MOLTEPLICI INIZI.


A proposito di:

interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.
Visualizzazione post con etichetta Manualità(?). Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Manualità(?). Mostra tutti i post

lunedì 26 dicembre 2011

Teoria e pratica

Puoi macinarne le anime nello stesso mulino
Puoi legarli mani e piedi;
Ma il poeta seguirà sempre l'arcobaleno nel suo cammino
E suo fratello seguirà l'aratro.

John Boyle O'Reilly

La mattina di Natale Tinni ha giocato un po' a fare l'alternativa che ultimamente le piace molto ed è finita a santificare le feste in un posto dove non conosceva nessuno o quasi. Si è seduta in un angolo in fondo a destra che prima era vuoto ma dopo poco il suo angolino ha cominciato a riempirsi di uomini con i visi segnati che avevano passato da tempo la settantina e che ubbidivano ai precetti delle mogli mal impellicciate e che evidentemente fremevano non vedendo l'ora di poter ritornare alle loro occupazioni prettamente manuali.
E Tinni si è fatta la messa di Natale letteralmente circondata da nonni di campagna.


Le mani pratiche di chi ha fatto un lavoro manuale tutta la vita, per prima cosa, sono grandi. Sono grandi anche se, misurandone la lunghezza del dito medio con un metro da sarta, sembrerebbe di no. Sono grandi perché gonfie, gonfie di vita. 
Le mani pratiche sono gonfie e pulsano di dolori e di fatiche; non sanno stare calme, non sanno posarsi con garbo. Anche quando non c'è nulla da fare, le mani pratiche hanno accumulato su di sé tanti di quei pizzicotti e freddi e attenzioni che questi ormai ballano da soli, da dentro a quelle dita vibranti, su di una canzone agrodolce d'altri tempi. 
Le mani pratiche, quando stringono la tua, è come se non volessero mai congedarsi del tutto, e si trascinano via, lontano, di mala voglia, ricercando il contatto fino all'ultimo, in uno strascico finale. Le mani pratiche salutano quando la messa è finita; anche se non ti hanno mai visto prima. Abbassano lo sguardo, tentennano con la voce ma gli auguri di buone feste te li fanno comunque, anche se non hanno la più pallida idea di chi tu sia, stretta lì in un banco con un buffo cappotto verde. 
Le mani pratiche non sbagliano mai. E, se sbagliano, si correggono ancora meglio di prima. 
Una mano pratica sembra scorbutica, appena la conosci, specie se deve insegnarti qualcosa e tu non fai parte della sua specie. Innalza come una barriera invisibile che è fatta di paura e di inferiorità e di debolezza ma sembra costruita sulla rabbia e sulla forza. Ma se, con il tempo - insostituibile alleato - sai conquistare una mano pratica, bhe, allora quella ti sarà vicina sempre, nel silenzio e nella pazienza, e raccoglierà da terra tutto quello che tu avrai lasciato cadere senza rimproverarti mai più.
La mano pratica vorrebbe essere invidiosa delle mani teoriche, ma non ci riesce, perché tutte le volte che ci prova e si ripromette di farlo poi finisce per dimenticarsene subito, guarda là c'è una tubatura che perde bisognerebbe che qualcuno ci mettesse una toppa, dovrei averne una io su in cantina.
La mano pratica non ama le cerimonie, ma semplicemente perché fa fatica a stringere forte le mani degli altri, per colpa dell'artrite. La mano pratica preferisce spingere, che accarezzare; preferisce portare, più che stringere. La mano pratica è grande e gonfia, gonfia di vita.


La mano teorica è la mano di chi segue l'arcobaleno, nel suo cammino. E' la mano degli studiosi e dei poeti, dei musicisti e degli insegnanti. E' nervosa e fredda, è sottile e garbata.
La mano teorica la riconosci subito perché ha i polpastrelli morbidi e chiari. E' dolce e severa, guarda negli occhi altrui con sguardo interrogativo e puntuto ma non fa mai gli auguri a qualcuno che non conosce. Sorride tra sé e sé, assorta e sorniona, la mano teorica, quando per strada vede qualcosa di buffo o di interessante o di curioso, ma se si accorge che qualcuno ha intercettato il suo sguardo rientra subito nei ranghi con un rossore improvviso.
La mano teorica incute timore quando è nel suo ambiente, con quelle sue dita pungenti; si vocifera che sia una che se la tira, parla strano, boh, l'altro giorno ho pure visto che rideva da sola, in macchina. Ma se la piazzi in mezzo ad un nugolo di mani pratiche improvvisamente si farà disarmante. 
Le mani teoriche sono affascinate dalle mani pratiche, ma non farebbero mai a cambio; sanno di averne un dannato bisogno, ma non lo ammetteranno mai (Oh no, di nuovo quella tubatura che perde, ma cosa ho fatto di male nella vita per meritarmi questo).
Le mani teoriche amano le cerimonie ma solo quelle di presentazione dei libri. Non sanno mai se stringere le mani degli altri o se dare un bacio sulla guancia o se fare solo un cenno del capo, e si ingarbugliano sempre, quando c'è da salutare. 

E' bello quando una mano pratica vince i dolori dell'artrite e stringe forte una mano teorica, guidandola in quel rito silenzioso di cui lei ha timore ogni volta. 
Ma è bello anche quando due mani teoriche si sfiorano in un contatto veloce tutto intellettuale e concettoso eppure si accorgono che sentono caldo, d'improvviso, quando sono vicine.

venerdì 3 settembre 2010

Il senso della vite

Premetto che è molto duro, difficile e pure un po' antipatico tornare a scrivere dopo aver gettato anche solo uno sguardo ad un mondo infinito che fino a pochi giorni fa non credevo neppure che esistesse, ovvero il mondo dei blog; la rete è davvero piena stipata di persone che scrivono, condividono, riflettono e raccontano, e, ovviamente, lo fanno in modo molto migliore di me. Gli argomenti toccati coprono più o meno tutte le sfumature del reale...e mi viene quasi da sentirmi male se penso che ciò a cui ho dato un'occhiata è solo una piccola parte della blogosfera italofona!
Detto questo, ad ogni modo, proverò - pur con un leggero senso di malessere - ad aggiornare la mia paginetta anche oggi.
Oggi ho provato un altro, insperato, brivido da un-due-tre-via. Avevo una sedia che scricchiolava in una maniera discretamente (avete notato che uso smodato io faccia degli avverbi in -mente? Io me ne accorgo solo ora e mi chiedo se ci siano medicinali per curare questa compulsività avverbiale) fastidiosa quando ci si sedeva e ci si muoveva sopra. Essendo io, stranamente, sola in casa e non potendo chiedere, come faccio sempre in questi casi, un aiuto esterno, mi sono fatta forza, ho girato la sedia, ho tolto la parte in plastica dove ci si siede e ho dato un'occhiata alla struttura dell'oggetto. Ho cercato di ragionare in maniera logica e ho pensato che lo scricchiolio potesse essere originato solo da uno strano contatto tra i 'tubi' che reggevano la sedia, e in particolare che potesse avere qualcosa a che fare con le viti che stringevano tra loro questi tubi. Visto che di recente qualcuno in casa aveva stretto molto le viti perché le sedie, per l'usura, si stavano smontando, mi sono detta: forse è perché le viti sono strette troppo che si produce lo stridio. Detto questo, ho cercato uno strumento apposito per quel tipo di viti, di cui avevo imparato il nome qualche mese fa dopo enormi sforzi mnemonici, ovvero LA BRUGOLA; trovatala, ho svitato leggermente quei quattro aggeggetti e, facendo alcune prove di sollecitazione, ho scoperto con mio enorme e strabordante piacere che la sedia non cigolava più.
Fine della storia.
Per chi non mi conosce bene, queste righe sembreranno un semplice temino di prima elementare, ma se ho voluto immortalarle, nella loro semplicità, è perché per me hanno voluto dire molto.
Non sono propriamente una ragazza che si potrebbe definire "dallo spiccato senso pratico": sono pigra e, per di più, sono sempre stata circondata da persone molto a loro agio con i lavori manuali, a cui ho sempre felicemente demandato ogni operazione che superasse in complessità cose tipo lo spelamento delle patate. Però, oggi, per la prima volta, ho capito perché tante persone si esaltano a smontare, aggiustare o costruire oggetti, e ho provato una bruciante invidia per loro: è come se in quel momento il mondo ti sorridesse, ti dicesse: "hai vinto", come se tutti ti guardassero con ammirazione al termine di una prova di corsa faticosissima (perché c'è anche da dire che più si è imprecato durante la riparazione per cose che non andavano, più la riuscita finale è una liberazione guduriosa!) in cui sei arrivato primo, tanto che non puoi trattenerti quasi (io l'ho fatto) dall'emettere un patetico gridolino del tipo "e andiamo!!! ma chi sono?!?". Basta, tutto qui; un minuto dopo la vita ricomincia, magari la sedia riprenderà a cigolare nel giro di due giorni, arriverà una bolletta da pagare stellare o si riceverà una brutta notizia, però, in mezzo al gran casino di rotture che l'esistenza ci manda ogni giorno, è stato bello assaporare quel podio, anche solo per un istante.