Di preciso, io mi ricordo la pioggia. Sì, è stato di certo uno di quegli infiniti giorni di pioggia succosa che ci hanno intirizzito da gennaio a fine maggio, in questo duemilatredici decisamente poco primaverato.
Pioveva e io accompagnavo un'amica a fare una cosa molto poco piacevole (per lei) e molto tanto bagnata (per entrambe); pioveva e bisognava lasciare gli ombrellini portatili (io avevo con me quello azzurro dal manico di papera, très chic) sotto il tavolino del bar a gocciolare, mentre ci si prendeva una pasta con cappuccio a mo' di premio per quella giornata difficile (per lei) e umida (per entrambe).
Pioveva e alla fine ci decidevamo ad uscire dal bar e faceva un freddo boia e mentre abbottonavamo i cappotti sempre comunque troppo aperti per tutto quel vento che tirava la pioggia, alè, si trasformava pure in pappetta nevosa: fanghiglia pungente che andava ad adagiarsi cattiva sul dolore (suo) e sull'influenza covata (mia).
Ecco, adesso mi arriva anche un altro dettaglio (a suo modo fondamentale): era giovedì. Ed il dettaglio è fondamentale perché, in quanto giovedì, quello era il giorno del mercato, nella cittadina biancomelmosa in cui ci aggiravamo, ferite (lei) e assonnate (entrambe). Era giorno di mercato ma, come prevedibile, nessun banchetto invadeva il corso lastricato di sassi (papposamente scivolosi, in quel caso). Nessun venditore. Nessun tendone.
Tranne uno.
Uscite dal caffè tenendoci a braccetto per non scivolare (oppure per scivolare meglio, in compagnia), avevamo incontrato a sbarrarci la strada un piccolo camioncino riadattato a banchetto, con una tettoia che era più la neve che ci entrava dai lati che quella che si fermava dall'alto: e vendeva fiori.
Fiori in mezzo alla tormenta di neve. O forse, per dovere di cronaca, dovrei piuttosto dire che c'erano cinque o sei mazzetti dubbiosi ed abbandonati e poco distanti, seduti, due individui imbacuccati che si guardavano intorno perplessi.
Ed è stato allora che la mia amica, facendo un passo più lungo del solito per superare la pozzanghera del suo dolore, si è fermata e ha detto: compro qualcosa, sono stati troppo eroici per non premiarli. Un mazzo di garofani, per favore. Sì, rossi son perfetti.
Poche sere fa uscivo da un ristorante dove avevo goduto di una delle pizze più buone da un bel po' di tempo a questa parte, e avrei segnato a lunghi passi la strada verso casa se qualcuno, chiudendo un portafoglio sudato ed antico non mi avesse tirato per il gomito chiedendomi che dici, la lasciamo una mancia per il cameriere? In fondo siamo tutti nella merda uguale...
Da oggi basta, unduetrevia: voglio imparare anche io a lasciare mance e ricompense nelle tasche di ogni giornata, di ogni persona, di ogni dolore. Almeno un euro: e se son di buonumore anche due.
MOLTEPLICI INIZI.
A proposito di:
interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.
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lunedì 9 settembre 2013
sabato 11 agosto 2012
Partita. E tornata.
Fare la spesa soli è una di quelle imprese eroiche di cui numerose, probabilmente troppe persone sottovalutano la portata. L'azione alla quale più istintivamente mi riesce di associarla è quella di attraversare in corsa pattinata un lago ghiacciato, d'inverno, per giungere - obiettivo di una sfida stupida quanto ardua - all'altra sponda illesi e fortunati.
Quando ci pattini dentro, scivolando tra uno scaffale e l'altro, e grazie ai mille meravigliosi casi della vita quotidiana riesci a sovrascrivere completamente la solitaria scia lasciata dalle quattro cigolanti ruote del tuo carrello con ciò che dovrai fare l'indomani, con le poche righe vuote della tua agenda, con le cifre di un numero di cellulare da richiamare o foss'anche semplicemente con i postumi di un mal di gola graffiante; quando puoi correre sulla sua pericolosa lama di ghiaccio ben attrezzato e tutto coperto dai grigi, soffocanti eppure salvifici maglioni dell'esistenza più minuta e becera, avvolto proprio da quelle preoccupazioni tabelle bruciori di stomaco e difetti di vista che sembrano legare ed impacciare i tuoi movimenti di pattinatore esperto, è allora che riesci a raggiungere la meta senza che il fondo gelido e buio abbia il sopravvento sulla sottile striscia di ghiaccio duro. Solcare la superficie di fretta, intenti ad altro, in rapide falcate che guardano già oltre: e la spesa finirà in un tonfo di portiera chiusa con sottofondo di autoradio; quasi bella nella sua autonoma, bianca sussistenza refrigerante.
Ma se il caldo di una giornata prefestiva e agostana, se quel caldo di vacanza da mordere e succhiare, se quella cortina di indifferenza diffusa ed eccitata già di per sé ti fa scivolare via di dosso, insieme a maglie maglioni e calze di lana anche tutto ciò che l'invernale rigore appiccica alle ore della tua giornata ben suddivisa; se già il torrido sole, insomma, fa la sua - crudelissima - parte e si va a sommare ad una serie prevedibile ma sempre pungente di eventi interni ed esterni che ti mettono - ancora una volta, anche oggi, dopo un anno, sì, di nuovo - nudo, pattini ai piedi, di fronte alla lunga ed insidiosa superficie di gelo da varcare; se tutto concorre alla nitida percezione dei tuoi passi sovrapposti allo scorrere del carrello: due, come sempre, e nessuno ha il coraggio, il tempo, la voglia, il numero di telefono per tenerti la mano nella tua folle quanto necessaria corsa alla sopravvivenza ed alla riva, è proprio allora che la spesa diventa incubo e che quel delicato equilibrio tra gravità e solidificazione dei liquidi si spezza in un tonfo sordo senza respiro.
E così tutto il circo assurdo degli oggetti, dei pesi, delle etichette e delle offerte speciali ti avvolge cupo senza margine di risalita. Coppie sorridenti (ma come si fa a sorridere in coppia alla coop, poi, vorrei tanto saperlo, sì davvero, io che non ho fatto in vita mia una sola spesa a due senza desiderare la morte violenta dell'altra metà al trascorrere dei primi cinque minuti di acquisti) bilanciano scelte di vita e di marche spintonandoti dall'alto dei loro carrelli stracolmi. Pacchetti di biscotti di infima categoria mangiati una sola volta nella vita rimestano dal tuo fondo più profondo nostalgie e debolezze. Confezioni di carne ottima e ristoratrice si dimostrano troppo piene e pesanti e consistenti per poter sfamare una sola bocca - ed è la tua, tra l'altro - entro la temibile data di scadenza. Le quattro, sempre identiche, scelte del tuo menage si stringono meste l'una nell'altra di fronte ai sacchi di carbonella, ai chili di verdure, ai set di ventiquattro piatti in ceramica, ai pacchi di bicchieri di plastica in offerta e pure alle scatolette di crocchette per cani (bau) che quanto meno causerebbero una qualche scodinzolata allegra al tuo rientro carica e sudata tra le quattro mura di una casa un po' più puzzolente ma anche un po' meno vuota di così.
Fare la spesa, soli, l'undici di agosto al rientro da una manciata di giorni di vacanza che dovevano riposare ed hanno stancato, districare ed hanno annodato, decomprimere ed hanno tappato; fare la spesa, soli, per sé soli, in una giornata prefestiva ai margini dell'autostrada; comprare ciò che si deve, pagare la cifra, infilare tutto di fretta, caricarsi in spalla la borsa strapiena, trovare uno spazio di dita anche per il melone - nessuno lo porterà per te da lì alla macchina, infatti - riguardare la lista un'ultima volta per poi rendersi conto che di nulla di ciò che hai comprato hai fame, nemmeno oggi; fare la spesa, soli, oggi, nonostante tanti buoni propositi e tanti sorrisi dati e ricevuti, beh, fa schifo.
Quando ci pattini dentro, scivolando tra uno scaffale e l'altro, e grazie ai mille meravigliosi casi della vita quotidiana riesci a sovrascrivere completamente la solitaria scia lasciata dalle quattro cigolanti ruote del tuo carrello con ciò che dovrai fare l'indomani, con le poche righe vuote della tua agenda, con le cifre di un numero di cellulare da richiamare o foss'anche semplicemente con i postumi di un mal di gola graffiante; quando puoi correre sulla sua pericolosa lama di ghiaccio ben attrezzato e tutto coperto dai grigi, soffocanti eppure salvifici maglioni dell'esistenza più minuta e becera, avvolto proprio da quelle preoccupazioni tabelle bruciori di stomaco e difetti di vista che sembrano legare ed impacciare i tuoi movimenti di pattinatore esperto, è allora che riesci a raggiungere la meta senza che il fondo gelido e buio abbia il sopravvento sulla sottile striscia di ghiaccio duro. Solcare la superficie di fretta, intenti ad altro, in rapide falcate che guardano già oltre: e la spesa finirà in un tonfo di portiera chiusa con sottofondo di autoradio; quasi bella nella sua autonoma, bianca sussistenza refrigerante.
Ma se il caldo di una giornata prefestiva e agostana, se quel caldo di vacanza da mordere e succhiare, se quella cortina di indifferenza diffusa ed eccitata già di per sé ti fa scivolare via di dosso, insieme a maglie maglioni e calze di lana anche tutto ciò che l'invernale rigore appiccica alle ore della tua giornata ben suddivisa; se già il torrido sole, insomma, fa la sua - crudelissima - parte e si va a sommare ad una serie prevedibile ma sempre pungente di eventi interni ed esterni che ti mettono - ancora una volta, anche oggi, dopo un anno, sì, di nuovo - nudo, pattini ai piedi, di fronte alla lunga ed insidiosa superficie di gelo da varcare; se tutto concorre alla nitida percezione dei tuoi passi sovrapposti allo scorrere del carrello: due, come sempre, e nessuno ha il coraggio, il tempo, la voglia, il numero di telefono per tenerti la mano nella tua folle quanto necessaria corsa alla sopravvivenza ed alla riva, è proprio allora che la spesa diventa incubo e che quel delicato equilibrio tra gravità e solidificazione dei liquidi si spezza in un tonfo sordo senza respiro.
E così tutto il circo assurdo degli oggetti, dei pesi, delle etichette e delle offerte speciali ti avvolge cupo senza margine di risalita. Coppie sorridenti (ma come si fa a sorridere in coppia alla coop, poi, vorrei tanto saperlo, sì davvero, io che non ho fatto in vita mia una sola spesa a due senza desiderare la morte violenta dell'altra metà al trascorrere dei primi cinque minuti di acquisti) bilanciano scelte di vita e di marche spintonandoti dall'alto dei loro carrelli stracolmi. Pacchetti di biscotti di infima categoria mangiati una sola volta nella vita rimestano dal tuo fondo più profondo nostalgie e debolezze. Confezioni di carne ottima e ristoratrice si dimostrano troppo piene e pesanti e consistenti per poter sfamare una sola bocca - ed è la tua, tra l'altro - entro la temibile data di scadenza. Le quattro, sempre identiche, scelte del tuo menage si stringono meste l'una nell'altra di fronte ai sacchi di carbonella, ai chili di verdure, ai set di ventiquattro piatti in ceramica, ai pacchi di bicchieri di plastica in offerta e pure alle scatolette di crocchette per cani (bau) che quanto meno causerebbero una qualche scodinzolata allegra al tuo rientro carica e sudata tra le quattro mura di una casa un po' più puzzolente ma anche un po' meno vuota di così.
Fare la spesa, soli, l'undici di agosto al rientro da una manciata di giorni di vacanza che dovevano riposare ed hanno stancato, districare ed hanno annodato, decomprimere ed hanno tappato; fare la spesa, soli, per sé soli, in una giornata prefestiva ai margini dell'autostrada; comprare ciò che si deve, pagare la cifra, infilare tutto di fretta, caricarsi in spalla la borsa strapiena, trovare uno spazio di dita anche per il melone - nessuno lo porterà per te da lì alla macchina, infatti - riguardare la lista un'ultima volta per poi rendersi conto che di nulla di ciò che hai comprato hai fame, nemmeno oggi; fare la spesa, soli, oggi, nonostante tanti buoni propositi e tanti sorrisi dati e ricevuti, beh, fa schifo.
domenica 3 giugno 2012
Sempre aperti
Tutto è fermo, la domenica mattina; immobile e profondo come i respiri esalati dal letto quando ci si accorge - gioia avvolgente - che l'alba è lontana e ci si può rigirare tra le lenzuola calde ancora per tanto, tantissimo tempo. Si guida in macchina e si possono contare, una volta tanto, i volti scavati e leggermente rintronati che si incontrano nel senso opposto. I marciapiedi sono sgombri e il sole già estivo e diffuso ne è incontrastato padrone.
Sembra di percorrere i corridoi di un teatro abbandonato, la domenica mattina in giro per Modena; di essere arrivati troppo tardi anche per l'ultimo spettacolo - o forse troppo presto per il primo, chissà; di rimbombare tra spalti nudi e addormentati. E' bello e triste: sa di sbadiglio e di caffè sbruciacchiato.
Eppure no, eppure c'è un posto, la domenica mattina, dove nonostante le apparenze cova e vive e pulsa un'attività feriale; c'è una stanza, nel retro del teatro, dove le instancabili donne delle pulizie, le silenziose ed eroiche operaie dello straccio, continuano il loro mestiere senza dare mostra di averlo mai interrotto. E questa stanza è la stanza dei supermercati aperti la domenica.
Non sembra proprio possibile, a guardare da fuori le immobili superfici lucide e scure delle vetrate del grande magazzino: sarà chiuso anche questo - pensi - tanto che abbassi il finestrino e con fare rassegnato chiedi alla passante elegante con cane annesso scusi mi sa dire dove posso trovare un supermercato aperto?
Ma qui! - risponde lei annoiata indicando il palazzone alla nostra sinistra. E tu, sconfitta nella tua ansia interrogativa, non puoi far altro che sorridere autoironica e parcheggiare - ancora con un briciolo di perplessità attaccata alle unghie - negli appositi spazi, tra una riga bianca e l'altra, a 'pettine', come piace tanto a te.
E invece ha ragione lei, la passante annoiata con cane annesso. Perché ti basta sfiorare con la tua ombra già estiva e diffusa lo spazio circostante le porte scorrevoli perché, davanti ai tuoi occhi che ancora lottano con le lenti a contatto mattutine, si socchiuda e poi si spalanchi un universo parallelo di carrelli ed ordinaria efficienza.
Ebbene sì, la coop è aperta.
Con buona pace di tutti coloro che lottano in senso contrario, ecco, devo ammetterlo pubblicamente, a me i supermercati aperti di domenica piacciono tanto.
Innanzitutto perché, dentro, vi regna una frenesia a ritmo di danza classica che non ha nulla a che vedere con quella settimanale; tutto è impercettibilmente più lento del normale; tutto è impercettibilmente più pacato, più comprensivo, più soffuso. La gente alle casse riflette a voce alta, invece di masticare orari e ordini al cellulare. Ci sono solo un paio di file attive, ma la coda non è mai lunga eppure le cassiere sono impercettibilmente più meditative del solito. I prodotti non sgomitano uno sull'altro, nei banchi ortofrutta: ciascuno si gode il meritato spazio vuoto al suo fianco, e pure il sedano è più libero - che soddisfazione festiva - di allargarsi comodo e di allungare le gambe, e pure di sbirciare voluttuoso - complice la momentanea scomparsa di buona parte delle melanzane - laggiù in fondo fino alle affascinanti zucchine, e di lanciare loro un indistinto occhiolino.
Poi mi piace per quel senso di tana per me che si prova entrando; per quell'idea di isola impermeabile al banale susseguirsi di giorni festivi e non festivi; per quell'immutabile essenza di produttività utile.
Ma soprattutto mi piace per gli sguardi di chi ci lavora, dentro ad un centro commerciale aperto di domenica. E non tanto perché quegli sguardi siano ontologicamente speciali, profondi o affascinanti. Quegli sguardi sono belli perché dietro alle lenti a contatto di chi li incrocia e li annusa riconoscendoli al primo colpo ci sono io. E anche io lavoro di domenica.
Mi spiace se in questo post chi non è abituato a lavorare nei festivi respirerà un fastidioso senso di casta impenetrabile. Mi spiace se chi non si riconosce in quegli sguardi e in quelle occhiaie arrivando qui si sentirà un po' come quando si era bambini e c'era sempre un odioso gruppetto di compagni di scuola che rispondeva no, non puoi giocare con noi alla nostra sorridente e scontata domanda di autoinvito.
Mi spiace ma, inevitabilmente, sarà un po' così.
Perché è vero che esiste una linea netta e tranquilla che divide chi la domenica lavora e chi la domenica si riposa; e anche quando io dismetto per un attimo i panni della pizzaiola domenicale e indosso quelli della cliente della coop, beh, passando gli articoli ordinatamente sul nastro trasportatore di cassa o sfiorando il braccio del commesso che ripone i formaggi, io li vedo e li riconosco, i tanti e diversi me che la sera prima sono tornati a casa presto ché oggi c'ho il turno, e hanno litigato con la fidanzata che voleva andare al mare che finalmente è venuto il caldo e la mattina quando la sveglia suona si alzano con l'amaro in bocca che solo le sigarette e i litigi prima di dormire lasciano così fastidioso e penetrante, i tanti me che non faticano a trovare parcheggio, che non si abbronzano alle grigliate, che amano i lunedì e tornano a casa col buio.
E allora, quando li sfioro e li guardo, anche senza parlare, senza distrarli, senza incrociare le nostre esistenze un istante più del dovuto, a me piace pensare che anche loro mi riconoscano, e trovino nel mio sguardo quel briciolo di fratellanza e comprensione e fierezza che faccia sembrare il loro singolo passo seguente (e solo quello, di più non lo immaginerei proprio) verso il frigo della carne un poco meno pesante e un poco più solenne.
Perché lavorare di domenica ha una sua nobiltà e chi lo fa dovrebbe camminare sempre con la testa alta e le spalle dritte, anche se si fa fatica, anche se la schiena duole dopo tanti cartoni di pelati trasportati da uno scaffale all'altro. Perché si è doppiamente utili agli altri: a quelli che hanno dimenticato di comprare il lievito, a quelli che non hanno voglia di preparare da mangiare, a quelli che hanno dormito fino a tardi e si svegliano di soprassalto, a quelli che hanno finito la benzina, a quelli che hanno invitati imprevisti.
E poi - e mi verrebbe da sussurrarglielo, alla cassiera che forse mi strizza l'occhio o magari è solo una mia suggestione - verrà, ne sono certa, un giorno in cui noi lavoratori domenicali e sbarazzini troveremo un impiego di quelli con il colletto di camicia e le scarpe chiuse e lucide, e allora la domenica staremo a letto fino a tardi e andremo alle grigliate e porteremo passeggini a spasso per piste ciclabili e montagne limitrofe. Verrà quel giorno e noi, puntualmente, ci dimenticheremo della farina per impastare torte di compleanno e allora finiremo lì, di nuovo, alla coop aperta la domenica, e sorrideremo vittoriosi senza trionfo, calpestando le stesse orme dei nuovi commessi con le occhiaie, e li seguiremo senza farci scoprire fino al banco ortofrutta e silenziosi ed emozionati ci fermeremo alle loro spalle e sarà allora che bisbiglieremo, piano piano, senza farci sentire quasi da nessuno, ehi, grazie.
Sembra di percorrere i corridoi di un teatro abbandonato, la domenica mattina in giro per Modena; di essere arrivati troppo tardi anche per l'ultimo spettacolo - o forse troppo presto per il primo, chissà; di rimbombare tra spalti nudi e addormentati. E' bello e triste: sa di sbadiglio e di caffè sbruciacchiato.
Eppure no, eppure c'è un posto, la domenica mattina, dove nonostante le apparenze cova e vive e pulsa un'attività feriale; c'è una stanza, nel retro del teatro, dove le instancabili donne delle pulizie, le silenziose ed eroiche operaie dello straccio, continuano il loro mestiere senza dare mostra di averlo mai interrotto. E questa stanza è la stanza dei supermercati aperti la domenica.
Non sembra proprio possibile, a guardare da fuori le immobili superfici lucide e scure delle vetrate del grande magazzino: sarà chiuso anche questo - pensi - tanto che abbassi il finestrino e con fare rassegnato chiedi alla passante elegante con cane annesso scusi mi sa dire dove posso trovare un supermercato aperto?
Ma qui! - risponde lei annoiata indicando il palazzone alla nostra sinistra. E tu, sconfitta nella tua ansia interrogativa, non puoi far altro che sorridere autoironica e parcheggiare - ancora con un briciolo di perplessità attaccata alle unghie - negli appositi spazi, tra una riga bianca e l'altra, a 'pettine', come piace tanto a te.
E invece ha ragione lei, la passante annoiata con cane annesso. Perché ti basta sfiorare con la tua ombra già estiva e diffusa lo spazio circostante le porte scorrevoli perché, davanti ai tuoi occhi che ancora lottano con le lenti a contatto mattutine, si socchiuda e poi si spalanchi un universo parallelo di carrelli ed ordinaria efficienza.
Ebbene sì, la coop è aperta.
Con buona pace di tutti coloro che lottano in senso contrario, ecco, devo ammetterlo pubblicamente, a me i supermercati aperti di domenica piacciono tanto.
Innanzitutto perché, dentro, vi regna una frenesia a ritmo di danza classica che non ha nulla a che vedere con quella settimanale; tutto è impercettibilmente più lento del normale; tutto è impercettibilmente più pacato, più comprensivo, più soffuso. La gente alle casse riflette a voce alta, invece di masticare orari e ordini al cellulare. Ci sono solo un paio di file attive, ma la coda non è mai lunga eppure le cassiere sono impercettibilmente più meditative del solito. I prodotti non sgomitano uno sull'altro, nei banchi ortofrutta: ciascuno si gode il meritato spazio vuoto al suo fianco, e pure il sedano è più libero - che soddisfazione festiva - di allargarsi comodo e di allungare le gambe, e pure di sbirciare voluttuoso - complice la momentanea scomparsa di buona parte delle melanzane - laggiù in fondo fino alle affascinanti zucchine, e di lanciare loro un indistinto occhiolino.
Poi mi piace per quel senso di tana per me che si prova entrando; per quell'idea di isola impermeabile al banale susseguirsi di giorni festivi e non festivi; per quell'immutabile essenza di produttività utile.
Ma soprattutto mi piace per gli sguardi di chi ci lavora, dentro ad un centro commerciale aperto di domenica. E non tanto perché quegli sguardi siano ontologicamente speciali, profondi o affascinanti. Quegli sguardi sono belli perché dietro alle lenti a contatto di chi li incrocia e li annusa riconoscendoli al primo colpo ci sono io. E anche io lavoro di domenica.
Mi spiace se in questo post chi non è abituato a lavorare nei festivi respirerà un fastidioso senso di casta impenetrabile. Mi spiace se chi non si riconosce in quegli sguardi e in quelle occhiaie arrivando qui si sentirà un po' come quando si era bambini e c'era sempre un odioso gruppetto di compagni di scuola che rispondeva no, non puoi giocare con noi alla nostra sorridente e scontata domanda di autoinvito.
Mi spiace ma, inevitabilmente, sarà un po' così.
Perché è vero che esiste una linea netta e tranquilla che divide chi la domenica lavora e chi la domenica si riposa; e anche quando io dismetto per un attimo i panni della pizzaiola domenicale e indosso quelli della cliente della coop, beh, passando gli articoli ordinatamente sul nastro trasportatore di cassa o sfiorando il braccio del commesso che ripone i formaggi, io li vedo e li riconosco, i tanti e diversi me che la sera prima sono tornati a casa presto ché oggi c'ho il turno, e hanno litigato con la fidanzata che voleva andare al mare che finalmente è venuto il caldo e la mattina quando la sveglia suona si alzano con l'amaro in bocca che solo le sigarette e i litigi prima di dormire lasciano così fastidioso e penetrante, i tanti me che non faticano a trovare parcheggio, che non si abbronzano alle grigliate, che amano i lunedì e tornano a casa col buio.
E allora, quando li sfioro e li guardo, anche senza parlare, senza distrarli, senza incrociare le nostre esistenze un istante più del dovuto, a me piace pensare che anche loro mi riconoscano, e trovino nel mio sguardo quel briciolo di fratellanza e comprensione e fierezza che faccia sembrare il loro singolo passo seguente (e solo quello, di più non lo immaginerei proprio) verso il frigo della carne un poco meno pesante e un poco più solenne.
Perché lavorare di domenica ha una sua nobiltà e chi lo fa dovrebbe camminare sempre con la testa alta e le spalle dritte, anche se si fa fatica, anche se la schiena duole dopo tanti cartoni di pelati trasportati da uno scaffale all'altro. Perché si è doppiamente utili agli altri: a quelli che hanno dimenticato di comprare il lievito, a quelli che non hanno voglia di preparare da mangiare, a quelli che hanno dormito fino a tardi e si svegliano di soprassalto, a quelli che hanno finito la benzina, a quelli che hanno invitati imprevisti.
E poi - e mi verrebbe da sussurrarglielo, alla cassiera che forse mi strizza l'occhio o magari è solo una mia suggestione - verrà, ne sono certa, un giorno in cui noi lavoratori domenicali e sbarazzini troveremo un impiego di quelli con il colletto di camicia e le scarpe chiuse e lucide, e allora la domenica staremo a letto fino a tardi e andremo alle grigliate e porteremo passeggini a spasso per piste ciclabili e montagne limitrofe. Verrà quel giorno e noi, puntualmente, ci dimenticheremo della farina per impastare torte di compleanno e allora finiremo lì, di nuovo, alla coop aperta la domenica, e sorrideremo vittoriosi senza trionfo, calpestando le stesse orme dei nuovi commessi con le occhiaie, e li seguiremo senza farci scoprire fino al banco ortofrutta e silenziosi ed emozionati ci fermeremo alle loro spalle e sarà allora che bisbiglieremo, piano piano, senza farci sentire quasi da nessuno, ehi, grazie.
venerdì 2 marzo 2012
Luoghi che..
Luoghi che .. io ci vorrei andare a vivere dentro.
(E' parecchio, in effetti, che Tinni non pubblica un elenco; un po' le mancavano, quindi adesso vi cuccate questo).
Le Biblioteche. Ma non tanto quelle specialistiche; ultimamente soprattutto quelle comunali, quelle generaliste, con tutta quella gente mescolata che cerca cose disparate - qualcuno il fidanzato, qualcun'altro una guida turistica, altri ancora un libro per fare la ricerca sul nazismo, molti, semplicemente, il caldo e la comodità delle poltrone - e la uaifai e la caffetteria e tutto sembra semplice e gli altri ti appaiono tutti in ricerca, e necessariamente anche tu sei meno solo, nella tua, di ricerca.
L'automobile. La mia. Con il fiore di stoffa del commercioequoesolidale (cf. infra) comprato in una mattina di conquistate indipendenze romane che tutti mi prendono in giro e dicono che così la panda sembra un maggiolone de noantri in brutta copia ma a me piace perché si intona con il rosso della carrozzeria, e con la bottiglietta d'acqua nel porta-bottigliette, e miriadi di scontrini appallottolati e ripiegati in mille ondine come ho imparato a fare - senza nemmeno accorgermene - da un'amica lontana, e bucce di mandarini secche (pare diano un buon odore all'ambiente, ma mio malgrado non credo sia questo il motivo primario per cui sono lì), e la mia musica senza ordine né genere, anarchicamente simpatica. La mia macchina che quando esco da una lezione o rientro dalla stazione dei treni è costante certezza in attesa, orizzonte sempre noto che pazienta e accoglie, macchia colorata nell'oceano dei grigi.
Le mense. (Meglio ancora se bio). Tutti in fila buoni buoni con il proprio vassoio da riempire, con l'indipendenza di poter scegliere solo dopo aver guardato, l'acqua gratis dalla caraffa, il prezzo accettabile, i tavoloni lunghi e comuni dove puoi sbirciare qualche toppa nella vita degli altri, o strappare un sorriso, o intercettare uno sguardo emozionato alla lettura di un sms amico. Si sta tutti insieme, ma anche ciascuno per conto suo.
I Negozi del commercio equo e solidale. Per i colori sgargianti e le stoffe grezze e i materiali semplici e buoni; per i sorrisi caldi dei commessi che sono lì con una motivazione diversa da quella che hanno tutti; e forse, sì, forse anche per il tintinnio tutto particolare che fanno i soldi quando li spendi per una giusta causa.
La stazione Termini. Seconda casa per più di tre anni; luogo di shopping compulsivo dopo qualche rabbia e risposta sicura ad ogni bisogno più elementare, dal cibo a buon mercato alle gocce per l'otite quella mattina dopo una notte agitata sul treno Svizzera-Italia. La stazione Termini e le sue panchine da ottenere con il coltello tra i denti, i sorrisi dei tabaccai che sono il primo benvenuto a te che ritorni dopo tanto tempo, le folate di vento caldo sui binari e il ticchettio meticoloso delle letterine sui pannelli delle partenze e degli arrivi. La stazione Termini che proprio l'altro giorno ho ritrovato e riperso per una delle ultime volte (aridaje) e non ho potuto fare a meno di entrare in uno, anzi in due negozi praticamente a caso e comprare due oggetti scelti quasi di getto, a sensazione, senza capirne davvero il perché fino ad accorgersi, una volta sul Frecciargento, che toccare quel sacchetto e stringere quel libro era un po' come tenersi stretta Roma ancora per un po', ed essere felici di averlo fatto.
L'eurostar. Con quel senso di elitario e rispettoso e silenzioso benessere; che poi lo sai, in fondo, che tu non sei e forse mai lo sarai, una tipa da frecciarossa, e che quel nobile atteggiamento di opulenza non lo potresti imitare neppure se per una sera - come accadeva ai tempi della scuola - ti vestissero come una principessa; eppure proprio per questo ti piace giocare a fare la ricca, giusto per quelle due ore e ventuno minuti che ti separano dalla méta, ché poi, a ritornare poveri ma felici, ci si prova pure un po' più di gusto.
Le mansarde. Legno, libri, testa piegata in avanti, tante craniate assicurate, ma una vista speciale sul mondo: dall'alto, da un buchetto ritagliato e spesso angusto, ma che più sopra di te non c'è nessuno.
I musei. Da sola. Ché io ci ho anche provato, in passato, a visitare i musei in buona, anzi in ottima compagnia. Ed è bello, sì. Ma non si visita il museo: si visita l'Altro, si visita il suo modo di guardare alle cose, si visita la sua voce e come rimbomba nello spazio largo delle stanze dipinte a nuovo. E invece, da soli, si vagabonda con un ritmo che è solo proprio e si finisce per rispecchiarsi nelle opere d'arte, e prima o poi si trova quella che ti rispedisce indietro una fotografia sorridente di te e allora quando mi succede io compro sempre la cartolina di quell'opera lì, nella libreria del museo o della mostra, e poi la attacco scrupolosamente sul muro di camera.
(E' parecchio, in effetti, che Tinni non pubblica un elenco; un po' le mancavano, quindi adesso vi cuccate questo).
Le Biblioteche. Ma non tanto quelle specialistiche; ultimamente soprattutto quelle comunali, quelle generaliste, con tutta quella gente mescolata che cerca cose disparate - qualcuno il fidanzato, qualcun'altro una guida turistica, altri ancora un libro per fare la ricerca sul nazismo, molti, semplicemente, il caldo e la comodità delle poltrone - e la uaifai e la caffetteria e tutto sembra semplice e gli altri ti appaiono tutti in ricerca, e necessariamente anche tu sei meno solo, nella tua, di ricerca.
L'automobile. La mia. Con il fiore di stoffa del commercioequoesolidale (cf. infra) comprato in una mattina di conquistate indipendenze romane che tutti mi prendono in giro e dicono che così la panda sembra un maggiolone de noantri in brutta copia ma a me piace perché si intona con il rosso della carrozzeria, e con la bottiglietta d'acqua nel porta-bottigliette, e miriadi di scontrini appallottolati e ripiegati in mille ondine come ho imparato a fare - senza nemmeno accorgermene - da un'amica lontana, e bucce di mandarini secche (pare diano un buon odore all'ambiente, ma mio malgrado non credo sia questo il motivo primario per cui sono lì), e la mia musica senza ordine né genere, anarchicamente simpatica. La mia macchina che quando esco da una lezione o rientro dalla stazione dei treni è costante certezza in attesa, orizzonte sempre noto che pazienta e accoglie, macchia colorata nell'oceano dei grigi.
Le mense. (Meglio ancora se bio). Tutti in fila buoni buoni con il proprio vassoio da riempire, con l'indipendenza di poter scegliere solo dopo aver guardato, l'acqua gratis dalla caraffa, il prezzo accettabile, i tavoloni lunghi e comuni dove puoi sbirciare qualche toppa nella vita degli altri, o strappare un sorriso, o intercettare uno sguardo emozionato alla lettura di un sms amico. Si sta tutti insieme, ma anche ciascuno per conto suo.
I Negozi del commercio equo e solidale. Per i colori sgargianti e le stoffe grezze e i materiali semplici e buoni; per i sorrisi caldi dei commessi che sono lì con una motivazione diversa da quella che hanno tutti; e forse, sì, forse anche per il tintinnio tutto particolare che fanno i soldi quando li spendi per una giusta causa.
La stazione Termini. Seconda casa per più di tre anni; luogo di shopping compulsivo dopo qualche rabbia e risposta sicura ad ogni bisogno più elementare, dal cibo a buon mercato alle gocce per l'otite quella mattina dopo una notte agitata sul treno Svizzera-Italia. La stazione Termini e le sue panchine da ottenere con il coltello tra i denti, i sorrisi dei tabaccai che sono il primo benvenuto a te che ritorni dopo tanto tempo, le folate di vento caldo sui binari e il ticchettio meticoloso delle letterine sui pannelli delle partenze e degli arrivi. La stazione Termini che proprio l'altro giorno ho ritrovato e riperso per una delle ultime volte (aridaje) e non ho potuto fare a meno di entrare in uno, anzi in due negozi praticamente a caso e comprare due oggetti scelti quasi di getto, a sensazione, senza capirne davvero il perché fino ad accorgersi, una volta sul Frecciargento, che toccare quel sacchetto e stringere quel libro era un po' come tenersi stretta Roma ancora per un po', ed essere felici di averlo fatto.
L'eurostar. Con quel senso di elitario e rispettoso e silenzioso benessere; che poi lo sai, in fondo, che tu non sei e forse mai lo sarai, una tipa da frecciarossa, e che quel nobile atteggiamento di opulenza non lo potresti imitare neppure se per una sera - come accadeva ai tempi della scuola - ti vestissero come una principessa; eppure proprio per questo ti piace giocare a fare la ricca, giusto per quelle due ore e ventuno minuti che ti separano dalla méta, ché poi, a ritornare poveri ma felici, ci si prova pure un po' più di gusto.
Le mansarde. Legno, libri, testa piegata in avanti, tante craniate assicurate, ma una vista speciale sul mondo: dall'alto, da un buchetto ritagliato e spesso angusto, ma che più sopra di te non c'è nessuno.
I musei. Da sola. Ché io ci ho anche provato, in passato, a visitare i musei in buona, anzi in ottima compagnia. Ed è bello, sì. Ma non si visita il museo: si visita l'Altro, si visita il suo modo di guardare alle cose, si visita la sua voce e come rimbomba nello spazio largo delle stanze dipinte a nuovo. E invece, da soli, si vagabonda con un ritmo che è solo proprio e si finisce per rispecchiarsi nelle opere d'arte, e prima o poi si trova quella che ti rispedisce indietro una fotografia sorridente di te e allora quando mi succede io compro sempre la cartolina di quell'opera lì, nella libreria del museo o della mostra, e poi la attacco scrupolosamente sul muro di camera.
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mercoledì 21 dicembre 2011
Retrobottega
L'altra sera era domenica ed erano le ventidue, e, come tutte le domeniche sere alle ventidue degli ultimi quattro mesi, stavo pulendo i pannelli dei frigoriferi della cucina della pizzeria da asporto dove lavoro.
Stavo pulendo senza lasciare aloni, come mi hanno insegnato fin dai primi giorni, ed è entrato in pizzeria un amico di un mio collega. E' entrato anche se la pizzeria era formalmente chiusa, perché doveva dare qualcosa al suo amico e poi andare via subito.
In verità è rimasto lì a chiacchierare con il mio collega suo amico ed altri ancora per un po', e gli spazi di silenzio tra quello che diceva lui e quello che rispondevano i miei colleghi si facevano sempre più lunghi e sempre più riempiti dai gesti di chi pulisce riordina lava e spazza una pizzeria ormai chiusa, e così dopo qualche minuto il ragazzo ha detto dai vi lascio che non voglio disturbare e ha aperto la porta ed è uscito.
E mentre usciva aveva una smorfia che era insieme di disappunto e anche un po' di invidia, era rimpianto e delusione, era fastidio e insieme desiderio. Una smorfia che appena l'ho vista mi ci sono subito riconosciuta perché doveva essere proprio la stessa di un paio di volte che sono andata io a trovare un'amica che lavora in un locale e avevo tanta voglia di abbracciarla e chiacchierare e dirle che le volevo bene e invece lei stava armeggiando nel locale già chiuso e intorno a lei altre persone volteggiavano sicure nel loro spazio naturale con scope asciugamani bicchieri e bottiglie e io ho provato proprio quello che ho visto nello sguardo del tizio, domenica sera.
Non so se vi sia mai capitato di entrare in un negozio già chiuso, in un supermercato con le serrande abbassate, in un ristorante dopo la mezzanotte. C'è un colore diverso dal solito; le persone che ci sono dentro hanno facce differenti: sono stanche, sì, provate, c'è una luce più vera che tradisce occhiaie e mal di schiena, dissapori ed inconvenienti, eppure nei loro sguardi c'è anche una fierezza che non saprei descrivere con altri aggettivi che non siano bella.
C'è una bella fierezza nei loro occhi che tu non puoi far altro che entrare in punta di piedi per non rovinare il pavimento appena lavato; c'è una bella fierezza che non è presuntuosa e neppure cattiva: nasce dalla semplice constatazione che esiste una linea dietro alla quale il territorio è loro, è conquistato, sudato, pulito da loro. Puoi oltrepassarla fisicamente, quella linea, beninteso, ma per quanto tu possa startene lì dentro al negozio o al ristorante e tu possa buttare nell'aria qualche domanda curiosa rigirandoti le mani in mano, la linea vera non la sorpasserai mai. C'è una bella fierezza che sa di guadagno, che tintinna nelle tasche, che è concreta ed insieme inafferrabile.
E soprattutto una bella fierezza che è bella proprio perché è inconsapevole; perché la vede chi entra nel negozio, e non chi lavora lì e sta pensando che palle è domenica c'è da fare pure la friggitrice o chissà se mi ha telefonato Giuseppe poi mentre il titolare non guarda magari do un occhio al cellulare. E infatti anche io me l'ero dimenticata, una volta passata dall'altra parte; se non fosse stato per quel tizio insignificante venuto a rompere le palle dopo la chiusura, l'avrei rimossa ancora per chissà quanto tempo.
E invece è tornata a galla. E ne sono felice: perché per un attimo, domenica sera, ho accantonato il pensiero della friggitrice e degli aloni sui frigo per sentirmi un poco più speciale.
Ma non solo per questo motivo; ne sono felice anche e soprattutto perché mi ha fatto pensare che, nella vita vera, in quella di tutti i giorni e di tutte le sere in compagnia degli amici o dei conoscenti o dei passanti, sarebbe bello imparare a tracciare una linea invisibile che separa un retrobottega tutto nostro nel quale ritirarsi a pulire a fine serata. Sarebbe bello recintare un cucinotto dove nessuno vede ciò che si prepara e si bolle e si frigge, anche se poi viene servito al pubblico con grande riverenza e cura. Sarebbe bello saper mettere un cartello pavimento appena lavato per far camminare gli altri con un'attenzione tutta ovattata. Sarebbe bello - e uso il condizionale perché è seriamente una delle cose per me più difficili al mondo - ; bello e faticoso, certo, come è faticoso tagliare i pomodorini in tutta fretta o preparare la salsiccia mettendo le mani nel freddo tagliente dell'impasto, però anche bello e fiero.
Chiudo bottega, cari amici; sono le dieci passate e devo ancora lucidare l'impastatrice.
Stavo pulendo senza lasciare aloni, come mi hanno insegnato fin dai primi giorni, ed è entrato in pizzeria un amico di un mio collega. E' entrato anche se la pizzeria era formalmente chiusa, perché doveva dare qualcosa al suo amico e poi andare via subito.
In verità è rimasto lì a chiacchierare con il mio collega suo amico ed altri ancora per un po', e gli spazi di silenzio tra quello che diceva lui e quello che rispondevano i miei colleghi si facevano sempre più lunghi e sempre più riempiti dai gesti di chi pulisce riordina lava e spazza una pizzeria ormai chiusa, e così dopo qualche minuto il ragazzo ha detto dai vi lascio che non voglio disturbare e ha aperto la porta ed è uscito.
E mentre usciva aveva una smorfia che era insieme di disappunto e anche un po' di invidia, era rimpianto e delusione, era fastidio e insieme desiderio. Una smorfia che appena l'ho vista mi ci sono subito riconosciuta perché doveva essere proprio la stessa di un paio di volte che sono andata io a trovare un'amica che lavora in un locale e avevo tanta voglia di abbracciarla e chiacchierare e dirle che le volevo bene e invece lei stava armeggiando nel locale già chiuso e intorno a lei altre persone volteggiavano sicure nel loro spazio naturale con scope asciugamani bicchieri e bottiglie e io ho provato proprio quello che ho visto nello sguardo del tizio, domenica sera.
Non so se vi sia mai capitato di entrare in un negozio già chiuso, in un supermercato con le serrande abbassate, in un ristorante dopo la mezzanotte. C'è un colore diverso dal solito; le persone che ci sono dentro hanno facce differenti: sono stanche, sì, provate, c'è una luce più vera che tradisce occhiaie e mal di schiena, dissapori ed inconvenienti, eppure nei loro sguardi c'è anche una fierezza che non saprei descrivere con altri aggettivi che non siano bella.
C'è una bella fierezza nei loro occhi che tu non puoi far altro che entrare in punta di piedi per non rovinare il pavimento appena lavato; c'è una bella fierezza che non è presuntuosa e neppure cattiva: nasce dalla semplice constatazione che esiste una linea dietro alla quale il territorio è loro, è conquistato, sudato, pulito da loro. Puoi oltrepassarla fisicamente, quella linea, beninteso, ma per quanto tu possa startene lì dentro al negozio o al ristorante e tu possa buttare nell'aria qualche domanda curiosa rigirandoti le mani in mano, la linea vera non la sorpasserai mai. C'è una bella fierezza che sa di guadagno, che tintinna nelle tasche, che è concreta ed insieme inafferrabile.
E soprattutto una bella fierezza che è bella proprio perché è inconsapevole; perché la vede chi entra nel negozio, e non chi lavora lì e sta pensando che palle è domenica c'è da fare pure la friggitrice o chissà se mi ha telefonato Giuseppe poi mentre il titolare non guarda magari do un occhio al cellulare. E infatti anche io me l'ero dimenticata, una volta passata dall'altra parte; se non fosse stato per quel tizio insignificante venuto a rompere le palle dopo la chiusura, l'avrei rimossa ancora per chissà quanto tempo.
E invece è tornata a galla. E ne sono felice: perché per un attimo, domenica sera, ho accantonato il pensiero della friggitrice e degli aloni sui frigo per sentirmi un poco più speciale.
Ma non solo per questo motivo; ne sono felice anche e soprattutto perché mi ha fatto pensare che, nella vita vera, in quella di tutti i giorni e di tutte le sere in compagnia degli amici o dei conoscenti o dei passanti, sarebbe bello imparare a tracciare una linea invisibile che separa un retrobottega tutto nostro nel quale ritirarsi a pulire a fine serata. Sarebbe bello recintare un cucinotto dove nessuno vede ciò che si prepara e si bolle e si frigge, anche se poi viene servito al pubblico con grande riverenza e cura. Sarebbe bello saper mettere un cartello pavimento appena lavato per far camminare gli altri con un'attenzione tutta ovattata. Sarebbe bello - e uso il condizionale perché è seriamente una delle cose per me più difficili al mondo - ; bello e faticoso, certo, come è faticoso tagliare i pomodorini in tutta fretta o preparare la salsiccia mettendo le mani nel freddo tagliente dell'impasto, però anche bello e fiero.
Chiudo bottega, cari amici; sono le dieci passate e devo ancora lucidare l'impastatrice.
mercoledì 7 settembre 2011
Incontri subacquei
Qualche giorno fa sono andata a comprare qualcosa in un negozio non lontano da casa, dove lavora un vecchio amico che fa parte di quel mondo polveroso e sregolato che sono le antiche amicizie dei sedici anni. O meglio, per essere precisi, fa parte della categoria di quelli che io avrei tanto ardentemente desiderato fossero più che amici dei sedici anni ma che invece non corrispondevano a tale desiderio (categoria che peraltro ha una sua consistenza numerica non da poco). Fatto sta che non lo vedevo da almeno due anni. O forse anche di più.
E' buffo. Rincontrare un vecchio amico, intendo.
E' buffo perché si pare entrambi dei palombari in attività ventimila leghe sotto i mari. Ci si muove con l'ovattata lentezza di quei filmati sul primo uomo nello spazio, e, esattamente come in quei filmati, il silenzio sembra un po' l'unica forma di comunicazione ammissibile. Ci si squadra come se si fosse entrambi ricoperti di centinaia di strati di salsedine e di detriti, come dei naufraghi che dopo anni si ritrovano in due sulla stessa isola deserta ma ancora non si è sicuri che chi abbiamo davanti non sia un pericoloso indigeno guerriero.
Ci si indaga con lo sguardo un po' corrucciato fino a che non si riconosce, dietro a tutti i detriti, in fondo proprio in fondo, che so, quel modo di camminare un po' dinoccolato che si credeva di non ricordare più, oppure quel particolare del sopracciglio, quel muovere le dita lunghe ed infilarle veloci dentro le tasche dei pantaloni stretti.
E il silenzio, appunto, il silenzio scrutatore sembrerebbe l'unica via, se non fosse che siamo pur sempre dentro ad un negozio e ci tocca fare il cliente e il commesso; e allora quello che è chiamato a fare il cliente interrompe il riconoscimento fiutato e ovattato con una roba del tipo ehi scusa voi qui li fate, i buoni regalo, che suona come il rombo di un motore truccato in mezzo ad un concerto di flauto.
E allora tutto ritorna su dei binari di consueta normalità, sì li facciamo, quanto ci metto dentro, sessanta euro sì grazie a chi lo devo intestare, senza accorgersi che ormai dentro a quei binari si è in trappola, zac!, e non c'è più spazio per il contatto leggero dei palombari, non c'è più spazio per fare e dirsi quello che sarebbe bello dirsi dopo tutto questo tempo sai sono stata un po' una cretina, no, ma il cretino ero io, figurati, non ci voglio nemmeno pensare a quante cazzate dicevo a quel tempo, sì in effetti eri scemo un bel po', ma pensa come si cambia, ed ora siamo qui, quanti anni sono passati? cavoli, più di dieci.
Quei maledetti binari arrugginiti lasciano giusto il tempo di pronunciare quello striminzito cosa fai, nella vita? che lascia tanti di quei buchi e tanti di quei vuoti che sarebbe quasi meglio non chiederlo neppure. E si è già al resto, allo scontrino, alla busta di plastica, grazie e arrivederci, e allora non resta che ripartire, uscire, dire ciao, stammi bene, eppure quell'amarognolo in bocca come quando si sbaglia a scegliere la caramella dal barattolo di qualcuno che te la sta offrendo non vuole andare via.
E si rientra a piedi verso l'automobile parcheggiata, si riguarda la busta di plastica con dentro i vari oggetti acquistati e, così per un riflesso distratto, si prende in mano lo scontrino.
Per accorgersi che il tuo vecchio amico dei sedici anni ti ha fatto, in un angolo di quel silenzio di astronauti, un piccolo sconto non richiesto.
E, in fondo, tra palombari in esplorazione, anche quello può bastare.
E' buffo. Rincontrare un vecchio amico, intendo.
E' buffo perché si pare entrambi dei palombari in attività ventimila leghe sotto i mari. Ci si muove con l'ovattata lentezza di quei filmati sul primo uomo nello spazio, e, esattamente come in quei filmati, il silenzio sembra un po' l'unica forma di comunicazione ammissibile. Ci si squadra come se si fosse entrambi ricoperti di centinaia di strati di salsedine e di detriti, come dei naufraghi che dopo anni si ritrovano in due sulla stessa isola deserta ma ancora non si è sicuri che chi abbiamo davanti non sia un pericoloso indigeno guerriero.
Ci si indaga con lo sguardo un po' corrucciato fino a che non si riconosce, dietro a tutti i detriti, in fondo proprio in fondo, che so, quel modo di camminare un po' dinoccolato che si credeva di non ricordare più, oppure quel particolare del sopracciglio, quel muovere le dita lunghe ed infilarle veloci dentro le tasche dei pantaloni stretti.
E il silenzio, appunto, il silenzio scrutatore sembrerebbe l'unica via, se non fosse che siamo pur sempre dentro ad un negozio e ci tocca fare il cliente e il commesso; e allora quello che è chiamato a fare il cliente interrompe il riconoscimento fiutato e ovattato con una roba del tipo ehi scusa voi qui li fate, i buoni regalo, che suona come il rombo di un motore truccato in mezzo ad un concerto di flauto.
E allora tutto ritorna su dei binari di consueta normalità, sì li facciamo, quanto ci metto dentro, sessanta euro sì grazie a chi lo devo intestare, senza accorgersi che ormai dentro a quei binari si è in trappola, zac!, e non c'è più spazio per il contatto leggero dei palombari, non c'è più spazio per fare e dirsi quello che sarebbe bello dirsi dopo tutto questo tempo sai sono stata un po' una cretina, no, ma il cretino ero io, figurati, non ci voglio nemmeno pensare a quante cazzate dicevo a quel tempo, sì in effetti eri scemo un bel po', ma pensa come si cambia, ed ora siamo qui, quanti anni sono passati? cavoli, più di dieci.
Quei maledetti binari arrugginiti lasciano giusto il tempo di pronunciare quello striminzito cosa fai, nella vita? che lascia tanti di quei buchi e tanti di quei vuoti che sarebbe quasi meglio non chiederlo neppure. E si è già al resto, allo scontrino, alla busta di plastica, grazie e arrivederci, e allora non resta che ripartire, uscire, dire ciao, stammi bene, eppure quell'amarognolo in bocca come quando si sbaglia a scegliere la caramella dal barattolo di qualcuno che te la sta offrendo non vuole andare via.
E si rientra a piedi verso l'automobile parcheggiata, si riguarda la busta di plastica con dentro i vari oggetti acquistati e, così per un riflesso distratto, si prende in mano lo scontrino.
Per accorgersi che il tuo vecchio amico dei sedici anni ti ha fatto, in un angolo di quel silenzio di astronauti, un piccolo sconto non richiesto.
E, in fondo, tra palombari in esplorazione, anche quello può bastare.
lunedì 4 luglio 2011
Lentilles
A volte, un po' per caso un po' per desiderio (cit.), mi capita di uscire di casa senza lenti a contatto. Non mi manca così tanta vista, infatti, da non poter deambulare senza pericoli di grossa taglia e, se mi rompe indossare gli occhiali o le lenti a contatto mi danno fastidio, a volte, esco così, con gli occhi parzialmente invalidi.
E non è una brutta sensazione.
L'altra sera un'amica mi ha chiesto sconvolta come diavolo facessi a girare per le strade notturne di Parigi così, senza vedere esattamente tutto ciò che mi sta intorno. Lì per lì ho risposto con una risata, ma ieri pomeriggio, mentre mi dirigevo a fare la spesa (una delle attività diurne che vedono il disdegno delle lentine maggiormente vivo), ho cercato di riflettere sul motivo che mi portava, a volte, a girare un poco ciecata e incurante dell'alta definizione.
La verità, miei cari lettori, è che la vita è fatta di questo, di un passo dopo l'altro verso il supermercato, di aperture e chiusure di porte, di attimi che scorrono tutti uguali; e io, molto spesso, ho la sensazione che tutto questo non stia portando ad un bell'accidente di niente. Ho questa sensazione di scorrimento banale, spesso, salvo quando mi metto a riflettere, come ieri pomeriggio, sui motivi che mi portano a non mettere di proposito le lenti, o sui piaceri che mi derivano dall'acquisto di un tipo di fagiolini che non avevo mai provato, o sulle sensazioni che si provano in fondo al cuore quando tasti le albicocche prima di infilarle nel tuo sacchetto (una delle poche attitudini 'terrone' a cui non rinuncerei per nulla al mondo; e non venitemi a dire che tastare le cose con l'apposito guanto è la stessa cosa!).
Insomma, per farla breve, mi trovavo in uno di questi attimi di importante e densa consapevolezza quando ho capito come mai camminare, agire, comprare, correre, salutare e vivere per un poco senza lenti a contatto non farebbe male ad ognuno di noi (gradi di miopia permettendo).
Perché quando vedi male intorno a te, sono, per una volta tanto, gli altri sensi a farla da padrone. Oggettivamente, la vista è spesso un po' prepotente, non trovate? E' quella che vuol comandare, che giudica, che incasella, che scatta più veloce degli altri; è la razionale del gruppo, il grillo parlante.
Però ogni tanto fa anche bene che si metta un po' da parte; gli altri sensi se lo meritano, in fondo.
E così ti ritrovi a camminare odorando il vento che ti viene incontro, dove ritrovi qualche goccia di una pioggia lontana e la polvere del parco poco distante, ti ritrovi faccia a faccia con il reparto frutta e verdura, con il suo profumo dolce e aguzzo (quando ero piccola, dunque dotata di un più spontaneo e più solido raziocinio, andavo dicendo che avrei sposato ASSOLUTAMENTE o un fruttivendolo o un fornaio, per vivere tutta la vita dentro quegli odori magici), con la guerra non detta tra il settore avvolgente e morbido dei profumi della frutta e quello aspro e frizzante di quelli della verdura; ti ritrovi ad ondeggiare a tempo di musica per un'autoradio a tutto volume sparata da una macchina i cui abitanti, se li vedessi bene, riceverebbero invece il tuo tacito disprezzo; ti ritrovi a rubare una ciliegia dal banco della frutta che tanto anche se il commesso ti vede tanto tu non lo vedi quindi che problema c'è?!; ti ritrovi a sfiorare senza volere la mano della commessa nervosa e apprendista della cassa, e ne senti in un istante la fatica e la responsabilità.
Quando guardi intorno a te e sei senza lenti, sono le cose macroscopiche che non ti possono sfuggire: e prima fra tutte il cielo in continuo movimento. Le inezie della vita, i dettagli che spesso ci rendono scemi, non li percepisci.
E anche i volti, i visi della gente intorno a te, perdono i lineamenti esatti: diventano una più indistinta umanità, che lotta, soffre, spera (è il periodo delle citazioni inattese, questo: vediamo chi sa cogliere questa, provenuta dai meandri di una memoria che non ricordavo neppure di avere!), e allora diventa un po' come quando, l'ultimo anno di maturità, quando pensavi di non farcela ad alzarti tutte le mattine e a fare un cavolo di compito in classe al giorno e simulazione e interrogazione programmata, ti fermavi un attimo e dall'ultimo banco a destra osservavi per un istante quei 25 diavoli con cui avevi, volente o nolente, fatto tutta quella strada fino a lì. E il loro sudore, e le loro fronti aggrottate, e le loro risate nervose nell'attesa di un voto, ti davano conforto per il semplice fatto di esistere, perché la lotta non era più una lotta solitaria, ma insieme. E non è vero che la metà di uno sforzo infinito è sempre infinita: perché la matematica spiega tante cose, ma l'amore, quello non lo spiega nessuno, lo senti e basta.
E non è una brutta sensazione.
L'altra sera un'amica mi ha chiesto sconvolta come diavolo facessi a girare per le strade notturne di Parigi così, senza vedere esattamente tutto ciò che mi sta intorno. Lì per lì ho risposto con una risata, ma ieri pomeriggio, mentre mi dirigevo a fare la spesa (una delle attività diurne che vedono il disdegno delle lentine maggiormente vivo), ho cercato di riflettere sul motivo che mi portava, a volte, a girare un poco ciecata e incurante dell'alta definizione.
La verità, miei cari lettori, è che la vita è fatta di questo, di un passo dopo l'altro verso il supermercato, di aperture e chiusure di porte, di attimi che scorrono tutti uguali; e io, molto spesso, ho la sensazione che tutto questo non stia portando ad un bell'accidente di niente. Ho questa sensazione di scorrimento banale, spesso, salvo quando mi metto a riflettere, come ieri pomeriggio, sui motivi che mi portano a non mettere di proposito le lenti, o sui piaceri che mi derivano dall'acquisto di un tipo di fagiolini che non avevo mai provato, o sulle sensazioni che si provano in fondo al cuore quando tasti le albicocche prima di infilarle nel tuo sacchetto (una delle poche attitudini 'terrone' a cui non rinuncerei per nulla al mondo; e non venitemi a dire che tastare le cose con l'apposito guanto è la stessa cosa!).
Insomma, per farla breve, mi trovavo in uno di questi attimi di importante e densa consapevolezza quando ho capito come mai camminare, agire, comprare, correre, salutare e vivere per un poco senza lenti a contatto non farebbe male ad ognuno di noi (gradi di miopia permettendo).
Perché quando vedi male intorno a te, sono, per una volta tanto, gli altri sensi a farla da padrone. Oggettivamente, la vista è spesso un po' prepotente, non trovate? E' quella che vuol comandare, che giudica, che incasella, che scatta più veloce degli altri; è la razionale del gruppo, il grillo parlante.
Però ogni tanto fa anche bene che si metta un po' da parte; gli altri sensi se lo meritano, in fondo.
E così ti ritrovi a camminare odorando il vento che ti viene incontro, dove ritrovi qualche goccia di una pioggia lontana e la polvere del parco poco distante, ti ritrovi faccia a faccia con il reparto frutta e verdura, con il suo profumo dolce e aguzzo (quando ero piccola, dunque dotata di un più spontaneo e più solido raziocinio, andavo dicendo che avrei sposato ASSOLUTAMENTE o un fruttivendolo o un fornaio, per vivere tutta la vita dentro quegli odori magici), con la guerra non detta tra il settore avvolgente e morbido dei profumi della frutta e quello aspro e frizzante di quelli della verdura; ti ritrovi ad ondeggiare a tempo di musica per un'autoradio a tutto volume sparata da una macchina i cui abitanti, se li vedessi bene, riceverebbero invece il tuo tacito disprezzo; ti ritrovi a rubare una ciliegia dal banco della frutta che tanto anche se il commesso ti vede tanto tu non lo vedi quindi che problema c'è?!; ti ritrovi a sfiorare senza volere la mano della commessa nervosa e apprendista della cassa, e ne senti in un istante la fatica e la responsabilità.
Quando guardi intorno a te e sei senza lenti, sono le cose macroscopiche che non ti possono sfuggire: e prima fra tutte il cielo in continuo movimento. Le inezie della vita, i dettagli che spesso ci rendono scemi, non li percepisci.
E anche i volti, i visi della gente intorno a te, perdono i lineamenti esatti: diventano una più indistinta umanità, che lotta, soffre, spera (è il periodo delle citazioni inattese, questo: vediamo chi sa cogliere questa, provenuta dai meandri di una memoria che non ricordavo neppure di avere!), e allora diventa un po' come quando, l'ultimo anno di maturità, quando pensavi di non farcela ad alzarti tutte le mattine e a fare un cavolo di compito in classe al giorno e simulazione e interrogazione programmata, ti fermavi un attimo e dall'ultimo banco a destra osservavi per un istante quei 25 diavoli con cui avevi, volente o nolente, fatto tutta quella strada fino a lì. E il loro sudore, e le loro fronti aggrottate, e le loro risate nervose nell'attesa di un voto, ti davano conforto per il semplice fatto di esistere, perché la lotta non era più una lotta solitaria, ma insieme. E non è vero che la metà di uno sforzo infinito è sempre infinita: perché la matematica spiega tante cose, ma l'amore, quello non lo spiega nessuno, lo senti e basta.
martedì 7 giugno 2011
Acquisti compulsivi
Qualche tempo fa ho letto questo post dello Scorfano e mi ci sono molto ritrovata. Non perché io abbia una così bella vista dal mio terrazzo né perché sia solita girare la sedia verso il muro quando leggo, ma perché mi ha fatto venire in mente, per un'associazione che sul momento ho trovato bislacca, uno status di FB che avevo scritto un bel po' di mesi fa e che però mi ricordo ancora perché aveva suscitato molto apprezzamento. (e ha ragione Campanellino quando parla di quotazioni - ma non di borsa - : l'ebbrezza che ti danno i mi piace sotto ad una qualche idea presuntamente geniale è paragonabile solo a quella di beccare l'ultimo Velib' disponibile rubandolo al malvagio Normalien di turno: si, ok, adesso però la pianto col Velib)
Questo status, insomma, non era in realtà uno status bensì un sondaggio, che ora riciclo qui (che è un bel po' che non ve ne sciroppate uno, eh?), e diceva più o meno così: ma voi, quando comprate qualcosa di nuovo, lo indossate/usate subito o aspettate un po'?
E le risposte divertite delle mie amiche variavano dal terribile "io a volte lo indosso già dal negozio (mi vengono i brividi solo a pensarci)" al più malleabile "dipende se mi serve in quei giorni immediati o no" fino all'autoironico "spesso se compro ai saldi e tempo che arriva la stagione giusta prendo qualche chilo, col cavolo che poi lo posso indossare!"
Ma quasi nessuno rispondeva come avrei risposto io, ovvero normalmente lo lascio nell'armadio almeno tre, quattro settimane prima di poter concepire anche solo lontanamente l'idea di metterlo.
Eh sì, perché Tinni ha questa mania ossessivo-compulsiva (oltre a quella di portare la sciarpa anche con 40 gradi, a quella di toccarsi la frangia di continuo, a quella di addormentarsi a 27 anni suonati tenendo per mano una scimmietta (no, non intendo il mio moroso), a quella di sbucciare le banane al contrario, a quella di conservare i biglietti di ingresso dei musei e attaccarli al muro, a quella di soffiare il gelato dentro al cono finché non arriva nella punta in fondo, a quella di scrivere le proprie manie ossessivo-compulsive su un blog di dominio pubblico e molte altre), insomma, dicevo, Tinni è così affascinata dalla sensazione di completezza, potere, ricchezza, e dominio che ti assale quando compri qualcosa che - dal momento che non si può permettere, per evidenti ragioni di budget, di provarla più e più volte consecutivamente nell'arco di poco tempo - allora la procrastina scientificamente. Ovvero, tiene la cosa nell'armadio, e - passando e ripassando per quell'anta rigorosamente lasciata aperta - ogni volta che la guarda è ancora, per un attimo, dentro al negozio, con tanto di commessa che ti ignora (quanto vorrei fare shopping nei negozi dove la commessa è lì per te e ti consiglia e ti veste e ti sveste e ti coccola....ma l'unica volta che ho sudatamente acquistato in un negozio che per prezzi poteva avvicinarsi a questa categoria, la commessa comunque non mi ha cagato di pezza), con la carta bancomat che sembra farti un gesto dalla tasca ("sì, dai"), con la coda ai camerini, con lo specchio illusorio, insomma, le sembra ancora di avere il sacchetto con il nome della marca tra le mani, e di farlo sbatacchiare apposta tra un passo e l'altro, e di girare per la città così, ignara di come le starà davvero addosso quello straccetto ma proprio per questo felice.
Chissà, magari un giorno ammattirà così tanto che manco li indosserà più, i vestiti nuovi: li terrà sempre e solo nell'armadio, e nella vita vera (?) indosserà solo vecchie tute sdrucite. Mi piace immaginarla così, Tinni, fra cinquant'anni.
Pensate addirittura che sono sette giorni e dico sette che si porta dentro lo zaino un sacchetto di Gibert (nota catena di papeterie francese) pieno di cartelline, cazzatine, astuccini e righellini che ha comprato quando era in giro con Campanella ma che non vuole ancora mettere del tutto "in uso", non vuole ancora 'spianare', non vuole ancora 'deflagrare' e quindi continua a tenerli nello zaino, dicendo si si domani poi apro il sacchetto e metto nella cartellina quel che devo metterci ma poi pensa no, ancora un giorno, e poi un altro aspettiamo un po', forse domani è il giorno giusto.
Insomma, questa è Tinni. Però - pensavo leggendo il post dello Scorfano di cui sopra - tutto ciò non è poi così diverso dal girare la sedia dalla parte del muro: è un po' come tenersi la propria felicità dietro alla spalle, sapendo che c'è, come un pacchettino di caramelle, come il fagotto di Calimero, in modo che lungo il cammino, rivolto in avanti, non ti ingombri o ti distragga troppo.
Questo status, insomma, non era in realtà uno status bensì un sondaggio, che ora riciclo qui (che è un bel po' che non ve ne sciroppate uno, eh?), e diceva più o meno così: ma voi, quando comprate qualcosa di nuovo, lo indossate/usate subito o aspettate un po'?
E le risposte divertite delle mie amiche variavano dal terribile "io a volte lo indosso già dal negozio (mi vengono i brividi solo a pensarci)" al più malleabile "dipende se mi serve in quei giorni immediati o no" fino all'autoironico "spesso se compro ai saldi e tempo che arriva la stagione giusta prendo qualche chilo, col cavolo che poi lo posso indossare!"
Ma quasi nessuno rispondeva come avrei risposto io, ovvero normalmente lo lascio nell'armadio almeno tre, quattro settimane prima di poter concepire anche solo lontanamente l'idea di metterlo.
Eh sì, perché Tinni ha questa mania ossessivo-compulsiva (oltre a quella di portare la sciarpa anche con 40 gradi, a quella di toccarsi la frangia di continuo, a quella di addormentarsi a 27 anni suonati tenendo per mano una scimmietta (no, non intendo il mio moroso), a quella di sbucciare le banane al contrario, a quella di conservare i biglietti di ingresso dei musei e attaccarli al muro, a quella di soffiare il gelato dentro al cono finché non arriva nella punta in fondo, a quella di scrivere le proprie manie ossessivo-compulsive su un blog di dominio pubblico e molte altre), insomma, dicevo, Tinni è così affascinata dalla sensazione di completezza, potere, ricchezza, e dominio che ti assale quando compri qualcosa che - dal momento che non si può permettere, per evidenti ragioni di budget, di provarla più e più volte consecutivamente nell'arco di poco tempo - allora la procrastina scientificamente. Ovvero, tiene la cosa nell'armadio, e - passando e ripassando per quell'anta rigorosamente lasciata aperta - ogni volta che la guarda è ancora, per un attimo, dentro al negozio, con tanto di commessa che ti ignora (quanto vorrei fare shopping nei negozi dove la commessa è lì per te e ti consiglia e ti veste e ti sveste e ti coccola....ma l'unica volta che ho sudatamente acquistato in un negozio che per prezzi poteva avvicinarsi a questa categoria, la commessa comunque non mi ha cagato di pezza), con la carta bancomat che sembra farti un gesto dalla tasca ("sì, dai"), con la coda ai camerini, con lo specchio illusorio, insomma, le sembra ancora di avere il sacchetto con il nome della marca tra le mani, e di farlo sbatacchiare apposta tra un passo e l'altro, e di girare per la città così, ignara di come le starà davvero addosso quello straccetto ma proprio per questo felice.
Chissà, magari un giorno ammattirà così tanto che manco li indosserà più, i vestiti nuovi: li terrà sempre e solo nell'armadio, e nella vita vera (?) indosserà solo vecchie tute sdrucite. Mi piace immaginarla così, Tinni, fra cinquant'anni.
Pensate addirittura che sono sette giorni e dico sette che si porta dentro lo zaino un sacchetto di Gibert (nota catena di papeterie francese) pieno di cartelline, cazzatine, astuccini e righellini che ha comprato quando era in giro con Campanella ma che non vuole ancora mettere del tutto "in uso", non vuole ancora 'spianare', non vuole ancora 'deflagrare' e quindi continua a tenerli nello zaino, dicendo si si domani poi apro il sacchetto e metto nella cartellina quel che devo metterci ma poi pensa no, ancora un giorno, e poi un altro aspettiamo un po', forse domani è il giorno giusto.
Insomma, questa è Tinni. Però - pensavo leggendo il post dello Scorfano di cui sopra - tutto ciò non è poi così diverso dal girare la sedia dalla parte del muro: è un po' come tenersi la propria felicità dietro alla spalle, sapendo che c'è, come un pacchettino di caramelle, come il fagotto di Calimero, in modo che lungo il cammino, rivolto in avanti, non ti ingombri o ti distragga troppo.
martedì 23 novembre 2010
Blasfemità consumistiche
Quando mi immagino l'inferno, lo immagino come il Carrefour del centro commerciale Shopville Gran Reno di Casalecchio, il sabato pomeriggio del mese di Novembre, o, ancor peggio, Dicembre: un immenso ipermercato sovraffollato al massimo dalla sua capienza, in cui ognuna delle anime dannate è costretta a spingere un enorme carrello pesantissimo anche se vuoto, a districarsi tra mille carrellanti come lui, bambini piangenti, promoter di lasagne al forno surgelate vomitevoli (non provatele mai), pozze scivolosissime di liquidi non identificati tra una corsia e l'altra, il freddo del settore frigo e il caldo afoso del reparto maglieria e con una lista della spesa da rispettare rigorosamente in cui compaiono solo articoli di osticissima reperibilità, quali:
carta da forno
latte a lunga conservazione
zucchero (avete notato che in ogni supermercato lo zucchero è sempre in posti diversissimi?)
frutta secca
mais per pop corn
e, infine, il temibilissimo lievito di birra.
Roba da risvegliarsi dall'incubo con i sudori freddi.
Nel prossimo post, per ora ancora in stato di elaborazione, la mia immagine virtuale e consumistica del paradiso.
carta da forno
latte a lunga conservazione
zucchero (avete notato che in ogni supermercato lo zucchero è sempre in posti diversissimi?)
frutta secca
mais per pop corn
e, infine, il temibilissimo lievito di birra.
Roba da risvegliarsi dall'incubo con i sudori freddi.
Nel prossimo post, per ora ancora in stato di elaborazione, la mia immagine virtuale e consumistica del paradiso.
mercoledì 6 ottobre 2010
Scambismo
Tinni è un poco più assente in questo ultimo periodo perché ha un po' di lavoretti e ricerche da finire entro metà ottobre. Però oggi voleva sottoporre all'attenzione del pubblico non-pagante (e vai di parentetica: ma quanto fa figo scrivere in terza persona? L'ho copiato da alcuni di blog che ho scartabellato qua e là e devo dire che contribuisce notevolmente ad accrescere il mio senso di onnipotenza) una recente riflessione.
Avere tra le mani cose nuove, siano essi mobili, suppellettili, vestiti, automobili, accessori per capelli o radiosveglie, produce nel soggetto un inevitabile senso di pienezza e soddisfazione. Qualche giorno fa, però, Tinni si è accorta che il fattore 'novità' in questa equazione di felicità momentanea, non è poi così essenziale, o meglio non deve essere per forza inversamente proporzionale al tempo passato dall'acquisto dell'oggetto. Una persona a lei vicina (chiamiamolo Piergiorgio) le ha "regalato" un bagaglietto pseudo-tecnologico (si dice anche dalle vostre parti bagaglio per indicare un oggetto non identificato?) che non era stato comprato per lei, ma apparteneneva a Piergiorgio da tempo, solo che lui non lo usava mai e quindi ha pensato di farne omaggio a Tinni.
Il piacere compulsivo di Tinni al possedere questo cosino à la page non è stato minimamente inficiato dal fatto di provenire dal patrimonio di Piergiorgio e di non essere stato acquistato per l'occasione. E tutto ciò sapete che significa?
Significa che tutti noi ci si potrebbe simpaticamente mettere d'accordo e, invece di affollare negozi e rinsecchire budget e implorare genitori paganti e accendere mutui, scambiarci periodicamente oggetti di cui non abbiamo bisogno per regalarci a vicenda qualche istante di ebbrezza d'acquisto.
Tinni, per esempio, potrebbe dilettare le vostre case e le vostre esistenze con un pratico phon da viaggio (ne ha due, tipo figurine doppie), oppure con un porta-occhiali-a-forma-di-naso-su-cui-appoggiare-gli-occhiali-come-su-una-persona-vera, una allegra matita con sopra un koala, qualche colorato tappetino ikea, un orologio da polso cinese che non usa, un astuccio a forma di banana che fa sempre ridere tutti ma in fondo l'ha un po' stufata, uno zainetto pieghevole azzurro... Chissà se a qualcuno interessano questi articoli e ha da offrire a Tinni qualcosa di altrettanto simpatico in cambio.
..Tinni è semi-seria, in questo post, ma la parte seria del binomio non è poi così da sottovalutare.
Cari saluti.
Avere tra le mani cose nuove, siano essi mobili, suppellettili, vestiti, automobili, accessori per capelli o radiosveglie, produce nel soggetto un inevitabile senso di pienezza e soddisfazione. Qualche giorno fa, però, Tinni si è accorta che il fattore 'novità' in questa equazione di felicità momentanea, non è poi così essenziale, o meglio non deve essere per forza inversamente proporzionale al tempo passato dall'acquisto dell'oggetto. Una persona a lei vicina (chiamiamolo Piergiorgio) le ha "regalato" un bagaglietto pseudo-tecnologico (si dice anche dalle vostre parti bagaglio per indicare un oggetto non identificato?) che non era stato comprato per lei, ma apparteneneva a Piergiorgio da tempo, solo che lui non lo usava mai e quindi ha pensato di farne omaggio a Tinni.
Il piacere compulsivo di Tinni al possedere questo cosino à la page non è stato minimamente inficiato dal fatto di provenire dal patrimonio di Piergiorgio e di non essere stato acquistato per l'occasione. E tutto ciò sapete che significa?
Significa che tutti noi ci si potrebbe simpaticamente mettere d'accordo e, invece di affollare negozi e rinsecchire budget e implorare genitori paganti e accendere mutui, scambiarci periodicamente oggetti di cui non abbiamo bisogno per regalarci a vicenda qualche istante di ebbrezza d'acquisto.
Tinni, per esempio, potrebbe dilettare le vostre case e le vostre esistenze con un pratico phon da viaggio (ne ha due, tipo figurine doppie), oppure con un porta-occhiali-a-forma-di-naso-su-cui-appoggiare-gli-occhiali-come-su-una-persona-vera, una allegra matita con sopra un koala, qualche colorato tappetino ikea, un orologio da polso cinese che non usa, un astuccio a forma di banana che fa sempre ridere tutti ma in fondo l'ha un po' stufata, uno zainetto pieghevole azzurro... Chissà se a qualcuno interessano questi articoli e ha da offrire a Tinni qualcosa di altrettanto simpatico in cambio.
..Tinni è semi-seria, in questo post, ma la parte seria del binomio non è poi così da sottovalutare.
Cari saluti.
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