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interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.
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martedì 11 novembre 2025

Descrivete Cechov in cinque righe. Di nuovo.

 Rileggo la mia risposta su Cechov di sei settimane fa. La trovo saccente. Avevo letto tre racconti e pensavo di aver capito tutto. 

Ora ne ho letti 35 e non lo so più.

So però che da un mobile della casa di Cecilia occhieggiano sempre dei fiori. Che Simone, di mestiere, probabilmente fa l’oculista. So i nomi di alcuni membri della famiglia di Tommaso. Che il figlio di Marcella è un giovane attore e che il nonno di Anna è stato un migrante. So distinguere tra le parole di Stefano il famigliare accento di una città che amo; so che Dario – così come Paolo – ha i muri coperti di libri; che a casa di Veronica internet non sempre funziona bene, e che invece a casa di Elisabetta potano gli alberi alle nove di sera. 

Dopo sei settimane so qualcosa di ciascuno di voi, ma non so se sono capace di scrivere qualcosa su Cechov; o forse, in fondo, l’ho appena fatto.


lunedì 20 ottobre 2025

L'autorità


Entro in aula e distribuisco fotocopie. Oppure accendo la LIM ed avvio un filmato. Chiamo un ragazzo alla lavagna e gli affido gessi colorati. Mi insinuo con qualche pretesto a sentire la lezione di un collega.
Ogni scusa è buona per lasciare la cattedra e sedermi laggiù, in mezzo a loro: quaderno, penna e una gamba ripiegata sulla sedia. Meglio se in ultima fila, per non dare le spalle a nessuno. 
A volte, però, la magia è interrotta dal bussare di un bidello. Il mio debole avanti nemmeno si sente, là fuori, ma dopo pochi istanti la porta si apre comunque imperiosa. 
Lo sguardo esterno corre subito alla cattedra, ed esita trovandola vuota. Gli occhi si fanno sospettosi, spaventati, incerti. Che sta succedendo?
Ecco: l’autorità, per me, è quella cattedra sgombra e lo sguardo del bidello che la avvolge senza sapersi posare altrove; involucro impenetrabile ma cavo.

Eppure, dalla mia postazione infima e speciale, prima che qualcuno arrivi a spezzare l’incanto, distinguo qualcosa che alla cattedra, di solito, è precluso: lungo la via della scuola sono tornati a fiorire i topinambur, come ogni ottobre, imperterriti e incuranti del cemento che li sovrasta. Un ragno ricomincia paziente la stessa tela che, oggi pomeriggio, il bidello di turno puntualmente arrotolerà intorno alla sua scopa. Non è un po’ come assistere al ritorno implacabile del candelabro di Un’opera d’arte nello studio medico in cui tempo prima era stato deposto? Non vi sembra che, a volte, anche gli oggetti, gli insetti, gli steli d’erba esercitino la loro parte di silenziosa ma incrollabile autorità? 
Non lo so, se Cechov sarebbe d’accordo con me, ma sempre più spesso questa mi appare come l’unica forma di potere in cui volentieri mi accoccolerei.



martedì 14 ottobre 2025

A cosa serve un racconto – in 5 righe

Emma ha tredici anni e (quasi) sempre la mano alzata. Si è affacciata da qualche settimana all’oblò del suo primo anno di liceo e ci sono (quasi sempre) delle cose che non sa, non capisce o di cui vuole conferma. Paradigmi, scadenze, numeri di pagina. Emma ha letto diligentemente il racconto di Cechov Uno scherzetto – così lo traduce il suo libro di narrativa – e alla fine, manco a dirlo, alza la sua mano paffuta. “Ma quindi, prof, lui la stava prendendo in giro?”. La campanella si mangia il tempo della risposta, ma alla sua prof non sfugge che, mentre tutti i compagni se ne vanno incuranti, Emma resta ferma un attimo coi suoi pensieri e poi, all’improvviso, si gira verso l’amica esclamando: “Che gran bastardo!”. 


E se i racconti servissero a questo? Ad infilare nell’astuccio di Emma – e un po’ in quello di tutti noi – oltre ai punti interrogativi e alle matite d’ordinanza, anche una manciata di punti fermi, esclamativi e penne a sfera?



lunedì 13 ottobre 2025

Descrivete Cechov in 5 righe

 Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura…

Sì, lo so, questo non è Cechov, ma chiedo in prestito a Dante i suoi primi due versi perché mi pare che l’eco di quel nostra e di quel mi si propaghi, oltre ogni legge fisica del tempo e dello spazio, fino alla Russia del 1898. Mi pare che i personaggi di Čechov ci dicano di essersi persi in una vita che non è solo la loro, ma anche e soprattutto la nostra: di noi che moriamo sotto i colpi di uno strisciante autoconvincimento, che ci aggrovigliamo in un amore illogico, ci culliamo nella fallacia di una speranza, o, alle volte, come gli abeti in fila nel bosco a Natale, semplicemente aspettiamo di scoprire chi sarà il prossimo a cadere. E mi pare dunque che le vite di uomini e alberi siano su quelle pagine per mostrarci tutto ciò che – nelle nostre, di vite – non funziona, non quadra, non si incastra. 

Senza alcuna prospettiva di aggiustarlo. 

Proprio al contrario di come fa Dante – con il quale alla fine saliamo di sopra a vedere Dio – , ma non per questo in modo meno potentemente universale.



domenica 1 giugno 2025

Un nuovo genere letterario:

... le lettere di fine "ciclo" agli studenti.


Una parabola, nel Vangelo, racconta una storiella che suona più o meno così:
una volta un seminatore – non particolarmente solerte, a quanto pare – mentre se ne stava lì pacioso e tranquillo a lanciare semi in terra, fece cadere per sbaglio una parte del suo sacchettino in vari posti in cui il seme non sarebbe dovuto cadere: e il Vangelo spiega che “una parte del seme cadde lungo la strada, e gli uccellini se la mangiarono; un’altra sopra ad un suolo roccioso, dove spuntò subito, sì, ma non poté mettere radici profonde, e inaridì; e un’altra parte ancora tra le spine, che crebbero e la soffocarono”. Solo una scarsa metà, quindi, di ciò che lui all’inizio custodiva tra le mani, poté infine cadere nella buona terra - quella arata, accogliente, matura – e da lì, finalmente, riuscì a portare frutto, a crescere rigogliosa, e a restituire al povero seminatore distratto un buon sessanta per cento di prodotto in più.    
Gesù – che sta raccontando questa storia ad una folla di gente che lo ascolta e chissà se lo capisce per davvero – conclude poi con una frase, che nei secoli è diventata un po’ stantia, e che fa: “chi ha orecchie per intendere, intenda”.

Io, per esempio, mica lo avevo inteso. 
A me, di parabole, piacciono quella dei talenti – perché amo i premi, e vincerli, se possibile – oppure quella del figliol prodigo, che torna a chiedere scusa dopo aver combinato un bel po’ di cazzate e mi ha sempre fatto sentire un po’ più in pace con la parte di me che un certo tipo di premi l’ha visto poco.
Quella dei semi, no: non la capivo.
Perché questo seminatore rimbambito fa cadere tutto quel ben di dio nei posti più assurdi? Non se ne accorge? C’è un buco in fondo al sacchetto? – mi chiedevo distratta, e troppo intenta a contare successi o tragicommedie della mia imperterrita vita. 
Ebbene, cosa è successo poi? È successo che l’anno scolastico che sta terminando – e che a volte mi sembra sia stato molto peggiore dei precedenti, mentre altre volte, più semplicemente, no – mi ha insegnato ad intendere almeno un pezzo della parabola del seminatore.

Sono stata un seminatore incauto – infatti – o non mi sono accorta che il sacchetto di classi che avevo ricevuto in dotazione era un po’ più rosicchiato dai topi e dall’usura rispetto ai precedenti? Durante tutti questi mesi di lezione, io seminavo ma in realtà credevo soltanto di farlo, perché tanta parte di quei minuscoli agglomerati di sillabe e righe rosse finiva a languire in posti strampalati e inaccessibili, da cui – forse, chissà, magari – un giorno, dopo un’inattesa innaffiata, produrrà un improbabile germoglio (che io non vedrò mai).
Seminavo, arrancavo, perdevo pezzi e mi affannavo a cercare quel maledetto buco nel sacco, senza notare, però, una cosa pazzesca.


Che una manciata di semi – esattamente ventitré – , prima piccoli ed intimiditi, poi sempre più arditi sui loro steli fragili, venivano alla luce alle mie spalle, in un piccolo angolo di prato incustodito.
Da dove saltavano fuori, quei ventitré germogli curiosi e sorridenti lì dietro? Quando accidenti li avevo interrati?
Perché, se è vero che l’anno scolastico 2024/25 mi ha insegnato a decodificare la parabola evangelica, ne ha raccontato anche un finale diverso, come se le storie di semina potessero essere ancora più pazze di come le aveva immaginate Gesù.
Perché io, quei ventitré semi, non li avevo nemmeno piantati. 
Li avevo lasciati in magazzino per dedicarmi prima al sacchetto bucato – c’erano dentro semi più grandi? O forse più piccoli? – e mi ero riproposta di tornarci dopo, ad occuparmene. Tanto sono in gamba. Tanto sono solo semi. 
E, invece, con la magia imprevedibile e la storta caparbietà che solo dei piccoli semi di quindici anni sanno dimostrare, quei ventitré puntolini erano diventati un prato. 
Un prato morbido e compatto che ora, quasi subito dopo averlo accarezzato tutto insieme per la prima volta, devo lasciare in eredità al nuovo fattore, che forse ci costruirà sopra un’altalena o forse una panchina.
Quei ventitré semi – le cui lezioni ho sempre preparato per ultime, negli scampoli del tempo rimasto, prima di addormentarmi sui libri o puntando la sveglia alle 5.55, che non ho mai accompagnato fuori dalle mura di questo capanno degli attrezzi che è il liceo Fanti, che non coordinavo, che davo per scontati, e che sono cresciuti così zitti e compiti da non farmi nemmeno voltare – sono stati il vero raccolto di quest’anno insolito: il vero miracolo, la vera parabola. 
E se prima erano soltanto dei ciuffi di verde separati da qualche invalicabile zolla di terra – i semi maschi di qua, coi cellulari in mano, i semi femmina di là, a sistemarsi i capelli allo specchio della finestra – in questo ultimo mese di scuola e di coltura sono diventati proprio un bel mantello erboso uniforme. 
Lo erano mentre ascoltavano allegri e rapiti i racconti epici sul padre esotico di un loro compagno, quando costruivano appassionate ed improbabili catapulte; lo erano mentre facevano il tifo per Lugli o per Carrara nella sfida più spassosa e all’ultimo sangue di tutto il biennio; in kayak, sui banchi, dietro alle telecamere di un filmato e anche chini coi volti sulle ultime verifiche sudate, tutti a fare il tifo per tutti.

Siete proprio un bel prato, cara seconda C, ed è stato un onore per me vedervi nascere, e crescere, e formarvi e fiorire senza quasi muovere un muscolo, dimenticandovi all’angolo della via e pensando che, alla fine, in qualche modo mi avreste comunque accolta, al mio ingresso in aula, col vostro sorriso riservato e un po’ perplesso. 
Buona fioritura lungo i prati del triennio e della vita.




domenica 14 aprile 2019

Riparare ed essere riparati

Poi, però.

Poi però passa del tempo, come tra il primo ed il secondo post di questa coppia narrativa, e anche le finestre di Tinni - nonostante i doppi vetri - cominciano a tremare quando un vento freddo scuote le case del paese e porta il gelo improvviso a metà di aprile.
Poi però, nonostante gli interstizi tra le varie riparazioni - i secondi tra un'infilata e l'altra dell'ago, i centimetri tra un passo e l'altro lungo il vialetto delle casupole da sistemare - siano pochi e brevi, capita che anche lì, facendosi spazio a spallate e strattoni, entri ogni tanto un po' di dolore.
Poi però, a forza di dire agli altri che sì, vanno bene così come sono, Tinni perde la voce per dirlo a se stessa, e si ritrova la casa e l'anima un po' vuote, alla fine delle sue rumorose giornate, dalle otto all'una.

Tinni arriva in casa, chiude la porta dietro di sé, si accoccola in un angolo del pavimento, sgranocchia una galletta di riso scondita e decide di rimanere lì, ferma, ad ascoltare il rombo del vento sui vetri, sempre più fragili, pensando: "non ho voglia più".

Che fare?

La mattina seguente la sveglia del cantiere suona puntuale alla stessa ora, e Tinni ha appuntamento in una casa per spiegare Manzoni e riannodare qualche filo penzoloni, su di un lembo di stoffa che la volta scorsa le era apparso slabbrato.
Entra col volto stanco, predispone gli operai in cerchio intorno a sé, apre lo zainetto - nuova carriola - ed all'improvviso si accorge che il giorno prima ha dimenticato di riempirlo. Niente libro di Manzoni, niente cassettina con ago e filo, niente scotch, niente colla stick.
Il peso del groviglio dei suoi pensieri si era confuso con quello degli strumenti di ogni giorno.

Che fare?

Prof, le presto il mio, se vuole. La voce di qualcuno che di solito non si sente mai spunta dal fondo dei ranghi operai. Va bene, facciamo così: io leggo e voi ascoltate.
Non ha più nulla di pronto, lei che di solito programma preliminarmente ogni cucitura e tutte le righe, e allora pur di sopravvivere lungo le due ore insopprimibili si affida a quello strumento di cui normalmente tanto diffida, tirando a fare le dieci.
Siete pronti? Io comincio.
Le parole altrui scorrono grigie sulle note della sua voce, tanto che in poco tempo Tinni smette di farci attenzione. Il groviglio doloroso vede da lontano, dalla sua postazione di agguato dentro lo zainetto, che la mente è libera, che il bersaglio è facile, che è il momento di attaccare almeno i margini del cervello, e si mette in cammino, strisciando muto lungo le pareti della casa.

Poi però.

Quando ormai è arrivato sull'orlo dell'anima, che le sembra sgombro e fragile al punto giusto, all'improvviso un involucro duro di vetro si erge invisibile a separarlo dalla méta. Da dove viene? chi ha costruito questo muro inflessibile ed immateriale?

E' il silenzio della classe.
Succede infatti che Tinni, a forza di leggere parole monche condotta ormai dalla corrente di una pagina autonoma, ha finito per cullarsi non tanto dentro a quei termini che da tempo hanno smesso di dirle qualcosa, quanto piuttosto dentro alle pieghe confortanti e rispettose di un silenzio che, rispetto ai giorni normali, oggi si è fatto perfetto.
La classe, che ha respirato fin dal suo ingresso - senza capirlo - il peso del groviglio che le ancorava lo zainetto a terra, ha tacitamente deciso di cucirle intorno un cuscino più morbido del solito: ciascuno ha messo da parte i propri strappi, le cose rotte sono state infilate alla bell'e meglio sotto i banchi, e gli operai, semplicemente, hanno scelto la quiete.
Tinni si risveglia da questo torpore e sono già le 9.55: il groviglio non ha fatto capolino nemmeno una volta, le pagine del libro si sono ammonticchiate diligentemente una sull'altra, le occhiaie ammorbidite, la fame è ritornata.
Vuole una patatina rustica, prof?

Ebbene, allora: insegnare non è costruire, no, ma non è nemmeno, univocamente, riparare. 
Insegnare è riparare ed essere riparati: un po' per ciascuno, secondo i bisogni, e le capacità e i pacchetti di dolore di ognuno di noi.

E adesso che ha imparato a starci attenta, Tinni si accorge che quasi ogni giorno i suoi bottoni e i suoi orli e le fessure del suo pavimento sono minuziosamente ed impercettibilmente accomodati.
Le risate convulse delle alunne tra loro prima di una prova temuta le incurvano le labbra in un involontario sorriso, sussurrandole pacatamente che è questo l'unico modo per andare incontro ad una paura.
La testa che si china annuendo di fronte ad un risultato insufficiente ma meritato, e poi subito dopo si rialza dignitosa e composta, riproponendosi di far meglio, cura più che ogni dose massiccia di antidepressivo.
Le domande, da quella profonda e stupefacente sul confronto degli eroi manzoniani e foscoliani, fino al posso andare in bagno ché poi all'intervallo c'è la fila, la mettono in condizione di cercare dentro di sé risposte chiare, di spazzare via la polvere dagli angoli e di aprire la porta ad una luce nitida.
Il genitore che resta in fila due ore, in piedi, per sedersi anche solo qualche istante di fronte a lei e stringerle la mano per dirle grazie; i passi dall'ultimo banco alla cattedra, esitanti, durante l'intervallo, per venire a raccontarle qualche banalità avvenuta nel pomeriggio precedente; il rispetto di uno shhh sibilato alla classe quando i miei occhi invocano la pace. Tutto questo cura, cuce, riempie, allevia, ripara.
E' il mestiere più bello del mondo, ve lo avevo detto mai?


giovedì 3 maggio 2018

Un corpo solo (l'istante-colla: spiegazione)

Forse chi non lavora dentro una classe non lo sa, cosa sono gli istanti-colla, e non immagina quanto appiccichino; presume forse che i momenti più belli siano quando a fine anno suona l'ultima campana (istante invece amarissimo, che preferisco rimuovere ogni anno, per via della sua sabbiolina fastidiosa fatta di saluti troppo veloci, impastati, posticci, e di vuoto pneumatico che avanza), o quando gli alunni ti regalano una pianta per il tuo compleanno (trionfo sempre effimero, ché dietro l'angolo aspetta implacabile la verifica che coprirà quella stessa classe di insufficiente e pianti); credono forse nella vittoria sadica di una bocciatura meritata, o nel godimento egoistico di un alunno che vince un certamen.

No, gli istanti-colla non sono nulla di tutto questo.

Il mio istante-colla preferito è quando qualcuno bussa alla porta della classe, durante una lezione.

Ma come? - si stupirà qualcuno. Proprio tu che detesti essere interrotta? Proprio voi professori che vi arrabbiate coi bidelli perché entrano troppo spesso per comunicare comunicazioni già comunicate?
Ebbene, ci sbagliavamo. Mi sbagliavo io quando negli ultimi mesi guardavo con cipiglio infastidito la porta aprirsi di scatto dopo un bussare strascinato. E sbagliano tutti quelli che maledicono operatori scolastici, presidi, colleghi, segretari, lavascale; quelli che brontolano ad ogni bussare; quelli che addirittura rispediscono il malcapitato dietro alla porta che si è appena aperta, rimandando la comunicazione ad un altro docente, a quello dell'ora dopo, come se quell'istante fosse una malattia contagiosa o l'ultima fetta di una torta troppo cotta.

In realtà, un po' di verità giace anche dietro a quei malumori.
A inizio anno, quando la classe e il suo insegnante sono ancora pianeti che si scrutano da lontano, ruotando ciascuno intorno al proprio sole, ogni bussare è davvero un modo per voltare la testa - ancora una volta, forse per l'ultima - verso un universo diverso, che promette felicità gratuite, scivolose e remote: un messaggio dell'amato, l'orario del suo ultimo accesso, la quinta frase da tradurre per l'ora successiva, la chiusura di una palpebra, una nocca da sfiorare.
Toc - si sente alla porta. E il filo di quella debole comunicazione in corso scivola via tra fruscii di diari, chiusure implacabili di copertine, zip di cartelle. Avanti! - si sospira guardando il gruppo sfaldarsi in impercettibili stiramenti, sbadigli malcelati, patine grigie che coprono gli sguardi. Buongiorno, una variazione di orario per domani. E le menti corrono alla verifica che salterà, al pomeriggio da riorganizzare, al voto con cui mentire al papà oppressivo. Ci ritroveremo mai più, nel nostro punticino di galassia in comune? Se l'intervallo è vicino, e la forza centrifuga che esso esercita troppo potente, può essere che la vera lezione si fermi lì, ai margini di qualcosa che resta irrealizzato, penzoloni.
Se invece l'ora era iniziata da poco, si può fingere che la campanella sia appena suonata, ripetere quasi inavvertitamente qualche piccolo rito di ingresso - un silenzio, un passo, una scritta muta alla lavagna - e riassemblare così i pezzi di quel sistema solare traballante. Sperando che funzioni, che nessuno sia rimasto indietro, che tutti tornino lì.

Cosa può dunque esserci di "colloso" in uno strappo tanto invasivo? - vi starete chiedendo se avrete avuto la pazienza di arrivare fin qui, e nessuno avrà bussato alla vostra porta in tutto questo tempo, chiedendovi di firmare l'ultima circolare.

Di colloso c'è qualcosa eccome, ma dipende tutto da voi, da loro, e soprattutto dal tempo (di qualità) che avete passato insieme, in quell'aula, nei molti mesi di anno scolastico che separano le prime bussate dalle ultime, quelle dei mesi di aprile e maggio.
L'istante-colla per eccellenza, infatti, accade solo a primavera inoltrata: le finestre devono già essere aperte, le prime api sono già entrate per i primi giri di ricognizione tra il panico dei banchi, le foglie fuori dall'aula sono tornate verdi.
Toc - si sente tra un punto e una lettera maiuscola di una novella di Boccaccio. Avanti! - pronunci, felice perché il suono è arrivato proprio a fine paragrafo. Non ti arrabbi più perché ti hanno interrotta: fuori c'è il sole, domani è il tuo giorno libero e andrai in giro in bicicletta, i voti necessari - tre scritti e due orali - sono quasi tutti lì, nelle caselline del registro elettronico, il programma scende sereno verso Ariosto e tu sei addirittura in anticipo di una novella; qualcosa dentro di te - ed è questa la cosa più importante ma di cui tu sei meno cosciente - ti sa ormai placidamente accomodata alla guida di quei pianetini che, a spintoni e a terremoti, si sono lentamente riassestati intorno ad un'orbita comune.
La porta si apre con una lentezza insolita.
Eccolo: è lui, è l'istante-colla.

Il mio istante-colla preferito è tutto in quel silenzio che segue il mio Avanti!.
E' il mio preferito e non succede assolutamente niente. O quasi.
In quel silenzio che segue il mio Avanti! i quarantotto occhi si sollevano quieti dalle righe del manuale. Come risponderà Tancredi alle parole della figlia? - si chiede qualcuno, non per forza il più secchione, e la domanda rimbalza contro le mura del fondo d'aula; qualche sopracciglio si alza, dignitoso e pacato, per lasciare entrare un refolo di curiosità; ogni sedia, impercettibilmente, si accosta a quella di fianco; si crea come un piccolissimo anfiteatro: nessuno lo vede, solo le api che continuano a sorvolare dall'alto; il corpo di quell'aula (perché è questo che siamo diventati, in tutti questi mesi: un corpo soltanto) si stringe nelle spalle: è pronto a tendere la mano al nuovo venuto, ma - come spesso accade quando ci presentano un volto sconosciuto - fa al contempo un passettino indietro, per regolare inconsciamente la distanza del braccio allugato con quella dei piedi.
In quei pochi secondi di silenzio, quelli che seguono il mio Avanti!, è accaduto tutto questo niente.
Poi la faccia di una collega fa capolino dalla porta. Vieni pure, entra! Muove due passi in direzione della cattedra, sbatte il naso contro a quel muro di silenzio docile ed attento, la sorpresa le fa girare il capo sulla destra, verso di loro. Impalpabilmente il suo sguardo tocca quei visi, quel corpo. Per la prima volta giochi a guardare la classe con gli occhi di lei, con gli occhi della collega appena entrata. Dura solo pochi istanti, ed è solo così che puoi vederlo, fiera: il corpo unico che sono diventati. 
Ed è di nuovo silenzio. Disturbo? Ho interrotto qualcosa di importante? Se la collega è di quelle in gamba, si accorge, un po' come le api, che in effetti qualcosa è successo: ma non ha interrotto nulla, lei, semmai ha creato. (grazie) Scuoti la testa, rassicuri. No, figurati! Sorridi a lei, a loro, alle api che prima odiavi. Ti chini sulla cattedra per prendere la penna e firmare il foglio che la collega ti porge, e così facendo ti accorgi, finalmente, che la tua mano non è più solo tua, è la mano di quel corpo.
Tu sei parte di quel corpo: non ti hanno lasciato fuori, ti hanno serbato il posto più importante.

Il resto, quando la porta si richiude dietro la collega e Tancredi risponde a Ghismunda che presto il suo amato morirà, è routine e come tale si polverizza al sole dell'ultima campanella. 
Ma quando esci di scuola, alle 13, sei così piena di colla dappertutto - e sulle mani, in particolare; quelle mani che ora non sono più solo tue - che tutto ciò che incontri di bello sulla strada di casa ti si appiccica addosso, e ti riempie la panda, e il cuore, e il domani. 


mercoledì 2 maggio 2018

Istanti-colla

Passo di tacchi in avvicinamento. Fogli di sbieco tra le braccia; Cosa fai tu qui? Brandelli di temi spiegazzati. Prof, posso andare un secondo in bagno? Un'ultima controllatina alla chiavetta: è lì, fedele, nella tasca davanti dello zainetto. Sì, ma fai veloce, che facciamo il ripassone per domani. Ed ecco la soglia: la porta è spalancata sulla familiare, ciarliera e scomposta umanità. Ha per caso corretto i temi? Uno sguardo alla lavagna: equazioni e, sotto, termini filosofici sbiaditi. No, ve li porto domani. Cancellate la lavagna, per piacere? Una si affretta, gli altri in piedi: chi ritto e impettito, chi controvoglia, chi a metà, chi non fa nemmeno in tempo. Si entra. Buongiorno, seduti. Chiusura di porta. Dove eravamo rimasti? Ah, sì, il ripassone per domani.

Quella porta, quella soglia di altrove, quel confine ritagliato oltre bollette e ristrutturazioni (per me), al di là di qualsiasi instagram story (per loro), fuori da famiglie, fratture, cure e spasimanti, quel varco di puro e semplice noi, si riaprirà un'altra volta soltanto, pochi istanti dopo, per inglobare l'alunna dalla pipì e dalla distrazione facile, e poi mai più, per gli interi e successivi cinquantacinque minuti. 
Si comincia, ragazzi: è l'ora di lezione.

Di lezioni ogni giorno ne si accavallano a bizzeffe: quelle cattedratiche e memorabili, quelle interattive e sorprendenti, quelle fallimentari e incazzose; le noiosissime e parziali interrogazioni, i tesi compiti in classe, i filmati con bisbiglio, le discussioni polemiche, le pedanti correzioni dei compiti a casa.
Quali preferiamo? Quali ci restano più impresse? Quali ricordiamo con sorriso più largo?

La verità più vera è forse che nessuna lezione, davvero, ci resta. Anche la spiegazione più infervorata, giunta l'ora di pranzo, tende a sbriciolarsi in tante spigolature sempre più sbiadite. La si racconta a qualcuno, e già ripercorrendola le parole faticano a centrare il punto, ad affondare nella realtà dei fatti, a riprodurre modulazioni divenute sempre più eteree, impalpabili, e ora già nulle.
No, non sono le lezioni intere ad essere ricordate: quei cinquantacinque minuti restano incatenati logicamente gli uni agli altri solo nelle pagine di appunti degli studenti diligenti: inodori, incolori, tratti di penna su fredda carta bianca.

A me quello che resta sono gli istanti-colla. Ho cominciato tra me e me a chiamarli così perché mi sembrava che fosse grazie a loro se le memorie umane di un anno scolastico si attaccavano alla mia pelle senza scivolare via. Una patina appiccicaticcia dipinta sulle mie mani, come ai tempi del vinavil e degli scout, che prima di seccare (in estate, di solito), permette alle facce alle frasi ai cuori e agli sguardi di appiccicarsi a chi li ha vissuti e non li fa evaporare più.



E tra tutti gli istanti-colla - attimi insignificanti, riti sempre uguali eppure quella volta più uguali degli altri, interstizi di grazia, briciole di comunità - io ne ho uno che preferisco su tutti. Forse ogni insegnante ha il suo: le teste chinate sui fogli di verifica, improvvisamente silenti e compite dopo mesi di caos, o quell'appello di filato con le voci che rispondevano praticamente tutte allo stesso ritmo, come un'orchestra di fiati; il silenzio prima di una risata condivisa e pure un po' illecita, o anche un arrivederci all'unisono all'uscita dalla classe... Chissà se gli altri insegnanti ci hanno mai pensato. Ma gli istanti-colla esistono a prescindere dall'acutezza e dall'intuito dei professori. Se ne stanno lì, trasudando adesivo, e si susseguono a ritmo variabile lungo tutto l'anno scolastico: silenti, viscosi, umili.

La prossima volta vi racconto il mio istante-colla del cuore. 



domenica 31 luglio 2016

Caro Ventilatore.

Ho chiesto scusa al mio ventilatore, l'altra sera - vi dicevo - e nel tentativo di percepirne lo schernirsi ho fatto un po' di silenzio intorno a me: una sorta di passo indietro rispetto al tempo ed allo spazio, un farsi piccola e oggetto per qualche istante, per vedere se lui avrebbe risposto, con altrettanta cortesia, ma no di niente figurati.

Ho aspettato, ho vissuto per qualche ora, ho aspettato ancora un poco, ho rifatto silenzio e in quel cantuccio di vita spiegazzata e umidiccia, a forza di tirarmi indietro, sono riuscita a individuare due note - basse e vibrate, distinte - che il mio ventilatore emetteva sempre a intervalli regolari, tutte le volte che arrivava a due terzi del suo percorso ondulatorio, da destra a sinistra. Ed in quel silenzio nuovo, riempito solo dai rantoli fedeli del mio nuovo amico, sono finalmente riuscita a prendere sonno, dopo tante notti che imprecavo per il caldo.



E così ci ho riprovato la mattina dopo.

Ho chiesto scusa alla mia panda, la mattina dopo, perché ancora non avevo portato l'autoradio a riparare, e avremmo fatto l'ennesimo viaggio senza musica, senza allegria, senza ritmo e con tanti pensieri. Le ho chiesto scusa a bassa voce e poi ho aperto di più il finestrino per ascoltare la risposta delle ruote sull'asfalto. Ho fatto quiete intorno a me, ho messo il cellulare silenzioso ed in quel silenzio nuovo, riempito solo dal rotolare costante delle gomme - qualche sasso qua, qualche buca là - ho sentito bussare al cruscotto la voglia di regalare qualcosa ad un'amica per il suo anniversario di matrimonio. Di regalarle una storia.

Un paio di svolte ed eccoci in tangenziale: non avevo ancora capito se le ruote della panda avevano intenzione di accettare le mie scuse e così ho evitato di accelerare eccessivamente, per non turbare quello spazio di silenzio, appunto, da cui speravo emergesse un chiarimento. Mi sono accodata ad un camion sulla prima corsia, invece di provarci gusto a far incazzare i suv sfanalanti sulla seconda. Ed è così che mi sono accorta in tempo del nuovo autovelox (nonché degli striminziti papaveri - incoscienti! - appena fioriti sul ciglio dell'uscita numero sei).

Cominciavo a prenderci gusto, in effetti.


Ho poi chiesto scusa alla mia pancia, poche ore fa, prima di uscire a cena, perché l'avevo riempita male e di fretta durante tutto il giorno, e lei si gonfiava e sbuffava. Le ho chiesto scusa e per farmi perdonare ho deciso di sacrificare venti minuti di ritardo alla festa in campagna per metterle due mani, una sull'altra, a coccolarla un pochino. Ho fatto silenzio, un piccolo spazio di silenzio compreso tra me, le due mani, e la mia pancia tesa e gonfia, e in quell'insperata tranquillità, aspettando che lei mi dicesse grazie, ho scritto ad un'amica che presto sarà mamma che le mandavo un pensiero.


Mi alleno, come vedi, cara collega Competenza: tra uno scusa e un silenzio di attesa, non si sa mai, potrei addirittura imparare ad ascoltare i miei alunni.