Il due maggio del duemilaesedici è incominciato un viaggio che possiamo descrivere anche come una scalata. Una scalata, sì, perché si partiva da terra, da una terra certa e confortante - la potremmo chiamare la terra del tempo indeterminato alla scuola paritaria, ma nessun titolo esatto potrebbe descrivere a lettori ignari e lontani quanto ci si stesse comodi, in quel lembo di terra, accoccolati sulle zolle calde a fare il proprio mestiere preferito - e i cartelli con le frecce promettevano una salita verso l'alto, pressoché istantanea, verso un traguardo quasi stellare - il ruolo!, parola semi mistica che solo adesso mi permetto di sussurrare, adesso che ci sono arrivata (e in modo tutt'altro che istantaneo).
I cartelli promettevano un'agevole ascensione, tramite piccoli ma frequenti gradini, e invece la scalata è stata dura e impervia, e i gradini spesso mancavano del tutto: mancavano tra il dodici maggio e il quindici settembre, e si è aspettato con fragile pazienza al bordo di una curva, su un misero altipiano, avvolti dall'incertezza; poi la strada saliva a picco improvvisamente, tra l'otto e il nove febbraio, con scalini grossi da divorare con impegnative falcate (e si sa, la Tinni non è che abbia questa gambalunga...). Ogni tanto ai margini del sentiero ci si fermava un poco a piangere - di rabbia o di emozione; altre volte le mani e i volti amici scherzavano tra loro sulle asperità del cammino e ne ricavavano un pacchetto in più d'amore da nascondere tra le pagine del libro serale. Ma in molte altre occasioni si era soli, soprattutto al volgere del giorno, e per non pensare a pensieri troppo pe(n)santi si sminuzzavano i frammenti dei minuti in occupazioni futili e in prove di verifica per la settimana a venire.
Il due maggio del duemilaediciassette, forse per festeggiare un traballante anniversario, un raggio di sole ha illuminato la via dell'ascesa, ma chi saltellava urlando di gioia incredula davanti al Palazzo ducale di Mantova non poteva sapere che quel raggio di sole sarebbe stato semplicemente l'ultimo prima di un tratto ripido e scosceso, più difficile di tutti i precedenti. E allora, con uno zaino sempre più carico di angosce e le tasche traboccanti di fiori, fragilità e sorrisi raccolti lungo il sentiero nelle pause per riprendere fiato, si sono masticati i gradini fino al ventisette giugno, terminati i quali la strada da percorrere coi nostri piedi pareva finalmente finita.
Ma non era finita la scalata.
Non era finito un bel niente perché da lì in poi si saliva soltanto in ascensore, con tappe arbitrarie, sussulti nel sonno, un numero indefinito di passeggeri stretti in cabina come sardine, piani elaborati e poi puntualmente mandati a monte, su, sempre più su, verso una vetta che aveva ormai perso ogni romantica prospettiva. Ci siamo fermati il ventiquattro luglio, il venticinque verso sera, il due agosto - e a Bologna, per giunta! - e il dieci dello stesso mese, quando improvvisamente l'ascensore si è aperto e chi era rimasto in piedi durante tutto quello sballottamento si è precipitato a guardare di sotto.
Per scoprire che al di sotto, semplicemente, non c'era più nulla.
Una fitta nebbia avvolgeva la montagna finalmente conquistata e non permetteva di godere di quella che sarebbe stata la meritata vista delle fatiche conseguite. Nebbia tutto in basso e nebbia anche sopra di noi, fino al cielo, che potevamo soltanto immaginare limpido, lassù da qualche parte, a giudicare dalle grida di giubilo delle aquile e dei passerotti. Avvolti in una nuvola spessa e umida ci sentivamo arrivati, sì, ma non sapevamo dove.
Non potevamo guardare né su né giù.
Non restava che guardarci in faccia. Che chinare lo sguardo sui nostri scarponi impolverati; sulle ciabatte che qualche imprudente non aveva fatto in tempo a cambiarsi prima di partire; sui calli, sulle vesciche e sulle unghie sporche; sui buchi dei calzini, sulle dita dei piedi che finalmente respiravano vita; sulle occhiaie e su tutto quel cumulo di paure istintive che avevamo fatto nostro in quell'anno di sfida continua. E imparare finalmente, di nuovo, a chiamarci per nome. Magari mettendoci un prof. davanti, che fa sempre la sua bella figura.
Tinni è ancora là, su quella vetta annebbiata; si sta mettendo qualche cerotto sui calcagni, sente che da qualche parte della sua anima è felice, ma deve re-imparare a lasciarlo uscire.
MOLTEPLICI INIZI.
A proposito di:
interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.
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sabato 12 agosto 2017
Scalata
martedì 16 agosto 2016
Questo
Tutto è cominciato un paio di settimane fa. In una corsia di piscina.
Era semplicemente una di quelle interminabili settimane all'inizio delle quali un'anonima impiegata dell'ufficio scolastico regionale aveva vaticinato ad un sudato rompipalle trentenne che gli esiti degli scritti sarebbero usciti nei prossimi giorni.
Una settimana di sei giorni, che duravano ciascuno dalle nove del mattino alle diciannove della sera - e direi che a 'sto punto se non hanno pubblicato dovremo rimandare a domani. Sei giorni, di dieci ore l'uno, sfilze di pugni nello sterno appena ti ricordi che sei ancora lì, appeso, appena quel pensiero rispunta tra le maglie nemmeno troppo strette di un aperitivo o una pagina di romanzo.
Una settimana come altre otto, o nove, prima e dopo di lei: ormai ho perso il conto.
Era giovedì: questo lo ricordo - anche se tendenzialmente i giorni delle settimane come quelle lì si assomigliano tutti - perché al fianco della mia ordinata corsia di nuoto saltellavano vispe e tamarre le ragazze dell'acquagym, a tempo di una musica estiva che andava su e giù insieme alla mia testa a rana.
La mia amica Niculet guidava caparbia il nostro affannato ma impavido duo alla conquista, presumo, della decima vasca o giù di lì (mi permetto di ricordare alla platea dei lettori che siamo passati alle vasche lunghe, quelle della piscina esterna, mica broccoletti) e io, fedele, le andavo dietro con la mia placida rana quando, per l'ennesima volta nel corso di quei sei giorni settimanali maledetti e sempre uguali, dalla bocca dello stomaco era salito al cervello il pensiero di quel concorso e di quegli scritti, annebbiato oramai e inestricabile di desideri e scaramanzie, ma sempre vivo e pulsante.
E io, invece di lasciarmi affogare da quel palpitante singulto, dopo aver lanciato uno sguardo a destra al branco delle ragazze dell'acquagym e uno a sinistra, dove la Niculet rientrava dalla vasca imperterrita e agguerrita, ho reimmerso la testa sott'acqua e mi sono detta: beh, questo, questo aver imparato a nuotare insieme e questo essere qui, al fresco, a far fruttare un talento che non credevi di avere e invece hai, e a trarne gioia e benefici semplici, a portata di piscina, questo, nessuno te lo potrà togliere mai.
Nessuna commissione di concorso e tantomeno nessuna approssimativa impiegata dell'ufficio scolastico regionale. Nessuna classifica e nessuna sconfitta. Nessun preside e nessun ministro della pubblica istruzione. E' tuo e basta.
Tutto è cominciato con quel pensiero bagnato in corsia, un paio di settimane fa e, sempre a proposito di sfondi acquatici (è il leit motiv dell'estate, sappiatelo), mi è tornato alla mente proprio ieri mattina, mentre tornavo a salutare, appuntamento ormai di ogni agosto, l'indulgente mare sotto il piccolo faro rosso del molo di La Spezia (o meglio, come dicono quelli che le vogliono bene e quindi da un po' di tempo a questa parte anche io, di Spezia, senza l'articolo determinativo femminile). Anche quello - pensavo - anche il tornare benevolo a quel molo, a quell'acqua che sbatte mansueta, a quell'appoggio di schiena dritto e avvolgente, giusto in faccia al sole delle dieci, chi potrà mai togliermelo? Forse che da ogni parte di Italia, di graduatoria, di quartiere residenziale non può partire un treno che porta qui in poche ore?
E mentre mi aggrappavo, momentaneamente pacificata, a quell'idea non più nuova eppure sempre rasserenante, ho sbirciato alla mia destra e, invece di trovarci un branco di ragazze sculettanti, ho intravisto che l'anziano spezzino seduto chinato sulla sua preziosa settimana enigmistica stava facendo il gioco dell'annerire gli spazi puntinati.
Un uomo possente, raggomitolato intorno ad una matita con la punta grossa e il tratto poco marcato, che con la scorza delle sue mani da pescatore o portuale cercava di non fuoriuscire dai contorni e alla fine di questa impresa faticosa allontanava un poco il foglio dal viso per raggiungere la prospettiva necessaria a comprendere quale immagine ne fosse risultata.
Finché dunque esisteranno corsie di piscine, amiche che dettano il ritmo di un numero di vasche tenuto nascosto fino quasi alla fine; finché esisteranno mari e moli e fari bassi e rossi, finché ci saranno settimane enigmistiche con i loro esercizi di riempimento degli spazi puntinati, a qualcosa ci potremo sempre appoggiare, nello sbattere delle onde qua e là - almeno io e il vecchio spezzino dalle mani grandi e dalla matita sfuggente - e quel qualcosa non ci sarà tolto.
Era semplicemente una di quelle interminabili settimane all'inizio delle quali un'anonima impiegata dell'ufficio scolastico regionale aveva vaticinato ad un sudato rompipalle trentenne che gli esiti degli scritti sarebbero usciti nei prossimi giorni.
Una settimana di sei giorni, che duravano ciascuno dalle nove del mattino alle diciannove della sera - e direi che a 'sto punto se non hanno pubblicato dovremo rimandare a domani. Sei giorni, di dieci ore l'uno, sfilze di pugni nello sterno appena ti ricordi che sei ancora lì, appeso, appena quel pensiero rispunta tra le maglie nemmeno troppo strette di un aperitivo o una pagina di romanzo.
Una settimana come altre otto, o nove, prima e dopo di lei: ormai ho perso il conto.
Era giovedì: questo lo ricordo - anche se tendenzialmente i giorni delle settimane come quelle lì si assomigliano tutti - perché al fianco della mia ordinata corsia di nuoto saltellavano vispe e tamarre le ragazze dell'acquagym, a tempo di una musica estiva che andava su e giù insieme alla mia testa a rana.
La mia amica Niculet guidava caparbia il nostro affannato ma impavido duo alla conquista, presumo, della decima vasca o giù di lì (mi permetto di ricordare alla platea dei lettori che siamo passati alle vasche lunghe, quelle della piscina esterna, mica broccoletti) e io, fedele, le andavo dietro con la mia placida rana quando, per l'ennesima volta nel corso di quei sei giorni settimanali maledetti e sempre uguali, dalla bocca dello stomaco era salito al cervello il pensiero di quel concorso e di quegli scritti, annebbiato oramai e inestricabile di desideri e scaramanzie, ma sempre vivo e pulsante.
E io, invece di lasciarmi affogare da quel palpitante singulto, dopo aver lanciato uno sguardo a destra al branco delle ragazze dell'acquagym e uno a sinistra, dove la Niculet rientrava dalla vasca imperterrita e agguerrita, ho reimmerso la testa sott'acqua e mi sono detta: beh, questo, questo aver imparato a nuotare insieme e questo essere qui, al fresco, a far fruttare un talento che non credevi di avere e invece hai, e a trarne gioia e benefici semplici, a portata di piscina, questo, nessuno te lo potrà togliere mai.
Nessuna commissione di concorso e tantomeno nessuna approssimativa impiegata dell'ufficio scolastico regionale. Nessuna classifica e nessuna sconfitta. Nessun preside e nessun ministro della pubblica istruzione. E' tuo e basta.
Tutto è cominciato con quel pensiero bagnato in corsia, un paio di settimane fa e, sempre a proposito di sfondi acquatici (è il leit motiv dell'estate, sappiatelo), mi è tornato alla mente proprio ieri mattina, mentre tornavo a salutare, appuntamento ormai di ogni agosto, l'indulgente mare sotto il piccolo faro rosso del molo di La Spezia (o meglio, come dicono quelli che le vogliono bene e quindi da un po' di tempo a questa parte anche io, di Spezia, senza l'articolo determinativo femminile). Anche quello - pensavo - anche il tornare benevolo a quel molo, a quell'acqua che sbatte mansueta, a quell'appoggio di schiena dritto e avvolgente, giusto in faccia al sole delle dieci, chi potrà mai togliermelo? Forse che da ogni parte di Italia, di graduatoria, di quartiere residenziale non può partire un treno che porta qui in poche ore?
E mentre mi aggrappavo, momentaneamente pacificata, a quell'idea non più nuova eppure sempre rasserenante, ho sbirciato alla mia destra e, invece di trovarci un branco di ragazze sculettanti, ho intravisto che l'anziano spezzino seduto chinato sulla sua preziosa settimana enigmistica stava facendo il gioco dell'annerire gli spazi puntinati.
Un uomo possente, raggomitolato intorno ad una matita con la punta grossa e il tratto poco marcato, che con la scorza delle sue mani da pescatore o portuale cercava di non fuoriuscire dai contorni e alla fine di questa impresa faticosa allontanava un poco il foglio dal viso per raggiungere la prospettiva necessaria a comprendere quale immagine ne fosse risultata.
Finché dunque esisteranno corsie di piscine, amiche che dettano il ritmo di un numero di vasche tenuto nascosto fino quasi alla fine; finché esisteranno mari e moli e fari bassi e rossi, finché ci saranno settimane enigmistiche con i loro esercizi di riempimento degli spazi puntinati, a qualcosa ci potremo sempre appoggiare, nello sbattere delle onde qua e là - almeno io e il vecchio spezzino dalle mani grandi e dalla matita sfuggente - e quel qualcosa non ci sarà tolto.
giovedì 4 ottobre 2012
Tragedia Bic
(..) bianchi, come paiono i manifesti ufficiali, pur con tutto il loro inchiostro nero che nessuno legge (...)
Italo Calvino, La giornata d'uno scrutatore
Si può immaginare un destino più gramo di quello delle centinaia di migliaia di penne bic distribuite nei vari pre-test, test e contro-test di concorsi/baraccone come quello dell'attuale tieffea?
Si può pensare ad una vita più triste e più bruciata di quella di una penna estratta dal grande utero delle penne neonate solo ed esclusivamente per essere somministrata - appena tre ore di compito scritto - a tremanti mani rosicchiate dall'ansia tanto che non riesci nemmeno a farci un po' di amicizia, con quel paio di dita macchiate che ti stringono nel sudore, e già devi rientrare in un freddo scatolone di carta per finire inesorabilmente... finire dove, esattamente, poi?
Dove se ne va, tutto quell'ardore giovanile? Dove si assesta, in una precoce vecchiaia che sa di sconfitta, tutto quell'inchiostro nero che ha deciso - fulminea adolescenza - il destino di file e file di teste e di cuori? Sono state con noi giusto il tempo di una fugace mordicchiatina, tra una brutta ed una bella copia, e non hanno mai conosciuto astucci, cadute dal banco, prestiti, lanci, fondi dello zaino e neppure lo straziante quanto inevitabile lutto del tappino. Dovremmo forse chiamarle fortunate? Fortunate che non hanno cambiato padrone, che non hanno perduto il sedere, rotto la molla o scoppiato il serbatoio?
Non è forse meglio trovarlo, il padrone, anche se questo significa piangere nero, o a volte anche rosso, quando suona la campanella e la fretta cattiva ti lascia sotto ad un banco, al freddo del pomeriggio e alla mercé della furia igienista del bidello?
E così io, oggi, me le immagino là, strette l'un l'altra tra le quattro anonime pareti di cartone, con tutti i sogni impacchettati tra tappino e punta, tutte le speranze, le favole, i miti. Loro non lo sanno, hanno solo tra labbra e palato uno strano gusto che odora di grigio; ma sono trasportate, lente ed ormai burocratizzate, verso il più vicino ufficio comunale dove - ormai invendibili a causa di quel microscopico rivolo di inchiostro in meno (ed è lo stesso, insignificante rivolo che ha promosso e bocciato le vite ed i mesi di tanti sballottati come me) - saranno distribuite, perdendo anche l'amicizia delle timide compagne, in barattoli portapenne sui più svariati tavoli di pacata nullafacenza, dove nessuno, nell'era di internet e dei palmari, le impiegherà - credendole nuove, e si sa che le penne nuove attendono sempre qualche istante, prima di cominciare a funzionare gettando righe sulla carta, e non è questo il momento di usarle, vado troppo di fretta - né oserà mai più amarle.
domenica 21 novembre 2010
Hip hip hurrà per la Raccolta Differenziata Multimateriale,
..che da oggi sbarca anche al Quartiere Porto di Bologna (che è poi quello in cui Tinni - e Cicerocuce - risiedono)!
Nottetempo, quasi di fronte alla tinnica porta di casa, sono piovuti infatti due bidoni nuovi di zecca, luccicanti ed accoglienti, che si affiancheranno ad indifferenziato, umido (di cui Tinni smania per avere la chiave, ma non sa ancora come si fa...) e vetro e che provvederanno alla separazione di carta e plastica.
Vi confiderò che Tinni, dall'alto del suo civismo pulsante, è molto eccitata per questa novità locale, ed ha già acquistato debiti contenitori che la soccorreranno nelle sue differenziazioni casalinghe (thanks Ikea: costo complessivo dell'operazione: 6 euro); i suoi primi passi, però, sono subito stati funestati da una serie di questioni insolvibili che ha deciso di sottoporre a voi, cari lettori, nella speranza che sappiate illuminarla.
Per l'occasione, inoltre, bandisce addirittura un concorso: chi, tra i colti frequentatori di questo luogo, potrà e saprà rispondere al maggior numero di domande, riceverà in premio ....rullo di tamburi... una foto ricordo di nientepopodimeno che Tinni in carne ed ossa di fianco ai nuovi bidoni! Diamo inizio allora alla lista di questioni:
1. nella plastica si possono mettere per es. contenitori di affettati che sono leggermente unti? E un vassoietto di cartone adibito al trasporto di pasticcini leggermente sporco di crema può andare nella carta?
2. nella carta si possono mettere anche fogli colorati (ovvero dipinti con pennarelli)?
3. nel vetro le bottiglie devono essere perfettamente lavate o solo un po' sciacquate?
4. le odiose buste (che da noi poi si chiamano sportine ma non credo che al di fuori dell'Emilia Romagna sia parola compresa) di plastica che ti danno al supermercato possono essere messe nella plastica?
5. carta e plastica devono essere introdotte nel bidone in sacchetti o anche in libertà?
Ecco, queste sono le prime domande sorte in giornata: se sarete esaustivi, Tinni ve ne sottoporrà anche altre.
Poiché a Tinni fa sorridere questa cosa delle domande che le ricorda anche un po' una simpatica rubrica dal titolo le domande del lunedì (anche se oggi è domenica), chiuderemo oggi, nel trionfo del senso civico, con un paio di domande, questa volta polemiche, venute alla luce nel corso di un viaggio come tanti su una superstrada dei dintorni (anche la risposta ad esse è valida ai fini del concorso).
a. che accidenti di legge può essere una legge che obbliga a mettere, prima di ogni autovelox, almeno 4 cartelli che in diversi modi ti avvisano della presenza dello stesso? A che serve? Ma ai ladri, li avvisano, forse, prima di fare un blitz nella banca che stanno svaligiando?
b. quale pensiero malato può elaborare il cervello umano per suggerire ad un guidatore di auto in corsa di abbassare il finestrino e gettare dietro di sé spazzatura di vario genere accumulatasi nella macchina (mozziconi di sigaretta, cartine, tappini ecc ecc)?
Nottetempo, quasi di fronte alla tinnica porta di casa, sono piovuti infatti due bidoni nuovi di zecca, luccicanti ed accoglienti, che si affiancheranno ad indifferenziato, umido (di cui Tinni smania per avere la chiave, ma non sa ancora come si fa...) e vetro e che provvederanno alla separazione di carta e plastica.
Vi confiderò che Tinni, dall'alto del suo civismo pulsante, è molto eccitata per questa novità locale, ed ha già acquistato debiti contenitori che la soccorreranno nelle sue differenziazioni casalinghe (thanks Ikea: costo complessivo dell'operazione: 6 euro); i suoi primi passi, però, sono subito stati funestati da una serie di questioni insolvibili che ha deciso di sottoporre a voi, cari lettori, nella speranza che sappiate illuminarla.
Per l'occasione, inoltre, bandisce addirittura un concorso: chi, tra i colti frequentatori di questo luogo, potrà e saprà rispondere al maggior numero di domande, riceverà in premio ....rullo di tamburi... una foto ricordo di nientepopodimeno che Tinni in carne ed ossa di fianco ai nuovi bidoni! Diamo inizio allora alla lista di questioni:
1. nella plastica si possono mettere per es. contenitori di affettati che sono leggermente unti? E un vassoietto di cartone adibito al trasporto di pasticcini leggermente sporco di crema può andare nella carta?
2. nella carta si possono mettere anche fogli colorati (ovvero dipinti con pennarelli)?
3. nel vetro le bottiglie devono essere perfettamente lavate o solo un po' sciacquate?
4. le odiose buste (che da noi poi si chiamano sportine ma non credo che al di fuori dell'Emilia Romagna sia parola compresa) di plastica che ti danno al supermercato possono essere messe nella plastica?
5. carta e plastica devono essere introdotte nel bidone in sacchetti o anche in libertà?
Ecco, queste sono le prime domande sorte in giornata: se sarete esaustivi, Tinni ve ne sottoporrà anche altre.
Poiché a Tinni fa sorridere questa cosa delle domande che le ricorda anche un po' una simpatica rubrica dal titolo le domande del lunedì (anche se oggi è domenica), chiuderemo oggi, nel trionfo del senso civico, con un paio di domande, questa volta polemiche, venute alla luce nel corso di un viaggio come tanti su una superstrada dei dintorni (anche la risposta ad esse è valida ai fini del concorso).
a. che accidenti di legge può essere una legge che obbliga a mettere, prima di ogni autovelox, almeno 4 cartelli che in diversi modi ti avvisano della presenza dello stesso? A che serve? Ma ai ladri, li avvisano, forse, prima di fare un blitz nella banca che stanno svaligiando?
b. quale pensiero malato può elaborare il cervello umano per suggerire ad un guidatore di auto in corsa di abbassare il finestrino e gettare dietro di sé spazzatura di vario genere accumulatasi nella macchina (mozziconi di sigaretta, cartine, tappini ecc ecc)?
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