MOLTEPLICI INIZI.


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giovedì 12 luglio 2012

(quanto) vale

E quell'ora ripiegata e strappata lungo i bordi che ti porta dalle diciannove alle venti - che poi la biblioteca chiude - , quell'ora di lucette accese sopra ai libri quando fuori ancora c'è il sole ma per la prima volta da stamani adesso la tua lucetta è più forte di lui, e ti fai forte alla sua ombra, e ti senti vincere, ti assapori al tuo posto, beandoti di uno spazio conquistato a suon di pagine a quadretti; quell'ora lì, quanto vale, quanto di più vale rispetto alle mille ore precedenti, affollate e spente di appunti assonnati?

E quel tuo passo sulla ghiaia brillante di tramonto, ritmato al battere della borsa sul fianco, quel tuo passo stanco e fiero, che, per una volta, guida - scompigliando le carte consuete - i tuoi occhi attraverso il parco, e il marciapiede, e l'asfalto, e si prende finalmente il suo spazio dopo una giornata sotto i piedi di un tavolo: quanto vale, quanto di più vale rispetto a mille altri passi in coppia, sugli stessi selciati e sulle stesse ghiaie, passi a quattro, attenti a non calpestarsi l'un l'altro e nel contempo a non allontanarsi troppo, tutti presi dal calcolo delle distanze eppure dimentichi di quel miracolo che è il fremito serale assordante delle cicale cittadine?

Quanto vale un bicchiere di acqua del tuo rubinetto?
Una cartolina con su scritto il tuo indirizzo?
Ritrovare la macchina nel parcheggio che hai lasciato assolato e ripercorri fresco e vuoto?
Quanto vale una riga di poesia sottolineata e copiata su ritagli di carta di contro a divine commedie intere ed intonse su volumi ben rilegati?

venerdì 2 marzo 2012

Luoghi che..

Luoghi che .. io ci vorrei andare a vivere dentro.

(E' parecchio, in effetti, che Tinni non pubblica un elenco; un po' le mancavano, quindi adesso vi cuccate questo).

Le Biblioteche. Ma non tanto quelle specialistiche; ultimamente soprattutto quelle comunali, quelle generaliste, con tutta quella gente mescolata che cerca cose disparate - qualcuno il fidanzato, qualcun'altro una guida turistica, altri ancora un libro per fare la ricerca sul nazismo, molti, semplicemente, il caldo e la comodità delle poltrone - e la uaifai e la caffetteria e tutto sembra semplice e gli altri ti appaiono tutti in ricerca, e necessariamente anche tu sei meno solo, nella tua, di ricerca.

L'automobile. La mia. Con il fiore di stoffa del commercioequoesolidale (cf. infra) comprato in una mattina di conquistate indipendenze romane che tutti mi prendono in giro e dicono che così la panda sembra un maggiolone de noantri in brutta copia ma a me piace perché si intona con il rosso della carrozzeria, e con la bottiglietta d'acqua nel porta-bottigliette, e miriadi di scontrini appallottolati e ripiegati in mille ondine come ho imparato a fare - senza nemmeno accorgermene - da un'amica lontana, e bucce di mandarini secche (pare diano un buon odore all'ambiente, ma mio malgrado non credo sia questo il motivo primario per cui sono lì), e la mia musica senza ordine né genere, anarchicamente simpatica. La mia macchina che quando esco da una lezione o rientro dalla stazione dei treni è costante certezza in attesa, orizzonte sempre noto che pazienta e accoglie, macchia colorata nell'oceano dei grigi.

Le mense. (Meglio ancora se bio). Tutti in fila buoni buoni con il proprio vassoio da riempire, con l'indipendenza di poter scegliere solo dopo aver guardato, l'acqua gratis dalla caraffa, il prezzo accettabile, i tavoloni lunghi e comuni dove puoi sbirciare qualche toppa nella vita degli altri, o strappare un sorriso, o intercettare uno sguardo emozionato alla lettura di un sms amico. Si sta tutti insieme, ma anche ciascuno per conto suo.


I Negozi del commercio equo e solidale. Per i colori sgargianti e le stoffe grezze e i materiali semplici e buoni; per i sorrisi caldi dei commessi che sono lì con una motivazione diversa da quella che hanno tutti; e forse, sì, forse anche per il tintinnio tutto particolare che fanno i soldi quando li spendi per una giusta causa.


La stazione Termini. Seconda casa per più di tre anni; luogo di shopping compulsivo dopo qualche rabbia e risposta sicura ad ogni bisogno più elementare, dal cibo a buon mercato alle gocce per l'otite quella mattina dopo una notte agitata sul treno Svizzera-Italia. La stazione Termini e le sue panchine da ottenere con il coltello tra i denti, i sorrisi dei tabaccai che sono il primo benvenuto a te che ritorni dopo tanto tempo, le folate di vento caldo sui binari e il ticchettio meticoloso delle letterine sui pannelli delle partenze e degli arrivi. La stazione Termini che proprio l'altro giorno ho ritrovato e riperso per una delle ultime volte (aridaje) e non ho potuto fare a meno di entrare in uno, anzi in due negozi praticamente a caso e comprare due oggetti scelti quasi di getto, a sensazione, senza capirne davvero il perché fino ad accorgersi, una volta sul Frecciargento, che toccare quel sacchetto e stringere quel libro era un po' come tenersi stretta Roma ancora per un po', ed essere felici di averlo fatto.


L'eurostar. Con quel senso di elitario e rispettoso e silenzioso benessere; che poi lo sai, in fondo, che tu non sei e forse mai lo sarai, una tipa da frecciarossa, e che quel nobile atteggiamento di opulenza non lo potresti imitare neppure se per una sera - come accadeva ai tempi della scuola - ti vestissero come una principessa; eppure proprio per questo ti piace giocare a fare la ricca, giusto per quelle due ore e ventuno minuti che ti separano dalla méta, ché poi, a ritornare poveri ma felici, ci si prova pure un po' più di gusto.


Le mansarde. Legno, libri, testa piegata in avanti, tante craniate assicurate, ma una vista speciale sul mondo: dall'alto, da un buchetto ritagliato e spesso angusto, ma che più sopra di te non c'è nessuno.


I musei. Da sola. Ché io ci ho anche provato, in passato, a visitare i musei in buona, anzi in ottima compagnia. Ed è bello, sì. Ma non si visita il museo: si visita l'Altro, si visita il suo modo di guardare alle cose, si visita la sua voce e come rimbomba nello spazio largo delle stanze dipinte a nuovo. E invece, da soli, si vagabonda con un ritmo che è solo proprio e si finisce per rispecchiarsi nelle opere d'arte, e prima o poi si trova quella che ti rispedisce indietro una fotografia sorridente di te e allora quando mi succede io compro sempre la cartolina di quell'opera lì, nella libreria del museo o della mostra, e poi la attacco scrupolosamente sul muro di camera.

venerdì 17 febbraio 2012

Un'insalata senza carote

Oggi studiavo in biblioteca ma le lettere delle parole scritte sulla pagina si accavallavano l'una sull'altra e lo sguardo, incazzato per questa impertinenza, si voltava immusonito altrove e non lo avresti convinto a fare pace nemmeno con una torta al cioccolato.
Oggi due ragazzini si abbracciavano nel cortile interno e io ho dovuto abbassare la testa per non essere invidiosa della loro gioia fuggitiva.
Oggi avrei voluto pranzare con qualcuno e raccontargli un sacco di cose e srotolare un bel po' di dubbi e vedere il suo sorriso rispecchiato nei miei occhi e invece ero sola.


Poi, verso l'una, mi è venuta la pipì: una pipì fulminante.

Sono andata in bagno, fuori dalla biblioteca, e passando dalla caffetteria ho visto un ragazzo seduto ad un tavolo del bar con un panino nella mano destra e un libro - un libro ricoperto di plastica con l'etichetta e la collocazione sul dorso, come solo i libri di una biblioteca possono avere - in quella sinistra. E mi sono detta ecco quello che farò anche io in questo pranzo solitario. Andrò a rovistare tra gli scaffali di questa biblioteca - mi sono detta - come se fossero quelli di casa mia, come se avessi una stanza enorme, alla maniera di quella che c'è nel castello della Bestia nel cartone La Bella e la Bestia e potessi permettermi di scegliere il prossimo romanzo tra tutti quelli in circolazione. Andrò di là nella sala narrativa e mi farò ispirare da un criterio di casualità mista a curiosità, poi verrò qui al bar e mangerò la mia solita insalata con tutto tranne le carote leggendo un pezzettino di romanzo.

E poi lo rimetterò a posto e domani, se nessuno avrà avuto la brillante idea di prenderlo in prestito, domani tornerò a quel centimetro di scaffale e ritroverò con qualche esitazione ed un sospiro di emozione il dorso colorato - proprio come quando si rivede il volto di un amico che si conosce da poco - e mi rimetterò a sedere e davanti alla mia insalata con tutto dentro tranne le carote andrò avanti di un altro passo.

Ed è proprio così che ho fatto.

Sono corsa al settore narrativa, ho buttato l'occhio su tanti titoli affastellati che non mi dicevano nulla e poi, ad un certo punto - e chi è stato a prendere un cane al canile racconta sempre la stessa storia, identica, sul come ha trovato il suo, di cane - da una mensola Banana Yoshimoto mi ha strizzato un occhio e mi sono rivista davanti la mia migliore amica del liceo (che tra l'altro, per gli strani casi intrecciati della vita, compie gli anni proprio oggi, è vero) che mi diceva esaltata è bellissimo, devi leggerlo a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e!, con quell'entusiasmo timido ma deciso che aveva sempre lei, e io non le avevo mai dato retta ma, all'improvviso, quello mi sembrava finalmente il momento giusto.

E è stato così che ho preso tra le mani Il coperchio del mare, che sulla retrocopertina ha una poesia bellissima che mi ha conquistato ancora di più di quanto ce ne fosse bisogno e sembrava parlare esattamente a me, sembrava rispondere a tutto quel bel po' di dubbi che avevo, sembrava sorridere e il suo sorriso si rispecchiava nei miei occhi e ascoltava tutto quello che avevo da dirgli.
(è buffo, tra l'altro, perché questo post, che ho programmato in pubblicazione per stasera, è stato scritto ieri, e proprio oggi Qualcuno, molto meglio di me, ha scritto qualcosa di simile sui libri e sugli scrittori che ti curano. Leggetelo, perché è bellissimo).

Ci siamo sedute in due, a quel tavolino di bar, tenendoci la mano: e le prime pagine del romanzo parlavano di granite, di una donna che torna a vivere nel paesino della sua infanzia, di bellezza e di bruttezza, e arrivavano diritte là dove dovevano arrivare; e quando io ho lasciato per qualche istante il libro lì seduto a fare la guardia alla mia borsa per andare al bancone ed ordinare la mia insalata il barista mi ha guardato negli occhi con un paio di sorprendenti fanali azzurri e, nel suo accento francese stiracchiato e nostalgico mi ha detto, per la prima volta dacché mangio lì, un'insalata con tutto senza carote, vero?






Tutto qui.
E' stato un segmento bello di giornata, che stava a posto con tutto il resto e si infilava nella successione dei segmenti come un passo si infila dietro a quell'altro, quando cammini sul bordo del marciapiede o ti diverti a seguire la linea esatta di una mattonella.

Perché non è sempre il tempo di guardare l'orizzonte, laggiù in fondo dove l'occhio si perde; a volte è tempo anche solo di tenere lo sguardo fisso sui propri piedi, uno dopo l'altro: precisi, costanti.
E non è affatto male, vi dirò.

Di sicuro si sta più attenti a non cadere, con tutto il ghiaccio che c'è ancora per strada.

mercoledì 9 febbraio 2011

Fastidi/2

Avete presente il mitico Puffo Brontolone con la sua cantilenata formula di odio? Ecco, anche Tinni oggi farà sua tale espressione per comunicare alla blogosfera che lei ooodiia quelli che, nelle biblioteche in particolare (luoghi in cui la concentrazione rappresenta la massima aspirazione di vita), si siedono di fianco a te e con regolare ritmicità, tirano su col naso.

Visto che, nel 99 per cento dei casi, non si tratta di individui provenienti da altre culture, specie orientali, nelle quali il soffiarsi il naso è considerato un atto socialmente riprovevole (cosa che, tra l'altro, se fossi un'insegnante mi affretterei a raccontare per spiegare concretamente quanto pregiudizio scorretto si nasconda dietro ad una banale affermazione quale quel marocchino lì è così maleducato, tira sempre su col naso), io mi chiedo quale Credo personale imponga a tali personaggi di eliminare il fastidioso muco in eccesso O con l'aiuto di un proprio fazzoletto, O chiedendone ai vicini uno, qualora sprovvisti.
Tinni, di solito, ricorre al vecchio stratagemma dell'appoggiare con nonscialans il proprio pacchetto di fazzoletti vicino allo sgradito coinquilino di tavolo, nella speranza che comprenda il messaggio - non molto - subliminale.
Tinni pensa altresì, in fin dei conti, che le biblioteche siano i luoghi più adatti per maturare progetti omicidi o istinti stragiferi, e crede anche che inaugurerà una blog-rubrica dedicata agli episodi più spiacevoli a cui ha assistito nel corso dei suoi lunghi anni di frequentazione. Già ne ha uno in mente che ha avuto come protagonista Niculet, ma quello forse è meglio lasciarlo raccontare alla diretta interessata.
Se, ad ogni modo, avete qualche altro suggerimento a proposito dell'annoso problema rinitico, sono come al solito ben accetti.