MOLTEPLICI INIZI.


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interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.
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lunedì 16 aprile 2018

I(n)spirazione

Respirazione diaframmatica, la chiamano.
Inspirare: gonfiare l'addome, riempirlo di aria nuova che fatica a scendere fino lì, si inceppa tra le pieghe di un cuore sobbalzante e si appiccica sulle pareti di una pancia già gonfia d'altro (ahimè, i fagioli di ieri...); e poi espirare: appiattire gli stessi muscoli, cacciare via forzatamente ogni particella di vapore già vecchio ed inutile, partendo dal fondo - mi raccomando - e poi su fino alla gola, ed emettere un sibilo stanco a riprova che quel movimento accade davvero, che qualcosa di brutto è stato espulso e siamo pronti per ricominciare dall'inizio.
Dunque ancora: inspirare, gonfiare, introdurre; e poi nuovamente espirare, soffiare, appiattire.
Nel giro di poche settimane me lo hanno raccomandato due specialisti, interpellati in luoghi e contesti diversi per disfunzioni corporee che non potevano apparire più lontane le une dalle altre.

E così mi sono messa d'impegno.
In macchina, soprattutto, lungo un tragitto nuovo che ormai inatteso più non è, tra un ponte, una rotonda (mica ci sanno girare, i Carpigiani, sulle rotatorie, è incredibile: ma questa è un'altra storia), una fabbrica puzzolente e lui: il recinto della fattoria. Eh sì, perché tra un respiro diaframmatico e l'altro, ogni mattina, poco dopo aver passato il parcheggio di Martin Grigliate (se mi sposo, giuro che li chiamo al pranzo di nozze), sulla sinistra trovo ad attendermi un cortile, chiuso solo da un mite steccato, all'interno del quale, a pochi metri dalla strada trafficata, altrettanto mitemente convivono diversi animali domestici. Galline, tacchini, capre, pecore, conigli, oche; una casetta di legno, al centro; covoni di fieno, qua e là; un fiocco rosa, appeso giusto davanti alla porticina di ingresso, che cela al passante ulteriori dettagli sulla specie animale neo-nata.

Respiro diaframmaticamente e faccio pure gli esercizi di dizione, articolando a bocca spiegata le vocali mentre - senza far vibrare le corde, mi raccomando! - butto fuori l'aria e rendo concavo il mio povero ventre, tutti i giorni, finendo di solito qualche metro prima di cominciare a sentire il puzzo di una fabbrica sulla quale mi riprometto sempre di chiedere lumi a qualche collega del luogo (che razza di odore è? I primi tempi in cui ci passavo davanti, senza rendermene conto, attribuivo quell'afrore ai miei piedi, benché accuratamente ricoperti di calze e calzature; ci sono voluti almeno due mesi di rimproveri alla mia pedicure per realizzare che la puzza veniva da fuori - tutti i giorni, alla stessa altezza del percorso - e che probabilmente corrispondeva alle emissioni di quel grande edificio grigio alla mia destra). Respiro insomma con dedizione, e nel frattempo mi interrogo sul senso di questi malanni sopraggiunti tutti insieme, mentre attendo con dolore l'avvistamento del primo capello bianco, a cui si sommano le preoccupazioni quotidiane, le caselle di voti da riempire, la pizza d'asporto troppo gommosa nel nuovo quartiere, le malattie altrui, i prezzi delle scarpe da ginnastica, le amiche del liceo sorridenti e realizzate che fanno capolino dalle foto di instagram, i messaggi in coda per ricevere risposta, la ripetizione di oggi pomeriggio.

Lo faccio ormai da qualche tempo, e ultimamente sia all'andata che al ritorno. E' stato proprio al ritorno, circa una settimana fa, dopo la fabbrica-puzza-di-piedi, prima di Martin Grigliate, all'altezza del metanista scorbutico ma efficiente, che meccanicamente, tra un'inspirazione ed un'espirazione, ho girato la testa verso destra e ho incontrato con gli occhi un nuovo abitante del recinto della fattoria.


Un asino.
Già simpatico di suo, con quel fare sornione e solo apparentemente disinteressato, traboccante in realtà - ne sono sempre stata certa - di pensieri acutissimi sul vivere umano. Ma in questo caso doppiamente degno della mia attenzione.
Perché il nostro amico asino, in quel momento, fermo immobile in mezzo al cortile, portava sulla schiena, in perfetto equilibrio, una gallina e un tacchino, appollaiati lì come se niente fosse.

Ho evitato a stento un tamponamento. Com'era possibile che, dall'alto di tutta quella intelligenza mal sopita, saggio per secoli di osservazione attenta, accettasse un simile compromesso con due creature avide ed egoiste, che nulla di certo rendevano in cambio di quella irrituale invasione?
Eppure lui - e forse proprio in questo si nasconde l'ennesima conferma della sua natura superiore - non ne sembrava afflitto affatto.

Forse, a lui, la respirazione diaframmatica serve per cullare i suoi ospiti - ho pensato.
E mentre un sorriso stentato saliva dal mio diaframma al mio volto, storto ma fiero di essere riuscito, anche questa volta, anche a dispetto della fame e dell'afonia, ad appiccicare un post-it positivo sui pensieri dei dintorni, in coda a quel sorriso, appesa ad esso come ad un amo di pesca miracolosa, è arrivata un'idea didattica per un'attività di classe - la Mia classe, quella che in questo anno nuovo sto amando di più, anche se è una gara dura - che immediatamente mi è sembrata fichissima e che ho subito provveduto, diaframmaticamente gongolando, a scomporre, arricchire, dettagliare, e mentalmente annotare. Sentendomi, finalmente e improvvisamente, libera da ogni acciacco.

Merito della respirazione, del serafico asino, o dei due prepotenti intrusi?

Stamattina ho cercato di sghembo l'asino per ringraziarlo dell'ispirazione.

Non c'era più.

Qualcuno di voi potrebbe ipotizzare che fosse dentro alla casupola di legno, ancora avvolto nel suo placido sonno.
Io preferisco pensare, invece, che l'ispirazione sia stata condivisa, e che tra un respiro diaframmatico e l'altro egli abbia concepito un piano di fuga geniale e definitivo, e che ora vaghi per le praterie della bassa modenese assaporando erba e libertà.

mercoledì 24 agosto 2016

Color corallo

Tra il momento in cui ci si mette lo smalto colorato sulle unghie e l'istante in cui la magia finisce - lavando i piatti, colpendo di striscio un pezzo di muro, nuotando l'ennesima vasca: cose così - passano, a seconda dei casi e della buona sorte, circa una decina di orette.

Per tutto quel tempo, finché un agente esterno non comincia ad eroderne qualche millimetro di brillantezza - ci facevo caso proprio qualche giorno fa, complice una brillante tonalità di corallo (pss... è il colore dell'estate, anche se sta finendo!) - quando si tocca si apre si accarezza si scosta qualcosa con le mani smaltate è un po' come se lo si facesse per la prima volta.
Le proprie mani, appena rivestite a nuovo, sembrano sorvolare gli oggetti con una cura timida e premurosa che assomiglia solo a quella con cui si scartano i regali la mattina di Natale. Ci avevate mai fatto caso?



Il nove agosto è nato il secondo figlio ad una coppia di amici carissimi (benvenuto, intanto): mentre ero a trovarli all'ospedale, un paio di giorni dopo, mi è stato dalla madre comunicato che Gioele aveva appena fatto la sua prima cacca. La prima cacca della propria vita.

Non siamo forse un po' tutti sballottati a bordo della nostra vita nelle medesime condizioni del pacioso Gioele, che qualche giorno fa ha fatto una delle cose più fondamentali della vita per la prima volta in assoluto e possiamo essere certi che di ciò non serberà mai alcun ricordo?

Quand'è stato che ho aperto per la prima volta la cerniera della borsa-mare di vimini e ne ho estratto un telo per accoccolarlo sghimbescio sulla roccia di fronte al mare della Liguria? Quand'è stato il momento in cui ho sentito per la prima volta che il sapore dei pomodori verdi san marzano era quello che più si accordava con la melodia di sottofondo del mio palato? E la prima volta in cui ho guardato negli occhi uno studente e gli ho voluto benissimo? 
Come sono stata, negli istanti immediatamente successivi a queste fondamentali prime volte
Probabilmente, come il capelluto Gioele, pensavo semplicemente a cosa avrei fatto di lì a poco: e che si trattasse di poppate o di pagine di latino, poco importa.


Meno male che esistono gli smalti, allora.

Buona manicure a tutti voi.

domenica 31 luglio 2016

Caro Ventilatore.

Ho chiesto scusa al mio ventilatore, l'altra sera - vi dicevo - e nel tentativo di percepirne lo schernirsi ho fatto un po' di silenzio intorno a me: una sorta di passo indietro rispetto al tempo ed allo spazio, un farsi piccola e oggetto per qualche istante, per vedere se lui avrebbe risposto, con altrettanta cortesia, ma no di niente figurati.

Ho aspettato, ho vissuto per qualche ora, ho aspettato ancora un poco, ho rifatto silenzio e in quel cantuccio di vita spiegazzata e umidiccia, a forza di tirarmi indietro, sono riuscita a individuare due note - basse e vibrate, distinte - che il mio ventilatore emetteva sempre a intervalli regolari, tutte le volte che arrivava a due terzi del suo percorso ondulatorio, da destra a sinistra. Ed in quel silenzio nuovo, riempito solo dai rantoli fedeli del mio nuovo amico, sono finalmente riuscita a prendere sonno, dopo tante notti che imprecavo per il caldo.



E così ci ho riprovato la mattina dopo.

Ho chiesto scusa alla mia panda, la mattina dopo, perché ancora non avevo portato l'autoradio a riparare, e avremmo fatto l'ennesimo viaggio senza musica, senza allegria, senza ritmo e con tanti pensieri. Le ho chiesto scusa a bassa voce e poi ho aperto di più il finestrino per ascoltare la risposta delle ruote sull'asfalto. Ho fatto quiete intorno a me, ho messo il cellulare silenzioso ed in quel silenzio nuovo, riempito solo dal rotolare costante delle gomme - qualche sasso qua, qualche buca là - ho sentito bussare al cruscotto la voglia di regalare qualcosa ad un'amica per il suo anniversario di matrimonio. Di regalarle una storia.

Un paio di svolte ed eccoci in tangenziale: non avevo ancora capito se le ruote della panda avevano intenzione di accettare le mie scuse e così ho evitato di accelerare eccessivamente, per non turbare quello spazio di silenzio, appunto, da cui speravo emergesse un chiarimento. Mi sono accodata ad un camion sulla prima corsia, invece di provarci gusto a far incazzare i suv sfanalanti sulla seconda. Ed è così che mi sono accorta in tempo del nuovo autovelox (nonché degli striminziti papaveri - incoscienti! - appena fioriti sul ciglio dell'uscita numero sei).

Cominciavo a prenderci gusto, in effetti.


Ho poi chiesto scusa alla mia pancia, poche ore fa, prima di uscire a cena, perché l'avevo riempita male e di fretta durante tutto il giorno, e lei si gonfiava e sbuffava. Le ho chiesto scusa e per farmi perdonare ho deciso di sacrificare venti minuti di ritardo alla festa in campagna per metterle due mani, una sull'altra, a coccolarla un pochino. Ho fatto silenzio, un piccolo spazio di silenzio compreso tra me, le due mani, e la mia pancia tesa e gonfia, e in quell'insperata tranquillità, aspettando che lei mi dicesse grazie, ho scritto ad un'amica che presto sarà mamma che le mandavo un pensiero.


Mi alleno, come vedi, cara collega Competenza: tra uno scusa e un silenzio di attesa, non si sa mai, potrei addirittura imparare ad ascoltare i miei alunni.

sabato 26 luglio 2014

A-fisico

La pioggia cade in verticale. Il mio corpo ondeggia e ritmicamente barcolla in orizzontale.
Non è fisica quella che sto per descrivere; non è nemmeno termodinamica ma ho troppo scarse nozioni di ingegneria meccanica per poter affermare che non si tratti nemmeno di quella (quindi lo ipotizzo soltanto).

La pratica del vivere, del sopravvivere e del correre quotidiano è al di là di tutto questo. La pratica di questa arrancante fine di luglio è che la pioggia mi ferisce solo quando sono ferma.
La pioggia, e tutta quell'ondata di umida preoccupazione per la tenuta delle scarpe e della mia esistenza che questa stronzissima pioggia si porta dietro, questo carico di particelle bagnate e dolenti e impreviste, mi danneggiano indebolendomi, come un'influenza alla vigilia di una festa, sì, ma solo finché sono in casa. E' solo tra queste mura impregnate di ammuffiti reality show in replica streaming che il peso di tutto quell'idrogeno, e del suo amico ossigeno, e mettiamoci pure dei loro legami covalenti di gelosie ed impazienze mi annulla fino a farmi toccare, impotente, il pavimento polveroso.
Poi, quando in ossequio all'unico impegno lavorativo a cui resto attaccata con le unghie, decido di infilare due magliette (fa freddo) e i pantaloncini con le tasche grandi per tenerci dentro le chiavi; nel momento stesso in cui l'aria intorno a me comincia a battere e a scorrere al ritmo affannato del mio respiro; contati i primi passi nella morsa improvvisa di un vento novembrino; ecco che accade: la pioggia non ferisce, non danneggia e non bagna, più. Non ammuffisce, ma crea. Non affonda, ma rialza. Non abbatte, accarezza.



E a quel punto, l'unica cosa fisica che mi resta in mano è il gonfiore dei miei polpacci che, giorno dopo giorno, annaffiati da una pioggia sbrindellata e fuori posto, si fanno più solidi.

giovedì 10 luglio 2014

Quattro quarti

Ti dicono che hai bisogno della musica. Ti dicono.
Della musica, dei pantaloncini di acetato, del top di intimissimi e del contacalorie.

Tiè.


Tinni ce l'ha fatta anche senza. Senza top, senza acetato e, sì, anche senza musica.
L'unica melodia che ha sentito se l'è composta da sé, con la collaborazione della sezione fiati (polmoni), del comparto percussioni (scarpette adidas bucate) e del tintinnio arpeggiato di un gruppetto di chiavi da non abbandonare.
Faceva più o meno così (scusate ma non ho mai saputo scrivere la musica coi pallini neri nelle righe): snif snif snif snif... pant pant pant pant.

Ed era in quattro quarti.



Forse quando il primo uomo sulla terra ha pronunciato la frase la musica aiuta a dimenticare i problemi pensava proprio a questa musica qui: a quella in quattro quarti di affanno. Alla musica della corsa.

Incrociamo dita (e polpacci): speriamo di riuscire ad ascoltarla presto di nuovo.

domenica 29 settembre 2013

Articolazione funzionante

Mica l'ho capito da sola, veramente, che la melma della malinconia senza fondo era ancora lontana, laggiù, gorgogliante, nel buio. Che avevo invece qualche gancio d'appiglio e qualche bel metro di corda davanti a me, a metà della scalata. Figurarsi: io credevo che il viaggio di ritorno - ieri, dalla stazione dei treni più triste che c'è - mi avrebbe atteso a braccia aperte e a fazzoletti spiegati, e che comunque anche quelli non sarebbero bastati e avrei dovuto asciugarmi le ultime lacrime col gomito del maglione, io. 
Pensavo tutta convinta che, terminate le gocciolanti scale mobili a risalire dal binario diciannove, le gambe, da sole, non mi avrebbero più tenuta diritta e il primo piede di tristezza passante avrebbe potuto calpestarmi senza fare nemmeno troppo plof, senza quasi scivolare. 
Ero tutta presa da questi pensieri foschi e ostinati e sono arrivata alla macchina e più passava il tempo più le mie convinzioni si facevano articolate e vive e me ne stavo così concentrata in simili autoproduzioni depressive che al terzo semaforo dei viali ho scordato che dovevo cominciare a preincolonnarmi sulla destra in vista dell'incrocio successivo. 

Scuotendomi un istante dal torpore della mestizia ho sollevato il capo in un tentativo di cipiglio e ho buttato uno sguardo sul lato, nella corsia che volevo velocemente riguadagnare: arrivava a passo modesto una vecchia golf bianca. Raggranellato e raccolto tutto il suddetto cipiglio in un gesto, ho abbassato di getto la leva della freccia e ho spinto l'auto leggermente a destra, provando a forzare il flusso del traffico.

Un secondo; un colpo di freno; una sterzata sportiva: avevo vinto, ero passata. 
Nuovi metri di fettucce di tristezza potevano nuovamente avvilupparmi; mi tuffavo appena possibile nella tazzina del malumore. Tutto era nero, prevedibile: brutto.

Non so che dirvi: sarà stata una questione di istanti; un baleno di intelligenza pratica; un riflesso di incondizionato attaccamento alla vita: avevo ancora le due ruote di sinistra sulla riga divisoria tratteggiata quando, all'improvviso, è accaduto il fatto
La mia mano destra si è alzata d'imperio e con le cinque dita ben dilatate ha ringraziato, eretta allo specchietto retrovisore, il mite conducente della vecchia golf bianca che aveva rallentato per farmi passare: in alto, sicura, magnanima. E poi si è riposata sul cambio.


Io di certo non l'ho mossa. Mi stavo giustappunto chiedendo come avrei fatto, il mattino successivo, a trovare le forze per muovere i primi passi in una stanza vuota (e senza latte nel frigorifero): sicuramente non era mia intenzione esprimere ogni qualsivoglia sentimento di gratitudine. Eppure lei si è alzata. Da sola. A ringraziare il mite conducente di golf e a spiegare a me, senza tanti giri di parole, che almeno un paio di motivi per essere felice resistevano allo scempio della domenica sera: avevo un'articolazione ossea ben funzionante, ed un fatalistico e tenace senso della giustizia stradale sopravviveva al mio più cocente malumore. 

Un paio di chilometri dopo, per un motivo piccolo e telefonico, una lacrimuccia la versavo per davvero. Ma era di gioia. E l'articolazione della mano destra, attenta, attiva e funzionante, ha subito provveduto ad asciugarla.

domenica 18 marzo 2012

Sanità

Sono venuta su con un motto paterno molto profondo e molto universale. E anche un po' scurrile, non me ne vogliate, ma più rifletto sulla sua validità più ne ricevo conferme, dunque adesso tirate un sospiro di saspens, tappatevi il naso se vi imbarazzate facilmente, sedetevi saldi e beccatevi il motto paterno, semplice nella sua sapienza come solo gli antichi motti possono essere.

Tromba di culo sanità di corpo.

Ecco l'ho detto.

Ma non è esattamente di ciò che volevo discorrere, in verità, in questo fine serata che sa di pizza e di fritto nella mia cameretta buia con le gambe doloranti; il motto paterno è un po' uno spunto che volevo condividere con voi giusto per sfatare gli ultimi miti ritardatari che fossero rimasti nell'aria su una Tinni per bene con le trecce lunghe e gli occhioni buoni. Il tromba di culo sanità di corpo - ecco che l'ho detto di nuovo e non vi nego che si prova pure un po' di sano piacere primordiale, e anzi ve lo consiglio, ditelo o scrivetelo un paio di volte al giorno dopo i pasti per una settimana e starete meglio, è assicurato - mi serve come spunto perché proprio oggi pensavo che c'è una cosa che sta all'animo esattamente come la suddetta tromba sta al corpo.

C'è una cosa che mi pare indice assoluto e universale dello stato del nostro dentro e inequivocabile segno di buona salute: ed è il sorriso. Non il riso, badate bene, che sa coprire ben bene voragini e cicatrici come una coperta di lana grezza e scura, non il riso, che può arrivare a scuotere l'albero ormai secco per un ultimo sussulto e poi andarsene sbarazzino lasciando il legno marcio ai suoi cigolii. Non il riso, ma il sorriso.


E intendo proprio quel sorriso spontaneo che arriva da non si sa dove, da un profondo ignoto e buio, quando si siede soli con se stessi o si cammina sui propri passi e non si ha davvero nessuna intenzione di sorridere per alcunché, eppure lui sguscia fuori come un frutto maturo dal gheriglio indurito della nostra anima e se ne fotte altamente di tutto ciò che sta lì intorno: preoccupazioni, ritardi, impegni, magoni, rabbiette da quattro soldi e appuntamenti mancati. E' bello come una star, il sorriso, e non puoi proprio fare a meno di perdonargliele tutte, perché è davvero così bello che lascia senza fiato, mentre risale a galla e tira su la testa dall'acqua scuotendosi i capelli come nei film sui bagnini e gli occhi brillano al sole e tutto improvvisamente pare fermarsi per lui. Tutto si ferma, quando il sorriso salta su con la sua beata e bellissima inconsistenza: tutti gli altri si tacciono per qualche istante e il palcoscenico è solo suo e lui fa la sua sfilata tranquillo e cosciente e poi rimane a firmare un paio di autografi e poi se ne torna da dove è venuto, senza troppe arie, ma senza nemmeno troppe concessioni. E tutto riprende come prima, o quasi.

Ci sono i sorrisi che sono belli così perché prendono luce e trucco da quello che c'è fuori; perché rispecchiano una mano inaspettata che saluta quando non pensavi che si ricordasse di te, uno sguardo di amicizia tra due passanti che si ritrovano per caso, un dito infantile che indica un punto in movimento. E sono comunque segno di buona salute, perché se sei riuscito a vederle, quelle cose, significa che non sei affondato ancora fino alla testa nel fango, e gli occhi, almeno quelli, sono fuori e ti salvano, fosse anche per qualche minuto.

Poi ci sono i sorrisi per i sogni futuri, che sono belli di una bellezza sfuggente ed esotica; sorrisi a mezza bocca e l'altra metà è persa sopra ad una nuvola; sorrisi per quello che vorresti che fosse e che forse sarà, o per quello che sai che ti attende, prima o poi. Sorrisi di sanità, comunque, perché fino a quando ci sarà strada, cammineremo, e fino a quando cammineremo, per lo meno non ci annoieremo mai; perché finché esiste qualcosa da cercare, esiste anche chi lo cerca, e siamo vivi, ed è proprio vero - sempre a proposito di motti universali - che la speranza è ultima a morire.

E infine ci sono i sorrisi scemi, quelli che ultimamente amo e custodisco più di tutti gli altri: quelli che sono belli proprio perché hanno un difetto fisico stupido ma affascinante, come le orecchie a sventola su certi visi, o i nei delle presentatrici degli anni sessanta, o i ciuffi di capelli ribelli. Sono i sorrisi impertinenti e strampalati al ricordo di qualcosa di demenziale o assurdo fatto o detto con qualcuno. Quelle tipiche cose che poi se provi a raccontarle ad un altro che non le ha dette o fatte tu ci resti puntualmente malissimo perché quello resta apatico e al massimo ti concede un sorrisetto di tenerezza. E invece a te ti riaccendono puntualmente lo sguardo, anche dopo giorni, anche dopo mesi, a volte. Come quella sera a fine lavoro che suonava il telefono in pizzeria e noi avevamo chiuso da un bel pezzo e quello continuava a insistere trillando e il mio collega ha detto adesso rispondo sì pronto qui è l'obitorio municipale e lo ha detto serio serio e vi giuro che io ancora oggi che sono passati due mesi sorrido al pensiero di quell'espressione e di tutto il contorno di complicità e stanchezza che ci stava intorno. Oppure come le canzoni urlate all'autoradio con le amiche prima della discoteca, o le confidenze eccitate nei bagni dei locali, o i video pseudo comici girati con il cellulare, le chattate ricolme di espressioni in codice o un banalissimo indirizzo inglese annotato su un foglietto di carta ad un orario improbabile della notte di fronte ad una webcam. Tutte cose assurdamente semplici come queste, che sono sì belle quando le fai, ma ancora di più quando le ripensi, ed è allora che il sorriso scemo ti si incolla alla faccia in una maniera imbarazzantemente pervasiva e, ancora una volta, è un buon segno, perché significa che ci sono fili che ti legano e finché ci saranno quei fili, difficilmente cadrai a terra stramazzando.

Non è molto, ne convengo; e spesso occupa nella giornata un tempo effimero e volatile simile a quello che occupa la tromba di cui sopra (ed ecco che in due parole ho demolito tutto il castello di poeticità costruito negli ultimi paragrafi ma che volete farci, quando esco dalla pizzeria ho sempre la scurrilità a portata di mano), però è un'analisi del sangue affidabile, un esame sicuro e indolore, e ritrovarsi lì, con un referto certo e positivo tra le mani, è pur sempre una bella soddisfazione.

E dunque buoni sorrisi a tutti.

lunedì 13 febbraio 2012

Dopo

Il mio principale - ma non solo lui, a dire il vero - dice sempre che la pizza buona la scopri sempre e solo il giorno dopo, quando puoi guardarti indietro e osservare il processo digestivo, la sete notturna, la pesantezza dello stomaco e la tranquillità del sonno. (Tralascerò di specificare a quale categoria appartiene la nostra, di pizza - e lasciatemi usare questo possessivo plurale con un certo qual senso di fierezza).

Beh, io stamattina mi sono guardata alle spalle e ho pensato che questa faccenda sembra calzare con le pizze ma non solo con quelle. Perché anche le persone, anzi le Persone con la maiuscola, quelle con cui si intrattengono rapporti che vanno al di là del buongiorno sa a che ora passa il prossimo autobus e di cui ci ricorda - o ci si prova, a ricordare - il compleanno, quelle a cui si va in visita a casa, quelle con cui si condivide un bicchiere di plastica o quelle a cui si telefona quando fuori nevica e si ha voglia di chiacchierare, insomma, quelle Persone lì, anche loro si dividono grosso modo in due categorie.

Ci sono le Persone che quando le saluti e dici loro arrivederci senti un certo fastidio pesante, e subito corri con il pensiero a quando le rivedrai la volta successiva e i giorni o le ore sono sempre troppo lunghi da passare - un po' come quando a metà cena senti la pizza che fatica a scendere, nello stomaco, e ti sembra quasi che non percepirai mai più quel tratto di intestino libero e felice e ti riprometti che per ore e ore non inghiottirai nulla di solido salvo poi puntualmente farti fottere dai dessert del menu, specie quando ci sono le foto annesse - ; le Persone che dopo, quando sei solo, tornano a punzecchiarti e ti lasciano in bocca l'amaro dei se avessi, le Persone ingombranti che occupano tutto lo spazio e non vogliono dividerlo con nessuno, le Persone che prendono e che, dopo, tu sei così vuoto che ti senti rimbombare dentro.

E invece, un po' come la pizza di Quick Pizza, ci sono le Persone che ci stai bene insieme e vorresti non separartene più, e allora allunghi le azioni come ombre la sera, e dici di avere fame anche se non ce l'hai, e guardi male la cameriera che ti sparecchia sotto il naso, e scaldi la macchina per rimanerci dentro a fare due chiacchiere, ma poi, quando inevitabilmente arriva il ciao, e tu te ne riparti malinconico, passano giusto pochi minuti e ti accorgi che, infilando una mano nella tasca della giacca, dopo, c'è qualcosa in più che prima non c'era, e che nessuno ti toglie, anche se quella Persona è lontana e chissà per quanto tempo non potrai rivederla. Quelle Persone lì, le Persone che si digeriscono bene, sei quasi contento, in definitiva, di averle salutate, perché dopo hai un piccolo spazio di tempo tutto tuo per girarti e rigirarti tra le mani quel regalo trovato in tasca; quelle Persone lì si accoccolano pacifiche in un angolino dentro il tuo soggiorno ma amano la compagnia, e sorridono se inviti altra gente a cena; quelle Persone lì ti suggeriscono all'orecchio un modo gentile per ringraziare l'amico che ti ha fatto un piacere, o ti vanno a comprare una pianta di ciclamini da regalare al vicino.
Quelle Persone lì ti prendono un pochino - qualche centilitro di succhi gastrici, è inevitabile - ma soprattutto ti danno.

lunedì 26 dicembre 2011

Teoria e pratica

Puoi macinarne le anime nello stesso mulino
Puoi legarli mani e piedi;
Ma il poeta seguirà sempre l'arcobaleno nel suo cammino
E suo fratello seguirà l'aratro.

John Boyle O'Reilly

La mattina di Natale Tinni ha giocato un po' a fare l'alternativa che ultimamente le piace molto ed è finita a santificare le feste in un posto dove non conosceva nessuno o quasi. Si è seduta in un angolo in fondo a destra che prima era vuoto ma dopo poco il suo angolino ha cominciato a riempirsi di uomini con i visi segnati che avevano passato da tempo la settantina e che ubbidivano ai precetti delle mogli mal impellicciate e che evidentemente fremevano non vedendo l'ora di poter ritornare alle loro occupazioni prettamente manuali.
E Tinni si è fatta la messa di Natale letteralmente circondata da nonni di campagna.


Le mani pratiche di chi ha fatto un lavoro manuale tutta la vita, per prima cosa, sono grandi. Sono grandi anche se, misurandone la lunghezza del dito medio con un metro da sarta, sembrerebbe di no. Sono grandi perché gonfie, gonfie di vita. 
Le mani pratiche sono gonfie e pulsano di dolori e di fatiche; non sanno stare calme, non sanno posarsi con garbo. Anche quando non c'è nulla da fare, le mani pratiche hanno accumulato su di sé tanti di quei pizzicotti e freddi e attenzioni che questi ormai ballano da soli, da dentro a quelle dita vibranti, su di una canzone agrodolce d'altri tempi. 
Le mani pratiche, quando stringono la tua, è come se non volessero mai congedarsi del tutto, e si trascinano via, lontano, di mala voglia, ricercando il contatto fino all'ultimo, in uno strascico finale. Le mani pratiche salutano quando la messa è finita; anche se non ti hanno mai visto prima. Abbassano lo sguardo, tentennano con la voce ma gli auguri di buone feste te li fanno comunque, anche se non hanno la più pallida idea di chi tu sia, stretta lì in un banco con un buffo cappotto verde. 
Le mani pratiche non sbagliano mai. E, se sbagliano, si correggono ancora meglio di prima. 
Una mano pratica sembra scorbutica, appena la conosci, specie se deve insegnarti qualcosa e tu non fai parte della sua specie. Innalza come una barriera invisibile che è fatta di paura e di inferiorità e di debolezza ma sembra costruita sulla rabbia e sulla forza. Ma se, con il tempo - insostituibile alleato - sai conquistare una mano pratica, bhe, allora quella ti sarà vicina sempre, nel silenzio e nella pazienza, e raccoglierà da terra tutto quello che tu avrai lasciato cadere senza rimproverarti mai più.
La mano pratica vorrebbe essere invidiosa delle mani teoriche, ma non ci riesce, perché tutte le volte che ci prova e si ripromette di farlo poi finisce per dimenticarsene subito, guarda là c'è una tubatura che perde bisognerebbe che qualcuno ci mettesse una toppa, dovrei averne una io su in cantina.
La mano pratica non ama le cerimonie, ma semplicemente perché fa fatica a stringere forte le mani degli altri, per colpa dell'artrite. La mano pratica preferisce spingere, che accarezzare; preferisce portare, più che stringere. La mano pratica è grande e gonfia, gonfia di vita.


La mano teorica è la mano di chi segue l'arcobaleno, nel suo cammino. E' la mano degli studiosi e dei poeti, dei musicisti e degli insegnanti. E' nervosa e fredda, è sottile e garbata.
La mano teorica la riconosci subito perché ha i polpastrelli morbidi e chiari. E' dolce e severa, guarda negli occhi altrui con sguardo interrogativo e puntuto ma non fa mai gli auguri a qualcuno che non conosce. Sorride tra sé e sé, assorta e sorniona, la mano teorica, quando per strada vede qualcosa di buffo o di interessante o di curioso, ma se si accorge che qualcuno ha intercettato il suo sguardo rientra subito nei ranghi con un rossore improvviso.
La mano teorica incute timore quando è nel suo ambiente, con quelle sue dita pungenti; si vocifera che sia una che se la tira, parla strano, boh, l'altro giorno ho pure visto che rideva da sola, in macchina. Ma se la piazzi in mezzo ad un nugolo di mani pratiche improvvisamente si farà disarmante. 
Le mani teoriche sono affascinate dalle mani pratiche, ma non farebbero mai a cambio; sanno di averne un dannato bisogno, ma non lo ammetteranno mai (Oh no, di nuovo quella tubatura che perde, ma cosa ho fatto di male nella vita per meritarmi questo).
Le mani teoriche amano le cerimonie ma solo quelle di presentazione dei libri. Non sanno mai se stringere le mani degli altri o se dare un bacio sulla guancia o se fare solo un cenno del capo, e si ingarbugliano sempre, quando c'è da salutare. 

E' bello quando una mano pratica vince i dolori dell'artrite e stringe forte una mano teorica, guidandola in quel rito silenzioso di cui lei ha timore ogni volta. 
Ma è bello anche quando due mani teoriche si sfiorano in un contatto veloce tutto intellettuale e concettoso eppure si accorgono che sentono caldo, d'improvviso, quando sono vicine.

mercoledì 14 settembre 2011

Dieci Cose. Un anno dopo.

Siccome è trascorso all'incirca un anno dalla mia precedente lista delle dieci cose per cui vale la pena vivere (quella assoluta, senza delimitazioni di tempo) e, come ogni lista che si rispetti, anche questa ha bisogno di continui aggiornamenti ed aggiustamenti, oggi - e particolarmente oggi  che sono affranta, nell'ordine, da un mal di testa abominevole di quelli che vorresti svitartela e appoggiarla sulla mensola più lontana, da un problema di relazione con la mia lente a contatto sinistra (che poi è sempre lei, delle due, la rompipalle, sembra quei fratelli minori lagnosi che rovinano la festa di compleanno dei primogeniti scoppiando in lacrime per cavolate), da un caldo bolognese puzzoso e umido e da un sonno atavico come se nelle precedenti generazioni della mia famiglia nessuno avesse riposato per anni e anni - insomma, proprio oggi che, per usare un comodo eufemismo, sto di merda, sforzerò le mie meningi già provate per cercare di dare un po' di luce alla giornata stanca, e quindi, rullo di tamburi, ecco a voi le mie rinnovate, lucidate, spolverate Dieci Cose, aggiornate al Settembre 2011.

(come al solito senza ordini di importanza alcuni)


  • i segnalibri
  • i gatti
  • i regali appena comprati (che siano per me o per altri)
  • cantare
  • le collezioni di quadri dei grandi musei
  • le sorprese
  • il primo sorso di birra fredda e il primo morso di pizza calda 
  • ballare la musica anni 70-80-90
  • le prime pagine dei quaderni
  • il paesaggio che corre fuori dal finestrino (di qualunque mezzo di locomozione)

Inutile dire che attendo le vostre. Se vi va.

lunedì 4 luglio 2011

Lentilles

A volte, un po' per caso un po' per desiderio (cit.), mi capita di uscire di casa senza lenti a contatto. Non mi manca così tanta vista, infatti, da non poter deambulare senza pericoli di grossa taglia e, se mi rompe indossare gli occhiali o le lenti a contatto mi danno fastidio, a volte, esco così, con gli occhi parzialmente invalidi.
E non è una brutta sensazione.
L'altra sera un'amica mi ha chiesto sconvolta come diavolo facessi a girare per le strade notturne di Parigi così, senza vedere esattamente tutto ciò che mi sta intorno. Lì per lì ho risposto con una risata, ma ieri pomeriggio, mentre mi dirigevo a fare la spesa (una delle attività diurne che vedono il disdegno delle lentine maggiormente vivo), ho cercato di riflettere sul motivo che mi portava, a volte, a girare un poco ciecata e incurante dell'alta definizione.

La verità, miei cari lettori, è che la vita è fatta di questo, di un passo dopo l'altro verso il supermercato, di aperture e chiusure di porte, di attimi che scorrono tutti uguali; e io, molto spesso, ho la sensazione che tutto questo non stia portando ad un bell'accidente di niente. Ho questa sensazione di scorrimento banale, spesso, salvo quando mi metto a riflettere, come ieri pomeriggio, sui motivi che mi portano a non mettere di proposito le lenti, o sui piaceri che mi derivano dall'acquisto di un tipo di fagiolini che non avevo mai provato, o sulle sensazioni che si provano in fondo al cuore quando tasti le albicocche prima di infilarle nel tuo sacchetto (una delle poche attitudini 'terrone' a cui non rinuncerei per nulla al mondo; e non venitemi a dire che tastare le cose con l'apposito guanto è la stessa cosa!).


Insomma, per farla breve, mi trovavo in uno di questi attimi di importante e densa consapevolezza quando ho capito come mai camminare, agire, comprare, correre, salutare e vivere per un poco senza lenti a contatto non farebbe male ad ognuno di noi (gradi di miopia permettendo).

Perché quando vedi male intorno a te, sono, per una volta tanto, gli altri sensi a farla da padrone. Oggettivamente, la vista è spesso un po' prepotente, non trovate? E' quella che vuol comandare, che giudica, che incasella, che scatta più veloce degli altri; è la razionale del gruppo, il grillo parlante.
Però ogni tanto fa anche bene che si metta un po' da parte; gli altri sensi se lo meritano, in fondo.
E così ti ritrovi a camminare odorando il vento che ti viene incontro, dove ritrovi qualche goccia di una pioggia lontana e la polvere del parco poco distante, ti ritrovi faccia a faccia con il reparto frutta e verdura, con il suo profumo dolce e aguzzo (quando ero piccola, dunque dotata di un più spontaneo e più solido raziocinio, andavo dicendo che avrei sposato ASSOLUTAMENTE o un fruttivendolo o un fornaio, per vivere tutta la vita dentro quegli odori magici), con la guerra non detta tra il settore avvolgente e morbido dei profumi della frutta e quello aspro e frizzante di quelli della verdura; ti ritrovi ad ondeggiare a tempo di musica per un'autoradio a tutto volume sparata da una macchina i cui abitanti, se li vedessi bene, riceverebbero invece il tuo tacito disprezzo; ti ritrovi a rubare una ciliegia dal banco della frutta che tanto anche se il commesso ti vede tanto tu non lo vedi quindi che problema c'è?!; ti ritrovi a sfiorare senza volere la mano della commessa nervosa e apprendista della cassa, e ne senti in un istante la fatica e la responsabilità.
Quando guardi intorno a te e sei senza lenti, sono le cose macroscopiche che non ti possono sfuggire: e prima fra tutte il cielo in continuo movimento. Le inezie della vita, i dettagli che spesso ci rendono scemi, non li percepisci.

E anche i volti, i visi della gente intorno a te, perdono i lineamenti esatti: diventano una più indistinta umanità, che lotta, soffre, spera (è il periodo delle citazioni inattese, questo: vediamo chi sa cogliere questa, provenuta dai meandri di una memoria che non ricordavo neppure di avere!), e allora diventa un po' come quando, l'ultimo anno di maturità, quando pensavi di non farcela ad alzarti tutte le mattine e a fare un cavolo di compito in classe al giorno e simulazione e interrogazione programmata, ti fermavi un attimo e dall'ultimo banco a destra osservavi per un istante quei 25 diavoli con cui avevi, volente o nolente, fatto tutta quella strada fino a lì. E il loro sudore, e le loro fronti aggrottate, e le loro risate nervose nell'attesa di un voto, ti davano conforto per il semplice fatto di esistere, perché la lotta non era più una lotta solitaria, ma insieme. E non è vero che la metà di uno sforzo infinito è sempre infinita: perché la matematica spiega tante cose, ma l'amore, quello non lo spiega nessuno, lo senti e basta.

giovedì 30 giugno 2011

A piedi nudi

In Francia e in Svizzera vigono abitudini calzaturiere un poco differenti da quelle di casa nostra. Oltre a vestire scarpe spesso bucherellate o finte-trasandate, infatti, le francofone usano spesso camminare letteralmente a piedi scalzi anche nei luoghi più impensati, come la metropolitana, il marciapiede, la biblioteca. Quando si raccontano queste cose ad un italiano, la reazione è sempre la stessa, e non starò qui a descriverla.
Eppure, miei cari lettori, eppure, devo contraddire questo luogo comune italico e confidarvi che, dopo aver sperimentato quasi per caso questo habitus locale, ho ritrovato improvvisamente una parte di me stessa.
Non che io non sia consapevole del fatto che si rischino le peggiori malattie o brutte ferite, ma, come la più parte degli italiani sa che oltrepassando i limiti di velocità si rischiano le multe e la vita e comunque lo fa lo stesso, io ho creduto che valesse la pena provare, e in questo post vorrei raccontarvi cosa mi è successo.
Camminare a piedi scalzi mi ha fatto fare un balzo emozionante all’indietro nel tempo, a quando vivevo con i miei in una casa con il giardino e passavo le mie estati a preparare gli esami scalza, seduta sotto il mio albero di marusticani (poi prossimamente vi spiego anche cosa sono i marusticani, non temete), con in una mano un groviglio di amarene e nell’altra una matita smangiucchiata; e poi un balzo ancora più indietro, alla mia prima casa, quella dove sono nata, e dove mia madre mi rincorreva come una matta con in mano le ciabatte per costringermi ad infilarmele.
Camminare a piedi scalzi, insomma, mi ha fatto stare bene, come stavo quando la vita era solo un puntolino lontano all’orizzonte, e le giornate passavano tra un romanzo e un ghiacciolo, e disegnare e ascoltare musica trasformavano un pomeriggio in uno spazio eterno, e fuori il campo era sempre lì, immutabile, nonostante le stagioni.

E allora mi sono chiesta perché, perché stavo così bene mentre tornavo a casa a notte inoltrata lungo un marciapiede dall’asfalto ancora caldo, con i piedi nudi ed in mano le scarpe doloranti, e ho provato a rispondere.

Perché camminare a piedi nudi è come diventare amici con il suolo, è come stringere un rapporto più vero, più immediato con la vita e il terreno, come quando ti ritrovi in una cucina comune di uno studentato a condividere lo stesso piatto con qualcuno che magari conosci a metà, e d’improvviso si è più vicini; come quando trovi un amica che non si scandalizza a parlare di cacca e ti fai due risate come si facevano alle elementari; come quando, sempre in un tempo che ora mi sembra passato da secoli, mi sdraiavo con alcuni amici sul prato di notte a guardare le stelle e si faceva il gioco del mi piace. Ciascuno diceva a turno qualcosa che gli piaceva e poi che non gli piaceva, ed era bello così: ti sentivi libero di dire che ti piacciono i PICCIONI (sì, è così, a me piacciono i piccioni e pure i ristoranti cinesi quelli luridi), o che non ti piacciono Aldo, Giovanni e Giacomo.

Ogni terreno, come ogni persona, è speciale a suo modo. C’è l’asfalto rovente cotto dal sole, che assomiglia ad un amico di cui scopri la risata fragorosa e quasi imbarazzante per la prima volta: e rimani un po’ interdetto perché ride davvero in un modo bizzarro, ma in fondo ne sorridi anche.
C’è poi l’asfalto notturno, ancora caldo dopo una giornata assolata, che mi ricorda quelle amiche che, quando ti vedono, prima ancora di chiederti o di sapere alcunché, ti abbracciano forte e hanno capito tutto. Chissà come fanno, ma è così.
C’è l’erba, che pizzica e accarezza, che si infila solleticando tra le dita dei piedi in modo impertinente, e che è come quegli amici che riescono sempre a farti ridere, qualunque cosa sia successa, e che ogni volta pensi che scemo ma di scoppiare in una risata proprio non puoi fare a meno.
C’è il pavimento di piastrelle, impostato e preciso, nordico, ma affidabile e sempre puntuale: l’amico che ti aiuta a ripassare prima di un esame anche se sei giù di tono, che risponde sempre al telefono, che ti accompagna a comprare un vestito per un matrimonio.
C’è il pavimento di legno, che ama, abbraccia, e bacia dolcemente, e ti puoi addormentare nelle sue braccia e sei sicuro che farai solo sogni belli.

Insomma, anche quando cammini a piedi scalzi, come quando hai degli amici veri, non sei mai solo.

domenica 5 giugno 2011

Alluci

Qualcun'altro, prima e meglio di me, ha saputo enumerare quelli che per lui erano i piccoli ma intensi, veri, piaceri della vita, dedicando a ciascuno un paragrafetto di descrizione.

Io, di tanto in tanto, mi trovo ad accorgermi che ne sto vivendo uno, di quei momenti insignificanti ma perfetti in cui, grazie ad una briciolina di nulla, dimentichi tutto ciò che c'è di pesante e pensante nella tua esistenza e ti godi la perfetta felicità.



Stanotte, ad esempio, avevo prurito alla pianta del piede sinistro e me lo sono riuscito a grattare con l'unghia dell'alluce del piede destro: lo sforzo psico-motorio era notevole, ma ne è derivata una sensazione di totale goduria. Vi assicuro che ci ho anche provato, a grattarmelo con le unghie delle mani, ma non c'è proprio alcun tipo di paragone.

martedì 15 febbraio 2011

"Specchio riflesso...

...ti butto giù dal cesso"...
l'avete mai detto, facendovi scudo con le mani, quando un compagno di classe, alle Elementari, vi mandava una qualche iattura o contaminazione?
Io sì.
E, comunque, questa spiritosata delle 12.29 serviva giusto per introdurre l'argomento del giorno, ovvero gli specchi. Tinni è sempre più convinta che gli specchi abbiano una loro intima personalità. Ci sono quelli amichevoli, quelli burberi ma in fondo dal cuore d'oro, quelli snob e quelli veramente ed inappellabilmente stronzi.
Gli specchi amichevoli sono quelli che vengono installati in molti (ma NON in tutti!) camerini di negozi: un esempio che mi viene subito alla mente è quello del Pimkie del Centro commerciale Gran Reno (sul quale peraltro ho già avuto occasione di ammorbarvi), grazie alle moine del quale ho dilapidato in quella cassa una notevole parte del mio esiguo patrimonio. Non c'è molto da dire sugli specchi amichevoli: ti vedi bella, e basta. Le gambe sono lunghe, il colorito della pelle uniforme e leggermente abbronzato, il vestito ti calza a pennello. Come tutte le persone troppo amichevoli, però, degli specchi simpaticoni bisogna sempre un po' dubitare. Probabilmente, è vero, riflettono un'immagine idealizzata di te che in fondo rappresenta la parte migliore della tua anima, ma la loro lusinga finisce per scontrarsi poi con la dura realtà della vita, dove non tutti quelli che incontri sono tanto amichevoli e non tutti gli specchi sono gentili e sorridenti come loro.
Poi ci sono gli specchi snob, ovvero quelli che riflettono bellissime le persone che sono già belle, mentre imbruttiscono ed umiliano chi arriva appena alla sufficienza. Un esempio in particolare mi urta anche al solo pensiero: lo specchio del bagno della mia adorata amica L., bellissima, che tutte le sante volte che mi vado a truccare da lei prima di uscire, riesce sempre a farmi riemergere dal bagno con un senso di impotente inferiorità e di scarsissima voglia di mettermi in mostra. Non solo, appena mi rivolgo speranzosa a lui, mi sbatte e mi straccia, ma, dall'altro alto, innalza anche la mia amica alle vette del trucco impeccabile e della cera più splendente. Uffa. Lo odio.
Gli specchi stronzi alterano visibilmente le proporzioni della tua figura, accentuando appositamente i difetti e le imprecisioni. Se hai le gambe storte, appariranno a X, se le hai corte, appariranno nane, se hai poco seno, il tuo petto apparira addirittura rientrante, se ne hai molto sembrerai un centrale del latte. Fortunatamente per la mia economia domestica, l'H&M di via Indipendenza è provvisto di specchi stronzi, altrimenti mi sarei già portata via tutti i jeans che vendono a meno di 30 euro.
La categoria che personalmente preferisco è quella degli specchi burberi ma buoni. Sono gli specchi un po' scuri, quelli che fanno i contorni non molto definiti, che restituiscono un'immagine non precisa. Certo, ci perdi in nitidezza, ma ci guadagni enormemente in buon umore. Quegli specchi lì, infatti, proprio in virtù di questa loro scontrosa opacità, riflettono solo la parte più "aurea" di te, e ti donano un'immediata sensazione di benessere. Fanno parte a pieno titolo della categoria: le portiere delle auto, i finestrini dei treni e, nello specifico, il vetro che si trova al piano terra dello stabile di v. Zamboni 32 a Bologna, dalla parte dell'aula B delle lauree.
Avete altre classificazioni da proporre? Conoscete qualche esemplare a voi familiare che rientra in una di queste?
Alla prossima puntata una riflessione ontologico-estetica sulla percezione di noi stessi e sulla relatività delle immagini.

giovedì 6 gennaio 2011

Colon

Ieri sera ho ricominciato ad andare a yoga, disciplina che mi trova alquanto impreparata sia da un punto di vista fisico che culturale. Da ammiratrice neofita qual sono, ad ogni modo, ne apprezzo ogni volta dei lati e dei particolari diversi, ed è proprio per questo che, seppur con intermittenza, continuo a partecipare.
Ieri sera, appunto, mi sono soffermata a riflettere su quanto sia solo apparentemente facile, e invece dannatamente difficile governare il proprio corpo e guidarlo in ciò che abbiamo intenzione di realizzare, foss'anche il mantenimento di un tallone a terra, il respiro regolare durante un esercizio o la gamba tesa. Tale riflessione, poi, ne ha suscitata un'altra, a proposito invece di tutto ciò che avviene nel nostro corpo senza che noi lo governiamo (di solito le cose migliori che il corpo fa, peraltro). Ogni qual volta che mi capita di concentrare la mia attenzione sul meraviglioso meccanismo che ci tiene vivi resto stupefatta in modo infantile. E' in quei momenti (oltre ai momenti in cui osservo con sconforto il mio conto in banca) che rimpiango un poco di non aver fatto Medicina. E, sempre ieri sera, ad un certo punto, durante la lezione, è stato nominato il colon. Il Colon - mi sono detta - e io manco so esattamente che combina, cosa fa ogni giorno e quale sia la sua funzione nell'organismo. Povero Colon!
Tornata a casa, pertanto, ho digitato su internet il nome di questo bistrattato organo e, dopo aver constatato con perplessità che i primi siti che compaiono sulla lista di google sono siti a proposito di tumori al colon e malattie dello stesso, mi sono imbattuta nelle informazioni che cercavo.
Ebbene, il Colon non è bistrattato solo da me, ma - sembra - anche da una discreta fetta di addetti ai lavori.
"Il colon ha funzioni di semplice transito di materiale fecale e di riassorbimento di acqua ed elettroliti".
Questa è la frase lapidaria con cui inizia un paragrafetto da me reperito sulle funzioni del Colon.
Bhe, E VI PARE POCO?!
Insomma, per farla breve, il mio cuore tinnico (cit.) si è subito preso a cuore la causa del povero Colon, organo prezioso ma sempre in secondo piano. Il Colon, innanzitutto, viene spesso usurpato del suo vero nome a vantaggio del - a mio parere brutale e volgarotto - appellativo intestino crasso. Nel nostro immaginario, poi, il VERO intestino è quello tenue, quello lungo lungo, tutto attorcigliato, quello che trae tutto il nutrimento, che fa tutte le operazioni difficili e chimiche con le sostanze ecc ecc. Ma a lui, chi ci pensa veramente? Lui, che riesce ad assorbire quasi SETTE litri di liquidi al giorno (e quando non li assorbe sapete tutti qual è l'effetto, vero??), che guida la nostra cacca nell'ultimo, delicato, percorso verso la sua destinazione finale, che si contrae facilitandoci molti sforzi... la trovo una pesante ingiustizia medico-culturale, che, a parer mio, ha molto a che vedere con l'altrettanto vergognosa censura relativa a tutto ciò che concerne la defecazione e gli organi ad essa deputati, di cui ho parlato in un precedente sfogo di alto valore simbolico.
E non è finita qui! Il Colon è un personaggio non solo praticamente ed efficientemente utile, ma è anche un tipetto fine e poetico, se hanno affidato il suo nome anche ad "una parte del periodo o della versificazione dotata di struttura sintattica o metrica autonoma" (cit. Wikipedia) E "intestino tenue", hanno forse chiamato una qualche, anche misera, parte del discorso? Tiè.
Lui è di certo colto, fantasioso, musicale, nonostante il lavoro da operaio di catena di montaggio a cui è duramente sottoposto ogni giorno (e non c'è festivo che tenga!). Insomma, io me lo immagino un po' come un signore con la testa tra le nuvole che, nel tempo libero, si diverte a registrare con un piccolo apparecchio portatile tutti i più buffi o fastidiosi rumori della città (un po' come il personaggio di questo bellissimo film)....la gente per questo lo giudica un po' matto, uno da cui girare alla larga, forse anche per via del suo vestire, tra il dimesso e il mendicante, ma, in verità, lui, a casa, con tutte quelle registrazioni, compone delle melodie curiose ma celestiali, che conserva in metodici contenitori di cd, e riascolta, a seconda dell'umore, ritrovandoli per mezzo di apposite, precise etichette.
Un operaio della musica, un macchinista della poesia.