Facce, storie, luoghi

Con questo sottofondo musicale, che tutte le volte che lo riascolto mi viene in mente la mia mamma che mi incitava, da piccola, a cercare di immaginare a quali fenomeni atmosferici corrispondesse ogni passaggio musicale (ecco, adesso sta grandinando, è estate, si sente benissimo, e poi tuona, ti spaventa, poi si affievolisce e...oplà, rispunta il sole), tra una pulizia casalinga e l'altra, vorrei dedicare questo post pseudo-commemorativo ad alcuni ricordi. Vorrei dedicarlo ai ricordi dei viaggi in treno degli ultimi tre, intensi, anni; ma non certo ai disagi, ai ritardi, ai freddi, ai caldi o ai controllori, bensì a tutte le persone che mi è capitato di incrociare, sbirciare, origliare (brivido, è partita la primavera), con cui mi sono trovata a scambiare opinioni, occhiatacce, pisolini, risate, incazzature... è tanto che mi riprometto di buttare giù, perché non svaniscano con il tempo, gli episodi più significativi, e quindi eccomi qua. Voglio dedicare il mio post natalizio a loro, anche a quelli che mi hanno rotto le scatole, anche a quelli con cui non volevo avere nulla a che fare, così come a quelli che ho trovato interessanti, a cui ho cercato di strappare un sorriso. Buon Natale a voi, compagni di viaggio.
C'è, innanzitutto e sopra a tutti, la famiglia di Casal di Principe, specchio perfetto di ciò che Saviano prova a descrivere nei suoi articoli: madre sposata a 13 anni, finisce le medie e va a lavorare, tre figli irrequieti, le bimbe mi chiedono a quanti matrimoni ho fatto la damigella, e mi guardano con compatimento quando scoprono che non mi è mai capitato, mentre a loro già tre o quattro volte, il maschio che chiamarlo iperattivo è eufemistico, il padre scontroso e muto, che però quando gli accenno qualcosa, a mezza bocca, sul fatto che il loro paese è spesso sui giornali mi sbotta secco (dopo che la moglie mi aveva detto, schernendosi: io non so niente, sa tutto mio marito) con un: anche da noi ci sono le brave persone e quelle non brave, come dappertutto. Ma la cosa più agghiacciante e significativa salta fuori quando mi chiedono cosa studio; - il latino - rispondo io per restare nel generico e nel comprensibile. E la madre: "e cioé?" "che cos'è?".
Voi cosa avreste risposto?

Ma poi viene lo scompartimento di napoletani, il giorno prima dell'orale del dottorato, allegri, simpatici, mi mettono tranquilla, mi fanno mille in bocca al lupo, e mi segnalano la migliore pizzeria di Napoli - n.b. ti fanno solo la margherita o la bianca, lì, perché solo in quelle due si apprezza alla perfezione il sapore della mozzarella, che, ricorda!, NON ha niente a che vedere con quella che compri al tuo nordico supermarket -, dove, prima o poi, ho promesso che andrò (ma come è possibile che tu non sia mai stata a Napoli???!!).
Il mio buon Natale va poi anche alle due chirurghe estetiche su un Eurostar, di cui ho ascoltato fingendo noncuranza tariffari, clientele, affari, ultime tendenze, mentre ammiravo le loro pelli e le loro unghie perfette.
E poi, per restare in quell'ambito socio-economico, ai due stilisti di moda che mi hanno suggerito, vista la mia evidente indigenza, di restare comunque al passo con l'ultimo grido vestendomi da Zara, che è un po' la loro rovina, ma che saccheggia a piene mani dalle migliori collezioni (sempre sia lodata!).
Buon anno e i miei migliori auguri, poi, al padre che accompagnava il figlio dodicenne ad una selezione per giovani talenti del calcio a Roma: gli brillavano gli occhi, nel raccontare le prodezze e la precoce abilità del figlio; prevedeva per lui un roseo futuro, con tanto di matrimonio con una velina!
E, ancora, alle due sorelle ultrasettantenni modenesi con cui ho condiviso un lungo e periglioso viaggio notturno Parigi-Bologna: una delle due, durante la sua avventurosa vita, aveva lavorato per una nota casa di moda milanese, mentre l'altra aveva fatto, per tutta la sua esistenza, la cassiera al cinema a luci rosse di Modena. Mi sembrò di viaggiare tra Miss Daisy e la vecchietta di Pomodori Verdi Fritti.
Inoltre, la simpaticissima dottoranda di Lione, nata in un destrorsissimo paesino brianzolo, che esibiva fiera la sua Repubblica come un vessillo di democrazia; e le due matte ragazze fiorentine che lavoravano in un negozio di scarpe e fumavano noncuranti nello scompartimento dopo aver blandito il controllore con un occhiolino; e il gruppo esilarante di editori toscani, con cui ho trascorso ore di pura comicità durante un ritardo frecciarossesco incredibile; la signora che, vedondomi addormentare infreddolita sul tavolino, mi ha coperto maternamente la schiena con la giacca; la mitica mamma che lavorava per Medecins sans frontières con due figli sotto i tre anni al seguito, da cui ho preso vere e proprie lezioni di educazione filiale e che, nonostante la tenera età dei pargoli, non mi ha arrecato nessun disturbo; il teppista che rovinava i cartellini degli scompartimenti, finito per uno scherzo del caso proprio seduto a fianco di una controllora FS fuori servizio (alla fine siamo pure diventati tutti amici!); e poi tanti e tanti turisti di ogni provenienza e cultura, tutti ugualmente entusiasti al vedere scorrere di fronte ai loro occhi le colline toscane (degna di particolare nota, in questo gruppo, la giapponese che mi chiese, vedendo un rudere alle porte della stazione termini, una sorta di torre cadente risalente più o meno all'epoca fascista, "Colosseum????")....
e chissà quanti altri ancora non riesco ora a ricordare. Bhe, a tutti loro e a quelli che sono ormai svaniti dalla memoria, così come ai miei lettori, un sincero augurio di buon viaggio, in quel percorso tormentato, incredibile, assurdo e buffo che è la vita.

sabato 18 dicembre 2010

Io c'ero

Quando avrò 90 anni e tanti nipotini sulle ginocchia, quando le FrecceRosse di Trenitalia domineranno il mondo e ci si sposterà in cinque minuti dalla Calabria a Domodossola, quando le storie sui ritardi e i disagi di ieri saranno leggende come quella di Barbablù, quando i miei pargoletti mi chiederanno stupiti ed increduli: ma davvero un tempo le Frecce maturavano fino a 135 minuti di ritardo?, potrò fieramente affermare: io c'ero.
Ero a bordo del FrecciaRossa 9598, ieri, che è partito alle 20.05 invece che alle 19.30 da Roma ed è atterrato a Bologna all'alba delle 00.30. E, vi dirò, la cosa è stata a suo modo entusiasmante: innanzitutto, un voce calma e rassicurante ci spiegava all'autoparlante il motivo di ciascuna fermata superiore ai 5 minuti; in secondo luogo, ce ne stavamo tutti al calduccio; in terza istanza, nei tratti sgombri da problemi l'Alta Velocità ha funzionato a pieno ritmo; e, soprattutto, vedere l'A1 completamente ferma in un'unica, grande, gelida coda mi ha fatto davvero apprezzare, pur nell'Italia Repubblica delle Banane, il senso e il funzionamento dei mezzi pubblici.
Sono riuscita, poi, a imbroccare, una volta in patria, una coincidenza di due autobus al volo che, mentre una lunghissima fila di gente aspettava in stato di semi congelamento che arrivasse, a tempo di lumaca, il taxi desiderato, mi ha portato, al modico prezzo di euro 1, esattamente sotto casa (sul primo dei due autobus ero tra l'altro da sola, e invece di chiamare la mia fermata con il campanellino, ho fatto la signora dicendo con nonscialans (?) all'autista - Dio lo benedica - io scendo qui, grazie).
Risultato: ero a casa già alle 01.05 minuti. Evviva!

domenica 31 ottobre 2010

Le avventure di una Nordica a Roma. Seconda ed ultima parte


…eureka! -penseresti vedendo l'insegna luminosa avvicinarsi. Pochi istanti dopo, però, l'eureka si trasformerebbe in -oh cazzo!-, all'accorgersi che l'autobus in arrivo sembra un po' quelli indiani che si vedono nelle foto dei reportages di Repubblica, con la gente stipata dentro come in una scatola di sardine.
Il mezzo si ferma, un millesimo della gente contenutavi esce e…., bando al savoir faire, ti getti dentro usando il finalmente utile trolley come arma di sfondamento, fai il centimetro di passo necessario perché le porte si chiudano e, oplà, sei dentro. Primo problema: da nordico quale sei, non puoi non pensare subito all'obliterazione del biglietto. La macchinetta si trova però dall'altro lato del bus. Arranchi sempre come un soldato in trincea e il trolley come mitra verso l'agognata obliteratrice e, quando ci arrivi, scopri che è fuori servizio. Il tuo nordico senso civico freme. Ti guardi intorno sconsolato finché, con la consueta strategia della pena/tenerezza, un vicino ti tranquillizza: signorì, un se preoccupi, vale anche c'aa penna. "c'aa penna" significa che si possono scrivere ora e luogo sul biglietto a mano: benissimo! Peccato che la tua unica penna sia nascosta sotto sette strati di maglioni libri beauty case fogli panini nella pratica valigia trolley.
Scusi, ma lei ha per caso una penna a portata di mano?
No, signorì, ma possiamo chiedere. D'improvviso, nell'autobus stipato che lo stadio olimpico nel giorno del derby è vuoto a confronto, si sparge un tam-tam di beneficienza per la povera polentona nordica scrupolosa: che, c'avete na penna? No, ma forse er signore llà… Finché un'angelica ragazza estrae il prezioso oggetto e te lo porge. Il primo obbligo civico è presto adempiuto, e l'incazzatura, ancora una volta, evitata.
Al che, restituita la penna con un nordico sorriso grato, ti rendi conto che c'è un altrettanto grave secondo problema da risolvere: non sai dove sia la fermata a cui devi scendere, la temibile stazione tiburtina. Che fare? Rifare i km che ti separano dal conducente e chiedere a lui? Scruti il muro umano con nuove goccioline di sudore che ti salutano dalla camicetta ormai da buttare, e scarti questa possibilità. Non ti resta che richiedere ai tuoi nuovi amici: i vicini. Scusi, ma lei sa riconoscere quando si arriva alla stazione tiburtina? Chiedi con un'ingenuità da settenne.
Ah signorì, stia carma, aa tibburtina scennono tutti, se n'accorgerà pure llei. E poi, con un sorriso sardonico: che, lei è der Nord, pe'ccaso?
Fugato ogni sospetto sulla tua provenienza geografica, ti metti (un po') più tranquillo.
Ti guardi intorno e vedi l'umanità più varia, con il viso segnato da una quotidianità di mezzi pubblici, che compie le attività più impensate, come leggere, scrivere sms, consultare IPAD, mentre tu a mala pena ti reggi in piedi (era un po' la stessa cosa a Parigi, nella metro, se non fosse stato che là le donne erano tutte anche bellissime, impeccabili, nude e invidiabili, mentre almeno a Roma non ce n'è una che abbia il trucco dato bene, segno di levatacce, spintonate, e ore ed ore passate su metro, bus e trenini. Grazie Roma).
Finché, all'approssimarsi della fatidica fermata, un movimento serpeggia all'interno della cortina di gente, e, in effetti, il 99 per cento dei passeggeri si prepara alla discesa. Non ti resta che assecondare l'onda come un pesce nella corrente del golfo.
Arrivato alla "tibburtina", il viaggio è solo a metà: dovrai infatti salire a bordo di un trenino metropolitano che ti porterà finalmente a destinazione. Ma tu, tronfio per il doppio successo conseguito a bordo dell'autobus, pensi erroneamente che il peggio sia passato. Quanta gente vuoi mai che monti su un trenino simile, con due vagoncini striminziti, che porta in periferia nord alle 6 di pomeriggio? La risposta è più o meno questa: tutti i passeggeri discesi con te dal 94 PIÙ i discendenti da altrettanti 10 bus appena arrivati alla stazione. Roma è una grande città, in effetti, è letteralmente piena di gente.
Il trenino arriva "aa tibburtina" già pieno. Becchi per culo la porta che si ferma di fronte a te. Peccato, è quella fuori servizio. Una volta salita a spinta sul treno, ti accorgi che, oltre ad essere in mezzo alle palle per chi deve scendere alla stazione successiva, NON hai spazio per poggiare il tuo detestabile trolley a terra. Per terra ci sono solo piedi. Piedi ovunque. Decidi di tenertelo sollevato finché senti arrivarti delle estetiche e mistiche stigmate sulle mani e, nel frattempo, il treno si ferma a Nomentana. Mentre con terrore noti orde barbariche di persone che devono scendere a ogni costo e sembrano del tutto intenzionati a passare sul tuo cadavere senza alcuno scrupolo, una vecchierella canuta e stanca ma mandata probabilmente da una qualche divinità per assisterti, si alza dal suo posto a sedere e ti dice: signorì, metteteve mpo' qua, che sennò lì ve distruggheno, ve trancieno, ve massacreno! Grazie, o misteriosa divinità che mi assisti, pensi, e ti siedi. Al termine della corsa, giunta alla tua stazione, hai assistito ad almeno 20 plausibili prodromi dell'omicidio della stazione Anagnina, di cui solo ora comprendi davvero la dinamica (tentativo di trascrizione: ahi, cazzo - cazzo essere tu! - embè, m'ai tirato na tranvata n'ee reni, cazzo sì, vaffanculo! - culo essere tu! M'anvedi sto zingaro emmerda - Merda essere tu! -provvidenziale discesa dello zingaro- signò, il palo serve p'appoggiarse le mani, e lei ce se mette c'a schiena! - e vabbè, m'hanno spinto! - a, pure ragggione ce vole avè, anvedi sto maleducato! …)
Il viaggio volge ormai al termine. Scendi dal treno e dovresti affrontare l'ennesima strada in salita al dieci per cento, ma preferisci aspettare un bus che ti porterebbe in cima al colle. Probabilmente, nel tempo che aspetti il bus, avresti fatto in tempo a fare a zoppo galletto su e giù dal colle per circa venti volte, ma alla fine arriva anche l'88. Scendi di fronte al supermercato per fare un poco di spesa; ovviamente il negozio è in un seminterrato con delle scale di accesso. Le stigmate quasi sanguinano, mentre strapazzi l'odiato trolley giù per le scale ed entri a fare la spesa, sentendoti sempre meno simile ad una donna-in-carriera-in-viaggio-per-lavoro e sempre più una profuga dell'Afganistan in fuga.
All'uscita dalla spesa, un enorme cane troneggia sul primo gradino della scalinata. Ipotizziamo che anche tu, sconosciuto avventuriero nordico, sia affetto da una malattia poco diffusa ma letale, la paura dei cani. Ti guarderesti intorno con terrore, cercando un'uscita alternativa, finché un signore che passa di lì, accorgendosi del tuo terror panico, ti chiederebbe …paura? E tu, tremando, daresti l'assenso. Nun te preoccupà, te lo tengo occupato io mentre passi. - Ma è suo? - No, signorì, ma lo faccio volentieri. Vorresti abbracciarlo e dargli il privilegio di toccarti le tue beatificanti stigmate, ma ti limiti ad un sorriso spiazzato e grazie al suo aiuto esci incolume dal supermercato.
Mentre cammini finalmente verso casa, non riesci a non sorridere pensando a tutti i personaggi che hai incontrato in quella giornata e senza i quali saresti probabilmente in un ospedale psichiatrico ricoverato d'urgenza per tentato suicidio. Hai le stigmate, la camicia è ormai uno straccio, i piedi non li senti più, ti sei sicuramente beccato un raffreddore con tutti quegli sbalzi termici, ma non puoi non cominciare ad amare Roma.
Continua…
Il mattino dopo ti alzi di buon ora, devi essere a Piazza Venezia per un appuntamento importante e poi prendere il treno per fare ritorno in Padania. Ti vesti come se fosse giugno, memore del sudore del giorno prima, ma quando metti il naso fuori di casa il sole tropicale non è ancora sorto e ci sono circa 5 gradi (sai, è pur sempre novembre). Mentre ti avvii alla stanzioncina del trenino, in corsa, ti infili maglione, gilè, sciarpa e cappotto. Rotoli insieme al crocifiggibile trolley - il quale non ha ormai più ruote rotonde bensì quadratini sassosi simili a quelli dell'auto dei Flinstones grazie all'incontro di molte buche - giù per la discesa. La stazioncina, essendo sabato mattina e prima delle 8, sembra un po' il luogo dove hanno ucciso la Reggiani, ma cerchi di non pensarci, mentre ti accorgi che gli unici popolatori del luogo sono una nutrita comunità zingara (noi "nordici" non sappiamo micca cosa vuole dire, avere gli zingari in città, ragazzi miei). Ti imponi di aprire la tua mente e di sgomberarla dai pregiudizi, mentre ti metti sul binario battendo i denti e ripensando con nostalgia alle goccioline di sudore solo poche ora prima tanto odiate, e il trenino arriva. Dopo un relativamente calmo viaggio in treno e un autobus pieno ma non troppo, arrivi a piazza Venezia. Devi attraversarla ma - ops - non esistono strisce pedonali né, tantomeno, semafori per i pedoni. Provi, dopo molte esitazioni, il metodo così detto della "alla viva il parroco" ma non hai la disinvoltura dei Romani e, proprio mentre un camioncino sta arrivando a tutta birra, scivoli sui maledetti sanpietrini lisci e vai dritto a culo in aria. Un passante ti aiuta a rialzarti evitandoti per un pelo una mala morte e tu stai per sbottare finalmente in un SPQR in Bossi-style, ma proprio in quel momento il sole fa capolino dalla piazza, illumina i monumenti, vedi il colosseo in lontananza, la colonna traiana, ti sembra quasi di scorgere Augusto che ti fa ciao ciao con la manina dal suo foro e pensi, cominciando inconsciamente ad assimilare l'idioma locale: ma ce ne po' encazzà in una città così bella??. Decidi quindi di entrare in un bar per pulirti dallo sporco della caduta e mentalmente metti in conto di essere spennato anche per un caffè più pasta: siamo pur sempre a Piazza Venezia, no? Vedrai come gabbano il turista sprovveduto. Entri, ordini cappuccino e pasta, mangi, bevi, ti riassetti e chiedi il conto. 1,10 euro. Non ci credi, ma è così. Rinnovato nella tua felicità e nell'amore per la città, vai all'appuntamento.
Lungo il restante percorso, ti ritogli tutti gli indumenti, uno ad uno, che avevi messo nemmeno un'ora fa e di nuovo ti trovi l'ascella pezzata. Arrivi all'ora giusta, aspetti circa mezz'ora perché il Romano non ha lo stesso orologio biologico di un Nordico, e fai quello che devi fare. Te ne torni verso la metropolitana, per prendere la metro e finire il viaggio a Termini, rimuginando su disagi, imprevisti e caos incontrati lungo il tuo percorso, ma proprio non ci riesci, a non provare affetto per questa confusionaria, anziana, sporca, solare, ridente signora che è Roma.
Arrivi alla stazione centrale, monti sul treno per il freddo Nord, prendi posto e ti metti a guardare dal finestrino in attesa che parta. Un signore agitato si siede accanto a te, e, non appena la sua lancetta sorpassa di un minuto l'orario previsto per la partenza, si gira verso di te e ti chiede, con accento milanese: oh, ma non saremo micca già in ritardo, neh?. 

A te verrebbe quasi di rispondergli: ah signò, stia sciallo. Ma che è, der Nord, lei??

mercoledì 27 ottobre 2010

Avventure di una Nordica qualunque sbarcata a Roma - Alias "O t'encazzi o te fai 'na risata"

Metti che vi capiti di dover andare a Roma e restarvi qualche giorno, per motivi di lavoro non meglio definiti.
Salireste sul treno a Bologna, per dire, vestiti con gli abiti consoni per quella stagione, poniamo un autunnale cappotto, sotto una camicetta elegante, con calze velate e una sciarpetta di lana; e, scendendo dal treno a Termini, pensereste forse in un primo tempo di essere giunti a Tunisi, per sbaglio, o che la stazione possieda un impianto di riscaldamento. Nulla di tutto ciò, ovviamente. Le prime gocce di sudore cominceranno a scendere dalle vostre ascelle.
Metti che abbiate con voi, come normale, un trolley non leggerissimo da portare. Avreste magari come meta - fortunelli! - un luogo raggiungibile tramite la metropolitana, e quindi vi dirigereste con il vostro amato trolley e con tutta la classe di una donna-in-viaggio-di-lavoro-come-nei-film verso l'indicazione METROB. Scoprireste allora che dovete affrontare ben DUE rampe di scale con gradini alti nonché zozzi che non sono sostituibili né con l'uso di scale mobili né con ascensori. Altre goccerelle di sudore prenderanno d'assalto la vostra camicetta di donna-in-viaggio-di-lavoro-figa-come-nei-film mentre trasportate fate ruzzolare giù dalle scale il vostro apprezzabile trolley.
In giornata potrebbe essere previsto un piccolo sciopero dei mezzi: la metropolitana tarderebbe quindi circa 10 minuti prima di arrivare, e voi vi trovereste schiacciati tra la massa di persone che scendono a Termini e la massa di persone che salgono a Termini. Occhio che tra banchina e il vagone c'è un buco sufficientemente grande ad inghiottire il vostro discreto trolley. Nell'agevole viaggio in metropolitana certo non potreste aspirare ad uno degli ambitissimi 4 posti a sedere, e stareste per incazzarvi con il mondo e con i Romani, se non capitaste vicino ad un buon uomo rubicondo che vi aprostroferebbe, vedendovi prossimi al tracollo, con un serio-comico ah signorì, dateme mpo' qua sta bborsa, che vi aiuto io, ve vedo mpo' pregaria.... La simpatia dello sconosciuto rimanderebbe così il broncio da dove era venuto.
Metti che vi capiti di uscire, finalmente, alla luce del sole e di accorgervi che, oplà, il sole tropicale non c'è più; è arrivata una grossa nuvola. Meglio così. Il luogo dove siete attesi non può, matematicamente, trovarsi proprio subito fuori dall'uscita della metro. Dovrete fare solo 500 metri a piedi: che problema ci sarà mai? La strada che vi porta all'indirizzo previsto, però, non è come le strade di Bologna e della maggioranza della città del mondo: ha infatti una pendenza circa del 10 per cento. In salita, ovviamente. La macchia di sudore sulla vostra camicetta si allargherà ancora di qualche centimetro, mentre vi tirate dietro il vostro scomodino troller.
Metti quindi che riusciate ad arrivare nel luogo stabilito, semplicemente un po' sudatini, e di fare quello che dovete fare. Al termine dell'impegno, vi toccherà uscire e, oplà, potrebbe essere cominciato uno dei tipici, brevi, intensi, fulminei acquazzoni romani. Non avrete con voi l'ombrello: chi lo avrebbe potuto prevedere, viste le temperature messicane della mattina stessa? E, no, non ci saranno gli amati portici a proteggervi. Converrà quindi che vi rifugiate nel primo bar aperto e attendiate la fine del diluvio. All'interno del locale, riscaldato come se si fosse in alta montagna perché i Romani appena vengono due gocce cominciano a dire ahrimortacci tua, st'inverno fa n freddo laziale, oh, anvedi sta pioggia ecc ecc, risentirete bussare nuove goccioline di sudore alla porta della camicetta e starete nuovamente per sbottare in una litania di improperi, quando il barista del luogo, intenerito, non pronuncerebbe un ah signorì, 'ndo vai con tutte ste 'bborse, famo che te offro 'n caffè, che me fai strign'er core. E ancora una volta il sorriso vi si dipingerebbe sulle labbra, nonostante tutto.
Al termine dello scroscio uscireste quindi grati dal bar e vi dirigereste verso la più prossima fermata dell'autobus, ché - meno fortunelli! - il luogo dove pernottate si raggiunge con l'autobus numero 94. Alla fermata del bus non c'è scritto quanto manca al prossimo passaggio del 94 - ma che pretendi, Nordica, che sia tutto ma proprio tutto come nelle più efficenti zone dell'Emilia? Adattati un po', suvvia! - ma,ops, non ci sono nemmeno orari affissi, quindi il vostro autobus potrebbe, teoricamente, passare anche di lì ad un'ora (un esemplare di adolescente del luogo vi potrebbe suggerire, ad una vostra richiesta in proposito, di stare scialli). Dopo un'attesa di una ventina di minuti il 94 farà capolino dalla collinetta di fronte: eureka!

(...continua nella prossima puntata)