Per almeno venti volte ho forzatamente riprodotto la stessa traccia musicale, ieri, sull'autoradio della panda, fino a perdere la nozione dei confini tra quella musica e i piccolissimi martelletti che la riproducevano beati all'interno della mia cavità timpanica.
Era un bel po' di tempo che non mi accadeva, con un brano musicale, almeno dai tempi di questo, che, riverberandosi da un retrobottega di pizzeria, aveva deciso per un breve periodo di invadere le quattro pareti di casa ogni volta che la polvere gridava vendetta dagli angoli, e i pavimenti imploravano pietà. Ascoltavo a ripetizione quella stupida canzone di Mika, quando dovevo pulire, per riceverne le giuste energie, e non intendo sconvolgervi o disgustarvi oltre con i miei gusti da forever sedicenne. Mi è capitato anche con brani di ben altra levatura, comunque, e in particolare, dalle cuffiette di un mp3 non più mio, alle volte con questa, che trovo di una bellezza semplice eppure pungente.
Cos'hanno in comune tre pezzi del genere, riprodotti da altrettanti strumenti, in contesti lontani - su un'auto, con un mocho in mano e una mascherina antipolvere sul viso, o tra i passi lenti e le corse veloci di un asfalto mille volte battuto?
Solo ieri me ne sono resa con con certezza.
La tromba. Hanno in comune la tromba.
Lo so, lo so. Quella dei Beatles non è una tromba ma un corno francese (link alla pagina facebook degli specifici fan). Non so neppure se si tratti esattamente di trombe anche negli altri due brani. Sono una ciofeca musicale, io (lo avrete capito anche da soli), ma volevo ritagliarmi questo spazietto digitale e non purpureo per dire al mondo - e a me stessa - che a me piacciono le canzoni in cui, ad un certo momento, di lato allo scorrere fluido di una melodia (frivola, spumeggiante, amarognola: non conta), fa capolino uno strumento a fiato che, conteggiando rigidamente i tratti di silenzio a lui concessi, ricama punto dopo punto un messaggio cifrato ma scandito, per poi ritirarsi, con dignità, dietro al sipario frusciante delle altre note, di nuovo fluide e continue.
Ah, se anche la vita contenesse, di tanto in tanto, messaggi altrettanto dettati, contrappunti sillabati, piccoli spazi di note divise, semplici, argentine. Non solo sciolti brandelli di pensieri ed incombenze, non solamente grovigli bellissimi e dolorosi di se e ma, di hai pensato a cosa accadrebbe, di immagina che, di forse però.
E invece no. La vita è come una canzone senza tromba - mi dicevo ieri al ritorno da una sfilacciata riunione del gruppo lettere, ed ecco perché amo tanto quei pezzettini di musica staccata; ma la canzone con la tromba, smentendomi, mi strappava da quel confortante e confuso autocompiacimento malinconico per mostrarmi, al bordo della strada, mucchi apparentemente indistinti di fili d'erba e spighe selvatiche che danzavano al ritmo del vento - fuori - e della tromba - dentro l'abitacolo, e dirmi: che cosa credi? che il vento non accarezzi separatamente e distintamente tutte quelle spighe una ad una, con una successione impercettibile ma divisa di carezze?
E se tutte insieme, le spighe, volteggiano quasi ad una voce, è perché il vento è molto bravo e molto veloce, e assomma le sue note di tromba silente una vicinissima all'altra, ma senza mai fonderle del tutto.
E' come quando tu pensi ad una classe - continuava a sillabarmi la canzone con la tromba, sapientemente riavvolta per decifrare meglio il messaggio - e nel cuore provi tantissimo amore per lei. Forse che l'amore non è soffiato, volto per volto, ciascuno con la sua nota diversa, sul capo di ciascuno di quei ventotto individui chini sul loro foglio?
Da domani, mi sono detta spegnendo definitivamente l'autoradio all'arrivo, voglio provare a parlare così: parola dopo parola, semplici verità una distinta dall'altra, piccoli soffi di suono degni ciascuno di un attimo di silenzio prima e dopo, a cucire insieme un messaggio squillante e sicuro.
MOLTEPLICI INIZI.
A proposito di:
interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.
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giovedì 19 aprile 2018
mercoledì 18 aprile 2018
Monotemi
Quante volte si può mandare indietro un CD per riascoltarne un brano - uno e quello soltanto, badate bene - prima che l'autoradio in questione improvvisi un sit-in di protesta?
Vi è mai capitato di percorrere un intero tragitto automobilistico - una mezz'oretta, all'incirca, diciamo approssimativamente la distanza tra Modena e Carpi - chiedendo al vostro apparecchio di riprodurre sempre e solo la stessa traccia, e magari prima ancora dell'attimo di silenzio finale (non sia mai che si debba cliccare il pulsante indietro per più di una volta: e ciò accadrebbe se si scollinasse nel brano immediatamente successivo)?
A me succedono puntualmente tutte queste cose (tranne il sit-in di protesta dell'autoradio, che però mi aspetto di qui a breve) e pensavo che fosse normale, quando ti piace molto una canzone; un trepidante viaggio dai colli modenesi in direzione di un esame di inglese, l'estate scorsa, mi ha invece provato che le cose non stanno così per tutti. E' qualcosa di assolutamente insopportabile! - dichiarava infatti il mio compagno di av/sventure anglofone e non solo, tra un present continuous e il ripasso del lessico dei mestieri, anche e soprattutto quando la canzone è di qualità! Ed io provavo a boicottare il suo grosso dito sui pulsanti del lettore musicale, per farlo tornare indietro almeno una volta, ma il mio amico, su questo, rimaneva irremovibile. Le canzoni si ascoltano una volta e basta. Se no le si rovina.
Oggi, rientrando nel tardo pomeriggio da una sfilacciata riunione per materia, ho ascoltato per mezz'ora soltanto una e una sola traccia musicale, di cui mi ero innamorata proprio qualche ora prima, nel viaggio di andata. E' stata lei, la sola e unica traccia musicale che ho chiesto al mio lettore di riprodurre per i trenta minuti del tragitto, che mi ha tirato fuori questo post, come srotolandolo da un nastro dentro di me, e facendomici avvoltolare a tal punto che mi sono anche dimenticata di controllare se l'asino fosse per caso tornato nel recinto della fattoria.
Però il post ve lo racconto per bene domani.
Per oggi, il numero di parole da me prodotto ha superato il limite quantitativo giornaliero.
Vi auguro una buona notte, ammesso che ci sia qualcuno al di là di questo schermo, e magari con l'autoradio accesa.
Vi è mai capitato di percorrere un intero tragitto automobilistico - una mezz'oretta, all'incirca, diciamo approssimativamente la distanza tra Modena e Carpi - chiedendo al vostro apparecchio di riprodurre sempre e solo la stessa traccia, e magari prima ancora dell'attimo di silenzio finale (non sia mai che si debba cliccare il pulsante indietro per più di una volta: e ciò accadrebbe se si scollinasse nel brano immediatamente successivo)?
A me succedono puntualmente tutte queste cose (tranne il sit-in di protesta dell'autoradio, che però mi aspetto di qui a breve) e pensavo che fosse normale, quando ti piace molto una canzone; un trepidante viaggio dai colli modenesi in direzione di un esame di inglese, l'estate scorsa, mi ha invece provato che le cose non stanno così per tutti. E' qualcosa di assolutamente insopportabile! - dichiarava infatti il mio compagno di av/sventure anglofone e non solo, tra un present continuous e il ripasso del lessico dei mestieri, anche e soprattutto quando la canzone è di qualità! Ed io provavo a boicottare il suo grosso dito sui pulsanti del lettore musicale, per farlo tornare indietro almeno una volta, ma il mio amico, su questo, rimaneva irremovibile. Le canzoni si ascoltano una volta e basta. Se no le si rovina.
Oggi, rientrando nel tardo pomeriggio da una sfilacciata riunione per materia, ho ascoltato per mezz'ora soltanto una e una sola traccia musicale, di cui mi ero innamorata proprio qualche ora prima, nel viaggio di andata. E' stata lei, la sola e unica traccia musicale che ho chiesto al mio lettore di riprodurre per i trenta minuti del tragitto, che mi ha tirato fuori questo post, come srotolandolo da un nastro dentro di me, e facendomici avvoltolare a tal punto che mi sono anche dimenticata di controllare se l'asino fosse per caso tornato nel recinto della fattoria.
Però il post ve lo racconto per bene domani.
Per oggi, il numero di parole da me prodotto ha superato il limite quantitativo giornaliero.
Vi auguro una buona notte, ammesso che ci sia qualcuno al di là di questo schermo, e magari con l'autoradio accesa.
martedì 15 agosto 2017
L'aria di tutti
E se tutta questa scalata - si chiedeva la professoressa stiracchiandosi su una sdraio gentilmente offerta da Sardinia ferries, lurida ma incredibilmente aderente alle forme dei suoi pensieri - non fosse servita per sentirsi diversa, per sentirsi migliore, per vedersi in cima (ad una vetta, ad una lista, ad una cattedra), così come tutti le avevano prefigurato, ma avesse condotto semplicemente alla percezione di un'immensa "uguaglianza"? Come se una piccola valvola situata alla base del polmone - quello destro, per esattezza - si fosse aperta improvvisamente, facendo entrare nuova aria nell'apparato respiratorio? Un'aria più inquinata, certo, più fosca, anche, e più ricca di particolato (afte nervose, caghetti, infiammazioni, noncuranze), ma comunque più condivisa?
"Finalmente respirava l'aria di tutti" - avrebbe recitato quella pagina, se la sua vita fosse stata un romanzo ottocentesco.
E mentre il suo inconscio poneva al suo diaframma questa serie poco lucida di domande, la professoressa sentiva partire, alla radio dello sgangherato traghetto, una canzone tanto bella e tanto lontana, che non la faceva più soffrire come un tempo (quel tempo), ma che d'altro canto non permetteva né a lei, né tantomeno al suo diaframma, di toccare altro che non fossero quei ricordi dolciastri: le si incollavano addosso come sacchetti di plastica bagnati, e rimanevano lì, fin quasi alla fine della musica.
Incurante del contesto, stiracchiandosi in accordo con le sudicie fibre della sdraio ospitante, la professoressa chiudeva allora gli occhi e apriva il cuore e le labbra, lasciandole muovere al suono delle parole inglesi di Adele; i suoni uscivano sussurrati, per non disturbare la memoria, ma contribuivano comunque in maniera appena percettibile al dipanarsi della melodia lungo il ponte della nave, nell'aria di tutti.
Qualche tempo fa mi sarei vergognata, a canticchiare in pubblico - pensava.
Mancavano giusto un grappolo di note alla fine della seconda strofa e la professoressa si girava sempre cantando sul suo lato destro; per scoprire che lì, nella sdraio della vicina - quella che a prima vista le era sembrata una polacca, ma che qualche ora dopo avrebbe amabilmente dialogato in fluente italiano con il panzuto marito - la bionda cinquantenne stava facendo esattamente la stessa cosa, e con la medesima precisione linguistico-testuale.
Canticchiavano entrambe Adele, nell'aria di tutti e in qualche modo di loro due un po' di più.
La professoressa sorrise. E gli antichi pensieri, così come quelli più recenti, si affogarono in un bicchiere di gioia non più tanto frizzante e nemmeno tanto fredda, ma comunque rinfrancante, lì, su quel ponte di nave diretto verso una nuova vita.
"Finalmente respirava l'aria di tutti" - avrebbe recitato quella pagina, se la sua vita fosse stata un romanzo ottocentesco.
E mentre il suo inconscio poneva al suo diaframma questa serie poco lucida di domande, la professoressa sentiva partire, alla radio dello sgangherato traghetto, una canzone tanto bella e tanto lontana, che non la faceva più soffrire come un tempo (quel tempo), ma che d'altro canto non permetteva né a lei, né tantomeno al suo diaframma, di toccare altro che non fossero quei ricordi dolciastri: le si incollavano addosso come sacchetti di plastica bagnati, e rimanevano lì, fin quasi alla fine della musica.
Incurante del contesto, stiracchiandosi in accordo con le sudicie fibre della sdraio ospitante, la professoressa chiudeva allora gli occhi e apriva il cuore e le labbra, lasciandole muovere al suono delle parole inglesi di Adele; i suoni uscivano sussurrati, per non disturbare la memoria, ma contribuivano comunque in maniera appena percettibile al dipanarsi della melodia lungo il ponte della nave, nell'aria di tutti.
Qualche tempo fa mi sarei vergognata, a canticchiare in pubblico - pensava.
Mancavano giusto un grappolo di note alla fine della seconda strofa e la professoressa si girava sempre cantando sul suo lato destro; per scoprire che lì, nella sdraio della vicina - quella che a prima vista le era sembrata una polacca, ma che qualche ora dopo avrebbe amabilmente dialogato in fluente italiano con il panzuto marito - la bionda cinquantenne stava facendo esattamente la stessa cosa, e con la medesima precisione linguistico-testuale.
Canticchiavano entrambe Adele, nell'aria di tutti e in qualche modo di loro due un po' di più.
La professoressa sorrise. E gli antichi pensieri, così come quelli più recenti, si affogarono in un bicchiere di gioia non più tanto frizzante e nemmeno tanto fredda, ma comunque rinfrancante, lì, su quel ponte di nave diretto verso una nuova vita.
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martedì 27 dicembre 2016
Un gioco per le feste
Mi sentivo più viva, dunque, attraversando solerte il ponte politico su cui Marcello mi aveva sapientemente edotta; e pochi chilometri dopo, complice anche una speciale omelia della Vigilia, ringraziavo silenziosa questo Angelo Della Piscina, la scintilla di risveglio che aveva sparso - ignaro? - sulla mia strada verso casa e, infine, le mie orecchie che ancora si dimostravano in grado di cogliere irrilevanti ancore di salvezza.
Non potremmo essere - forse - tutti un po' Angeli gli uni per gli altri?
Quanta fatica comporterebbe sussurrare, tra una pizza e un mascarpone, al vicino di tavolo Questo per te il segno: troverai... (cit.) e riempire quello spazio puntinato con qualche impercettibile segreto di grazia?
Forse che non abbiamo - noi tutti - nascosti da qualche parte una manciata di ponti e un cassettino pieno almeno per metà di polvere di consapevolezza?
Voglio cominciare io. Anche se, a dire il vero, non è stato facile prendere il via.
Ci sono voluti almeno due pisolini, un paio di cene abbondanti, qualche sogno, e una spintarella di forza di volontà, ma adesso ho qui per voi il mio elenco di segreti modenesi, per un percorso più vivo nei meandri delle strade e della vita, a uso e consumo di chiunque si trovasse a passare di qua, metaforicamente o meno.
Cominciamo da Spilamberto, che è anche il comune a cui appartiene San Vito, da cui questo gioco è partito.
Tutti i lunedì e i giovedì sera - e il gioco viene meglio di notte, quindi nella stagione invernale - a chi percorrerà via Vignolese in entrambi i sensi di marcia, pochi metri prima della prima rotonda del paese, basterà lanciare uno sguardo verso l'alto (e verso sinistra, per chi come me guida verso il centro abitato) per notare che, all'ultimo piano dello stabile più grande, dietro a grandi e pulite pareti di vetro, illuminate a giorno di luce gialla, un gruppetto di donne danzano mute, entusiaste, sgargianti, al ritmo di una batteria percossa con fervore da una di loro e - forse - di altri strumenti presenti sotto forma di traccia audio.
Ridono sempre, sono spesso semi nude, saltellano e scintillano nella nera notte di chi, come me, ha spesso poca voglia di recarsi dove deve andare. Strappando un sorriso anche al più tetro dei conducenti.
Ridono sempre, sono spesso semi nude, saltellano e scintillano nella nera notte di chi, come me, ha spesso poca voglia di recarsi dove deve andare. Strappando un sorriso anche al più tetro dei conducenti.
(to be continued... nella speranza che compaia qualche esercizio simile nei commenti sottostanti o negli spazi pubblici e privati di chi ne avesse voglia!)
giovedì 10 luglio 2014
Quattro quarti
Ti dicono che hai bisogno della musica. Ti dicono.
Della musica, dei pantaloncini di acetato, del top di intimissimi e del contacalorie.
Tiè.
Tinni ce l'ha fatta anche senza. Senza top, senza acetato e, sì, anche senza musica.
L'unica melodia che ha sentito se l'è composta da sé, con la collaborazione della sezione fiati (polmoni), del comparto percussioni (scarpette adidas bucate) e del tintinnio arpeggiato di un gruppetto di chiavi da non abbandonare.
Faceva più o meno così (scusate ma non ho mai saputo scrivere la musica coi pallini neri nelle righe): snif snif snif snif... pant pant pant pant.
Ed era in quattro quarti.
Forse quando il primo uomo sulla terra ha pronunciato la frase la musica aiuta a dimenticare i problemi pensava proprio a questa musica qui: a quella in quattro quarti di affanno. Alla musica della corsa.
Incrociamo dita (e polpacci): speriamo di riuscire ad ascoltarla presto di nuovo.
Della musica, dei pantaloncini di acetato, del top di intimissimi e del contacalorie.
Tiè.
Tinni ce l'ha fatta anche senza. Senza top, senza acetato e, sì, anche senza musica.
L'unica melodia che ha sentito se l'è composta da sé, con la collaborazione della sezione fiati (polmoni), del comparto percussioni (scarpette adidas bucate) e del tintinnio arpeggiato di un gruppetto di chiavi da non abbandonare.
Faceva più o meno così (scusate ma non ho mai saputo scrivere la musica coi pallini neri nelle righe): snif snif snif snif... pant pant pant pant.
Ed era in quattro quarti.
Forse quando il primo uomo sulla terra ha pronunciato la frase la musica aiuta a dimenticare i problemi pensava proprio a questa musica qui: a quella in quattro quarti di affanno. Alla musica della corsa.
Incrociamo dita (e polpacci): speriamo di riuscire ad ascoltarla presto di nuovo.
sabato 28 giugno 2014
Hard-cuore
Il problema essenziale, con l'abitudine, è che non la puoi fregare.
Se ci pensate a fondo, infatti, si può far finta di esser felici - far finta dentro, far finta fuori - , si può ingannare un'incazzatura, ci si può travestire da buoni e si può anche improvvisare di essere interessati ascoltatori. Puoi fare credere di avere un bagno pulito ad aspettarti, là dentro quella casa dove nessuno penetra, o un frigo pieno che accoglierà i tuoi slanci creativi; fingere di avere un impegno mondano, fingere di avere il caghetto fulminante, fingere di averne voglia o addirittura di non averne.
Ma, a lei, all'abitudine, non la dai a bere. Non fai finta di avere un'abitudine. Un'abitudine sta in piedi nel mezzo del tuo giardino, come una piramide antica: e o c'è - e la vedi e la tocchi e ti ci riposi all'ombra se fa caldo - oppure non c'è (e ti ustioni le spalle al primo sole). Un'abitudine si costruisce mattone dopo mattone: con pazienza, tempo, lentezza e buona volontà.
Tutte cose che io non ho mai posseduto.
E così mi ritrovo qua, dopo tanto, a piazzare il primo granello corallino sull'erba di un prato che, nel frattempo, è diventato arido per il troppo blaterare. Senza sapere se ce ne sarà un secondo (di granello). Senza speranza di ergere nuovamente una cattedrale, o anche una cuccia per il cane. Senza la gioia -impercettibile ed appuntita - di accarezzare un'abitudine, che, per colpa mia e di una manciata di altre scuse, oramai non esiste più.
Quanto bisogna nutrirlo, un elenco di puntini neri, per far sì che ingrassi e diventi un tratto continuo di parola su foglio?
Quanti sono i numeri che danno vita ad un n?
Stanotte sono rimasta sveglia a lungo per quello che ho diagnosticato essere stato un mal di stomaco al sapore di ansia.
Sapendo, però, di non avere alcun appuntamento con la sveglia né a breve né a lungo termine, mi sono sistemata a luce accesa e a computer sfarfallante e ho atteso che qualcosa, in me, cambiasse.
Dalle finestre aperte delle due stanze accanto alla mia, pur attraverso le porte chiuse, arrivavano i suoni rimbombanti dei bassi di una discoteca a poche linee d'aria da qui. In altri contesti li avrei detestati. In altre occasioni avrei sbarrato loro la strada con l'ausilio di un paio di tappi.
Ieri notte, invece, li ho invitati a trattenersi: non era per colpa loro che passavo un pezzo di sonno insonne. Inaspettatamente, non sono riuscita a provare per loro alcun sentimento di fastidio.
Quasi ne ho goduto.
Come se l'ospite più irritante, al momento del commiato, mi avesse sorpreso - colpo di coda dopo giorni di gelo - con un mazzo di rose per ringraziare dell'ospitalità.
Ho deciso: domani provo a dormire a finestra aperta.
Se ci pensate a fondo, infatti, si può far finta di esser felici - far finta dentro, far finta fuori - , si può ingannare un'incazzatura, ci si può travestire da buoni e si può anche improvvisare di essere interessati ascoltatori. Puoi fare credere di avere un bagno pulito ad aspettarti, là dentro quella casa dove nessuno penetra, o un frigo pieno che accoglierà i tuoi slanci creativi; fingere di avere un impegno mondano, fingere di avere il caghetto fulminante, fingere di averne voglia o addirittura di non averne.
Ma, a lei, all'abitudine, non la dai a bere. Non fai finta di avere un'abitudine. Un'abitudine sta in piedi nel mezzo del tuo giardino, come una piramide antica: e o c'è - e la vedi e la tocchi e ti ci riposi all'ombra se fa caldo - oppure non c'è (e ti ustioni le spalle al primo sole). Un'abitudine si costruisce mattone dopo mattone: con pazienza, tempo, lentezza e buona volontà.
Tutte cose che io non ho mai posseduto.
E così mi ritrovo qua, dopo tanto, a piazzare il primo granello corallino sull'erba di un prato che, nel frattempo, è diventato arido per il troppo blaterare. Senza sapere se ce ne sarà un secondo (di granello). Senza speranza di ergere nuovamente una cattedrale, o anche una cuccia per il cane. Senza la gioia -impercettibile ed appuntita - di accarezzare un'abitudine, che, per colpa mia e di una manciata di altre scuse, oramai non esiste più.
Quanto bisogna nutrirlo, un elenco di puntini neri, per far sì che ingrassi e diventi un tratto continuo di parola su foglio?
Quanti sono i numeri che danno vita ad un n?
Stanotte sono rimasta sveglia a lungo per quello che ho diagnosticato essere stato un mal di stomaco al sapore di ansia.
Sapendo, però, di non avere alcun appuntamento con la sveglia né a breve né a lungo termine, mi sono sistemata a luce accesa e a computer sfarfallante e ho atteso che qualcosa, in me, cambiasse.
Dalle finestre aperte delle due stanze accanto alla mia, pur attraverso le porte chiuse, arrivavano i suoni rimbombanti dei bassi di una discoteca a poche linee d'aria da qui. In altri contesti li avrei detestati. In altre occasioni avrei sbarrato loro la strada con l'ausilio di un paio di tappi.
Ieri notte, invece, li ho invitati a trattenersi: non era per colpa loro che passavo un pezzo di sonno insonne. Inaspettatamente, non sono riuscita a provare per loro alcun sentimento di fastidio.
Quasi ne ho goduto.
Come se l'ospite più irritante, al momento del commiato, mi avesse sorpreso - colpo di coda dopo giorni di gelo - con un mazzo di rose per ringraziare dell'ospitalità.
Ho deciso: domani provo a dormire a finestra aperta.
martedì 24 settembre 2013
Campus
Il piano interrato dell'edificio consta di numerose stanze, tutte rigorosamente dotate di gelido ed efficiente sistema di illuminazione con fotocellula; ci sono due aulette per le lezioni private con i tutors, una sala grande che funge da biblioteca, dei bagni, macchinette per le bibite qua e là; l'arredamento è in ogni sua parte in legno chiaro (forse ikea); il cellulare non prende un accidente di niente (anzi adesso che c'ho vodafone prende un zinzinino più che niente. Con tim invece era buio pesto).
Vengo qua sotto da due anni ormai, a raggranellare un pezzettino di stipendio preparando studenti universitari ai vari esami che le carriere umanistiche chiedono loro. Gli odori e i silenzi striscianti di queste pareti non mi sono mai piaciuti, e non ho lunghe liste di momenti divertenti incorniciati dalle rigide linee di quelle sedie e piastrelle: ma il logorio del tempo (insieme alla prospettiva di intravedere davanti a me la fine di questo lavoretto monco, e l'inizio di un lavorone vero) ha smussato progressivamente anche gli spigoli dei miei fastidi.
Due anni ormai di gradini, porte, luci automatiche, chiavi, sedie e scrivanie - cominciamo: hai letto il libro di linguistica? - le une dopo le altre, sempre uguali: fino a ieri.
Fino a ieri che mancava veramente pochissimo al momento in cui dire addio a questo sottoscala travestito da albergo e invece dopo i gradini, le porte e le luci automatiche (prima delle chiavi e delle sedie e delle scrivanie), sul fondo di un'aula sempre nel buio, protetta dal suo ammuffito statuto di sala congressi, ho trovato loro due. Due ospiti nuovi.
O meglio: un pianoforte ospitante - ché probabilmente era sempre stato lì, a contare le ragnatele della sala congressi - e una fanciulla ospitata, che faceva rotolare le sue dita minute sui tasti ancora increduli, producendo suoni che, in virtù dell'insonorizzazione sterile ed efficiente di ogni locale, si godevano solo quelle quattro pareti appena sveglie, mentre io, al di qua del vetro, assistevo allo scorrere di un film muto.
Ah si, lei è nuova: studia quello, all'università! La spiegazione zoppicante della mia allieva arriva al mio orecchio e ci rimane pochi istanti, giusto il tempo di girare la chiave nella toppa dell'auletta tutorati numero due: insieme alla porta, infatti, si apre anche una falla nel muro impermeabile del silenzio, e le note del pianoforte, garbate, all'improvviso scorrono dappertutto, rimbalzando da noi al libro di letteratura greca, e poi ancora a noi e al quaderno con i dubbi sul Simposio. La mia allieva è perplessa, ma io insisto perché non lei chieda - a lei, a quella nuova - di smettere, perché non faccia valere il suo stupido potere di studentessa più vecchia. Riusciamo a ripassare anche così, no?
Ed è così che grazie alle sue scale ed ai suoi esercizi posso annotare nel mio quadernino il primo ricordo realmente dolce, tra quelle strettoie sotterranee; e lei ce ne è grata, di aver potuto continuare a suonare; e ad un certo punto fa una piccola pausa, esce nel cortiletto in compagnia di una sigaretta, e poi di nuovo dentro, fino a dopo le sette.
Noi siamo ancora lì, ad arrancare sui perfetti irregolari, quando la luce della sala congressi si spegne e la nuova esce a piccoli passi, definitivamente, chiudendosela dietro le spalle con una chiave che avrà ricevuto in portineria: concessione speciale. La salutiamo e io non posso fare a meno di chiedermi, a voce poco più che sussurrata, che bello dev'essere vivere così, con un segreto tanto difficile e speciale sempre in tasca, da coltivare e zappare e strappare ogni santo giorno. Scendere tutti i pomeriggi quelle scale asettiche con una chiave in mano cui nessuno ha il diritto, entrare in una stanza che solo grazie a noi acquista luce, accarezzare esperti altre dita bianche e nere che rispondono cantando.
Sì, ma deve avere un male alle mani, alla sera!
La risposta secca e miagolata della mia allieva testona mi riporta alla dura realtà accademica: abbiamo ancora dieci pagine di Simposio da imparare.
Ci rompiamo la testa sui paragrafi che restano, scambiamo qualche parola d'ordinanza, esco in una Bologna che nel frattempo mi ha fatto lo scherzo di spegnere il tramonto, riprendo l'auto e guido fino a casa, svuotando la testa da ogni singola molecola di letteratura greca mal masticata.
Ma alla pianista nuova e alle sue scale quotidiane finisco per ripensare a cena terminata, mentre digerisco un piatto di carne che è venuto su dal niente e buonissimo, condito con azzardo e fantasia, e aspiro con la lingua gli ultimi sfilacci di agnello che resistono tra i denti.
Ripenso a lei: a quella musica, a quella chiave; e, tra un ruttino e uno sbadiglio, apro questo blog.
Vengo qua sotto da due anni ormai, a raggranellare un pezzettino di stipendio preparando studenti universitari ai vari esami che le carriere umanistiche chiedono loro. Gli odori e i silenzi striscianti di queste pareti non mi sono mai piaciuti, e non ho lunghe liste di momenti divertenti incorniciati dalle rigide linee di quelle sedie e piastrelle: ma il logorio del tempo (insieme alla prospettiva di intravedere davanti a me la fine di questo lavoretto monco, e l'inizio di un lavorone vero) ha smussato progressivamente anche gli spigoli dei miei fastidi.
Due anni ormai di gradini, porte, luci automatiche, chiavi, sedie e scrivanie - cominciamo: hai letto il libro di linguistica? - le une dopo le altre, sempre uguali: fino a ieri.
Fino a ieri che mancava veramente pochissimo al momento in cui dire addio a questo sottoscala travestito da albergo e invece dopo i gradini, le porte e le luci automatiche (prima delle chiavi e delle sedie e delle scrivanie), sul fondo di un'aula sempre nel buio, protetta dal suo ammuffito statuto di sala congressi, ho trovato loro due. Due ospiti nuovi.
O meglio: un pianoforte ospitante - ché probabilmente era sempre stato lì, a contare le ragnatele della sala congressi - e una fanciulla ospitata, che faceva rotolare le sue dita minute sui tasti ancora increduli, producendo suoni che, in virtù dell'insonorizzazione sterile ed efficiente di ogni locale, si godevano solo quelle quattro pareti appena sveglie, mentre io, al di qua del vetro, assistevo allo scorrere di un film muto.
Ah si, lei è nuova: studia quello, all'università! La spiegazione zoppicante della mia allieva arriva al mio orecchio e ci rimane pochi istanti, giusto il tempo di girare la chiave nella toppa dell'auletta tutorati numero due: insieme alla porta, infatti, si apre anche una falla nel muro impermeabile del silenzio, e le note del pianoforte, garbate, all'improvviso scorrono dappertutto, rimbalzando da noi al libro di letteratura greca, e poi ancora a noi e al quaderno con i dubbi sul Simposio. La mia allieva è perplessa, ma io insisto perché non lei chieda - a lei, a quella nuova - di smettere, perché non faccia valere il suo stupido potere di studentessa più vecchia. Riusciamo a ripassare anche così, no?
Ed è così che grazie alle sue scale ed ai suoi esercizi posso annotare nel mio quadernino il primo ricordo realmente dolce, tra quelle strettoie sotterranee; e lei ce ne è grata, di aver potuto continuare a suonare; e ad un certo punto fa una piccola pausa, esce nel cortiletto in compagnia di una sigaretta, e poi di nuovo dentro, fino a dopo le sette.
Noi siamo ancora lì, ad arrancare sui perfetti irregolari, quando la luce della sala congressi si spegne e la nuova esce a piccoli passi, definitivamente, chiudendosela dietro le spalle con una chiave che avrà ricevuto in portineria: concessione speciale. La salutiamo e io non posso fare a meno di chiedermi, a voce poco più che sussurrata, che bello dev'essere vivere così, con un segreto tanto difficile e speciale sempre in tasca, da coltivare e zappare e strappare ogni santo giorno. Scendere tutti i pomeriggi quelle scale asettiche con una chiave in mano cui nessuno ha il diritto, entrare in una stanza che solo grazie a noi acquista luce, accarezzare esperti altre dita bianche e nere che rispondono cantando.
Sì, ma deve avere un male alle mani, alla sera!
La risposta secca e miagolata della mia allieva testona mi riporta alla dura realtà accademica: abbiamo ancora dieci pagine di Simposio da imparare.
Ci rompiamo la testa sui paragrafi che restano, scambiamo qualche parola d'ordinanza, esco in una Bologna che nel frattempo mi ha fatto lo scherzo di spegnere il tramonto, riprendo l'auto e guido fino a casa, svuotando la testa da ogni singola molecola di letteratura greca mal masticata.
Ma alla pianista nuova e alle sue scale quotidiane finisco per ripensare a cena terminata, mentre digerisco un piatto di carne che è venuto su dal niente e buonissimo, condito con azzardo e fantasia, e aspiro con la lingua gli ultimi sfilacci di agnello che resistono tra i denti.
Ripenso a lei: a quella musica, a quella chiave; e, tra un ruttino e uno sbadiglio, apro questo blog.
martedì 23 luglio 2013
Musica aerea
In principio - sulla Saxo, per intenderci - c'è stato solo il rumore delle mie paure e dell'ansia di sorpassare in quinta; la musica del piede timoroso sui pedali; qualche parola di me a me stessa (essenzialmente entusiasmi, posso presumere); starnuti, colpi di tosse, battiti di ciglia (pochi), cigolio di freni e trintrin ritmato del portachiavi contro il cruscotto.
Quando, però, una certa simulata sicurezza si è fatta strada oltre lo steccato dei primi mesi di patente - ma sempre sulla Saxo, questo è sicuro - il mio impertinente bisogno di compagnia musicale si è materializzato nella forma di un ingombrante e barattoloso stereo a batterie. Audiocassette rigorosamente registrate ad hoc. Niente radio, ché l'antenna - mezza piegata dai numerosi colpi contro il muro scrostato della mia camera - non era abbastanza potente da adeguarsi al mezzo in (seppur lento) movimento. Ma tanto bastava, per farmi sentire al caldo, per farmi sentire abbracciata, colorata, (e soprattutto) cantante.
Avevo diciotto anni e un grappolo di mesi, e una sera ho guidato verso il Rockville con altre quattro persone caricate in macchina: una di queste, dal posto accanto al mio, tentava disperatamente di beccare la stazione radio desiderata sporgendo il barattolo-stereo fuori dal finestrino. Era agosto. Faceva caldo. Ridevamo scemamente felici.
L'arrivo della Punto ha aperto i cancelli ad una mia rinnovata guida borghese: il lettore cd era accessorio di serie. E hanno fatto così capolino le lunghe (quante canzoni, e senza mai dover accostare colle quattro frecce per girare il lato!) compilescions dai titoli esplicativo-umorali (urlato - spensierato - dolce - nuovo), la maneggevolmente morbida rotellina per alzare il volume a piacimento- l'importante era ricordarsi di ricondurla a livelli civili prima di spegnere l'auto, pena la sordità incazzata di mio padre, il mattino seguente - , la memorizzazione delle frequenze radio predilette (due per ciascun membro della famiglia). Tante canzoni sbraitate gesticolando. Tanti (presumo) sguardi divertiti di passanti e automobilisti.
Sulla Panda, invece, da qualche anno a questa parte, non devo più fare attenzione ad abbassare il volume prima di spegnere il motore: e non solo perché lo stereo non cessa di cantare insieme all'auto (va chiuso a parte, e se si parcheggia in una grande città come Roma o La Spezia, è sempre meglio toglierci anche il frontalino), ma anche perché l'auto è tutta mia, e al mattino non scende più mio padre ad inforcarla per battere strade buie e vuote alla volta della città.
Di musica, in macchina, ne ho ascoltata davvero tanta, e in tanti modi diversi. E proprio per questo non pensavo che sarebbe mai arrivato il giorno - questo giorno: oggi, ieri, e forse anche domani - in cui sarei salita in auto, avrei acceso la radio, e poi avrei approfittato del primo rettilineo veloce per tirare giù in fretta i finestrini e lasciare che il boato della corsa scavalcasse di prepotenza le note e i colpi di batteria, fino a ridurli ad un metallico filo incomprensibile.
Eppure ho scovato così il mio angolino di pace, dentro ai giorni agitati: nell'accarezzare orme musicali ridotte a brandelli - senza riconoscerne origine né fisionomia - avvoltolata dentro alla coperta dell'aria, calda, che romba dall'asfalto. Mi piace; mi rilassa.
Scomporre il noto in particelle così essenziali da perdere ogni etichetta, e poi seppellirsele dietro alle spalle, incuranti, a fine giornata. Anche azoto ed ossigeno hanno la loro musica, in fondo: me ne farò una cassetta.
Quando, però, una certa simulata sicurezza si è fatta strada oltre lo steccato dei primi mesi di patente - ma sempre sulla Saxo, questo è sicuro - il mio impertinente bisogno di compagnia musicale si è materializzato nella forma di un ingombrante e barattoloso stereo a batterie. Audiocassette rigorosamente registrate ad hoc. Niente radio, ché l'antenna - mezza piegata dai numerosi colpi contro il muro scrostato della mia camera - non era abbastanza potente da adeguarsi al mezzo in (seppur lento) movimento. Ma tanto bastava, per farmi sentire al caldo, per farmi sentire abbracciata, colorata, (e soprattutto) cantante.
Avevo diciotto anni e un grappolo di mesi, e una sera ho guidato verso il Rockville con altre quattro persone caricate in macchina: una di queste, dal posto accanto al mio, tentava disperatamente di beccare la stazione radio desiderata sporgendo il barattolo-stereo fuori dal finestrino. Era agosto. Faceva caldo. Ridevamo scemamente felici.
L'arrivo della Punto ha aperto i cancelli ad una mia rinnovata guida borghese: il lettore cd era accessorio di serie. E hanno fatto così capolino le lunghe (quante canzoni, e senza mai dover accostare colle quattro frecce per girare il lato!) compilescions dai titoli esplicativo-umorali (urlato - spensierato - dolce - nuovo), la maneggevolmente morbida rotellina per alzare il volume a piacimento- l'importante era ricordarsi di ricondurla a livelli civili prima di spegnere l'auto, pena la sordità incazzata di mio padre, il mattino seguente - , la memorizzazione delle frequenze radio predilette (due per ciascun membro della famiglia). Tante canzoni sbraitate gesticolando. Tanti (presumo) sguardi divertiti di passanti e automobilisti.
Sulla Panda, invece, da qualche anno a questa parte, non devo più fare attenzione ad abbassare il volume prima di spegnere il motore: e non solo perché lo stereo non cessa di cantare insieme all'auto (va chiuso a parte, e se si parcheggia in una grande città come Roma o La Spezia, è sempre meglio toglierci anche il frontalino), ma anche perché l'auto è tutta mia, e al mattino non scende più mio padre ad inforcarla per battere strade buie e vuote alla volta della città.
Di musica, in macchina, ne ho ascoltata davvero tanta, e in tanti modi diversi. E proprio per questo non pensavo che sarebbe mai arrivato il giorno - questo giorno: oggi, ieri, e forse anche domani - in cui sarei salita in auto, avrei acceso la radio, e poi avrei approfittato del primo rettilineo veloce per tirare giù in fretta i finestrini e lasciare che il boato della corsa scavalcasse di prepotenza le note e i colpi di batteria, fino a ridurli ad un metallico filo incomprensibile.
Eppure ho scovato così il mio angolino di pace, dentro ai giorni agitati: nell'accarezzare orme musicali ridotte a brandelli - senza riconoscerne origine né fisionomia - avvoltolata dentro alla coperta dell'aria, calda, che romba dall'asfalto. Mi piace; mi rilassa.
Scomporre il noto in particelle così essenziali da perdere ogni etichetta, e poi seppellirsele dietro alle spalle, incuranti, a fine giornata. Anche azoto ed ossigeno hanno la loro musica, in fondo: me ne farò una cassetta.
venerdì 8 marzo 2013
Sergio Caputo e l'ora solare (2002)
Nel novembre del duemiladue, la prima domenica del mese, venne l'ora solare. Credo di poter affermare con una certa sicurezza che l'ora legale fosse venuta anche negli altri novembri precedenti, e, se non erro, è arrivata anche nei novembri - tutti - che hanno fatto seguito a quell'anno duemiladue. Forse, se saremo ancora tutti qua, busserà anche nel novembre duemilatredici, l'ora solare, ed entrerà nelle nostre vite a cullarci con l'ultima carezza prima del gelo invernale, a regalarci una manciata di albe in più e un pugnetto di minuti di avvoltolamento nelle lenzuola, la mattina di vacanza.
In quell'anno duemiladue, però, l'ora solare venne e fu accompagnata in colonna sonora dalla canzone che vi ho inserito qua sopra: il mio sedere poggiava sui sedili in pelle larga e morbida di una macchina lunga e lussuosa di proprietà di un amico ricco quanto mite, seduta davanti a me stava la sua fidanzata di allora, qualcun altro che ora non ricordo riempiva gli altri due posti morbidi e lussuosi ed era in assoluto la prima volta in cui scoprivo, tastandolo con mano, che l'ora solare era un ottimo modo per aggirare il controllo genitoriale sull'ora di rientro, il sabato sera. Marcello - l'amico alla guida di quell'auto scura ed accessoriata - aveva appena riflettuto ad alta voce sul fatto che sono le tre, ma in realtà sono solo le due, quindi stiamo tornando relativamente presto a casa e io, mentre Sergio Caputo sillabava furbo le sue note sbarazzine, mi sentivo beatamente grande.
Era un periodo, quello lì dell'ora solare con Marcello e Sergio Caputo, che avevo scoperto che a bermi un the caldo verso le cinque di pomeriggio riuscivo a non crollare di stanchezza sui libri alle diciannove, e potevo sottolineare - cauta, lenta, approfondita - qualche pagina di libro anche dopo cena; e sentivo le mie ore più preziose.
Era un tempo, quello, in cui avevo smesso di gonfiare il vecchio astuccio colorato delle medie con pance di evidenziatori e punte di biro colorate; sempre con Sergio Caputo nelle orecchie - Marcello me ne aveva fatto un intero cd, dopo aver visto che quella musica mi metteva di un pacato buon umore - avevo diligentemente disteso sulla scrivania il contenuto di cancelleria della bustina di stoffa e, inflessibile quanto amorosa, ne avevo scelti solo pochi e preziosi elementi, che erano finiti, composti, a dar vita ad un nuovo tipo di astuccio: fine, giallo, a forma di banana.
Avevo un diario costruito tutto da me, in quell'anno di scuola; dei guanti tagliati senza le dita; creavo agli amici regali strani fatti di lana o di carta; scoprivo per la prima volta l'utilità sovversiva dell'ora solare, la magia dell'aria che entra nei pacchetti di caffè sottovuoto quando li apri e anche di essere allergica alla polvere.
Ero scarmigliata, sconnessa, saccente; ripiena come un uovo di buona volontà. E (ma questo lo suppongo soltanto) felice, pur senza saperlo.
Masticare un ricordo sbarazzino ed incostante come questo, come quello dell'astuccio a forma di banana riempito a colpi di note allegramente dolenti, fa bene ancora oggi? Sbaglio o riesco quasi a toccarla, quella lana ruvida dei guanti tagliati senza dita comprata dopo un pomeriggio al palaghiaccio di Fanano, che sognavo sempre di infilare tra altre cinque dita - magari altrettanto guantate - e invece, semplicemente, infilavo in tasca? E' solo suggestione o mi è venuta voglia anche adesso - adesso che sono le undici di mattina e non ho nessun libro da studiare per domani - di rendere più preziosa la mia giornata avvolgendo le mani intorno ad una tazza calda di the?
mercoledì 21 novembre 2012
Accordo, essere in
Ho sentito tanta gente sentire musica.
Con me, anche.
Ci sono stati quelli che fischiettavano, quelli che ondeggiavano la testa e quelli - molti - che guardavano sottecchi perplessi e imbarazzati.
Quelli che facevano a gara a chi cantava più forte, quelli (o meglio quello - perché è solo lui che lo fa con cotanta perseveranza) che inventavano le seconde voci, quelli che stavano zitti, semplicemente, e continuavano a srotolare il filo del loro adesso come se niente stesse accadendo.
I peggiori - in assoluto - sono stati quelli che odio chi canta sopra alle canzoni. Forse a parimerito con quelli che alzavano il volume per non sentire il mio rumore di soprafondo.
Quelli che modulavano roboanti testi in inglese in successioni casuali ma esilaranti di vocali e sibilanti; quelli che sapevano tutte le parole a memoria anche delle canzoni in spagnolo e francese e albanese antico; quelli mmmmhhhh uhhuuhu.
Quelli che - sacrilegio - ah sai che cosa mi ha detto Giulia ieri? Quelli che mandavano avanti di traccia in traccia appena capivano che la conoscevano (ultra sacrilegio).
Insomma: c'è stato chi ha sorriso, chi ha riso, chi ha deriso.
E poi, un bel giorno, è arrivato chi bussa, entra, canta, ma segue gli arrangiamenti, mica la melodia principale; che si diverte a riprodurre il pianoforte lontano, il contrappunto del basso, qualche sputo di batteria ogni tanto. E gli viene pure bene.
E poi ti dicono che queste cose non esistono. Come se chi ama ergersi sopra a tutte le altre note accarezzando compiaciuta la voce dei soprani senza mai stancarsi di fare il primo violino non avesse bisogno di una base buona, fedele, ritmata, su cui far saltellare a tempo di walzer la propria ombra canterina.
Con me, anche.
Ci sono stati quelli che fischiettavano, quelli che ondeggiavano la testa e quelli - molti - che guardavano sottecchi perplessi e imbarazzati.
Quelli che facevano a gara a chi cantava più forte, quelli (o meglio quello - perché è solo lui che lo fa con cotanta perseveranza) che inventavano le seconde voci, quelli che stavano zitti, semplicemente, e continuavano a srotolare il filo del loro adesso come se niente stesse accadendo.
I peggiori - in assoluto - sono stati quelli che odio chi canta sopra alle canzoni. Forse a parimerito con quelli che alzavano il volume per non sentire il mio rumore di soprafondo.
Quelli che modulavano roboanti testi in inglese in successioni casuali ma esilaranti di vocali e sibilanti; quelli che sapevano tutte le parole a memoria anche delle canzoni in spagnolo e francese e albanese antico; quelli mmmmhhhh uhhuuhu.
Quelli che - sacrilegio - ah sai che cosa mi ha detto Giulia ieri? Quelli che mandavano avanti di traccia in traccia appena capivano che la conoscevano (ultra sacrilegio).
Insomma: c'è stato chi ha sorriso, chi ha riso, chi ha deriso.
E poi, un bel giorno, è arrivato chi bussa, entra, canta, ma segue gli arrangiamenti, mica la melodia principale; che si diverte a riprodurre il pianoforte lontano, il contrappunto del basso, qualche sputo di batteria ogni tanto. E gli viene pure bene.
E poi ti dicono che queste cose non esistono. Come se chi ama ergersi sopra a tutte le altre note accarezzando compiaciuta la voce dei soprani senza mai stancarsi di fare il primo violino non avesse bisogno di una base buona, fedele, ritmata, su cui far saltellare a tempo di walzer la propria ombra canterina.
martedì 21 agosto 2012
Dove vanno
Ma, esattamente, dove vanno a finire le inferriate delle finestre, quando il sole si ritira per un momento dietro a una nuvola comoda e l'ombra del pomeriggio nel ritaglio del pavimento si fa opaca ed uniforme?
Dove scappano, preziosi ed invalicabili cancelli dell'anima, in quell'istante di cupo riassetto, per poi rientrare al posto di guardia, solerti, appena il sole scosta con fare impertinente la paziente nuvola dalle sue ginocchia*?
E proteggono ancora, solidi recinti di un'intimità segreta, concordata, proibita, anche in quei desolati minuti di nuvolosa anonimia? Tengono sempre lontani gli sguardi gelosi dei passanti, delle invidie, dei complotti e degli orologi?
Possiamo davvero fare affidamento su di loro, sempre - sia quando distinguono il loro nitido profilo sulle mattonelle abbronzate del bagno, sia quando tacciono da un altrove imprecisato e il loro ombroso riquadro ne cancella l'esistenza?
Chissà. Io, nel mio fondo, credo di sì; e credo anche che è proprio grazie a loro, oggi, nonostante nuvole e normalità, se mi sento meno sola.
(* che la risposta sia qui? http://www.youtube.com/watch?v=aDFH1c53n_Y )
Dove scappano, preziosi ed invalicabili cancelli dell'anima, in quell'istante di cupo riassetto, per poi rientrare al posto di guardia, solerti, appena il sole scosta con fare impertinente la paziente nuvola dalle sue ginocchia*?
E proteggono ancora, solidi recinti di un'intimità segreta, concordata, proibita, anche in quei desolati minuti di nuvolosa anonimia? Tengono sempre lontani gli sguardi gelosi dei passanti, delle invidie, dei complotti e degli orologi?
Possiamo davvero fare affidamento su di loro, sempre - sia quando distinguono il loro nitido profilo sulle mattonelle abbronzate del bagno, sia quando tacciono da un altrove imprecisato e il loro ombroso riquadro ne cancella l'esistenza?
Chissà. Io, nel mio fondo, credo di sì; e credo anche che è proprio grazie a loro, oggi, nonostante nuvole e normalità, se mi sento meno sola.
(* che la risposta sia qui? http://www.youtube.com/watch?v=aDFH1c53n_Y )
mercoledì 11 aprile 2012
Ciddì
Di recente, come i più affezionati sapranno, Tinni ha compiuto gli anni e, come in ogni compleanno che si rispetti, ha ricevuto in dono alcuni oggetti. Uno di questi, anzi due di questi, per la precisione, sono stati due buoni ciddì di musica - presente che non faceva capolino nella vita di Tinni da almeno un buon quinquennio.
Tinni si ascoltava uno dei due ciddì in questione, l'altro pomeriggio, mentre sfrecciava (sì lo so che già lo sapete, sfrecciava a bordo della sua panda rossa a metano perché tutti i post ormai cominciano così ma non è colpa mia se le ispirazioni mi vengono tutte o sul wc o in macchina, ecco) lungo una strada ad alta percorrenza sotto la pioggia grossa e battente, e, avvolta quasi completamente nelle note altrettanto grosse e battenti di un rock duro e pesante, si soffermava a pensare che quella musica lì, in effetti, quella musica forte e battente e pesante e dura, in fin dei conti le piaceva, sì, piaceva proprio a lei che normalmente ascolta roba così, per intenderci, o anche così, se le gira; a lei che indossa vestitini a pois e i suoi fiori preferiti sono le margherite e un tempo suonava la chitarra a messa con gli scout. Mi piaceva, ecco.
E mi è tornato in mente che, qualcosa come quindici anni fa, per un altro compleanno, un gruppo di amici che per certi aspetti somigliava pure a quelli che me li hanno regalati oggi, i due ciddì, aveva raccolto qualche lira e mi aveva comprato una cassetta degli Offspring, e che allo stesso modo, in un periodo buffo ed inconsueto esattamente come quello che sto vivendo ora, benché fosse parecchio lontana dalla musicalità che all'epoca mi era familiare (giusto per darvi un'idea, all'epoca io doppiavo dalla mia migliore amica le cassette di questi qui), quella musica dura e pesante e battente come la pioggia sul finestrino della panda, beh, mi era piaciuta.
O meglio, era piaciuta - così come piace oggi - ad uno straccetto di me che se ne sta piegato, anzi no, un po' spiegazzato, sul fondo del mio dentro, e che ogni tanto si leva in piedi per spolverare qualche parete e dare il suo modesto ma utile contributo alla pulizia degli interni; non è grande, questo straccetto, non è nemmeno colorato e spesso non lo si nota, se uno entra veloce nella stanza saluta si siede beve un caffè e se ne va via. Però a me piace prenderlo in mano, ogni tanto, e fargli fare un giro a pulire le finestre così può guardare fuori; mi piace chiedergli piano piano che musica vuole che metta su, mentre asciughiamo i vetri insieme, mi piace aprirlo per bene e sbatterlo e riporlo, alla fine, nel suo angolino, badando a lasciarne almeno un lembo un po' spiegazzato, come piace a lui.
E' bello esplorare i cantucci che non si credono nemmeno più di avere. E' bello ascoltare musica battente sotto la pioggia battente e fare cose che non si pensava di poter mai fare, come sfanalare ad un camionista per farlo passare e lasciarlo entrare al casello dell'autostrada, nel momento esatto in cui all'autoradio parte questa e sentirsi, in fondo, un po' più induriti ma in senso buono, come la malta che secca al sole e lega i mattoni di una casa che, nota dopo nota, si fa sempre un po' più solida.
Tinni si ascoltava uno dei due ciddì in questione, l'altro pomeriggio, mentre sfrecciava (sì lo so che già lo sapete, sfrecciava a bordo della sua panda rossa a metano perché tutti i post ormai cominciano così ma non è colpa mia se le ispirazioni mi vengono tutte o sul wc o in macchina, ecco) lungo una strada ad alta percorrenza sotto la pioggia grossa e battente, e, avvolta quasi completamente nelle note altrettanto grosse e battenti di un rock duro e pesante, si soffermava a pensare che quella musica lì, in effetti, quella musica forte e battente e pesante e dura, in fin dei conti le piaceva, sì, piaceva proprio a lei che normalmente ascolta roba così, per intenderci, o anche così, se le gira; a lei che indossa vestitini a pois e i suoi fiori preferiti sono le margherite e un tempo suonava la chitarra a messa con gli scout. Mi piaceva, ecco.
E mi è tornato in mente che, qualcosa come quindici anni fa, per un altro compleanno, un gruppo di amici che per certi aspetti somigliava pure a quelli che me li hanno regalati oggi, i due ciddì, aveva raccolto qualche lira e mi aveva comprato una cassetta degli Offspring, e che allo stesso modo, in un periodo buffo ed inconsueto esattamente come quello che sto vivendo ora, benché fosse parecchio lontana dalla musicalità che all'epoca mi era familiare (giusto per darvi un'idea, all'epoca io doppiavo dalla mia migliore amica le cassette di questi qui), quella musica dura e pesante e battente come la pioggia sul finestrino della panda, beh, mi era piaciuta.
O meglio, era piaciuta - così come piace oggi - ad uno straccetto di me che se ne sta piegato, anzi no, un po' spiegazzato, sul fondo del mio dentro, e che ogni tanto si leva in piedi per spolverare qualche parete e dare il suo modesto ma utile contributo alla pulizia degli interni; non è grande, questo straccetto, non è nemmeno colorato e spesso non lo si nota, se uno entra veloce nella stanza saluta si siede beve un caffè e se ne va via. Però a me piace prenderlo in mano, ogni tanto, e fargli fare un giro a pulire le finestre così può guardare fuori; mi piace chiedergli piano piano che musica vuole che metta su, mentre asciughiamo i vetri insieme, mi piace aprirlo per bene e sbatterlo e riporlo, alla fine, nel suo angolino, badando a lasciarne almeno un lembo un po' spiegazzato, come piace a lui.
E' bello esplorare i cantucci che non si credono nemmeno più di avere. E' bello ascoltare musica battente sotto la pioggia battente e fare cose che non si pensava di poter mai fare, come sfanalare ad un camionista per farlo passare e lasciarlo entrare al casello dell'autostrada, nel momento esatto in cui all'autoradio parte questa e sentirsi, in fondo, un po' più induriti ma in senso buono, come la malta che secca al sole e lega i mattoni di una casa che, nota dopo nota, si fa sempre un po' più solida.
lunedì 2 gennaio 2012
I nomi sulle cartine
I nomi delle cartine si dividono in due categorie: quelli scritti piccoli piccoli e attaccati, quelli delle città e dei puntolini e delle montagne più alte, e quelli larghi, espansi, come a-l-p-i o F-r-a-n-c-i-a, quelli insomma delle entità che si estendono per chilometri e chilometri e riempiono metà foglio.
Quando ero piccina giocavo con mio papà a chi trovava prima un dato nome in una cartina ed è stato proprio lì, in uno di quei pomeriggi d'infanzia infiniti e riempiti per intero dall'amore di un paio di mani grandi e da un sorriso circondato da barba, è stato proprio lì, dicevo, che ho imparato che i nomi più difficili da trovare non sono, come si potrebbe pensare, quelli minuscoli e rintanati in un millimetro di pagina, ma quelli grandi grandi che coprono tanto spazio, con le loro lettere lontane tra loro che sembrano tendersi la mano a vicenda ma senza toccarsi mai.
Sono i nomi con le lettere sparse quelli più difficili da leggere, perché il nostro occhio va per natura in cerca degli accostamenti, delle coppie, della solida tangibilità. Va in cerca della continuità concreta e ne ha bisogno come di acqua dissetante. Scava, gira, suda, solca le giornate in affannosa ricerca di lettere tutte attaccate, in bell'ordine, una dopo l'altra; e se non le trova getta la spugna. E si incazza. No babbo, non lo trovo, l'appennino tosco emiliano, basta, ho perso.
Eppure, tutto preso nelle sue operazioni di stupida minuteria, il nostro occhio non si accorge che le lettere delle alpi cozie ce le ha proprio lì sotto il naso, basterebbe solo un po' di pazienza per infilare le cose una dopo l'altra, e per aspettare il tempo degli spazi, e per fare un passo indietro per la rincorsa finale.
Così anche Tinni vorrebbe che tutto fosse immediato e visibile e attaccato e vorrebbe andare a Roma e che non piovesse come dicono le previsioni e che i progressi sul sentiero fossero evidenti e che Chigo imparasse a memoria la terza declinazione al primo colpo. E nell'incazzarsi perché tutto questo, sulla cartina delle sue giornate d'inverno, non c'è, non si accorge che, da un po' di tempo a questa parte, le sono cadute addosso, lente, pacate, girandolone come dei fiocchi di neve grandi e paciosi, tante lettere distanti e lontane, che per metterle insieme e farle suonare ci vuole uno sforzo in più. Ma poi se ci riesci vinci la sfida.
E difatti Tinni, se fa quel cavolo di sforzo e sospira e prende fiato e ci prova, si accorge che in quattro mesi ha imparato a conoscere la sua collega di pizzeria Francesca, e non solo ha imparato che non c'era odio nel suo primo sguardo ma solo una diffidenza buona, e non solo ha imparato a strapparle sorrisi e confidenze e semplicità, non solo ha imparato a tendere la mano e a farsi insegnare un pezzo di vita, ma ha imparato proprio a volerle bene. E adesso che Francesca se ne va, all'improvviso, il quindici di gennaio, ha imparato ad essere triste, di quella tristezza bella che vuol dire amore.
E in questi stessi quattro mesi ha imparato, senza accorgersene, i testi delle canzoni della Messa della domenica di una parrocchia dove prima non era mai stata. Ieri se ne stava lì, ritta in piedi nella fila lenta e ondeggiante, e si è ritrovata con la bocca aperta e le note che si articolavano da sole, in coppia con le sillabe.
E manda qualche esseemmeesse in più, Tinni, da quattro mesi a questa parte, complice anche una tariffa telefonica più benevola. Si ricorda, ogni tanto, che è bello ricevere un messaggio con scritto ti penso, o auguri, o come stai, e allora gioca a mettersi il vestito degli altri e quel messaggio lo manda lei.
Insomma, oggi Tinni ha trovato le alpi cozie. E mentre scriveva queste righe ascoltava una canzone bellissima che trovate qui.
Quando ero piccina giocavo con mio papà a chi trovava prima un dato nome in una cartina ed è stato proprio lì, in uno di quei pomeriggi d'infanzia infiniti e riempiti per intero dall'amore di un paio di mani grandi e da un sorriso circondato da barba, è stato proprio lì, dicevo, che ho imparato che i nomi più difficili da trovare non sono, come si potrebbe pensare, quelli minuscoli e rintanati in un millimetro di pagina, ma quelli grandi grandi che coprono tanto spazio, con le loro lettere lontane tra loro che sembrano tendersi la mano a vicenda ma senza toccarsi mai.
Sono i nomi con le lettere sparse quelli più difficili da leggere, perché il nostro occhio va per natura in cerca degli accostamenti, delle coppie, della solida tangibilità. Va in cerca della continuità concreta e ne ha bisogno come di acqua dissetante. Scava, gira, suda, solca le giornate in affannosa ricerca di lettere tutte attaccate, in bell'ordine, una dopo l'altra; e se non le trova getta la spugna. E si incazza. No babbo, non lo trovo, l'appennino tosco emiliano, basta, ho perso.
Eppure, tutto preso nelle sue operazioni di stupida minuteria, il nostro occhio non si accorge che le lettere delle alpi cozie ce le ha proprio lì sotto il naso, basterebbe solo un po' di pazienza per infilare le cose una dopo l'altra, e per aspettare il tempo degli spazi, e per fare un passo indietro per la rincorsa finale.
Così anche Tinni vorrebbe che tutto fosse immediato e visibile e attaccato e vorrebbe andare a Roma e che non piovesse come dicono le previsioni e che i progressi sul sentiero fossero evidenti e che Chigo imparasse a memoria la terza declinazione al primo colpo. E nell'incazzarsi perché tutto questo, sulla cartina delle sue giornate d'inverno, non c'è, non si accorge che, da un po' di tempo a questa parte, le sono cadute addosso, lente, pacate, girandolone come dei fiocchi di neve grandi e paciosi, tante lettere distanti e lontane, che per metterle insieme e farle suonare ci vuole uno sforzo in più. Ma poi se ci riesci vinci la sfida.
E difatti Tinni, se fa quel cavolo di sforzo e sospira e prende fiato e ci prova, si accorge che in quattro mesi ha imparato a conoscere la sua collega di pizzeria Francesca, e non solo ha imparato che non c'era odio nel suo primo sguardo ma solo una diffidenza buona, e non solo ha imparato a strapparle sorrisi e confidenze e semplicità, non solo ha imparato a tendere la mano e a farsi insegnare un pezzo di vita, ma ha imparato proprio a volerle bene. E adesso che Francesca se ne va, all'improvviso, il quindici di gennaio, ha imparato ad essere triste, di quella tristezza bella che vuol dire amore.
E in questi stessi quattro mesi ha imparato, senza accorgersene, i testi delle canzoni della Messa della domenica di una parrocchia dove prima non era mai stata. Ieri se ne stava lì, ritta in piedi nella fila lenta e ondeggiante, e si è ritrovata con la bocca aperta e le note che si articolavano da sole, in coppia con le sillabe.
E manda qualche esseemmeesse in più, Tinni, da quattro mesi a questa parte, complice anche una tariffa telefonica più benevola. Si ricorda, ogni tanto, che è bello ricevere un messaggio con scritto ti penso, o auguri, o come stai, e allora gioca a mettersi il vestito degli altri e quel messaggio lo manda lei.
Insomma, oggi Tinni ha trovato le alpi cozie. E mentre scriveva queste righe ascoltava una canzone bellissima che trovate qui.
martedì 29 novembre 2011
Bottigliette e porta bottigliette
Ci sono giornate come quando credevi di aver trovato il pezzo di puzzle giusto che si incastra lì e invece no. Ci sono giornate come quando il gatto si allunga per prendere il tappo di sughero attaccato al filo che penzola, e crede che basti un piccolissimo sforzo, una mossa impercettibile della zampetta e invece no, quello stronzo del suo padrone che sta al capo del filo zac! lo sposta giusto un poco più in alto anche solo per il gusto di vedere il gatto riprovare.
Ci sono giornate come questa.
Giornate in cui lo sai, che basterebbe giusto un passo all'indietro, una zoomata della tua telecamera dell'anima sul fuori campo, una messa a fuoco differente, per accorgersi che sono tutte cazzate (sì, stasera mi sento incline ad un moderato ma sano turpiloquio), quelle per cui ti affliggi, quelle su cui inciampi. Il traffico imprevisto sulla strada di prima mattina, i due tipi che non smettono un secondo di ridere, in biblioteca, la burocrazia difficile per una richiesta facile, il cd che non trovi più, e le ore di ripetizioni a spiegare il participio latino per la quindicesima volta in due mesi, i quiz del tfa, le mamme ansiose, gli appuntamenti che non si incastrano, chi deve rispondere al telefono che non si trova, chi non dovrebbe farsi trovare che ti importuna, e ancora i sorrisi a cena, le domande sempre uguali, e finalmente arriva sera.
E ti ricordi di quando, da piccola, quei due pezzi del puzzle che sembravano perfetti l'uno per l'altro e poi invece non lo erano, tu ti divertivi a infilarli insieme a forza; spingevi e spingevi sui bordi fino ad eliderne una parte e allora esclamavi con un trionfo che sapeva di sconfitta ecco, ho trovato.
Ecco, ho trovato - avrei voluto dire a questa giornata; avrei voluto dire fanculo invece di scusa il disturbo; certo che potevi anche rispondere invece di non preoccuparti fa lo stesso; siete un branco di incompetenti invece di occhei grazie lo stesso; oggi ci dipingiamo le unghie a vicenda invece che il participio si chiama così perché partecipa di due nature.
E, soprattutto, mentre me ne tornavo mesta a casa e il cd improvvisamente mi sputava fuori da chissà quale passato questa canzone che sembrava incollarsi alla mia pelle come un vestito a pennello ma così a pennello che quasi mi venivano le lacrime, avrei semplicemente voluto fermarmi ad un angolo della strada anche solo con le quattro frecce, prendere il cellulare e chiamare un numero, ma non un numero qualsiasi, ma un Numero con la lettera maiuscola, solo per fargli sentire la canzone sparata a palla dallo stereo e sentirmi dire ciao Tinni, anzi ciao Sofia, ecco l'ho detto, uffa.
Che poi non è quello che vorrebbero tutti, di avere un Numero con la enne maiuscola vicino al quale stringersi e farsi piccoli piccoli per un attimo tra un non si preoccupi sua figlia recupererà senza dubbio il sue due in latino e un clacson in rotatoria, voglio dire è chiedere qualcosa di assurdo?
Ma non avevo nessun Numero da chiamare stasera, solo sms fastidiosi da ricevere e chiamate di lavoro da fare.
Poi sono arrivata a casa e ho preso in mano la bottiglietta d'acqua piccola che fino a quel momento aveva ondeggiato fastidiosamente da una parte all'altra del sedile a fianco del mio e, abbassando lo sguardo di poco, mi sono accorta che, per una coincidenza che forse coincidenza non è, la circonferenza della bottiglietta entrava alla perfezione dentro ad uno spazio rotondo sotto al cambio che fino ad oggi io avevo sempre usato come pattumiera o porta chiavi e che invece, a sto punto, deve proprio essere stato pensato come porta bottigliette. Sicché ho infilato la bottiglia nell'apposito porta bottiglia e non avrebbe più ondeggiato fastidiosamente e mi sono detta uao. E' pure comoda da prendere al volo, da qui, se ho sete mentre guido.
E sono rientrata a casa.
Ecco, e adesso mi viene da pensare che la forza che mi resta in corpo, dopo una brutta giornata, per sedermi a questa scrivania, con le luci della camera spente e solo lo schermo illuminato, quella forza e quella voglia di srotolare le cose che non sono andate bene e di trovare le parole adatte per ciascuna, di cucire addosso a tutte loro un vestito a pennello, di riassaporarle rileggendole e di trovarle belle anche se sono ricordi fastidiosi, ecco, questa forza e questa soddisfazione spossante sono come infilare la bottiglietta nel porta bottigliette scoprendo che è fatto e pensato apposta.
Ci sono giornate come questa.
Giornate in cui lo sai, che basterebbe giusto un passo all'indietro, una zoomata della tua telecamera dell'anima sul fuori campo, una messa a fuoco differente, per accorgersi che sono tutte cazzate (sì, stasera mi sento incline ad un moderato ma sano turpiloquio), quelle per cui ti affliggi, quelle su cui inciampi. Il traffico imprevisto sulla strada di prima mattina, i due tipi che non smettono un secondo di ridere, in biblioteca, la burocrazia difficile per una richiesta facile, il cd che non trovi più, e le ore di ripetizioni a spiegare il participio latino per la quindicesima volta in due mesi, i quiz del tfa, le mamme ansiose, gli appuntamenti che non si incastrano, chi deve rispondere al telefono che non si trova, chi non dovrebbe farsi trovare che ti importuna, e ancora i sorrisi a cena, le domande sempre uguali, e finalmente arriva sera.
E ti ricordi di quando, da piccola, quei due pezzi del puzzle che sembravano perfetti l'uno per l'altro e poi invece non lo erano, tu ti divertivi a infilarli insieme a forza; spingevi e spingevi sui bordi fino ad eliderne una parte e allora esclamavi con un trionfo che sapeva di sconfitta ecco, ho trovato.
Ecco, ho trovato - avrei voluto dire a questa giornata; avrei voluto dire fanculo invece di scusa il disturbo; certo che potevi anche rispondere invece di non preoccuparti fa lo stesso; siete un branco di incompetenti invece di occhei grazie lo stesso; oggi ci dipingiamo le unghie a vicenda invece che il participio si chiama così perché partecipa di due nature.
E, soprattutto, mentre me ne tornavo mesta a casa e il cd improvvisamente mi sputava fuori da chissà quale passato questa canzone che sembrava incollarsi alla mia pelle come un vestito a pennello ma così a pennello che quasi mi venivano le lacrime, avrei semplicemente voluto fermarmi ad un angolo della strada anche solo con le quattro frecce, prendere il cellulare e chiamare un numero, ma non un numero qualsiasi, ma un Numero con la lettera maiuscola, solo per fargli sentire la canzone sparata a palla dallo stereo e sentirmi dire ciao Tinni, anzi ciao Sofia, ecco l'ho detto, uffa.
Che poi non è quello che vorrebbero tutti, di avere un Numero con la enne maiuscola vicino al quale stringersi e farsi piccoli piccoli per un attimo tra un non si preoccupi sua figlia recupererà senza dubbio il sue due in latino e un clacson in rotatoria, voglio dire è chiedere qualcosa di assurdo?
Ma non avevo nessun Numero da chiamare stasera, solo sms fastidiosi da ricevere e chiamate di lavoro da fare.
Poi sono arrivata a casa e ho preso in mano la bottiglietta d'acqua piccola che fino a quel momento aveva ondeggiato fastidiosamente da una parte all'altra del sedile a fianco del mio e, abbassando lo sguardo di poco, mi sono accorta che, per una coincidenza che forse coincidenza non è, la circonferenza della bottiglietta entrava alla perfezione dentro ad uno spazio rotondo sotto al cambio che fino ad oggi io avevo sempre usato come pattumiera o porta chiavi e che invece, a sto punto, deve proprio essere stato pensato come porta bottigliette. Sicché ho infilato la bottiglia nell'apposito porta bottiglia e non avrebbe più ondeggiato fastidiosamente e mi sono detta uao. E' pure comoda da prendere al volo, da qui, se ho sete mentre guido.
E sono rientrata a casa.
Ecco, e adesso mi viene da pensare che la forza che mi resta in corpo, dopo una brutta giornata, per sedermi a questa scrivania, con le luci della camera spente e solo lo schermo illuminato, quella forza e quella voglia di srotolare le cose che non sono andate bene e di trovare le parole adatte per ciascuna, di cucire addosso a tutte loro un vestito a pennello, di riassaporarle rileggendole e di trovarle belle anche se sono ricordi fastidiosi, ecco, questa forza e questa soddisfazione spossante sono come infilare la bottiglietta nel porta bottigliette scoprendo che è fatto e pensato apposta.
venerdì 4 novembre 2011
Eppure
La congiunzione eppure mi provoca la stessa gioia tintinnante che sono solite darmi le canzoni che terminano con il ritornello cantato un'ottava più in alto.
Che è poi anche la stessa gioia pizzicata che mi dà l'odore avvolgente del fiammifero appena spento.
E anche quella del sole che entra all'improvviso da una finestra chiusa su un cortile quando pensavi piovesse e invece in un attimo, e solo per un attimo, la scrivania di legno chiaro si illumina e le pagine bianche del quaderno si fanno accecanti.
Che è poi anche la stessa gioia pizzicata che mi dà l'odore avvolgente del fiammifero appena spento.
E anche quella del sole che entra all'improvviso da una finestra chiusa su un cortile quando pensavi piovesse e invece in un attimo, e solo per un attimo, la scrivania di legno chiaro si illumina e le pagine bianche del quaderno si fanno accecanti.
mercoledì 7 settembre 2011
Consapevolezze condivisibili
Oggi ho comprato e mangiato un gelato, sperimentando per la prima volta un'inedita accoppiata di gusti: nello specifico, spagnola e pistacchio.
Ecco; non fatelo mai. Sono buoni separatamente, ma non insieme.
E' importante nella vita saper digerire anche le piccole sconfitte e, soprattutto - mi sono detta mentre rientravo verso casa a bordo di quella che oramai è la mia nuova compagna di viaggi ovvero la nuova panda rossa a metano - è importante condividere con l'Altro le proprie scoperte e i propri progressi. Quindi eccomi qui a svelarvi questo importante segreto dell'ars gelatoria.
E, mentre guidavo scattosa come sempre il mio bolide rosso, mi sono detta che forse in fondo è proprio questo quello che significa imparare dai propri errori. Chissà. Nel frattempo il cd sull'autoradio suonava questa canzone meravigliosa che, ho notato recentemente, da sempre accompagna i miei momenti di più intensa consapevolezza
(come del resto accade nella scena filmica CATARTICA di cui essa funge da colonna sonora - chi mi sa dire di che scena e di che film sto parlando vince al volo una tinnica proposta di matrimonio a prescindere dal sesso di appartenenza, tanto sono sicura che nessuno di voi due avrà mai idea della scena a cui mi riferisco).
Buon ascolto, e, mi raccomando, niente spagnola E pistacchio.
Ecco; non fatelo mai. Sono buoni separatamente, ma non insieme.
E' importante nella vita saper digerire anche le piccole sconfitte e, soprattutto - mi sono detta mentre rientravo verso casa a bordo di quella che oramai è la mia nuova compagna di viaggi ovvero la nuova panda rossa a metano - è importante condividere con l'Altro le proprie scoperte e i propri progressi. Quindi eccomi qui a svelarvi questo importante segreto dell'ars gelatoria.
E, mentre guidavo scattosa come sempre il mio bolide rosso, mi sono detta che forse in fondo è proprio questo quello che significa imparare dai propri errori. Chissà. Nel frattempo il cd sull'autoradio suonava questa canzone meravigliosa che, ho notato recentemente, da sempre accompagna i miei momenti di più intensa consapevolezza
(come del resto accade nella scena filmica CATARTICA di cui essa funge da colonna sonora - chi mi sa dire di che scena e di che film sto parlando vince al volo una tinnica proposta di matrimonio a prescindere dal sesso di appartenenza, tanto sono sicura che nessuno di voi due avrà mai idea della scena a cui mi riferisco).
Buon ascolto, e, mi raccomando, niente spagnola E pistacchio.
venerdì 26 agosto 2011
Fratelli d'Itraccia
(nota: volevo fare, una volta tanto, un titolo simpatico e intelligente come quelli di Plus, lo so che il risultato è sul triste andante, nonostante ore di riflessione, ma pazienza: apprezziamo il tinnico sforzo)
Vorrei semplicemente annotare e dar forma al sentimento di euforia intellettuale ed emotiva suscitato dall'ascoltare, seduti in una macchina altrui, una playlist su cd od mp3 (quanto è borioso dire OD, da uno a dieci? undici.) nella quale numerose ed evidenti sono le consonanze con i propri, personalissimi, gusti musicali. Specie se i suddetti gusti sono strampalati ed inconfessabili; specie se si pensava di essere gli unici sulla faccia della terra a conoscere quel brano delle Spice Girls estratto da un album di cui le radio hanno passato solo il singolo a ripetizione, e lo sappiamo tutti che le Spice Girls non sono un gruppo musicale degno di questo nome e fanno musica che qualunque essere dotato di raziocinio e non subnormale (omaggio a N.) non ascolterebbe nemmeno sotto tortura eppure in quel brano lì c'era qualcosa di simpatico che solo VOI pensavate di aver colto e invece no. Specie se quell'altra canzone che arriva manco ve la ricordavate più, dal primo anno di università; eppure appena la sentite vi torna su tutta la memoria, eccola qui, è di nuovo lei, e a quell'epoca la sentivate a ripetizione, e ritorna alla mente con tutto il bagaglio di ricordi belli e di emozioni attaccato come ad un amo, ed è incredibile che anche il proprietario di questa automobile se la ricordi ancora tanto da inserirla in un cd, visto che è stata giusto la canzone di un'estate e poi via, nel dimenticatoio delle radio e delle discoteche.
E insomma voi siete lì, seduti sul sedile di dietro che è anche il mio posto preferito per osservare un'auto altrui, guardate il paesaggio fuori e d'improvviso lo trovate non bello, che magari siamo sulla Pedemontana che porta a Sassuolo e di bello c'è veramente poco, ma simpatico, quello sì; trovate che ad un tratto il paesaggio vi strizza l'occhio, e il proprietario dell'automobile è un po' di più vostro amico e voi diventate per un attimo più allegri, un poco euforici; anche se, in fondo, si tratta semplicemente di coincidenze, oppure di ovvietà, perché magari il conducente nonché produttore di playlist ha la vostra età ed è piuttosto prevedibile che in quarta superiore o alla fine dell'università ascoltasse quella musica, ma tant'è.
Con l'allegria, quando arriva, non c'è poi da essere così schizzinosi.
Vorrei semplicemente annotare e dar forma al sentimento di euforia intellettuale ed emotiva suscitato dall'ascoltare, seduti in una macchina altrui, una playlist su cd od mp3 (quanto è borioso dire OD, da uno a dieci? undici.) nella quale numerose ed evidenti sono le consonanze con i propri, personalissimi, gusti musicali. Specie se i suddetti gusti sono strampalati ed inconfessabili; specie se si pensava di essere gli unici sulla faccia della terra a conoscere quel brano delle Spice Girls estratto da un album di cui le radio hanno passato solo il singolo a ripetizione, e lo sappiamo tutti che le Spice Girls non sono un gruppo musicale degno di questo nome e fanno musica che qualunque essere dotato di raziocinio e non subnormale (omaggio a N.) non ascolterebbe nemmeno sotto tortura eppure in quel brano lì c'era qualcosa di simpatico che solo VOI pensavate di aver colto e invece no. Specie se quell'altra canzone che arriva manco ve la ricordavate più, dal primo anno di università; eppure appena la sentite vi torna su tutta la memoria, eccola qui, è di nuovo lei, e a quell'epoca la sentivate a ripetizione, e ritorna alla mente con tutto il bagaglio di ricordi belli e di emozioni attaccato come ad un amo, ed è incredibile che anche il proprietario di questa automobile se la ricordi ancora tanto da inserirla in un cd, visto che è stata giusto la canzone di un'estate e poi via, nel dimenticatoio delle radio e delle discoteche.
E insomma voi siete lì, seduti sul sedile di dietro che è anche il mio posto preferito per osservare un'auto altrui, guardate il paesaggio fuori e d'improvviso lo trovate non bello, che magari siamo sulla Pedemontana che porta a Sassuolo e di bello c'è veramente poco, ma simpatico, quello sì; trovate che ad un tratto il paesaggio vi strizza l'occhio, e il proprietario dell'automobile è un po' di più vostro amico e voi diventate per un attimo più allegri, un poco euforici; anche se, in fondo, si tratta semplicemente di coincidenze, oppure di ovvietà, perché magari il conducente nonché produttore di playlist ha la vostra età ed è piuttosto prevedibile che in quarta superiore o alla fine dell'università ascoltasse quella musica, ma tant'è.
Con l'allegria, quando arriva, non c'è poi da essere così schizzinosi.
mercoledì 17 agosto 2011
..and wake in the world with a clear conscience and clean hands
martedì 19 luglio 2011
Audiocassetta
Oggi ho riascoltato un'audiocassetta. E' stata un'emozione indescrivibile, e soprattutto inaspettata.
Uno crede che, in fin dei conti, i pezzi del passato che sono dietro le sue spalle siano simpatici ninnoli da tirare fuori ogni tanto, sul dondolo in giardino, in una sera d'estate. E invece questi frammenti, questi appuntiti e variopinti frammenti di ciò che è stato e non è più, hanno una forza incredibile che quasi ti fa male, se li tocchi con troppa imprudenza.
E così stamattina mia madre ha riportato giù dalla soffitta il mio vecchio lettore cd, che aveva anche il cassettino per le audiocassette, e quasi per caso, svuotando un armadio, mi sono contestualmente trovata in mano una compilescion risalente ai primi anni duemila. Ho attaccato il lettore alla presa, ho selezionato con l'apposita levetta tape, ho premuto il tasto stop/eject e ho infilato titubante l'oggetto nell'incavo predestinato. Quasi non ricordavo nemmeno più il verso giusto dal quale inserirla! O meglio, era come un ricordo troppo impolverato e accantonato in un angolo della memoria poco servito dai mezzi pubblici.
Poi ho chiuso il vano, ho premuto play e ho trattenuto il respiro per un attimo.
Suonava! Era un pezzo di Black or white di M. Jackson che cominciava da metà - ovviamente! - come non siamo davvero più abituati a sentir cominciare un brano, e le rotelline dentro la cassetta giravano, e un filo di polvere usciva dagli ingranaggi e ...era musica! (si allega testimonianza fotografica).
Era musica, sì, ma era una musica diversa: era un pizzico più lenta del normale, un pizzico più lamentosa, un pizzico più affaticata, un pizzico di 'lagna' di troppo. Era una vecchia audiocassetta che girava su un vecchio ed impolverato lettore.
All'inizio suonava veramente fastidiosa, questa ombra imbarazzante di rallentatore che si frapponeva tra ogni nota e la successiva, stavo quasi per spegnere e per chiudere lì quella mistica esperienza di ritorno al futuro. Ma poi alla fine ho lasciato proseguire: dopo Black or White sono seguite altre canzoni che all'epoca riempivano i miei pomeriggi, io ho proseguito con i miei lavori domestici e ad un certo punto, mentre stavo un attimo di là in cucina a mangiarmi un barattolino di jogurt, ho prestato nuovamente l'orecchio alla musica che suonava, in camera mia, e la nota stonata non c'era più. La musica scorreva naturale e tutto era come doveva essere.
Forse il registratore, dopo un buon numero di giri, si è assestato, forse il nastro si è pulito cammin facendo. Forse è stato così. Ma io preferisco pensare che sia stato il mio orecchio, poco a poco, ad abituarsi a quella maniera bislacca di produrre suoni, un po' zoppicante, un po' ridondante. Che si sia adattato, come solo alcune parti del corpo non comandate dalla nostra mente sanno fare, e che abbia finito per trovarsi bene così, in mezzo a quella catena musicale lagnosa, e abbia finito per piantare la sua tenda su quel terreno, anche se era, all'apparenza, aspro e inospitale.
E allora per oggi voglio pensare che la mia vita, ora, sia un po' come una melodia, strampalata e leggermente in ritardo, che esce da un vecchio mangiacassette degli anni novanta. E che la mia bicicletta, per adesso, si stia adattando poco a poco a questo panorama, a questo terreno, a questi suoni. Un giorno va meglio, un giorno va un po' meno bene: ma anche lei, ne sono certa, prima o poi porgerà l'orecchio alla nuova melodia e sentirà che tutto sta andando come deve andare.
Uno crede che, in fin dei conti, i pezzi del passato che sono dietro le sue spalle siano simpatici ninnoli da tirare fuori ogni tanto, sul dondolo in giardino, in una sera d'estate. E invece questi frammenti, questi appuntiti e variopinti frammenti di ciò che è stato e non è più, hanno una forza incredibile che quasi ti fa male, se li tocchi con troppa imprudenza.
E così stamattina mia madre ha riportato giù dalla soffitta il mio vecchio lettore cd, che aveva anche il cassettino per le audiocassette, e quasi per caso, svuotando un armadio, mi sono contestualmente trovata in mano una compilescion risalente ai primi anni duemila. Ho attaccato il lettore alla presa, ho selezionato con l'apposita levetta tape, ho premuto il tasto stop/eject e ho infilato titubante l'oggetto nell'incavo predestinato. Quasi non ricordavo nemmeno più il verso giusto dal quale inserirla! O meglio, era come un ricordo troppo impolverato e accantonato in un angolo della memoria poco servito dai mezzi pubblici.
Poi ho chiuso il vano, ho premuto play e ho trattenuto il respiro per un attimo.
Suonava! Era un pezzo di Black or white di M. Jackson che cominciava da metà - ovviamente! - come non siamo davvero più abituati a sentir cominciare un brano, e le rotelline dentro la cassetta giravano, e un filo di polvere usciva dagli ingranaggi e ...era musica! (si allega testimonianza fotografica).
Era musica, sì, ma era una musica diversa: era un pizzico più lenta del normale, un pizzico più lamentosa, un pizzico più affaticata, un pizzico di 'lagna' di troppo. Era una vecchia audiocassetta che girava su un vecchio ed impolverato lettore.
All'inizio suonava veramente fastidiosa, questa ombra imbarazzante di rallentatore che si frapponeva tra ogni nota e la successiva, stavo quasi per spegnere e per chiudere lì quella mistica esperienza di ritorno al futuro. Ma poi alla fine ho lasciato proseguire: dopo Black or White sono seguite altre canzoni che all'epoca riempivano i miei pomeriggi, io ho proseguito con i miei lavori domestici e ad un certo punto, mentre stavo un attimo di là in cucina a mangiarmi un barattolino di jogurt, ho prestato nuovamente l'orecchio alla musica che suonava, in camera mia, e la nota stonata non c'era più. La musica scorreva naturale e tutto era come doveva essere.
Forse il registratore, dopo un buon numero di giri, si è assestato, forse il nastro si è pulito cammin facendo. Forse è stato così. Ma io preferisco pensare che sia stato il mio orecchio, poco a poco, ad abituarsi a quella maniera bislacca di produrre suoni, un po' zoppicante, un po' ridondante. Che si sia adattato, come solo alcune parti del corpo non comandate dalla nostra mente sanno fare, e che abbia finito per trovarsi bene così, in mezzo a quella catena musicale lagnosa, e abbia finito per piantare la sua tenda su quel terreno, anche se era, all'apparenza, aspro e inospitale.
E allora per oggi voglio pensare che la mia vita, ora, sia un po' come una melodia, strampalata e leggermente in ritardo, che esce da un vecchio mangiacassette degli anni novanta. E che la mia bicicletta, per adesso, si stia adattando poco a poco a questo panorama, a questo terreno, a questi suoni. Un giorno va meglio, un giorno va un po' meno bene: ma anche lei, ne sono certa, prima o poi porgerà l'orecchio alla nuova melodia e sentirà che tutto sta andando come deve andare.
lunedì 18 luglio 2011
Esaltato esercizio di Intertestualità. Ridere
1. Ridete franco e forte, sopra qualunque cosa, anche innocentissima, con una o due persone, in un caffè, in una conversazione, in via: tutti quelli che vi sentiranno o vedranno rider così, vi rivolgeranno gli occhi, vi guarderanno con rispetto, se parlavano, taceranno, resteranno come mortificati, non ardiranno mai rider di voi, se prima vi guardavano baldanzosi o superbi, perderanno tutta la loro baldanza e superbia verso di voi. In fine il semplice rider alto vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o circostanti, senza eccezione. Terribile e awful è la potenza del riso; chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire. (23 settembre 1828)
G. Leopardi, Zibaldone di pensieri.
2. T. T. http://www.youtube.com/watch?v=Wu5BfKxvqXs
3. Life is beautiful that way (La vita è bella soundtrack) - N. Piovani
Smile, without a reason why
Love, as if you were a child
Smile, no matter what they tell you
Don’t listen to a word they say
'Cause life is beautiful that way
Tears, a tidal-wave of tears
Light that slowly disappears
Wait, before you close the curtain
There’s still another game to play
And life is beautiful that way
Here, in his eyes forever more
I will always be as close
as you remember from before.
Now, that you're out there on your own
Remember, what is real and
what we dream is love alone.
Keep the laughter in your eyes
Soon, your long awaited prize
We'll forget about our sorrow
And think about a brighter day
'Cause life is beautiful that way
We'll forget about our sorrow
And think about a brighter day
'Cause life is beautiful that way
There’s still another game to play
And life is beautiful that way.
G. Leopardi, Zibaldone di pensieri.
2. T. T. http://www.youtube.com/watch?v=Wu5BfKxvqXs
3. Life is beautiful that way (La vita è bella soundtrack) - N. Piovani
Smile, without a reason why
Love, as if you were a child
Smile, no matter what they tell you
Don’t listen to a word they say
'Cause life is beautiful that way
Tears, a tidal-wave of tears
Light that slowly disappears
Wait, before you close the curtain
There’s still another game to play
And life is beautiful that way
Here, in his eyes forever more
I will always be as close
as you remember from before.
Now, that you're out there on your own
Remember, what is real and
what we dream is love alone.
Keep the laughter in your eyes
Soon, your long awaited prize
We'll forget about our sorrow
And think about a brighter day
'Cause life is beautiful that way
We'll forget about our sorrow
And think about a brighter day
'Cause life is beautiful that way
There’s still another game to play
And life is beautiful that way.
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