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martedì 23 novembre 2010

Blasfemità consumistiche

Quando mi immagino l'inferno, lo immagino come il Carrefour del centro commerciale Shopville Gran Reno di Casalecchio, il sabato pomeriggio del mese di Novembre, o, ancor peggio, Dicembre: un immenso ipermercato sovraffollato al massimo dalla sua capienza, in cui ognuna delle anime dannate è costretta a spingere un enorme carrello pesantissimo anche se vuoto, a districarsi tra mille carrellanti come lui, bambini piangenti, promoter di lasagne al forno surgelate vomitevoli (non provatele mai), pozze scivolosissime di liquidi non identificati tra una corsia e l'altra, il freddo del settore frigo e il caldo afoso del reparto maglieria e con una lista della spesa da rispettare rigorosamente in cui compaiono solo articoli di osticissima reperibilità, quali:
carta da forno
latte a lunga conservazione
zucchero (avete notato che in ogni supermercato lo zucchero è sempre in posti diversissimi?)
frutta secca
mais per pop corn
e, infine, il temibilissimo lievito di birra.

Roba da risvegliarsi dall'incubo con i sudori freddi.
Nel prossimo post, per ora ancora in stato di elaborazione, la mia immagine virtuale e consumistica del paradiso.

7 commenti:

  1. Posso lanciare un sondaggio sulle diverse rappresentazionin dell'inferno che il nostro mondo di offre?
    ad esempio: i posti più simili all'inferno che io abbia mai visto sono le discoteche della riviera, durante la prima o l'ultima serata della stagione: si deve lasciare l'anima all'ingresso e resistere, in condizioni che violano i diritti dell'uomo e del cittadino, in un'unico, globale e fagocitante gioco di corpi sudati ed eccitati, in cui l'obiettivo è regredire allo stadio animale. Vince un amplesso chi meglio regredisce.

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  2. non riesco a immaginare inferno peggiore per l'essere umano, fisicamente costruito per stare in piedi, muoversi, camminare, correre, saltare e nuotare che lo star seduto in auto ,magari proprio, come racconta bene tinni per ammassarsi in un centro commerciale a comprare quello che una volta vendeva il negozio sotto casa (e magari lo vende ancora).

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  3. ah, dimenticavo: ma il lievito di birra non ce l'hanno mica in farmacia?

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  4. Il negozio sotto casa probabilmente vende ancora gran parte dei beni commestibili necessari al mio sostentamento, ma purtroppo la mia situazione economica non proprio brillante mi fa orientare, visti i prezzi decisamente inferiori, sull'alternativa supermercato. Però, va detto, esistono supermercati e supermercati: io sono finita in quell'inferno per mia ingenuità, ma di solito grazie al cielo vado in una Coop vicina, A PIEDI, dove le corsie sono 6 in tutto, c'è spazio anche per far correre il carrello con te appeso, se ti va (da piccola la adoravo!!) e il lievito di birra ormai mi aspetta sempre al solito posto.

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  5. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  6. mia cara, credo che la sfida del lievito di birra possa essere superata solo da quella del bicarbonato (un elemento fondante della cucina di mia nonna, è evidente...).
    Io per principio, se capito in un supermercato ostile, mi rifiuto di cercarlo.
    Lo zucchero è infido, e mi domando perché non possa mai trovarsi semplicemente vicino alla farina.
    o no?

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  7. mi hai totaalmente dalla tua parte: io metterei tutte le cose in polvere e bianche vicino: farina, zucchero, sale...sarebbe così ostico??!

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