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martedì 17 settembre 2019

Anniversari (Caro Manfredo)

La mia scuola ha qualcosa da festeggiare: sono ottant'anni che esiste.
Qualche mese fa mi è stato chiesto di scrivere un pezzo sulle pagine dell'opuscolo dedicato, pubblicato e distribuito per l'occasione. Lo appoggio anche qui, come tutto ciò che esce dalla tastiera di questo computer e che mi dà gioia rileggere.

(W la squola.)


Caro Manfredo,
sono ormai ottant’anni che esiste una scuola intitolata alla tua memoria e nel prepararci ai festeggiamenti qualcuno di noi ha avuto la curiosa idea di venire a chiederti come stai.
Ottant’anni, sì: precisi. Sappiamo contare bene, perché la scuola è nata come liceo scientifico e ha già conosciuto diverse generazioni di irriducibili insegnanti di matematica. Sono solo ottant’anni e, no, non si tratta dell’Accademia Militare di Modena, che pure tu hai gloriosamente contribuito a fondare ben centosessant’anni fa; forse la notizia ti deluderà, ma siamo un semplice liceo di provincia, nella tua città natale, e di militare i nostri studenti hanno ben poco, se si eccettuano certi eccentrici pantaloni col cavallo basso. Pressoché nessuno imparerà a sparare con un fucile o marcerà sudando sotto un elmetto; non saranno certo in molti a potersi cucire gradi sulla divisa e forse solo uno sparuto numero di loro saluterà il proprio superiore con un gesto marziale della mano, mettendosi sull’attenti.
Tante cose sono cambiate da quando c’eri tu, sulla scena del mondo, caro Manfredo. Non mi è ancora ben chiaro quanto tu sappia di ciò che, nel frattempo, è accaduto nella terra dei vivi, e cercherò dunque di dosare con prudenza le notizie: in fondo, sono qui solo per chiederti come stai, non certo per provocarti sconvolgimenti esistenziali.
L’esercito italiano, ad ogni modo, esiste ancora e questo contribuirà a rassicurarti, ne sono certa. Anche l’Italia esiste ancora, e con qualche (consistente!) pezzo in più rispetto a quando l’hai lasciata. Quindi, innanzitutto: grazie. Grazie per aver dedicato il tuo tempo a combattere perché questa nazione esistesse e perché Carpi ne facesse parte. Grazie anche per aver immaginato un luogo come l’Accademia Militare: negli anni della mia istruzione superiore, a Modena, le finestre del liceo affacciavano proprio su quelle del Palazzo Ducale e, durante le faticose ore di latino, indirizzare ai cadetti un saluto fugace o cuoricini disegnati su pezzetti di carta rappresentava per noi uno dei diversivi più eccitanti. So che probabilmente non lo immaginavi tra i benefici potenziali del tuo ambizioso progetto, ma questo è proprio ciò che contraddistingue le Grandi Invenzioni dell’Umanità, i cui effetti spesso travalicano – con autonoma genialità – le intenzioni dei loro ideatori.
Un’altra cosa che credo ti farà piacere sapere è che nel nostro liceo – l’unico in Italia a portare il tuo nome, ci tengo a sottolinearlo, e quindi, con un buon margine di probabilità, anche l’unico al mondo e il solo nell’universo – molti studenti, oltre alla matematica, studiano il francese e lo spagnolo: tu, che hai visto Francia e Spagna accogliere il tuo esilio e contribuire non poco alla tua formazione (per non parlare dell’amore!), non potrai che approvare questa scelta, con quel severo cipiglio che abbiamo imparato a riconoscere dalle poche tue immagini che sono giunte fino a noi. Occorre però precisare che si insegnano anche l’inglese e – siediti prima di continuare a leggere – il tedesco. Devi capire che l’Austria da tempo non è più nostra nemica e non è neppure più un impero, ma un semplice staterello un po’ schiacciato, da quando – e lo preciso sapendo che fremerai di orgoglio – ha perso una guerra grande e sanguinosa nella quale noi, cioè l’Italia, abbiamo incredibilmente scelto di stare dalla parte vincente; oggi, addirittura, Italia e Austria siedono fianco a fianco, insieme a tanti altri paesi, in un grande Parlamento che si chiama Europa.
Tradimenti, ostilità, contestazioni, nemici e divergenze politiche popolano ancora il mondo, quello con la M maiuscola e anche il nostro piccolo universo scolastico. Nuovi Garibaldi e diversi Cavour occupano i posti che contano, mentre la maggior parte di noi siede su sgabelli in ultima o penultima fila, o nel banco che dà sulla finestra, con mano pronta ad afferrare gli scampoli di felicità che la vita ci offre, e spesso in maniera inattesa.

E tu? Quando sei stato davvero felice? Cronache e storie che si trovano su internet – un’immensa enciclopedia condivisa da tutti gli abitanti del mondo, probabilmente la cosa che più ha rivoluzionato le nostre vite negli ultimi vent’anni – ci parlano solo di battaglie vinte e discussioni ministeriali, ma io voglio credere che, per te come per noi, i momenti più belli dell’esistenza siano stati – anche, e soprattutto – tra le pieghe delle grandi date, nascosti in mezzo alle ricorrenze più roboanti, ai margini delle vittorie e nei cantucci dei riconoscimenti.
Passeggiavi anche tu sotto i portici di piazza dei Martiri (anzi no, piazza Maggiore ai tuoi tempi), nelle afose estati emiliane, sentendoti piccolo e schiacciato di fronte a quell’infinito spiazzo assolato, eppure fiero, da carpigiano, di farne parte? Capitava anche a te, quando il sole scende e rade la campagna allungandosi come a volerne toccare le punte, di camminare fuori dal centro abitato e di spingere quasi allo stesso modo lo sguardo lontano, da tutte le parti, per godere di quella terra bassa, uniforme, rassicurante e addomesticata, sempre amica a se stessa? Ti ritrovavi forse, ogni tanto, durante le marce, ad ascoltare il ritmico rumore dei passi altrui, indissolubilmente mescolato al tuo? Percepivi – come accade a volte, giusto per un istante – in quel coro muto di sforzo comune un guizzo di energia felice, per quegli io che con naturale armonia sembravano diventare un noi?
È un mondo stravolto e bizzarro, caro Manfredo, quello in cui oggi viviamo, così distante dai tuoi orizzonti che devo pesare ogni parola prima di scriverla. Sono sillabe immateriali, volatili, irraggiungibili, che stendo una a una su un supporto che non è più carta e con un tratto che non sa più di grafite.
Per raggiungere la scuola, ogni mattina, studenti e professori percorrono strade intitolate a eventi cruciali cui non hai potuto assistere (al 24 maggio 1915, per esempio, avresti di certo partecipato con entusiastico impegno) o a personaggi che hanno cambiato i contorni del nostro pensiero in un modo che non potevi prevedere (Giovanni XXIII – un papa! – oppure altri, dai nomi impronunciabili e in idiomi stranieri, come Einstein, Lenin, Roosevelt); il nostro andirivieni quotidiano celebra martiri che per tua fortuna non hai dovuto piangere: per chi viene da fuori, verso la campagna, c’è via 29 maggio, che ricorda un terremoto violento e impietoso di soli sette anni fa, mentre in città rimarresti forse perplesso di fronte a vie dedicate alla sedicenne Anna Frank o a un magistrato della lontana Sicilia, che di cognome faceva Falcone. Industrie, capannoni, parcheggi ed enormi ammassi di negozi chiamati centri commerciali punteggiano oggi un panorama che stenteresti a riconoscere.
Tutti i giorni, da settembre a giugno, adolescenti tra i quattordici e i diciannove anni si alzano, sbadigliano, bevono un caffè e si dirigono assonnati, percorrendo questa nuova Carpi, verso una scuola statale e gratuita, dove non ci sono generali (o meglio, dove ce n’è uno, sì, ma che porta i tacchi e ama dipingere i muri di giallo) né uniformi; non ci sono reggimenti, armistizi, brigate. Tutti i giorni, da settembre a giugno, piccole formiche dai vestiti variopinti varcano un cancello che reca il tuo nome, Manfredo, per vivere cose che ti lascerebbero di sicuro a bocca aperta: fotografie, disegni, giochi, canzoni, merende, risate. Eppure, caro Manfredo, a loro modo, tutte queste strambe formichine fanno qualcosa che anche tu, vicino e diverso, sapresti riconoscere: brandendo nella destra non fucili ma penne, cellulari e mani altrui, studenti e professori, ogni giorno, combattono una piccola ma energica battaglia. Per essere ogni giorno un po’ più uniti, un po’ più liberi; ogni giorno un po’ migliori.

Tutto sommato, quindi, noi stiamo bene, qui al Liceo Fanti, e speriamo che anche per te sia lo stesso.

Buon compleanno a noi e anche un po’ a te.

mercoledì 1 maggio 2019

Io accolgo te

Il 18 maggio duemiladiciannove molto probabilmente pioverà.
Tinni se lo ripete docile e convinta da ormai nove mesi e sta lentamente imparando ad abituarsi anche un po'.
Il 18 maggio duemiladiciannove molto probabilmente pioverà e tutte quelle goccioline di acqua accorreranno, molto anticipatamente invitate, per presenziare ad un evento piuttosto importante per la vita di Tinni e per quella di un'altra persona, e cioè il suo matrimonio.

Mi sembrava doveroso che - a circa nove anni di distanza dacché questo spazio virtuale ha visto luce e parole per la prima volta - anche le mura bianche ed arancioni del blog ricevessero impronta immateriale di tale evento: perché è proprio da qui (o da qui vicino), da queste formichine nere su candida schermata, che la bottiglia dell'amore che verrà stappata il 18 maggio duemiladiciannove - vino su acqua piovana, giusto per ribadire il concetto - si è riempita gorgogliando, soprattutto sul fondo iniziale.


Tinni, insomma, si sposa. Tinni ha scelto. Tinni dirà sì.

Ci sono pomeriggi particolarmente ingarbugliati - specie a cavallo della chiusa del quadrimestre - in cui quasi nessuna luce riesce a filtrare tra le intricate funi delle incombenze scolastiche più pesanti: verbali, prenotazioni, diagnosi, moduli, adozioni; ma, più di ogni altra fune: correzioni.
Chi abita oltre la soglia di una cattedra non lo sa, che le correzioni fanno male, spelano le mani, bruciano il cuore e appallottolano ogni buona volontà. Forse chi vive lontano da una scuola immagina un assetato furore punitivo; mia madre pensa ad un confortante abbraccio di massa; gli studenti probabilmente ipotizzano veloci scarabocchi su voti già decisi. Ma solo un insegnante sa. Solo un insegnante sa quanto dolore si accartocci nel leggere righe sempre sbilenche che mai riportano ciò che tu vorresti aver trasmesso. Quanto appassiscano in fretta, al suono delle correzioni, la gioia tintinnante di una lezione che ti pare riuscita, l'entusiasmo di uno sguardo che vola dal libro a te e poi di nuovo al libro, l'intelligenza di una domanda, l'affetto di un va bene. Tante volte si esce sconfitti dalle correzioni, e corretti a propria volta da milioni di la prossima volta lo dirò meglio, da domani mi metto a ritirare i quaderni, devo imparare a parlare più lenta, bisogna che cominci ad insegnare come prendere appunti, sono stata troppo buona e lassista. Un velo amaro copre così, ad ogni correzione, quelle ore pomeridiane così preziose per ricaricare energie e conoscenze, trasformando tutto in un boccone di fiele.
E arrivano amaramente le diciannove.
A volte è il brontolio della pancia che mi impone di mettere un punto, in rosso, a quel doloroso strazio, e allora all'impotenza didattica si sostituiscono in fretta quella culinaria, organizzativa, domestica: il frigo è ancora vuoto, si può preparare una pasta soltanto con le olive nere rimaste da ieri?
Altre volte i miei genitori scrivono per piatti accordi sull'indomani; o la lavastoviglie bippa, o il campanello suona (nuove offerte luce e gas), o ancora il Napoli fa goal e il palazzo rimbomba delle urla giù al primo piano.
In tutti questi casi mi strappo disgustata dall'ingombra scrivania per trascinarmi istupidita nell'altra stanza, attenta a non portare troppe scorie di là, a non contaminare l'altro tavolo, quello della nutrizione, a chiudere bene il tappo della biro e del rancore.
Tanti pomeriggi finiscono così, con la porta chiusa a fatica sulla scuola e l'anta del frigo aperta e perplessa su di una cena che fatica a realizzarsi.
Tanti pomeriggi ma non tutti.
Tanti pomeriggi si sono chiusi così, ma alcuni invece no e finalmente posso dipanare il motivo per cui sono arrivata a parlare di correzioni scolastiche in un post che avevo cominciato annunciando un matrimonio.
I pomeriggi che non si sono chiusi così, al margine di una pila di verifiche già soffertamente corrette, sono riusciti ad evitarlo perché alle diciannove e qualchecosa il display del cellulare si è illuminato e sopra ci ho letto il nome di lui.

Srotolare in parole ciò che succede in quelle telefonate è impresa quasi impossibile; solo una lunga metafora può riuscirci. E così, volando ancora una volta di palo in frasca, vi parlerò di piscina.
Nove anni fa, quando questo blog si apriva, Tinni cioè io aveva paura dell'acqua; cinque anni dopo le braccia di lui mimavano un gesto simmetrico e placido con il quale, a suo dire, avrei potuto sconfiggere la morsa dell'annegamento, da me considerato fino ad allora inevitabile. Fu così. Imparai a nuotare grazie a quel placido e simmetrico mimo e anche grazie ad un paio di altri trucchetti preziosi come quando ti senti stanca, butta su il culo (cit.), che ritengo ora giusto condividere grata con l'etere.
Tinni imparò a stare a galla - grazie al mimo - e poi a respirare a stile - grazie ad insegnanti testardi e pazienti, al fianco di un'amica, due sere a settimana - e infine pure a fare la virata - grazie (quasi) solo a se stessa, e oggi cerca di spazzare via impegni e stanchezze almeno dalle mattonelle di due ore, il venerdì, per concedersi il lusso di qualche vasca in piscina.
Fine dell'antefatto.
Quando il telefono suona, alle diciannove e qualchecosa, e tutto quello che Tinni vuole - fino all'istante prima di veder comparire quelle due sillabe sullo schermo blu - è soltanto chiudere occhi, penna, libro, giorno, vita di fronte all'amarezza che la assedia, quando il telefono suona e dall'altra parte c'è lui, Tinni per un attimo ritorna in piscina. Come quando si siede a bordo vasca e - mentre le natiche fanno ciao ciao alla colonia di funghi che probabilmente prolifera pacificamente lì sotto - la testa le martella incessante perché? chi me l'ha fatto fare, con 'sto freddo, di venire fin qua?
Come in piscina, è questione di secondi. Il nome che compare sul display è la mano invisibile che la spinge a buttarsi, anche oggi, anche con 'sto freddo, anche se avrei potuto andare in posta, finché era aperta. I brividi di gelo delle prime quattro bracciate sono la fatica di accettare un contatto umano dopo ore di smacchi rabbiosi, ma svaniscono prima di toccare l'altra sponda. E poi arriva l'acqua, quella vera: l'acqua che ti culla e accoglie diventando la forma più adatta, ogni istante, al tuo corpo che la fende, impacciato, scattoso e convulso.
Perché se chiamasse qualsiasi altra voce, alle diciannove e qualchecosa, non riuscirei a raccontare nulla: come spiegare all'amico d'infanzia che Manetti mi ha deluso, che forse Bertocchi ha copiato, che pensavo che almeno stavolta Battista avrebbe capito? Meglio sorvolare su di un generico sono stanca, ho corretto tutto il pomeriggio. Meglio andare alla posta, finché è aperta; meglio correre a casa e infilare la testa sotto la coperta del divano, per incamerare preziose energie.
E se chiamassero altri (dei colleghi?) e avessi la possibilità di balbettare qualche nome, qualche numero, qualche citazione dell'orrore, che cosa accadrebbe se non un semplice ma certo di conforto? Se andassi in palestra, se frequentassi un corso di aerobica, se pedalassi lungo una ciclabile, le molecole di vita intorno a me si armonizzerebbero - morbide e carezzevoli - come accade quando si nuota?
Le sue telefonate sono così: si plasmano al suono di un silenzio attento e cullano i miei rancori inframezzandoli - ogni tre o quattro bracciate, a seconda della stanchezza - con una boccata di domande mirate ed acute. E a fine allenamento, puntualmente, ritrovo una Tinni affamata - di cibo, di vita, di scuola, nonostante tutto - e una schiena non più dolorante.

Perché sposarsi, dunque? Perché dire sì?
Quelle telefonate acquatiche stanno per Tinni sulla cima assoluta della lista, quasi a pari merito col secondo posto, quello del mimo simmetrico che mi ha permesso di imparare a tenermi su.
Chi legge questo blog da lontano probabilmente non sarà là a tirare coriandoli o riso, il diciotto maggio duemiladiciannove, ma era bello che potesse almeno leggere, da lontano, questa speciale promessa, questa bizzarra dichiarazione.
E se, alla fine, dovesse piovere per davvero, vorrà dire che ci lasceremo cullare dalla forma dell'acqua e mimeremo insieme, ridacchiando, quell'antico gesto pacato, con la faccia rivolta all'insù.



sabato 6 agosto 2016

Di pagliacci, fondamenta e sogni - una storia ittica (2)


Di queste due cose, in particolare, il pesce pagliaccio era grato al suo amico pesce-fondamenta sopra a tutte le altre: di averlo più volte prevenuto, con i suoi consigli fondati e le sue perizie a lungo termine, dal finire in più di un guaio (sentimentale, soprattutto) per colpa della sua avventata tendenza a tuffarsi a capofitto, nelle onde e nelle cose e, appunto, di avergli fatto l'onore di domandargli la sua presenza al suo fianco, in quello che si preannunciava come uno dei giorni più importanti della sua ittica e fondata vita.
Quando gli era stata fatta questa richiesta – insieme all'annuncio delle nozze – in un'umida serata di inizio ottobre, il pesce pagliaccio aveva sperimentato, per la prima volta in vita sua, una felicità in-condizionata dalle vicende del suo privatissimo ego. Per la prima volta in vita sua, aveva sentito il suo cuoricino e le sue branchiette gonfiarsi per una felicità che era tutta per altri, e questa piacevole sensazione di palpitazione gli aveva riempito l'organismo per diversi giorni a venire, come una sensazione di invincibilità e di sazietà. Per la prima volta in vita sua: se lo ricorda bene.

Ed era stato così che il pesce pagliaccio si era messo di buona lena per far fruttare al massimo i suoi talenti organizzativi e creativi e aveva investito tutta questa energia buona e gonfia di gioia nei preparativi più scoppiettanti che la barriera corallina potesse ricordare, in attesa dell'evento dell'anno: le nozze di pesce fondamenta con la sua anima gemella.
E sarà il caso che ci soffermiamo anche un istante sul co-protagonista di queste nozze tanto attese; sì, perché il nostro bravo pesce fondamenta pareva aver trovato finalmente la specie perfetta per lui. Si era fidanzato, infatti, con un esponente generoso e vivace della specie – anche questa piuttosto sconosciuta per i non adetti ai lavori – dei pesci sognatori. I pesci di questa specie sono accomunati, come il nome stesso sembra suggerire, da una singolare percezione nei confronti del futuro: sembrano, anche nel loro aspetto fisico, con quella peculiare posizione della testa (la cosiddetta “testa cavallina”), guardare sempre verso l'alto; sono propositivi, energici, amano correre appena sotto il pelo dell'acqua e vengono spesso impiegati, nei cantieri di costruzione e ristrutturazione corallina, per la loro buona volontà e la vera e propria passione per la sfida lavorativa.
Tra il nostro volitivo pesce fondamenta e il pesce sognatore in questione era stato – come voi tutti potrete immaginare – amore a prima pinna: le loro attitudini personali, unite a due caratteri allegri e giocosi, sembravano fatte apposta per armonizzarsi e vincere ogni ostacolo. Il loro matrimonio era stato pertanto accolto da tutta la popolazione ittica del distretto corallino come un grande evento consacratorio.

Pesce pagliaccio, da sempre ben conscio della responsabilità dei ruoli che assumeva, si dava da fare senza posa: con la fidata collaborazione degli amici di sempre aveva approntato tutta una serie di gag, colpi di scena, regali, personalizzazioni; senza dimenticare le immancabili preghiere dei pesci-fedeli. Per quasi un anno intero si era sentito tenere vivo dal quel fluire continuo di energia bella dal suo cuoricino, attraverso la sua pinna caudale, fino alla concretizzazione in oggetti, biglietti, pensieri. Ed era stato (quasi) sempre felice.

Poi, il primo di agosto 2015, il grande giorno era finalmente arrivato: il tempo oceanico non era dei migliori, con tutte quelle correnti fredde di passaggio, ma l'impegno, l'amore e l'entusiasmo dei partecipanti tutti avevano riscaldato le acque rendendo la giornata un profluvio di emozioni e allegria. I due pesci neo-sposini avevano intrapreso la loro avventura, cominciando da una nuotata di nozze all'altro capo del mondo, nel mar Mediterraneo addirittura.

Tutto, insomma, era andato nel migliore dei modi.

un'istantanea dalle nozze

Pesce pagliaccio aveva gestito con sapienza e passione tutti i momenti che dipendevano dalla sua organizzazione; si era tanto impegnato – con una buona dose di training autogeno preliminare – per non occupare lui tutta la scena, per lasciare spazio agli sposi, per non parlare troppo, per non guizzare in maniera così repentina da attirare l'attenzione. Gli sposi lo avevano ringraziato di cuore. Lui era felice.

Eppure.

Eppure, dopo tutto un anno speso a dare forma concreta a quell'energia gioiosa con cui si era tanto sentito gonfiare le branchie ad ottobre, nei mesi successivi al matrimonio pesce pagliaccio si era sentito come afflosciato. Nessuna canzone più da inventare, nessun biglietto da ideare, nessuna organizzazione in corso: come dimostrare, ora, ai suoi due pesci innamorati che, lui, a loro voleva sempre tanto bene?
Sarebbero bastate tre semplici parole – direte voi – oppure un invito, un messaggio, un abbraccio al momento giusto, però, se avete letto con attenzione questa storia strampalata fino a qui, saprete anche bene che S. il pesce pagliaccio, in queste cose, non era bravo per niente. Si riprometteva sempre di provarci, ma poi veniva puntualmente risucchiato in un vortice di pensieri, ansie e parole inutili e il tentativo finiva abortito sul fondo dell'oceano. Sentiva bene, questo sì, che pesce fondamenta e pesce sognatore continuavano a considerarlo l'amico di sempre, ma lui, quell'energia dolce e buona che aveva accumulato a partire da ottobre 2014, ce l'aveva sempre dentro, e avrebbe tanto voluto darle voce più grossa, concretizzarla di nuovo, farla scoppiettare come prima.
Solo che, in quell'anno di vita e di nuoto, le occasioni grandi e scoppiettanti, semplicemente, non c'erano state. Solo una fila pacata di giorni, come ami uno dopo l'altro, in cui stare vicini a guardare i coralli. In cui volersi bene sopra ad un divano. In cui mangiare vermetti allo stesso ristorante. In cui raccontarsi le proprie, insignificanti eppure vere giornate.

Ed è stato allora che a pesce pagliaccio è venuta in mente l'idea di questa storia. A lui, sì, che proprio non ce la fa a festeggiare con le cose normali e voleva comunque dare corpo a quella forza palpitante che sentiva dentro, provando, questa volta, a metterla per iscritto, nero su bianco. Un primo passo verso la normalità – mi ha detto, chiedendomi di prestargli la voce e la penna e di battere con mani umane questa semplice storia ittica, che a me, peraltro, è piaciuta tantissimo. Ho subito acconsentito con entusiasmo.


Mi ha ricordato voci e volti noti, chissà perché.

venerdì 5 agosto 2016

Di pagliacci, fondamenta e sogni - una storia ittica (1)

C'era una volta, in un distretto della barriera corallina australiana, un piccolo ed agile pesce pagliaccio. Questa specie di pesce, resa ormai familiare al grande pubblico grazie ad un celebre lungometraggio a cartoni animati della Walt Disney, è così chiamata (oltre che, come tutti pensano su influenza del personaggio del cartone, per i colori sgargianti della sua pelle) come invece pochi sanno, per via di una particolare attitudine caratteriale che porta i suoi esemplari – e quello di cui vi parliamo oggi in particolare – a farsi riconoscere in gruppo per i propri e consueti atteggiamenti buffi, comici, simpatici: da pagliaccio, insomma.

Il pesce pagliaccio in questione, di cui – in parte – questa è la storia, era appunto particolarmente apprezzato dai gruppi di amici perché, quando c'era lui, la risata era garantita. Facce sceme, racconti strampalati, resoconti mimati, vocine: c'era sempre da stare allegri, in sua compagnia, ma a patto che – come tutti gli amici più intimi sapevano bene – per quella sera si cedessero esclusivamente a lui la scena ed il palcoscenico.
Perché questa è, tipicamente, l'altra faccia della medaglia del carattere gioviale del pesce pagliaccio, in tutti i suoi esemplari e in particolare nel nostro amico di oggi: sono un po' egocentrici, ecco tutto: amano essere “i primi violini” e, percentualmente, la maggior parte di loro, come mestiere, fanno gli attori (si spiega così la loro presenza massiccia nel casting della Walt Disney), i presentatori, i politici oppure gli insegnanti.

Il nostro pesce pagliaccio, che d'ora in avanti potremo chiamare S., aveva in dotazione, oltre ai pregi e difetti congeniti della sua specie, un piccolo e personalissimo sacchettino di qualità e di debolezze. In particolare, era molto dotato di fantasia ed estro creativo: ad ogni compleanno veniva sempre prescelto per la redazione di artistici biglietti regalo, per i matrimoni era un asso ad assemblare video, ideare trovate originali, addirittura a scrivere le preghiere dei pesci-fedeli, complice un remoto passato da pesce-scout. Faceva solo un po' (molto) fatica ad esprimere tutti quegli impulsi creativi sotto forma di semplici gesti e parole: si ingarbugliava con i baci, non gli uscivano i tivogliobene, non gli si inviavano i messaggi contenenti richieste di aiuto, non sapeva tenere la pinna di un altro pesce nella sua: gli scivolava sempre tra le scaglie.



S., comunque, per sua fortuna, aveva trovato un gruppetto di amici che gli voleva bene proprio così come era. Uno, in particolare, tutta questa sua goffaggine e freddezza di pesce pagliaccio alle prese coi i sentimenti non aveva mai dato prova di trovarla fastidiosa e neppure inconsueta. Si trattava di un pesce di un'altra specie molto diffusa negli ambienti corallini ma non altrettanto nota al pubblico, per la sua sostanziale assenza dai grandi schermi e dalle produzioni cinematografiche: stiamo parlando del pesce fondamenta. Questa specie ittica prende il nome, come nel caso della precedente, da un aspetto del carattere piuttosto ben condiviso dagli appartenenti ad essa: i pesci fondamenta, infatti, sono molto bravi a costruire le radici e le fondamenta delle cose.

Determinati, pazienti, pianificatori: sono loro che hanno contribuito in maniera maggiore alla creazione dell'habitat più adatto allo sviluppo della barriera corallina; sono loro ad essere chiamati sul posto dagli altri pesci per fornire un parere sulla possibile tenuta di una struttura in costruzione, sulla solidità dei princìpi sui cui si fonda, sulle probabilità di crollo o di crescita; sono loro, infine, a ricoprire i ruoli di maggiore affidabilità all'interno della società ittica nel suo complesso: giudici, magistrati, ingegneri, bancari.


Il nostro pesce fondamenta, lo capirete bene anche voi, anche nelle amicizie era abituato a sondare i terreni in profondità e a inserire al loro fondo più fondo sostegni e impianti: non si lasciava certo impressionare dalle volatili debolezze del suo amico pesce pagliaccio. A lui piaceva, al termine di una lunga giornata su e giù per la barriera a rispondere a chiamate interoceaniche, potersi accoccolare sul suo ben fondato divano ad ascoltare le simpatiche puttanate del suo amico; teneva meticolosamente una raccolta dei più bei biglietti di auguri che da lui aveva ricevuto e si era tanto abituato alla sua frizzante e prepotente esuberanza che gli aveva addirittura chiesto di essere il suo pesce-testimone-di-nozze.

(to be continued..)

martedì 14 giugno 2016

Natale a stanghette

Per tutti coloro che vivono e riflettono in due tempi, e per i quali ogni corsa inizia con l'autunno, - oplà - salta l'ostacolo dell'inverno, procede caracollante lungo la primavera e si conclude col fiatone e coi primi accenni d'estate, se per tutti questi, che abbiamo chiamato affettuosamente popolo delle Stanghette, la linea di partenza del proprio primodigennaio è situata circa a metà del mese di settembre, ecco, io credo che a cavallo degli ultimi giorni di maggio - facciamo fino a primissimi di giugno, questa popolazione variopinta e brontolona viva il proprio, personalissimo, Natale.



Che, come tutti i Natali che si rispettano, è preceduto da una baraonda di corse verso l'acquisto perfetto e impossibile: che sia la camicia della taglia giusta per la zia dall'alito fetido, l'appunto della secchiona su Pirandello da mettere in tesina, l'orologio di ultima generazione per il nipote nerd taciturno, il terzo tema dell'anno ché negli altri ero malato, il buono acquisto di Zara per la parente di cui so solo il sesso e manco con certezza, o il recupero dell'insufficienza in greco scritto, sempre di rincorse si tratta, e sempre affannate.
Poco si respira, nei giorni che precedono i Natali, e soprattutto poca aria buona: nelle file dei centri commerciali, così come nelle sale insegnanti, chi chiede di passare avanti viene poco garbatamente linciato.
Fiumi di carta annunciano l'arrivo della festa più attesa dell'anno: fotocopie di programmi, relazioni finali, imballaggi luccicanti, fiocchi e cartoline: e tutti, entro poche settimane, subiranno la stessa fine.

Gli umori che accompagnano la fine della corsa sono gli stessi - al di qua e al di là dell'enorme stanghetta che ci divide dai comuni mortali - : ansia, cattivi presagi, nervosismo, abbassamento delle difese immunitarie: il tutto ridipinto a nuovo coi colori della festa, ché è finita, finalmente! e buon Natale, signoramia sono le uniche frasi che sentiamo in bocca a tutti, mentre, dentro, è caos a buon mercato.


Dramma Natale, quindi? Morte al rosso-ciliegia ed ai cappellini di feltro? Saltiamo a pié pari al prossimo settemb  gennaio?

Oppure: voi cosa terreste, di entrambe le feste?

Io terrei l'istante in cui si scartano i regali, e quello subito dopo in cui si dice grazie, e la prossima volta vi racconto perché.


domenica 12 giugno 2016

Popolo delle Stanghette

Ci sono a questo mondo persone - Dio le benedica! - abituate da tempo a pensare che il vero Nuovo Anno non cominci con la prima pagina del calendario in regalo con l'ultimo, innevato, pieno di metano, ma che il suo impervio inizio si collochi circa a metà di Settembre; che il vero Capodanno, lungi dall'essere così banalmente prevedibile, sia scelto ogni volta per imperscrutabile decreto dall'Ufficio Scolastico Regionale; e che le vere agende siano quelle Sedicimesi: tutto il resto, se non fosse per le impeccabili copertine rigide delle Moleskine, andrebbe bandito dalle Cartolerie-con-la-C-maiuscola: questa gente è dal primo giorno di scuola che fa i suoi conti, è dal primo lunedì di nuovo sui banchi che accumula i propri granelli di tempo e di impegno, è allora che ne approfitta per gli unduetrevia, che brinda ai buoni propositi, che si ubriaca con gli elenchi dei farò.

I loro anni non sono riconosciuti come tali ed integri dalla comunità civile: i potenti della terra li umiliano ogni volta costringendoli a diciture fratturate, come 1998/99, o ancora peggio - con ridondanza e malcelata impazienza - come 2014/2015.
Sono loro, il "popolo delle stanghette": ciò che amano, che coltivano, che strappano e ricuciono; i loro progressi, fallimenti, le loro rincorse e i bilanci consuntivi stanno intrappolati lì, tra quei numeri a cavallo di una barretta, anno fratturato dopo anno fratturato. Sicuri, nel profondo del loro inconscio a singhiozzi, che la vera conquista si annidi proprio laddove tutti pensano che ci sia una ferita, una lineetta impertinente, una bizzarra frattura incompresa.


Ebbene, avete capito a cosa mi riferisco: questo post (una premessa) e i prossimi - sempre se riuscirò a dar loro la luce - sono per loro.



Buona vacanza scolastica, Popolo delle Stanghette.

lunedì 17 dicembre 2012

Cibi, classifiche di

C'è stato un tempo, tanti minuti fa, che a fare la spesa mi accompagnava sempre - o quasi - una Persona che amava i cibi di serie A più di ogni altra cosa. E' stata questa Persona, si può dire con un certo margine di approssimazione, che mi ha insegnato a fare la spesa; e quindi anche io, per molti, moltissimi minuti della mia vita, ho creduto di amare i cibi di serie A più di tutti gli altri.

I cibi di serie A sono quelli che compaiono per primi nelle diciture dei piatti, al ristorante; quelli intorno ai quali si costruisce il complicato e pretenzioso balletto della cottura; quelli che camminano a testa alta, nei carrelli, e che costano, di norma, sopra ai dueeuro ciascuno. Sono cibi di serie A il pollo, le lasagne, il salmone, il pesto; i cibi di serie A sono molto simpatici alle professoresse, solitamente, e poco ai compagni di classe. Tigelle, fiorentine, branzini sono cibi di serie A. Tutti buoni, silenziosi, attenti; poco fantasiosi, semmai, ma a che serve, la fantasia, quando sul tagliere campeggia un astice in grembiule bianco e guantini?

Poi, dopo tutti quei minuti passati in adorazione dei cibi di serie A, ci sono stati i lunghi soggiorni parigini, e solo lì, nella freddocalda Parigi, ho scoperto quanto fosse importante, per cucinare felice, la presenza, rumorosa e scomposta, laggiù all'ultimo banco, dei cibi di serie C. Che ci fai, con un pesce, senza il morso irriverente del prezzemolo? Polpette senza pan grattato, paste al pesto senza grana padano, amatriciane senza cipolla: non conosco mondi più tristi.

I cibi di serie C vengono sempre interrogati per ultimi, nei giri, perché i professori un po' si dimenticano che esistono e un po' danno per scontato che prenderanno tre, ma le gite di classe, se i cibi di serie C si fanno venire l'influenza, sono dei mortori senza fine.
L'estero mi ha insegnato l'amore per i cibi di serie C; e quando l'anno scorso, precisa ed emozionata, ho fatto la mia prima spesa per la casa nuova, non ho più dimenticato di allineare, lungo il bordo rassicurante dello scaffale, origano pepe aglio e rosmarino.


E' solo da poco che ho capito, però, lungo le mie telematiche cene in bilico tra l'estro e la fame, che, stretti stretti tra la maiuscola e la nota, esistono anche i cibi di serie B. Si tende a dimenticarli, in realtà, perché non sono sempre gli stessi, classe dopo classe: i cibi di serie B cambiano da banco a banco, da persona a persona e da frigo a frigo. Vanno scoperti, ecco perché nessuno parla mai di loro; ci vuole pazienza, fatica, si sbaglia anche un po', di solito, ma poi, dopo aver accumulato un buon numero di scontrini e di voti sul registro, si arriva sudati a stringere in mano la propria, specialissima, lista.

I cibi di serie B sono quelli che colorano i primi della classe ammorbidendo le loro stizze quando prendono meno di otto; i cibi di serie B vanno più d'accordo con quelli di serie C, s'intende, ma al momento di essere scelti per figurare al secondo posto sulla carta della trattoria, si siedono accanto alle serie A con un sorriso buono e paziente. Se volete vi confido un paio dei miei, di cibi di serie B.

Le zucchine, prima di tutte; e poi le loro cugine grasse, le melanzane; spinaci, uova, pomodoro (in tutte le sue forme). E anche, a seconda del quadrimestre, broccoli arance funghi e mozzarella.

E' solo da poco che ho capito, insomma, lungo i bordi dei miei pranzi veloci, che un cibo di serie A garantisce sempre un successo ma che un successo può venire - inaspettatamente come un sette in una versione di Tucidide - anche da una buona amalgama di cibi di serie B. E' solo da poco che ho gustato il sapore di vittoria di una pasta col frigo vuoto, che mi sono dissetata al bicchiere dell'improvvisazione regolata, che ho forchettato ridendo il secondo boccone di un polpettone al rischio e fantasia.

E se allora, in questo Natale che striscia inatteso sotto le nostre porte insieme al freddo del cielo, provassimo ad imbastire cenoni di funghi e pomodori? Sarebbero forse le persone che amiamo sedute più scomposte intorno al tavolo della nostra gioia? Se ciascuno, avvolto in un pacchettino di carta marrone, portasse al veglione il suo piatto speciale di serie B, e lo allineasse colorato accanto a tutti gli altri, sarebbe la tavola meno imbandita? E se tacchi e polli arrosto, per una volta, fossero terminati, negli scaffali della coop, forse che spinaci e pantofole rovinerebbero gli ultimi istanti dell'anno traballante sulle nostre spalle? Perché, sapete, devo confessarvi una cosa: stamattina, prima di uscire, ho appoggiato il mio paio di pantofole sopra al termosifone - così, quasi per caso - e stasera, al rientro con le caviglie gonfie, ho infilato i piedi nel caldo e sorridendo soddisfatta alla me stessa stanca dello specchio ho pensato beh, sì, anche questa è la felicità. Ed ho addentato affamata un morso di frittata alle zucchine.


sabato 1 settembre 2012

C'era una volta - Epilogo

E' successo, insomma, che le scoperte e le conquiste sono quasi più belle quando a farle sono i tuoi ventotto anni, e le tue spalle già un po' ammaccate. E che i gusti nuovi, i paesaggi, gli arcobaleni, i fuochi d'artificio a sorpresa sono quasi più emozionanti - e chi lo avrebbe mai detto - se a sgranare gli occhi è qualcuno che alzandosi sulle punte arriva quasi a toccare il lampadario.

E la sottoscritta, che poco più di un anno fa aveva quasi pensato di congelare la sua scatoletta di polistirolo al gelato per tirarla fuori solo all'occorrenza, nel giro di pochi, di qualche mese appena, eccotela lì, stasera, a rigirarsela tra le mani mezza incredula e a trovarci dentro - accanto al fiordilatte che respira profondo e socchiude gli occhi sornione - tre bizzarri gusti nuovi e più di mille sfumature dall'uno all'altro, tanto che la progressione cromatica di un tempo je fa' 'na pippa (cit.).

Poco importa - e i quattro gusti, sistemandosi sul divano per il film serale, sembrano annuire d'improvviso seri - dunque, se chi quei gusti li ha portati nella nostra vita, chi ci ha comprato quei gelati, chi li ha portati in omaggio a fine cena, chi li ha offerti controvoglia, come chi li ha anche solo sussurrati al termine di una lunga telefonata notturna, poco importa se tutta questa gente, se tutti i pennelli di queste mille e più sfumature si allontanano, partono, dicono addio o anche solo ciao; poco importa se i cartelli stradali indicano corsie diverse, se la benzina di qualcuno finisce e se qualcun'altro passa al metano. I gusti ormai sono miei, se ne stanno ben installati nel mio polistirolo; e quando ne hai sentito per la prima volta il sapore, è impossibile dimenticarne l'essenza.

E così - ed arriviamo finalmente all'epilogo di questa singhiozzante storiella di fine estate - Tinni si trova qui, oggi (che doveva essere poi ieri e non ho avuto tempo di finire il tutto entro la scadenza precisa ma noi siamo anticonvenzionali insaid nel caso vi fosse sfuggito), si trova qui oggi barra ieri a soffiare sulle candeline dei primi due anni di vita di questo blog ed è proprio in questa occasione che si rende conto che tutto quello che dentro a questo blog si è installato, ha trovato spazio, colore, voce e sentimento, è qui anche grazie ai gusti di gelato che ognuno di voi, lettori silenti e meno silenti, mi ha fatto assaggiare nel corso e nelle curve della lunga e tortuosa passeggiata fino all'oggi. Tinni pensa che tra le pieghe di queste pagine ci sia un bel po' di fiordilatte, che si tiene ben stretta a sé nonostante l'età avanzata e gli acciacchi e tutto ciò che fa di lui un vecchietto saputello, ma ci sia anche tanto altro: tanta spagnola, tanta spensieratezza, tanto pistacchio, tanti libri, tanti pensieri, tanta liquerizia, tanti abbracci e tante parole quanti siete voi, ai quali questo post di gelati e compleanni è solennemente dedicato.



Buon compleanno, mille di questi anni.

fine.

C'era una volta - III (sempre storie di gelati e compleanni)

Se ne stavano tutto sommato comodi, i nuovi quattro gusti del mio scompartimento di polistirolo personale - il fiordilatte silenzioso e canuto, saggio nel suo mantenersi al di fuori di ogni disputa, la liquerizia incontenibile e allegra, il pistacchio artista e fine divoratore di romanzi, il bacio inguaribile romantico: condividevano senza troppi screzi spazi adatti a loro e mantenevano con pazienza e serenità quello che in breve tempo - il tempo di pochi mesi, dall'inverno alla primavera scorsi - era diventato il nuovo status quo.

Poi, un giorno, è successa una cosa. Anzi no: non è stato affatto un giorno; non è stata affatto una singola cosa.

In realtà è accaduto che, giorno dopo giorno, cosa dopo cosa, i minuti, i centimetri, i chilometri, le briciole che ho trascorso insieme ad una persona - una persona che fino a poco tempo prima non era nulla - si sono accumulati nel giardino dietro casa mia in un mucchio sempre più alto, ma così alto, che ad un certo punto quasi ci si poteva costruire un pezzo di muro, con quella sabbia fine.

E tra tutti i minuti di tempo e i centimetri di spazio condivisi ce n'era uno in particolare che tornava sempre. C'era sempre lo stesso minuto e lo stesso centimetro in cui questa persona comprava un gelato - ne vuoi uno anche tu? - no grazie, io non ho fame - e poi puntualmente finiva che chiedevo di assaggiarne una leccata del suo, di gelato; e se le prime, le seconde e un po' anche le terze volte un diffuso brontolio accompagnava la mano tesa e la coppa gocciolante, poi, piano piano, minuto e centimetro dopo minuto e centimetro, questa persona si è abituata un po' di più a me e alla mia impertinente pretenziosità e così ha imparato ad offrirmene direttamente una leccata lui, del suo gelato.

Ed è stato così che ho scoperto la spagnola: facendo a gara con un amico a chi trovava per primo l'amarena nascosta dentro alla panna; rubando preziosi morsi alla vita esuberante di qualcuno che ha camminato spalla contro spalla con me per un pezzo di strada e che presto ne camminerà un'altra, molto più lontana.

E il bacio, questa staffilata, la presenza della spagnola misteriosa e seducente con il suo fiore rosso tra i capelli, non l'ha retta per niente, no, proprio no. Ha cominciato a sbiancare, ad impallidire d'amore, a deperire per una passione impossibile - che la spagnola sia destinata in sposa al principe di panna montata lo sanno tutti, è un po' la favola di Cenerentola dei semifreddi - finché, un giorno, semplicemente, si è sciolto del tutto.



E la spagnola ne è rimasta turbata per qualche tempo, lei che ha pur sempre un cuore, anche se si diverte a nasconderlo tra le pieghe di un passo di tango, ma poi, come tutte le donne affascinanti e misteriose che si rispettino, si è sistemata il fiore rosso tra i capelli, ha scostato una ciocca mora dal viso alzando la testa di scatto e ha chiesto al pistacchio, tutto chino con il capo tra le pagine di un vocabolario, posso sedermi qui?

venerdì 31 agosto 2012

C'era una volta. II (storia di gelati e compleanni)

(seconda parte)

E poi, c'è stata una volta in cui due persone speciali, credo in un qualche modo le due persone al mondo che meglio conoscono i cunicoli della me più segreta, insomma le due persone un po' speciali sono venute a pranzo in quella che oramai è la mia casa, e invertendo per qualche ora le direzioni i ruoli e i gesti di una vita intera ci siamo seduti alla stessa tavola, con tre piatti e tre bicchieri, come un tempo. E con, alla fine del pasto, una scodella di polistirolo ripiena di gelato.

Nella scodella, come un tempo, c'erano gusti un po' loro e un po' miei: c'erano tradizioni e usanze consuete, mancavano le damnatio memoriae, si stringevano amici e parenti in un abbraccio consonante. Ma soprattutto - segno quanto mai frizzante del nuovo dentro al vecchio - c'era la liquirizia (o, come dice chi quel gusto l'ha voluto a tutti costi, la liquErizia).

Perché la liquerizia, (in omaggio al mio papà per oggi la chiameremo sempre così), che da una vita rappresentava un bizzarro e segreto patrimonio esclusivamente paterno, quel giorno era impertinentemente finita in un divano comune, in un lettino di famiglia, e ci è toccato a tutti, di assaggiarla, e non solo a lui che già ben la conosceva e molto la amava.

Quanti pregiudizi avevo maturato, nel corso della mia evoluzione domestica, di contro alla libertina ed anticonvenzionale liquerizia! Forse a causa del suo colore poco attraente, chissà, o magari di un rigurgito di complesso di Edipo all'incontrario.

E invece, in quella domenica morbida ed invertita, l'impertinenza della liquerizia - come a volte accade -, il suo impavido infilarsi in vite non sue, forse ben al di là di ogni sua adolescenziale aspettativa, si sono aggrappati ad un ramo che credevo secco, da qualche parte, là sotto, e già dal primo assaggio, già dal contatto con il freddo del cucchiaino, io e la liquerizia ci siamo volute un po' di bene.

Poi lo so bene anche io, che la liquerizia è un tipo non certo facile: che in molte gelaterie è troppo aspra, che in altre è eccessivamente dolce, o addirittura spesso manco ce l'hanno. Però con certi amici, con certi vestiti che si stirano a fatica, con certe scarpe che stringono in punta e però sono proprio eleganti, con certe cose belle della vita bisogna pur saper scendere a patti, ogni tanto.



E così, da quella domenica, da quella mano nota e tesa e da quel tavolo apparecchiato per tre, sul mio divanetto personale, di polistirolo, a discapito della nocciola che, invecchiando, era diventata pure un po' sorda, se ne stanno seduti - un po' più indisciplinati di prima, ché la liquerizia racconta sempre un sacco di barzellette oscene e tutti si agitano in risate scomposte - pistacchio, fiordilatte, bacio e liquerizia (con la e, mi raccomando).

mercoledì 29 agosto 2012

C'era una volta - Storia (a puntate) di gelati e compleanni

(parte prima)

C'era una volta, diciamo approssimativamente nel millenovecentonovantadue, una confezione di gelato di quelle di polistirolo che conteneva quattro gusti. Ed erano i miei gusti: fiordilatte, nocciola, bacio e cioccolata. In rigorosa successione cromatica, ovvio.

C'era una volta - ed era quel periodo sdentato e sudato che apre i battenti all'infanzia più bella e più densamente colorata - una confezione di gelato a quattro gusti e i miei gusti erano quelli lì, fiordilatte, nocciola, bacio e cioccolata.

I gusti sono rimasti quelli per un periodo di tempo che nemmeno in una giornata intera riuscirei a srotolarlo come un metro da sarta intorno alla mia stanza. Sono rimasti quelli attraverso un'infinità di cadute, croste, frenate, inversioni del manubrio; sono restati, uno a fianco all'altro, seduti compiti nel divanetto a quattro di polistirolo, sopra a cumuli di disegni, canzoni, bigliettini e bisbigli; hanno visto fidanzati ed ecs, amici perdersi e amici trovarsi: lauree, diplomi, concorsi e classifiche. E quelli sempre lì, impassibili.

E poi, un bel giorno di nemmeno sei mesi fa, dopo una conversazione mi pare telefonica con qualcuno che abita lontano - era uno di quei primi giorni di primavera in cui ti pare proprio di poterla respirare, masticare, l'onnipotenza del rinnovamento - tutta presa da una qualche minuscola gioia didattica (un'alunna aveva forse azzeccato un participio sostantivato, o forse avrei solo tanto voluto che) e incurante del fatto che mi trovavo in una parte della città a me ignota, spezzettando davanti a me i pochi minuti liberi come bricioline per i passeri ho deciso di trovare la gelateria più vicina e - complice lo zelo di una passante - mi sono regalata il primo gelato della stagione. Me ne stavo lì, naso al bancone di vetro, con i quattro gusti di sempre nascosti dietro alle carte da giocare sul tavolo del mio pomeriggio primaverile: impazienti, ma sicuri; fermi, e diligenti.

E io ho detto fiordilatte e pistacchio.

L'ho detto solo per poter scrivere - qualche minuto dopo - un messaggio a quel qualcuno che abita lontano dicendo che mangiavo pistacchio e pensavo a lui. No, davvero: non avevo nessun altro motivo che non fosse quel patetico ed obsoleto bisogno di contatto.

Eppure - e bacio e nocciola sono ancora increduli, se ci pensano - finì che la risposta al messaggio arrivò ore dopo quando ormai tutto l'effetto benefico del sole primaverile era tramontato in una cena solitaria, ma il pistacchio, in sé, mi piacque. E assai. Si è accoccolato silente ed avido di affetto nel centimetro di divano che rimaneva libero, occupando giusto un mezzo sedere di polistirolo, senza voler disturbare. Ma il cioccolato era stanco, aveva caldo e non sembrava intenzionato e scendere a patti. Dal giorno dopo, semplicemente, non c'era più.



E i miei gusti diventavano, da quel pazzo e convulso pomeriggio primaverile, pistacchio fiordilatte bacio e nocciola.

lunedì 26 dicembre 2011

Teoria e pratica

Puoi macinarne le anime nello stesso mulino
Puoi legarli mani e piedi;
Ma il poeta seguirà sempre l'arcobaleno nel suo cammino
E suo fratello seguirà l'aratro.

John Boyle O'Reilly

La mattina di Natale Tinni ha giocato un po' a fare l'alternativa che ultimamente le piace molto ed è finita a santificare le feste in un posto dove non conosceva nessuno o quasi. Si è seduta in un angolo in fondo a destra che prima era vuoto ma dopo poco il suo angolino ha cominciato a riempirsi di uomini con i visi segnati che avevano passato da tempo la settantina e che ubbidivano ai precetti delle mogli mal impellicciate e che evidentemente fremevano non vedendo l'ora di poter ritornare alle loro occupazioni prettamente manuali.
E Tinni si è fatta la messa di Natale letteralmente circondata da nonni di campagna.


Le mani pratiche di chi ha fatto un lavoro manuale tutta la vita, per prima cosa, sono grandi. Sono grandi anche se, misurandone la lunghezza del dito medio con un metro da sarta, sembrerebbe di no. Sono grandi perché gonfie, gonfie di vita. 
Le mani pratiche sono gonfie e pulsano di dolori e di fatiche; non sanno stare calme, non sanno posarsi con garbo. Anche quando non c'è nulla da fare, le mani pratiche hanno accumulato su di sé tanti di quei pizzicotti e freddi e attenzioni che questi ormai ballano da soli, da dentro a quelle dita vibranti, su di una canzone agrodolce d'altri tempi. 
Le mani pratiche, quando stringono la tua, è come se non volessero mai congedarsi del tutto, e si trascinano via, lontano, di mala voglia, ricercando il contatto fino all'ultimo, in uno strascico finale. Le mani pratiche salutano quando la messa è finita; anche se non ti hanno mai visto prima. Abbassano lo sguardo, tentennano con la voce ma gli auguri di buone feste te li fanno comunque, anche se non hanno la più pallida idea di chi tu sia, stretta lì in un banco con un buffo cappotto verde. 
Le mani pratiche non sbagliano mai. E, se sbagliano, si correggono ancora meglio di prima. 
Una mano pratica sembra scorbutica, appena la conosci, specie se deve insegnarti qualcosa e tu non fai parte della sua specie. Innalza come una barriera invisibile che è fatta di paura e di inferiorità e di debolezza ma sembra costruita sulla rabbia e sulla forza. Ma se, con il tempo - insostituibile alleato - sai conquistare una mano pratica, bhe, allora quella ti sarà vicina sempre, nel silenzio e nella pazienza, e raccoglierà da terra tutto quello che tu avrai lasciato cadere senza rimproverarti mai più.
La mano pratica vorrebbe essere invidiosa delle mani teoriche, ma non ci riesce, perché tutte le volte che ci prova e si ripromette di farlo poi finisce per dimenticarsene subito, guarda là c'è una tubatura che perde bisognerebbe che qualcuno ci mettesse una toppa, dovrei averne una io su in cantina.
La mano pratica non ama le cerimonie, ma semplicemente perché fa fatica a stringere forte le mani degli altri, per colpa dell'artrite. La mano pratica preferisce spingere, che accarezzare; preferisce portare, più che stringere. La mano pratica è grande e gonfia, gonfia di vita.


La mano teorica è la mano di chi segue l'arcobaleno, nel suo cammino. E' la mano degli studiosi e dei poeti, dei musicisti e degli insegnanti. E' nervosa e fredda, è sottile e garbata.
La mano teorica la riconosci subito perché ha i polpastrelli morbidi e chiari. E' dolce e severa, guarda negli occhi altrui con sguardo interrogativo e puntuto ma non fa mai gli auguri a qualcuno che non conosce. Sorride tra sé e sé, assorta e sorniona, la mano teorica, quando per strada vede qualcosa di buffo o di interessante o di curioso, ma se si accorge che qualcuno ha intercettato il suo sguardo rientra subito nei ranghi con un rossore improvviso.
La mano teorica incute timore quando è nel suo ambiente, con quelle sue dita pungenti; si vocifera che sia una che se la tira, parla strano, boh, l'altro giorno ho pure visto che rideva da sola, in macchina. Ma se la piazzi in mezzo ad un nugolo di mani pratiche improvvisamente si farà disarmante. 
Le mani teoriche sono affascinate dalle mani pratiche, ma non farebbero mai a cambio; sanno di averne un dannato bisogno, ma non lo ammetteranno mai (Oh no, di nuovo quella tubatura che perde, ma cosa ho fatto di male nella vita per meritarmi questo).
Le mani teoriche amano le cerimonie ma solo quelle di presentazione dei libri. Non sanno mai se stringere le mani degli altri o se dare un bacio sulla guancia o se fare solo un cenno del capo, e si ingarbugliano sempre, quando c'è da salutare. 

E' bello quando una mano pratica vince i dolori dell'artrite e stringe forte una mano teorica, guidandola in quel rito silenzioso di cui lei ha timore ogni volta. 
Ma è bello anche quando due mani teoriche si sfiorano in un contatto veloce tutto intellettuale e concettoso eppure si accorgono che sentono caldo, d'improvviso, quando sono vicine.

mercoledì 31 agosto 2011

Genetliaci

E mi pare che fosse millemila anni fa, quel giorno caldo ma non troppo, esattamente come oggi, con la brezza già settembrina che pizzica la gola, quel giorno caldo ma non troppo in cui, seduta nell'ultima saletta a sinistra dell'ex sala b della biblioteca del dipartimento di filologia classica di Bologna, buttavo giù, per la prima volta, i miei perché e i miei per come nel primo post di questo blog. Mi pare davvero un'eternità fa, e invece è passato (solo) un anno.


E oggi, 31 agosto 2011, un, due, tre VIA! compie gli anni: uno, appunto.

E in questo anno che sembra incalcolabilmente lungo e tortuoso sono successe davvero milioni di cose. E non dico cose come ubriacature, o spese alla Coop, o pulizie della casa o pagine di tesi di dottorato; quelle ci sono state, certo, ma io parlo di Cose con la C maiuscola, che ti lasciano diversa e frastornata ma pure un po' più fiera.

E a pensarci bene, mi viene da dire che, forse forse, tutto è nato proprio in quel giorno di fine estate, caldo ma non troppo, in quella solitaria saletta di biblioteca, prima che arrivassero le invasioni degli studenti che preparano, nel fitto chiacchiericcio delle paure e delle confidenze, gli esami della sessione autunnale. Forse tutto è partito da lì, come si dice che il temporale qui da noi parta da un battito d'ali di farfalla dall'altra parte del mondo. Dal momento in cui ho cercato una via che fosse speciale, tutta mia, di esprimere e di guardare al di là delle cose di ogni giorno. Dal momento in cui ho sentito quella gioia cristallina e quella soddisfazione piena al vedere i miei pensieri srotolati ben bene sulla pagina bianca. Dal momento in cui ho ascoltato il mio cuore sobbalzare di emozione al leggere il primo commento (grazie Ipa!).

Dal momento in cui mi sono sentita migliore, perché avevo scovato, dentro di me, una passione.


E, al pensare questo, al rendermi conto di quello che forse è stato l'inizio del viaggio - che mica è finito, e chissà dove mi porterà ancora - non è che le sofferenze e lo strazio e il senso di vuoto che accompagnano come d'abitudine le Cose con la C maiuscola scompaiano d'improvviso. No, quella è una cosa che si digerisce con il tempo.

Quello no. Però credo che, d'ora in poi, mi abituerò a considerare il 31 agosto come un giorno di festa, come un compleanno che si rispetti, e, chissà, magari mi comincerò pure a fare un regalino.

E allora Mille di questi anni, Un, due, tre, VIA!

lunedì 1 agosto 2011

Due cento.

Questo è il duecentesimo post di questo blog. D-u-e-c-e-n-t-e-s-i-m-o, che suona grande, quasi spaventoso, come quando Fatim mi nomina il numero delle frasi di cui ha da fare l'analisi logica.
Duecentesimo, che con quei due zeri tondi tondi dà anche una sensazione di completezza, di arrivo, di gloria. Un sensazione di compimento.

Non c'è molto di questo nella vita di Tinni, per ora, che si sente, più che al suo duecentesimo post, al massimo al suo secondo passettino, titubante, al principio di una strada ignota e misteriosa.

Però vorrei comunque festeggiare questo numero un po' maestoso e un po' tremolante con un regalo, come a ogni compleanno che si rispetti. Senza aggiungere tante parole, ché a buon intenditor...






Grazie a tutti voi, lettori visibili e invisibili.