MOLTEPLICI INIZI.


A proposito di:

interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.
Visualizzazione post con etichetta Tempo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tempo. Mostra tutti i post

domenica 1 giugno 2025

Un nuovo genere letterario:

... le lettere di fine "ciclo" agli studenti.


Una parabola, nel Vangelo, racconta una storiella che suona più o meno così:
una volta un seminatore – non particolarmente solerte, a quanto pare – mentre se ne stava lì pacioso e tranquillo a lanciare semi in terra, fece cadere per sbaglio una parte del suo sacchettino in vari posti in cui il seme non sarebbe dovuto cadere: e il Vangelo spiega che “una parte del seme cadde lungo la strada, e gli uccellini se la mangiarono; un’altra sopra ad un suolo roccioso, dove spuntò subito, sì, ma non poté mettere radici profonde, e inaridì; e un’altra parte ancora tra le spine, che crebbero e la soffocarono”. Solo una scarsa metà, quindi, di ciò che lui all’inizio custodiva tra le mani, poté infine cadere nella buona terra - quella arata, accogliente, matura – e da lì, finalmente, riuscì a portare frutto, a crescere rigogliosa, e a restituire al povero seminatore distratto un buon sessanta per cento di prodotto in più.    
Gesù – che sta raccontando questa storia ad una folla di gente che lo ascolta e chissà se lo capisce per davvero – conclude poi con una frase, che nei secoli è diventata un po’ stantia, e che fa: “chi ha orecchie per intendere, intenda”.

Io, per esempio, mica lo avevo inteso. 
A me, di parabole, piacciono quella dei talenti – perché amo i premi, e vincerli, se possibile – oppure quella del figliol prodigo, che torna a chiedere scusa dopo aver combinato un bel po’ di cazzate e mi ha sempre fatto sentire un po’ più in pace con la parte di me che un certo tipo di premi l’ha visto poco.
Quella dei semi, no: non la capivo.
Perché questo seminatore rimbambito fa cadere tutto quel ben di dio nei posti più assurdi? Non se ne accorge? C’è un buco in fondo al sacchetto? – mi chiedevo distratta, e troppo intenta a contare successi o tragicommedie della mia imperterrita vita. 
Ebbene, cosa è successo poi? È successo che l’anno scolastico che sta terminando – e che a volte mi sembra sia stato molto peggiore dei precedenti, mentre altre volte, più semplicemente, no – mi ha insegnato ad intendere almeno un pezzo della parabola del seminatore.

Sono stata un seminatore incauto – infatti – o non mi sono accorta che il sacchetto di classi che avevo ricevuto in dotazione era un po’ più rosicchiato dai topi e dall’usura rispetto ai precedenti? Durante tutti questi mesi di lezione, io seminavo ma in realtà credevo soltanto di farlo, perché tanta parte di quei minuscoli agglomerati di sillabe e righe rosse finiva a languire in posti strampalati e inaccessibili, da cui – forse, chissà, magari – un giorno, dopo un’inattesa innaffiata, produrrà un improbabile germoglio (che io non vedrò mai).
Seminavo, arrancavo, perdevo pezzi e mi affannavo a cercare quel maledetto buco nel sacco, senza notare, però, una cosa pazzesca.


Che una manciata di semi – esattamente ventitré – , prima piccoli ed intimiditi, poi sempre più arditi sui loro steli fragili, venivano alla luce alle mie spalle, in un piccolo angolo di prato incustodito.
Da dove saltavano fuori, quei ventitré germogli curiosi e sorridenti lì dietro? Quando accidenti li avevo interrati?
Perché, se è vero che l’anno scolastico 2024/25 mi ha insegnato a decodificare la parabola evangelica, ne ha raccontato anche un finale diverso, come se le storie di semina potessero essere ancora più pazze di come le aveva immaginate Gesù.
Perché io, quei ventitré semi, non li avevo nemmeno piantati. 
Li avevo lasciati in magazzino per dedicarmi prima al sacchetto bucato – c’erano dentro semi più grandi? O forse più piccoli? – e mi ero riproposta di tornarci dopo, ad occuparmene. Tanto sono in gamba. Tanto sono solo semi. 
E, invece, con la magia imprevedibile e la storta caparbietà che solo dei piccoli semi di quindici anni sanno dimostrare, quei ventitré puntolini erano diventati un prato. 
Un prato morbido e compatto che ora, quasi subito dopo averlo accarezzato tutto insieme per la prima volta, devo lasciare in eredità al nuovo fattore, che forse ci costruirà sopra un’altalena o forse una panchina.
Quei ventitré semi – le cui lezioni ho sempre preparato per ultime, negli scampoli del tempo rimasto, prima di addormentarmi sui libri o puntando la sveglia alle 5.55, che non ho mai accompagnato fuori dalle mura di questo capanno degli attrezzi che è il liceo Fanti, che non coordinavo, che davo per scontati, e che sono cresciuti così zitti e compiti da non farmi nemmeno voltare – sono stati il vero raccolto di quest’anno insolito: il vero miracolo, la vera parabola. 
E se prima erano soltanto dei ciuffi di verde separati da qualche invalicabile zolla di terra – i semi maschi di qua, coi cellulari in mano, i semi femmina di là, a sistemarsi i capelli allo specchio della finestra – in questo ultimo mese di scuola e di coltura sono diventati proprio un bel mantello erboso uniforme. 
Lo erano mentre ascoltavano allegri e rapiti i racconti epici sul padre esotico di un loro compagno, quando costruivano appassionate ed improbabili catapulte; lo erano mentre facevano il tifo per Lugli o per Carrara nella sfida più spassosa e all’ultimo sangue di tutto il biennio; in kayak, sui banchi, dietro alle telecamere di un filmato e anche chini coi volti sulle ultime verifiche sudate, tutti a fare il tifo per tutti.

Siete proprio un bel prato, cara seconda C, ed è stato un onore per me vedervi nascere, e crescere, e formarvi e fiorire senza quasi muovere un muscolo, dimenticandovi all’angolo della via e pensando che, alla fine, in qualche modo mi avreste comunque accolta, al mio ingresso in aula, col vostro sorriso riservato e un po’ perplesso. 
Buona fioritura lungo i prati del triennio e della vita.




mercoledì 2 maggio 2018

Istanti-colla

Passo di tacchi in avvicinamento. Fogli di sbieco tra le braccia; Cosa fai tu qui? Brandelli di temi spiegazzati. Prof, posso andare un secondo in bagno? Un'ultima controllatina alla chiavetta: è lì, fedele, nella tasca davanti dello zainetto. Sì, ma fai veloce, che facciamo il ripassone per domani. Ed ecco la soglia: la porta è spalancata sulla familiare, ciarliera e scomposta umanità. Ha per caso corretto i temi? Uno sguardo alla lavagna: equazioni e, sotto, termini filosofici sbiaditi. No, ve li porto domani. Cancellate la lavagna, per piacere? Una si affretta, gli altri in piedi: chi ritto e impettito, chi controvoglia, chi a metà, chi non fa nemmeno in tempo. Si entra. Buongiorno, seduti. Chiusura di porta. Dove eravamo rimasti? Ah, sì, il ripassone per domani.

Quella porta, quella soglia di altrove, quel confine ritagliato oltre bollette e ristrutturazioni (per me), al di là di qualsiasi instagram story (per loro), fuori da famiglie, fratture, cure e spasimanti, quel varco di puro e semplice noi, si riaprirà un'altra volta soltanto, pochi istanti dopo, per inglobare l'alunna dalla pipì e dalla distrazione facile, e poi mai più, per gli interi e successivi cinquantacinque minuti. 
Si comincia, ragazzi: è l'ora di lezione.

Di lezioni ogni giorno ne si accavallano a bizzeffe: quelle cattedratiche e memorabili, quelle interattive e sorprendenti, quelle fallimentari e incazzose; le noiosissime e parziali interrogazioni, i tesi compiti in classe, i filmati con bisbiglio, le discussioni polemiche, le pedanti correzioni dei compiti a casa.
Quali preferiamo? Quali ci restano più impresse? Quali ricordiamo con sorriso più largo?

La verità più vera è forse che nessuna lezione, davvero, ci resta. Anche la spiegazione più infervorata, giunta l'ora di pranzo, tende a sbriciolarsi in tante spigolature sempre più sbiadite. La si racconta a qualcuno, e già ripercorrendola le parole faticano a centrare il punto, ad affondare nella realtà dei fatti, a riprodurre modulazioni divenute sempre più eteree, impalpabili, e ora già nulle.
No, non sono le lezioni intere ad essere ricordate: quei cinquantacinque minuti restano incatenati logicamente gli uni agli altri solo nelle pagine di appunti degli studenti diligenti: inodori, incolori, tratti di penna su fredda carta bianca.

A me quello che resta sono gli istanti-colla. Ho cominciato tra me e me a chiamarli così perché mi sembrava che fosse grazie a loro se le memorie umane di un anno scolastico si attaccavano alla mia pelle senza scivolare via. Una patina appiccicaticcia dipinta sulle mie mani, come ai tempi del vinavil e degli scout, che prima di seccare (in estate, di solito), permette alle facce alle frasi ai cuori e agli sguardi di appiccicarsi a chi li ha vissuti e non li fa evaporare più.



E tra tutti gli istanti-colla - attimi insignificanti, riti sempre uguali eppure quella volta più uguali degli altri, interstizi di grazia, briciole di comunità - io ne ho uno che preferisco su tutti. Forse ogni insegnante ha il suo: le teste chinate sui fogli di verifica, improvvisamente silenti e compite dopo mesi di caos, o quell'appello di filato con le voci che rispondevano praticamente tutte allo stesso ritmo, come un'orchestra di fiati; il silenzio prima di una risata condivisa e pure un po' illecita, o anche un arrivederci all'unisono all'uscita dalla classe... Chissà se gli altri insegnanti ci hanno mai pensato. Ma gli istanti-colla esistono a prescindere dall'acutezza e dall'intuito dei professori. Se ne stanno lì, trasudando adesivo, e si susseguono a ritmo variabile lungo tutto l'anno scolastico: silenti, viscosi, umili.

La prossima volta vi racconto il mio istante-colla del cuore. 



venerdì 17 giugno 2016

Stanghette color arcobaleno

Siamo gli uni per gli altri dei pellegrini che,per strade diverse, cercano con fatica di arrivarein tempo all'appuntamento fissato.


A. de Saint Exupery



Sbiadito. Confuso. Spezzato. Incerto.

Era tutto questo, ieri sera mentre guidavo sotto un'incredula luce serale - dopo che alla stessa ora, da settembre ad oggi, il tetto della mia panda aveva visto sempre e solo bui - , ma era anche, inconfondibilmente, un vero arcobaleno.

Quanto tempo occorre perché tutte le particelle di acqua arrivino, percorrendo la loro lenta strada, ciascuna dalla sua casa lontana - il Mediterraneo, il lago Scaffaiolo, la pozza delle nutrie a metà del corso del torrente Guerro, l'Oceano Indiano, il delta del fiume Po - e alla fine si incontrino nella danza coreografica e scintillante sul palcoscenico dei raggi solari?

Secondo me, ci impiegano da settembre a giugno. Voi dite quello che volete: a me piace pensarla così. 

Quando partono, svogliate e semi-incoscienti, hanno nel cuore paura e diffidenza; programmano compulsivamente i loro passi per dimenticare l'ansia del percorso tutto da fare; si concentrano sul contenuto dello zainetto da preparare impeccabilmente ogni mattina, e si chiedono - tra un astuccio da riempire ed il colore delle nuove copertine dei quaderni - chissà come saranno, i miei compagni di Arcobaleno. Ma in realtà non sanno neppure se si riuscirà, anche questa volta, anche quest'anno, anche al termine di questo percorso, a produrre almeno un po' di colori rifratti: si andrà abbastanza d'accordo? Arriveranno tutti puntuali? Si perderà qualcuno per la strada? 

L'anno scolastico appena concluso è stato per Tinni come l'impervio tragitto di una gocciolina di H2O attraverso montagne, temporali, evaporazioni e condense. Ed è finito con un dinoccolato eppur bellissimo arcobaleno.



Al suo fianco, mentre lei sorrideva alla macchina da presa del tempo atmosferico e degli astronauti nello spazio, venti goccioline della pozzanghera della quinta ragioneria dedicavano a lei e agli increduli colleghi del consiglio di classe dieci lettere personalizzate e strappalacrime, citando a memoria quei motti di D'Annunzio che lei aveva inserito in un powerpoint lungo quaranta facciate, che impallava sempre la LIM e col quale sperava di conquistarli - come Fiume! - in una nebbiosa prima ora di mercoledì novembrino.
Poco più sotto, nel settore dell'indaco, una particella di acqua che si era percorsa un totale di nove mesi scolastici senza aprire mai la bocca, le allungava sotto banco una busta con su scritto per la professoressa migliore che ho avuto. 
Qualche altro regalo passava di mano in mano, dalle postazioni più esterne - il rosso, l'arancione - verso la sua: piccoli oggetti comprati da piccole gocce pazienti solo per lei, che chiedevano, prima di svanire, un abbraccio di classe tutti compressi, per la prof che ci ha reso divertente pure quella palla dei Promessi Sposi. 

L'arcobaleno dura pochi minuti, come lo scambio dei regali la mattina di Natale. Il tempo di scartare, stupire, ringraziare, abbracciare. Ma quell'istante variopinto vale una sosta in tangenziale, vale un sorriso nonostante il mal di gola, vale nove mesi di strada accanto a particelle che, da sconosciute, sono diventate parte di un magnifico spettacolo corale.


domenica 12 giugno 2016

Popolo delle Stanghette

Ci sono a questo mondo persone - Dio le benedica! - abituate da tempo a pensare che il vero Nuovo Anno non cominci con la prima pagina del calendario in regalo con l'ultimo, innevato, pieno di metano, ma che il suo impervio inizio si collochi circa a metà di Settembre; che il vero Capodanno, lungi dall'essere così banalmente prevedibile, sia scelto ogni volta per imperscrutabile decreto dall'Ufficio Scolastico Regionale; e che le vere agende siano quelle Sedicimesi: tutto il resto, se non fosse per le impeccabili copertine rigide delle Moleskine, andrebbe bandito dalle Cartolerie-con-la-C-maiuscola: questa gente è dal primo giorno di scuola che fa i suoi conti, è dal primo lunedì di nuovo sui banchi che accumula i propri granelli di tempo e di impegno, è allora che ne approfitta per gli unduetrevia, che brinda ai buoni propositi, che si ubriaca con gli elenchi dei farò.

I loro anni non sono riconosciuti come tali ed integri dalla comunità civile: i potenti della terra li umiliano ogni volta costringendoli a diciture fratturate, come 1998/99, o ancora peggio - con ridondanza e malcelata impazienza - come 2014/2015.
Sono loro, il "popolo delle stanghette": ciò che amano, che coltivano, che strappano e ricuciono; i loro progressi, fallimenti, le loro rincorse e i bilanci consuntivi stanno intrappolati lì, tra quei numeri a cavallo di una barretta, anno fratturato dopo anno fratturato. Sicuri, nel profondo del loro inconscio a singhiozzi, che la vera conquista si annidi proprio laddove tutti pensano che ci sia una ferita, una lineetta impertinente, una bizzarra frattura incompresa.


Ebbene, avete capito a cosa mi riferisco: questo post (una premessa) e i prossimi - sempre se riuscirò a dar loro la luce - sono per loro.



Buona vacanza scolastica, Popolo delle Stanghette.

sabato 4 giugno 2016

Sono ancora capace?

Non ne ho la minima idea.

Però so che stasera ho la febbre - anche un po' altina, tra l'altro -  dopo forse interi anni che non mi veniva.

So che questo pomeriggio ho sentito delle parole aperte, dense di fiducia e di spensierata aderenza alla vita e che a pronunciarle è stata una persona di ventisei anni, mentre io, oggi, di anni ne ho trentadue (scriverlo fa quasi tanto male quanto dirlo, eppure è così).

So che vorrei tornare un poco, per qualche istante, alla Tinni di sei anni fa, con tutti i suoi guai e la sua fottuta voglia di correre sotto alla pioggia, con i vestiti rattoppati di lacrime e le dita veloci sulla tastiera.

E per tornarci, sono partita da qui. Quanto durerà questo viaggio all'indietro, in questa serata in cui sembra non voler mai venir meno la luce e il cellulare si intasa di notifiche di alunni di quinta esagitati per l'esame?

Forse fino a domattina.

Forse è già finito.

Forse, quando mi sarà passata per davvero questa febbre profonda che mi logora e mi paralizza le budella da un tempo altrettanto lungo rispetto a quello in cui sono stata apparentemente sana, mi alzerò dal letto umidiccio di conformismo e non avrò più né ventisei anni né trentadue (ahia), e il solo numero che avrò il diritto di pronunciare a testa alta sarà quello dei morsi di pane e marmellata con cui addenterò la mia colazione.

Che ogni istante di esistenza rappresenti per voi la colazione della vostra vita, cari amici, ché, come tutti sanno, è anche il pasto più importante della giornata, indipendentemente che andiate per i trenta o per i sessanta (morsi di panino, ovviamente).





mercoledì 23 luglio 2014

S-cuciture

"La nostalgia è una cosa che m’è sempre parso di capire bene. Bisogna goderne perché è il grande surrogato dell’avere ciò di cui si ha nostalgia, ma bisogna a volte anche guardarsi bene dal volerla soddisfare perché capita facilmente che uno si ritrovi infelice con l’aver quel che voleva e per giunta senza la nostalgia per non averlo." Tiziano Terzani - Un'idea di destino.


Ho paura di essermi persa la nostalgia per strada. Mi dicevano - sei in vacanza, indossa i primi pantaloncini dall'armadio e corri in tutta libertà: sei libera! Ma così facendo da una scucitura delle tasche didietro mi dev'essere scivolata la nostalgia giù, fuori, lungo un marciapiede assolato a metà. 
Dovrei fermare la comitiva e obbligare tutti a ritornare sui propri passi, per aiutarmi, per cercarla con più occhi, per ritrovarla infine, la pallina rimbalzante della nostalgia? O piuttosto salutare gli altri per un po' e volgere solo la mia, di schiena, all'indietro - lungo i mesi di scuola, le verifiche, i powerpoint, i lavori di gruppo, i viaggi a Roma, i pasti in mensa e le letture antologiche - per capire dove ho sbagliato e in quale punto di strada ho dato per scontato che le vacanze estive (le "lunghe, immeritate e anche non pagate vacanze estive degli insegnanti precari") avrebbero ricucito da sole ogni strappo di stoffa vitale usurato per il troppo poco ammorbidente?

Un ago. Mi serve un ago; urgentemente.




(ma va bene anche una buona ricetta per fare una pasta ai peperoni un po' innovativa). (buon pranzo a tutti).


lunedì 15 luglio 2013

Il giorno dei maglioni

E poi, nel bel mezzo dell'estate, succede che arriva il giorno dei maglioni.
Non c'è clima, vacanza, sole, divertimento o campeggio che tengano: ogni anno, puntuale come solo gli amici che si autoinvitano a casa tua sanno essere, arriva, prima o poi, alle pendici dell'agosto, il giorno dei maglioni.

Il giorno dei maglioni ama i temporali ma detesta le granite; ti si presenta alla porta senza offrire nulla in cambio: a mani vuote, ad occhi pieni. E non lo eviti nemmeno se fai finta di non essere in casa. Il giorno dei maglioni gira i tacchi, vela il suo sguardo di tenera tristezza, inforca la bicicletta cigolante e torna nel mondo. Ma il giorno dopo - e se non è il giorno dopo sarà quello dopo ancora, al massimo-massimo entro la fine della settimana - verrà a posare le sue dita magre sul tuo campanello ancora una volta, stanne certo. E sarà allora che gli aprirai.

La Tinni ama chiamare così - il giorno dei maglioni - quel rettangolo di tempo estivo in cui, con la complicità di una serie di sgangherati compari (i temporali, appunto; ma anche le cartoline, la polvere, il mal di schiena, i quaderni ed i fichi), i maglioni le giacche i pantaloni e i colori autunnali, previa assemblea sindacale, spingono e spintonano contro le pareti ed i cassetti fino ad aprirsi un varco nel tuo cuore. Ed in pochi istanti - inebetito - ti ritrovi sudante, davanti allo specchio, a provare i vestiti dell'inverno laggiù, ed il solletico del cambiamento ti fa sorridere come un bambino.
quando sarà, metterò.... se poi avrò, farò... il primo giorno di, indosserò sono le frasi preferite del giorno dei maglioni, che te le sussurra alle spalle - intabarrate - fino a trasformarle in magica cantilena scacciapensieri. Sei felice.

In questo rintontito arcobaleno che è la nostra vita, la voglia del giallo tinge le ultime venature del rosso aranciato; e da lì, nuovamente, si aspira, correndo col pensiero, al verde pisello. Sarà vero, allora, che amiamo solo ciò che non è (ancora) qui?





Resta il fatto, comunque, che il giorno dei maglioni è, a parer di Tinni, uno dei migliori dell'estate. E non me ne vogliano le grigliate, le piscine, i caselli autostradali ed i baci al tramonto. Sudore a parte, speriamo che bussi presto al vetro della mia finestra.


venerdì 8 marzo 2013

Sergio Caputo e l'ora solare (2002)



Nel novembre del duemiladue, la prima domenica del mese, venne l'ora solare. Credo di poter affermare con una certa sicurezza che l'ora legale fosse venuta anche negli altri novembri precedenti, e, se non erro, è arrivata anche nei novembri - tutti - che hanno fatto seguito a quell'anno duemiladue. Forse, se saremo ancora tutti qua, busserà anche nel novembre duemilatredici, l'ora solare, ed entrerà nelle nostre vite a cullarci con l'ultima carezza prima del gelo invernale, a regalarci una manciata di albe in più e un pugnetto di minuti di avvoltolamento nelle lenzuola, la mattina di vacanza.
In quell'anno duemiladue, però, l'ora solare venne e fu accompagnata in colonna sonora dalla canzone che vi ho inserito qua sopra: il mio sedere poggiava sui sedili in pelle larga e morbida di una macchina lunga e lussuosa di proprietà di un amico ricco quanto mite, seduta davanti a me stava la sua fidanzata di allora, qualcun altro che ora non ricordo riempiva gli altri due posti morbidi e lussuosi ed era in assoluto la prima volta in cui scoprivo, tastandolo con mano, che l'ora solare era un ottimo modo per aggirare il controllo genitoriale sull'ora di rientro, il sabato sera. Marcello - l'amico alla guida di quell'auto scura ed accessoriata - aveva appena riflettuto ad alta voce sul fatto che sono le tre, ma in realtà sono solo le due, quindi stiamo tornando relativamente presto a casa e io, mentre Sergio Caputo sillabava furbo le sue note sbarazzine, mi sentivo beatamente grande.

Era un periodo, quello lì dell'ora solare con Marcello e Sergio Caputo, che avevo scoperto che a bermi un the caldo verso le cinque di pomeriggio riuscivo a non crollare di stanchezza sui libri alle diciannove, e potevo sottolineare - cauta, lenta, approfondita - qualche pagina di libro anche dopo cena; e sentivo le mie ore più preziose.
Era un tempo, quello, in cui avevo smesso di gonfiare il vecchio astuccio colorato delle medie con pance di evidenziatori e punte di biro colorate; sempre con Sergio Caputo nelle orecchie - Marcello me ne aveva fatto un intero cd, dopo aver visto che quella musica mi metteva di un pacato buon umore - avevo diligentemente disteso sulla scrivania il contenuto di cancelleria della bustina di stoffa e, inflessibile quanto amorosa, ne avevo scelti solo pochi e preziosi elementi, che erano finiti, composti, a dar vita ad un nuovo tipo di astuccio: fine, giallo, a forma di banana.
Avevo un diario costruito tutto da me, in quell'anno di scuola; dei guanti tagliati senza le dita; creavo agli amici regali strani fatti di lana o di carta; scoprivo per la prima volta l'utilità sovversiva dell'ora solare, la magia dell'aria che entra nei pacchetti di caffè sottovuoto quando li apri e anche di essere allergica alla polvere.
Ero scarmigliata, sconnessa, saccente; ripiena come un uovo di buona volontà. E (ma questo lo suppongo soltanto) felice, pur senza saperlo.

Masticare un ricordo sbarazzino ed incostante come questo, come quello dell'astuccio a forma di banana riempito a colpi di note allegramente dolenti, fa bene ancora oggi? Sbaglio o riesco quasi a toccarla, quella lana ruvida dei guanti tagliati senza dita comprata dopo un pomeriggio al palaghiaccio di Fanano, che sognavo sempre di infilare tra altre cinque dita - magari altrettanto guantate - e invece, semplicemente, infilavo in tasca? E' solo suggestione o mi è venuta voglia anche adesso - adesso che sono le undici di mattina e non ho nessun libro da studiare per domani - di rendere più preziosa la mia giornata avvolgendo le mani intorno ad una tazza calda di the?

venerdì 12 ottobre 2012

E' ora

Pensò ancora un poco, poi seguitò: 
“Non si deve mai pensare alla strada tutta in una volta, tutta intera, capisci?
 Si deve soltanto pensare al prossimo passo, al prossimo respiro, al prossimo colpo di scopa. 
Sempre soltanto al gesto che viene dopo.”

Michael Ende, Momo


Che ogni singolo orologio, dentro ad ogni singola casa, possegga carattere e personalità suoi propri, credo sia dato di fatto che non necessita di spiegazioni.

Questa casa di orologi ne ha tre, con un'appendice nella panda che fa un totale di quattro.

Il primo della classe è l'orologio a muro dell'ikea che vive in cucina. Lui è sempre stato qualche minuto in anticipo ed è l'unico, quindi, ad avere il permesso di intendersela con l'algida e temibile campana (che anche lei sia ormai inequivocabilmente in anticipo, lo sanno tutti, nel circondario, ma nessuno ha il coraggio di farglielo notare). L'orologio ikea ama i lunghi romanzi inglesi di fine ottocento e non disdegna il fentasi (ma lo confessa solo dopo aver bevuto qualche bicchierino), ha la media del noveemezzo, fa copiare solo chi gli sta simpatico e non abbraccia mai nessuno. Però si fa sempre trovare, al telefono; si ricorda dei compleanni, ti tiene il posto in treno e offre volentieri caramelle.

Il suo esatto opposto è la sveglia da comodino con i numeretti rossi fluorescenti. I tasti con cui regoli gli orari sono così usurati che devi ridurti i polpastrelli in livido per arrivare fino al cinquantacinque; è un po' sorda, la sveglia del comodino (pare si sia fumata molte canne, in gioventù, e i più maligni imputano a questo ogni genere di sue imperfezioni), lenta nel parlare, spesso assorta in un mondo tutto suo. Le piace vestire all'antica, ascoltare musica antica, vedere film antichi: è ancora attaccata con la presa alla corrente (quelle diavolerie moderne delle batterie proprio non le ha mai capite), ed ogni volta che salta la luce tocca reinsegnarle tutto daccapo. La dolcezza è senza dubbio la dote più adorabile, della mia sveglia di camera da letto; quella dolcezza mite e paziente che la porta a sorridere sotto i baffi, quando vede l'orologio ikea affannato dietro ai compiti per casa o incazzato per qualche contrattempo familiare. Gli si avvicina, di solito, in questi casi, e non dice niente: batte semplicemente la sua mano dalle dita giallognole per il fumo sulla sua spalla, e l'orologio ikea, dopo tanti anni, ha imparato a dire grazie - in silenzio, dentro di sé - a questi inaspettati squarci di pace.

Poi c'è quell'anarchico insurrezionalista del quadrante del cruscotto della panda, che a regolarlo ti fa incazzare peggio che un sindacalista della cgil, perché il tasto è uno solo e va esclusivamente all'avanti: guai a prenderlo sotto gamba tenendolo premuto un pelo di troppo, entrereste in un loop di proteste e sit-in che terrebbe occupato un intero viaggio modena-napoli. Il quadrante della panda è spesso in ritardo, spettinato, arrabbiato; legge solo romanzi con vicende a sfondo sociale, odia lo stato di Israele, si professa antiamericano e nei finesettimana va a ballare tango. Gli piacciono tanto i dibattiti che non finiscono più e alle volte sembra che conosca solo il diverbio, come mezzo per entrare in contatto con l'altro (anni e anni di solitaria e rissosa sussistenza dentro ad una macchina - e rossa per di più - cambiano anche gli spiriti più teneri, sapete); ma non si potrebbe dire cosa più falsa. Perché il quadrante della panda, dal basso del suo ritardo quasi costante, sa calmarti e coccolarti quando più ne hai bisogno: quando corri da una ripetizione all'altra, quando il treno parte e non sai se ce la fai, quando te la prendi con il traffico, con i pedoni, con le nuvole e con la pioggia e invece dovresti prendertela solo con te stesso, ecco che allora il quadrante ti abbraccia forte forte, accarezza la tua testa unta ed imbronciata, ti sussurra parole in lingue sconosciute e, allungando di pochi altri minuti un ritardo che del resto era inevitabile, ti calma e ti placa.

L'orologio da polso è ovviamente il mio preferito, ché insieme a lui e ai suoi due giri eleganti e sobri di cinturino nero ne ho passate così tante, che oramai siamo un po' ciascuno una parte dell'altro. Mi assomiglia, e non poco, il mio orologio da polso: non ha la precisione dei minuti ed approssima tutto dimenticando spesso dettagli che per altri sono importanti. Non sa stare fermo, scivola lungo il polso impertinente, si perde sotto la lavatrice e tiene il muso per qualche giorno, ma sa fare subito la pace se ti mostri dispiaciuto quando lo ritrovi, tra polvere e gocce di detersivo, e raccogliendolo gli schiocchi un bel bacio in fronte. Legge un po' di tutto ma soprattutto gli piacciono quelle che lui chiama le storie psicologiche. Ama piangere davanti ai film sentimentali ma non è resistente all'acqua: anzi la odia proprio.



Chi l'ha detto, che il tempo in fondo non esiste ed è fuorviante ragionare in termini di secondi, minuti, giorni e anni? Chiunque l'abbia detto, beh, secondo me sbaglia.

Noi siamo il nostro tempo; siamo i nostri orologi: ne siamo pezzettini, a volte i più belli, altre volte i più brutti. Esistiamo dentro di loro ed al loro fianco, e senza di essi nulla ci colpisce.
Il tempo è il camioncino scassato che ci porta a spasso per la vita, e ad ogni curva e ad ogni buca la testata che diamo contro al soffitto, il contraccolpo al fianco, il livido per il cambio che ha colpito la nostra coscia testimonia che siamo vivi.

Forse sì, forse esiste qualcosa, nelle nostre esistenze, che resiste al tempo, gli pre-esiste, sussiste e si erge etereo sopra alle nostre teste. Ma se il camioncino non ci apre la portiera - fermandosi quell'attimo in più del necessario - e allungando il braccio verso l'alto non ci indica di guardare in su, verso quella nuvola immortale che accompagna silente il nostro viaggio, noi mai ci accorgeremo di lei e della sua autoreferenziale presenza.



martedì 12 giugno 2012

Macchina del tempo

E se, in una sera di nuvole e di vento, io ti trovassi lungo la mia strada, con il solo cappuccio di felpa tirato sulla testa a difenderti dal muro di pioggia che di lì a poco si abbatterà sulla tua faccia buona e sbarbata; se ti vedessi lì, sul marciapiede, mani in tasca e occhi nuovi, dal caldo dei tappetini della panda rossa; se ti incontrassi allo scoppio del primo tuono e avessi tempo, molto tempo; se io fossi in anticipo sugli orari della vita adulta tanto da accodarmi al primo camion che passa e poi da rallentare, metro dopo metro, fino a fermarmi accanto a te: se tutto questo accadesse, in una sera di nuvole e di vento, che male ci sarebbe ad abbassare il finestrino, a far rabbrividire di freddo e di vita i tappetini polverosi, a chiamarti e a chiederti serve un passaggio?

Sarebbe male, in quella sera di vento e di orologi che corrono lenti, prenderti a bordo della mia vita per un po' e offrirti qualche centimetro di seggiolino - anche se hai le gambe lunghe e sbatti contro il cruscotto - in cambio di un po' di parole e starnuti e di qualche canzone nuova sull'autoradio?

Chi può dirlo, se sarebbe male, ridere impacciati per sbriciolare il silenzio tra una traccia musicale e l'altra, e guardarsi curiosi dai reciproci specchietti, e, semplicemente, in una lunga curva di questa sera di nuvole e di vento, tenersi un po' di bizzarra compagnia?

Se ti vedessi rotolare senza meta spinto dal vento adolescente dell'estate, scatola di cartone ebbra e sprovveduta caduta da un camion già lontano, e avessi bisogno di un contenitore come te per portare a termine un lungo e meticoloso trasloco dell'anima, sbaglierei se ti raccogliessi da terra senza sapere chi prima di me ti ha toccato e promettendoti mondi nuovi ti portassi a casa per qualche tempo, prima di lasciarti scoprire da solo il resto del viale?



Io non lo so, se sarebbe male. So che a volte guido sola, sulla panda, e mi fermo ad immaginare come solo un duetto di risate emozionate potrebbe coprire del tutto i rumori sordi della strada. A volte giro da sola le pagine di un libro e mi ritrovo addosso l'odore dell'esame di maturità e della coppia di tazze di caffè con cui si tirava a studiare fino a dopo cena. A volte preparo sola la cena e mi viene fame di spaghetti scotti olio e tonno e prime volte. A volte, semplicemente, guardo ai tuoi vent'anni o poco più e vorrei stringerti forte per vedere se me ne rimane qualcuna attaccata alla pelle, di quelle pagine bianche di quaderno senza cancelloni.


giovedì 29 dicembre 2011

Oplà

C'è un'ora del giorno che preferisco a tutte le altre. Che è poi un'ora variabile a seconda delle stagioni e del fuso, ma in sostanza è l'ora in cui butti lo sguardo fuori dalla finestra e ti accorgi che oplà.


Oplà e c'è già una piccolissima percentuale di buio in più nell'aria, anche se minimale, e comincia la lenta, allegra, rotolante discesa verso la sera.

Oplà e il lavoro che hai fatto fino a quel momento improvvisamente prende una consistenza soffice e un po' gommosa; finalmente puoi girarti indietro e c'è qualcosa da guardare, ai tuoi piedi.

Oplà e nuove praterie di minuti ritti e impettiti si aprono davanti a te pronte per essere riempite con attività extra, extra tutto; oplà e non puoi non sorridere, ché ce l'hai fatta anche oggi, a non piangere, a non telefonare, a non dormire, a non.

Oplà e ti viene voglia di scrivere sul diario i compiti per domani, di impacchettare regali, di preparare la tavola per qualcuno che arriva ed è già in viaggio, da qualche parte laggiù nel pomeriggio che si trasforma in notte.

Quell'ora lì, l'ora oplà, sa di latte-e-menta, quel gusto di gelato che prendeva sempre mio papà quando ero piccola e c'era la gelateria in via Leopardi dove il cono costava millesettecento lire. Sa di poltrona e di pagine di libri sfogliate mille volte a fine pasto, sgranocchiando un dolcetto che lascia cadere tutte le briciole nella rilegatura che ancora oggi se apro certi romanzi dell'adolescenza le ritrovo dentro rinsecchite e rintanate.

E' un'ora di svolta ma non di curve a gomito; è un'ora di circumnavigazione lenta ma efficace.

E' un'ora che non mente mai.



Chissà se anche voi avete un'ora più amata delle altre, nella vostra giornata. Mi piacerebbe sapere perché.