MOLTEPLICI INIZI.


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interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.
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sabato 25 giugno 2016

Cubetti di vita

Tra i tanti cibi da viaggio che hanno accompagnato Tinni durante i suoi variegati spostamenti ferroviari in lungo e in largo per lo Stivale e per gli ultimi, ondulatori, anni appena passati, possiamo citare, in ordine sparso e non di importanza, tipi molteplici di patatine, ivi comprese quelle multi-fritte del Macdonald della Stazione Termini, noccioline, mandorle, albicocche secche, prugne pur'esse secche specie in periodi di stitichezza, e poi taralli, tarallini, ciliegie, amarene perché no, pomodorini addirittura, poppi corni; gallette nei periodi vegans, kinder bueni nei periodi stress, panini burro e coppa nei periodi mammite acuta.
Una predilezione per il salato, senza disdegnare il resto. Chiusi in buste di plastica, o sparsi a passeggio per la borsa, cibi di ogni genere e forma hanno viaggiato su rotaie accanto - e dentro - a Tinni, ma alla Tinni medesima mai e poi mai, in tante esperienze di viaggio, era venuto in mente di portarsi dietro dei cubetti di formaggio grana.

Piccoli, quadrati, ermeticamente sigillati dentro un altrettanto quadrata confezione di plastica timida e semi-anonima. Erano lì, stamattina: ignoti, nel banco frigo di un supermercato ignoto ai confini erbosi del capoluogo quasi ignoto di un altrimenti ignoto Oltrepò lombardo.

E qualcuno, passandoci davanti, ha suggerito ad una Tinni sbadigliante che ancora non si era accorta di essersi svegliata che avrebbero potuto costituire un buon compagno di viaggio edibile per il ritorno della prima serata.

Va detto: la Tinni, il grana è solita mangiarselo in una maniera tutta sua, e che forse vi farà un po' venire il voltastomaco, e se siete di gusti un po' sensibili potete saltare la descrizione del bolo alimentare di Tinni e scendere di un paio di paragrafi direttamente per leggere la conclusione - laddove, come sempre nei post di Tinni, si passa alla metafora esistenziale che rende l'autrice tanto fiera una volta che le sia spuntata alla mente.

Si era quasi dimenticata, appunto, Tinni, di come mangiare il formaggio grana, perché nella sua recente vita solitaria lo aveva sempre considerato un alimento troppo costoso rispetto ai benefici da esso arrecati, e si era pertanto accontentata di gustarlo - sotto forma di polvere grattugiata - solo nei casi in cui, al ristorante, a casa dei genitori o invitata a cena da qualche anima buona, le fosse stato offerto come condimento ulteriore di una pastasciutta. 
Da piccola, invece, ne rosicchiava volentieri dei pezzetti, in attesa della cena e mentre qualche altro membro più solerte della famiglia si accingeva a grattugiarne in quantità sufficienti per tutti: un ritaglietto qua, una crosta là; un piacevole diversivo prima di passare al pasto vero e proprio.
Ed è stato magari proprio in virtù di questa sua posizione ancillare, di questo anticipo di nutrimento, di questa periferia della vita che il grana, nella bocca di Tinni, è sempre stato masticato con molta pazienza - fatto piuttosto strano per chi la conosce a fondo - e riempito prima di molta saliva, e spostato di qua e di là a spasso per la bocca, e succhiato per bene, angolino per angolino, prima di essere pronto per discendere, attraverso la deglutizione, giù, lungo il tubo digerente. 


Una pastoia di (ex)formaggiograna misto a saliva, da cullare, sminuzzare e trattenere ancora per un poco: forse anche per attenuarne l'appuntito carattere salato, forse anche un po' per ammorbidirne il suo gusto così invasivo. 

Un lungo ruminìo che spesso accompagnava Tinni dalle sette e quarantacinque fino alla chiamata definitiva della madre alla tavola, e che ha riaccompagnato Tinni, oggi, dalle diciannove e diciannove fino al definitivo rientro a Modena, mentre l'omogenea campagna emiliana sfilava davanti ai suoi occhi - rotoballe cascine stradicciole foschia rotoballe cespugli fossi rotoballe - e i campi aguzzi di grano correvano dietro al finestrino, rovinati qua e là da calpestii e spianate misteriosi - orme di enormi mostri notturni? - dentro ai quali, però, in un campo tra Fidenza e Fiorenzuola, fiorivano beati gruppi anarchici di papaveri.
Un avido e silente masticare che ha assistito anche, insieme a Tinni ed agli anarchici papaveri di Fiorenzuola, alla ricezione di un SMS sul cellulare del passeggero seduto nello scompartimento anteriore; un SMS che sarebbe passato poco più che inosservato - come i tanti ricevuti all'interno di uno scompartimento comune - se non fosse stato che il proprietario del cellulare in questione era cieco, e aveva impostato sul telefono la voce automatica e monocorde che ti spiega in che schermata ti trovi e ti legge tutto quel che vi compare, mittente e messaggio compresi, e che quindi, mentre i papaveri insolenti di Fidenza salutavano Tinni ondeggiando i loro rossi capi e augurandole un buon proseguimento, ha letto, ad alta ed incolore voce, che un certo mittente Luciano chiedeva al passeggero non vedente come va la tua vacanzina bolognese.

Una vacanzina bolognese; un giorno di festa in una città in cui non c'è mare né montagna.
Un gruppo di papaveri che cresce laddove un calpestìo disordinato crea uno spazio di mancata coltivazione.
Un cibo da viaggio mai sperimentato prima, e suggerito da altri, e masticato a lungo per addomesticarne il sale.

Non sarebbe tutto più semplice se Tinni si convincesse che queste, tra tutte le biglie messe in tasca nella ordinaria e meravigliosamente modesta giornata di oggi - queste e non altre, e non gli uccelli del cielo, né i tabelloni delle partenze, e neppure la sagra di paese alle porte di Parma - sono le tre metafore più calzanti per quella che al momento le hanno assegnato come esistenza?

Ogni giorno, dietro al finestrino della vita, un cinema diverso; ogni giorno, l'arduo compito di riconoscere, nel suo lungo ed imprevedibile scorrimento, i fotogrammi giusti, quelli che, da soli, possono rendere ragione di un'insolita pace serale.


martedì 5 marzo 2013

Freddolosità

E' da tanti anni ormai che salgo, scendo, siedo e sto in piedi sui treni e in tutti questi anni c'è una sola cosa che non ho mai smesso di invidiare.
Qui fuori il sole sta combattendo la sua faticosissima battaglia contro la nebbia e io volevo raccontarvi di questa cosa che non ho mai smesso, in tanti anni di frequentazione varia e consapevole di treni - frequentazione regionale, internazionale, notturna, elettrica, a gasolio, polentona e terrona (e, recentissimamente, pure itala) - non ho proprio mai smesso di invidiare.
La pianta grassa che ho appena posato accanto a me sul tavolo per strappare un po' di compagnia all'unico altro essere vivente di questa casa mi sta riempiendo il naso di muco con tutta quella polvere che tiene attaccata alle sue strane foglie dure ma io, ugualmente, vorrei spiegarvi cos'è che mi ha sempre suscitato invidia e distaccati sorrisi di malinconia, dentro ai treni, in tutti questi anni.

Ebbene, sono le persone che appena si siedono si tolgono le giacche.

Ovviamente sto parlando dell'inverno (quel tipo di invidia si congela, d'estate, ma spesso brandelli di questa si tramutano in rabbie episodiche per i livelli indecenti di aria condizionata sparata dai bocchettoni, e comunque questa è un'altra storia), e ovviamente sto parlando di tutti quelli che, compostamente, senza dare disturbo a nessuno, una volta preso posto sull'apposito sedile, rialzano delicatamente il proprio fondoschiena - ma non tanto, ché tengono sempre le gambe un poco piegate, assecondando miti la linea ondulata della poltroncina - accarezzano uno dopo l'altro i bottoni del proprio cappotto, lo sfilano con eleganza, svoltolano sciarpe, estraggono cappelli, punzecchiano una ad una le dita dei guanti, e poi, denudati, si risiedono con cautela. Il picco della mia ammirazione astiosa lo raggiungono quelli che, i cappotti, poi li adagiano come figli dormienti nel ripiano superiore portabagagli: non ne avranno più bisogno, capite? I viaggi loro e delle loro giacche procederanno di matura autonomia, su due livelli di altezza dal mare differenti, amandosi e rispettandosi, ma a distanza.





Ecco, io non ci sono mai riuscita.
Io raggiungo sempre una carrozza di treno con in corpo una dose così elevata di freddo raggrumato da non riuscire a far altro che ristringermi ancor di più dentro me stessa, dentro il mio cappotto, la mia sciarpa, i miei guanti e il mio cappuccio. Li bistratto, lamentandomi per le scarse prestazioni; lo odio, li logoro, eppure non posso fare a meno di loro - fragili tiranni.
E me ne sto lì, raccogliendo il caldo del vagone goccia dopo goccia, come penetra pigro sotto i miei molti strati, attonita, senza saper riordinare nulla del mio bagaglio, del mio vestiario, della mia giornata, del mio viaggio. A volte, sì, salgo sul treno col fiatone di una corsa ritardataria, sudo, ansimo, e trovo posto già scaldata: ma anche allora, anche quando il caldo del treno mi accoglie con familiarità nota, la paura strisciante che in poco tempo - complice qualche bottone irrequieto - tutto quel meraviglioso tepore svanisca per lasciare il posto ad un temibile campo di brividi, anche lì, anche in quel caso, preferisco non abbandonare la fedele e sbrindellata compagnia del mio cappotto, e gusto minuto per minuto quell'isolato momento di gloria accaldata.

Perché sono nata freddolosa?- non c'è modo per guarire, mi hanno detto. Perché non sono capace di svestirmi in fretta di tutto ciò di cui non c'è bisogno e di addormentarlo, dolce, nel piano superiore del mio scompartimento di vita? Perché non ritaglio i minuti sospesi prima della partenza per riordinare il mio aspetto, le mie carte, il mio zaino e la mia giornata? Finisco, ogni volta, schiacciata contro il sedile, contro la testata del letto, e contro tutte le mie stupidissime paure, a guardare dolente le meticolosità precise degli altri, senza saper mai dire suvvia, proviamoci, ecchesaràmai: perché? Perché non so spalmare, a casa, dopo la doccia, uno strato corposo e unto di crema protettiva e ottimista contro tutti i freddi delle prime ore del mattino e delle ultime ore della notte?

La polvere della mia pianta grassa continua a colare - sotto forma liquida - dai condotti del mio naso; il sole ha definitivamente perso la sua faticosissima battaglia contro la nebbia, e io, dal mio cantuccio accanto al termosifone, vi ho raccontato che sono invidiosa di tutti coloro che, poco prima di una partenza, sanno riordinare pesi, bagagli ed idee; sono in grado di valutare - e di regolare - bisogni termici e vitali; non si rattrappiscono intorno ai loro brutti pensieri e vanno incontro alla stazione successiva con pochi strati intorno alla pelle. Senza giacche, senza sciarpe, senza corazza e senza sciocchi automatismi. Ché il sole, dal finestrino, scalda a sufficienza per tutti; e, senza strati, lo senti anche di più.

venerdì 23 marzo 2012

Altrui


Se mi avessero detto, qualche tempo fa, che c’era qualcosa più pungente del Dolore, più arrabbiato, più stancante; qualcosa che ti logorava in modo diverso eppure straziante, qualcos’altro senza apparente via d’uscita; se me lo avessero detto qualche tempo fa, mentre io annaspavo in una sofferenza nuova e multiforme e mi pareva – a tratti, a piccolissimi ma resistentissimi tratti – che non sarei mai più tornata a riva, probabilmente avrei scosso la mia testa bionda e voltato le mie spalle un po’ ingobbite e mi sarei rificcata le cuffiette dell’mp3 nelle orecchie per proseguire il mio cammino contro vento, un cammino solitario e coraggioso che, mesi dopo, mi avrebbe portato, più donna, fin qua.
Ma dopo aver toccato terra e aver gridato vittoria – assaporandone cicatrici e macchie di sudore e mostrandole con fierezza anche a tutti voi che, nel vostro silenzio buono, mi avete accompagnato fin qui – oggi mi ritrovo, incredula e inebetita, di fronte ad una nuova, frastornante, verità.

Sì, perché c’è qualcosa di più pungente del Dolore, di più arrabbiato e di più stancante.
Ed è il Dolore Altrui.

E se mi sforzo di costruire un castello di immagini per disegnare il Dolore Altrui e per dispiegarlo nell’ordine bianco e nero di questa pagina, mi viene in mente un viaggio in treno – e non in un treno qualsiasi, ma in un treno lurido e disprezzabile come solo certi Intercity di vecchia generazione sanno essere. Un viaggio su di un Intercity logoro e strapieno verso sud, dove ti aspetta qualcuno alla stazione, un viaggio in uno scompartimento da sei con il sudore delle spalle che ti appiccica alla stoffa consunta e ruvida dei sedili blu, un viaggio con il mal di testa e con la pipì, un viaggio dove vorresti semplicemente arrivare, prima o poi, ma che, senza nemmeno i premurosi annunci vocali a cui ha diritto soltanto il primo stato dei Frecciarossa, si risolve in un’attesa infinita e senza senso; fatta di piccoli ed inutili movimenti interrotti; fatta di stazioni fantasma dove ci si ferma anche se non sale nessuno; fatta di finestrini rotti e di speranze intessute e disfatte.

Il Dolore Altrui mi pare un po’ così, oggi, al termine e nel contempo all’inizio di un sentiero sul quale, con o contro il mio consenso, mi ritroverò a vagabondare per qualche tempo: come quei viaggi di ritardi epici e sommati infinitamente l’uno sull’altro, come un Bologna-Roma in intercity carrozza sei scompartimento otto posto sessantaquattro.


Perché il Dolore Altrui non ti frega con le sue urla o con i suoi schiaffi impertinenti, ché in fin dei conti puoi sempre massaggiarti la guancia dolorante e rialzarti e restituirgliene il doppio, con buona pace del principio evangelico. No; il Dolore Altrui non ferisce né spintona; non picchia né sputa. Lascia ampi margini di autonomia e non crea alcuna emorragia, sicché agli sguardi esterni si è spesso impeccabili, forse giusto un’occhiaia un po’ più fonda del normale che basta un colpetto di fondotinta. Però il Dolore Altrui è come un treno che zoppica senza apparente motivo mentre le lancette del tuo orologio corrono, e non c’è proprio modo di riallinearli. C’è un latente e sotterraneo fastidio ansioso che cova e monta e annebbia lo sguardo. C’è un senso di impotenza che soffoca e inquieta. C’è una rabbia frustrata che non ha dove posarsi, e alla fine, se ti fermi un attimo a pensare, ti accorgi che un pezzo di Dolore te lo stai divorando anche tu e allora vorresti alzare la bandierina bianca e dire aiuto! ma le bandierine le hanno finite e al massimo possiamo darle un fazzolettino di carta, di quelli profumati con i disegni Disney. Le bandierine, cara mia, le hanno finite perché, anche nel Dolore, è una questione di precedenze e di diritti, e il tuo mucchietto di sofferenza scompare di fronte al cumulo di Dolore Altrui, quindi per favore mettiti in fila e se non hai voglia di aspettare la porta è quella là.

E allora, un po’ offesa, provi a ripercorrere all’indietro il treno traballante, superando anche la tua congenita paura per i passaggi oscuri e puzzolenti tra una carrozza e l’altra, e ti sei messa in testa che vai fino in cima dal capotreno e lo aiuti a capire cosa c’è che non va e dai il tuo contributo socialmente utile alla situazione e magari tutto si risolve, basta solo un po’ di buona volontà. Ma credo immaginiate tutti cosa succede quando si arriva davanti alla porta del capotreno. La porta è chiusa e nessuno risponde, quando si bussa, prima piano e poi sempre più imperiosamente.

E il treno è sempre fermo e no aspetta forse riparte ma dopo pochi metri è in frenata di nuovo, e quel qualcuno, laggiù a Termini, probabilmente si è rotto le palle di aspettarti – ché nel mio castello di immagini i cellulari ancora non esistono e non c’è modo di avvisarlo – e il Dolore Altrui è proprio stronzo così, ti fa venir voglia di tirare capocciate al vetro o di romperlo con quel benedetto martelletto anti panico, ma sarebbe solo peggio perché si aggiungerebbe un ulteriore disagio alla corsa lenta verso la méta, e non resta altro che sedersi e aspettare.

Non resta altro che sedersi di nuovo nelle poltrone consunte e umide, alzare magari lo sguardo per rifugiarsi qualche istante nell’intesa e nella complicità dei compagni di scompartimento, ascoltare qualche storia o qualche avventura altrui per tappare i buchi di quello spazio dilatato, trovare un buon libro e forse finisce pure che se guardi la signora napoletana con un’aria tenera ti offrirà anche un pezzettino della sua pastiera, oh sì grazie ne accetto un morso volentieri, accidenti è buonissima l’ha fatta lei?

Non resta altro che sedersi nelle poltrone blu dell’intercity in viaggio verso sud, accoccolandosi nonostante il ruvido della stoffa, e concentrarsi su quel qualcuno che, forse, laggiù a Termini, aspetta come te e ha deciso di portare pazienza anche lui, sul tabellone i numeri del ritardo stanno arrivando ad avere tre cifre, ma prima o poi  quel dannato treno dovrà arrivare a destinazione, echeccavolo. Forse, se ci pensi intensamente e chiudi gli occhi e strizzi le rughe della fronte, riesci a convincerlo a distanza che è solo questione di tempo, che sei già praticamente a Orte solo che c’è un bastardo di regionale che è deragliato e devono venire con una motrice nuova a portarlo via; forse riesci addirittura a spiegargli che se scende nel sotterraneo della stazione c’è un buon ristorantino orientale dove può mangiare qualcosa, e sembra che abbiano aperto anche una nuova libreria, magari può farci un salto per ingannare l’attesa (come se la si potesse fregare, poi, quella maledetta).

E, proprio mentre sei lì con la fronte aggrottata che ti sforzi per comunicare a distanza, la signora napoletana al tuo fianco sorride paciosa e dal morbido del suo doppio mento ti chiede e a lei, signorina, qualcuno la viene a pigliare, in stazione?

Ed è lì, nel rispondere con un titubante ed incerto sì, lo spero, che il grumino piccolo piccolo di Dolore quasi all’improvviso si scioglie nello stomaco e scende giù verso l’intestino insieme a tutto il resto. Il grumo puntuto si scioglie e si rilassa e il treno, oplà, riparte, un po’ più convinto delle altre volte, e il Dolore per il Dolore Altrui si attenua e se ne va di là in camera a dormire per qualche ora;
finisce che a te resta in mano solo l’Altrui.

E Altrui, di questi tempi, non è certo una malvagia parola, con cui trascorrere le ultime ore di viaggio, tra Orte e Termini. Di certo meglio che un paio di auricolari di mp3.

venerdì 2 marzo 2012

Luoghi che..

Luoghi che .. io ci vorrei andare a vivere dentro.

(E' parecchio, in effetti, che Tinni non pubblica un elenco; un po' le mancavano, quindi adesso vi cuccate questo).

Le Biblioteche. Ma non tanto quelle specialistiche; ultimamente soprattutto quelle comunali, quelle generaliste, con tutta quella gente mescolata che cerca cose disparate - qualcuno il fidanzato, qualcun'altro una guida turistica, altri ancora un libro per fare la ricerca sul nazismo, molti, semplicemente, il caldo e la comodità delle poltrone - e la uaifai e la caffetteria e tutto sembra semplice e gli altri ti appaiono tutti in ricerca, e necessariamente anche tu sei meno solo, nella tua, di ricerca.

L'automobile. La mia. Con il fiore di stoffa del commercioequoesolidale (cf. infra) comprato in una mattina di conquistate indipendenze romane che tutti mi prendono in giro e dicono che così la panda sembra un maggiolone de noantri in brutta copia ma a me piace perché si intona con il rosso della carrozzeria, e con la bottiglietta d'acqua nel porta-bottigliette, e miriadi di scontrini appallottolati e ripiegati in mille ondine come ho imparato a fare - senza nemmeno accorgermene - da un'amica lontana, e bucce di mandarini secche (pare diano un buon odore all'ambiente, ma mio malgrado non credo sia questo il motivo primario per cui sono lì), e la mia musica senza ordine né genere, anarchicamente simpatica. La mia macchina che quando esco da una lezione o rientro dalla stazione dei treni è costante certezza in attesa, orizzonte sempre noto che pazienta e accoglie, macchia colorata nell'oceano dei grigi.

Le mense. (Meglio ancora se bio). Tutti in fila buoni buoni con il proprio vassoio da riempire, con l'indipendenza di poter scegliere solo dopo aver guardato, l'acqua gratis dalla caraffa, il prezzo accettabile, i tavoloni lunghi e comuni dove puoi sbirciare qualche toppa nella vita degli altri, o strappare un sorriso, o intercettare uno sguardo emozionato alla lettura di un sms amico. Si sta tutti insieme, ma anche ciascuno per conto suo.


I Negozi del commercio equo e solidale. Per i colori sgargianti e le stoffe grezze e i materiali semplici e buoni; per i sorrisi caldi dei commessi che sono lì con una motivazione diversa da quella che hanno tutti; e forse, sì, forse anche per il tintinnio tutto particolare che fanno i soldi quando li spendi per una giusta causa.


La stazione Termini. Seconda casa per più di tre anni; luogo di shopping compulsivo dopo qualche rabbia e risposta sicura ad ogni bisogno più elementare, dal cibo a buon mercato alle gocce per l'otite quella mattina dopo una notte agitata sul treno Svizzera-Italia. La stazione Termini e le sue panchine da ottenere con il coltello tra i denti, i sorrisi dei tabaccai che sono il primo benvenuto a te che ritorni dopo tanto tempo, le folate di vento caldo sui binari e il ticchettio meticoloso delle letterine sui pannelli delle partenze e degli arrivi. La stazione Termini che proprio l'altro giorno ho ritrovato e riperso per una delle ultime volte (aridaje) e non ho potuto fare a meno di entrare in uno, anzi in due negozi praticamente a caso e comprare due oggetti scelti quasi di getto, a sensazione, senza capirne davvero il perché fino ad accorgersi, una volta sul Frecciargento, che toccare quel sacchetto e stringere quel libro era un po' come tenersi stretta Roma ancora per un po', ed essere felici di averlo fatto.


L'eurostar. Con quel senso di elitario e rispettoso e silenzioso benessere; che poi lo sai, in fondo, che tu non sei e forse mai lo sarai, una tipa da frecciarossa, e che quel nobile atteggiamento di opulenza non lo potresti imitare neppure se per una sera - come accadeva ai tempi della scuola - ti vestissero come una principessa; eppure proprio per questo ti piace giocare a fare la ricca, giusto per quelle due ore e ventuno minuti che ti separano dalla méta, ché poi, a ritornare poveri ma felici, ci si prova pure un po' più di gusto.


Le mansarde. Legno, libri, testa piegata in avanti, tante craniate assicurate, ma una vista speciale sul mondo: dall'alto, da un buchetto ritagliato e spesso angusto, ma che più sopra di te non c'è nessuno.


I musei. Da sola. Ché io ci ho anche provato, in passato, a visitare i musei in buona, anzi in ottima compagnia. Ed è bello, sì. Ma non si visita il museo: si visita l'Altro, si visita il suo modo di guardare alle cose, si visita la sua voce e come rimbomba nello spazio largo delle stanze dipinte a nuovo. E invece, da soli, si vagabonda con un ritmo che è solo proprio e si finisce per rispecchiarsi nelle opere d'arte, e prima o poi si trova quella che ti rispedisce indietro una fotografia sorridente di te e allora quando mi succede io compro sempre la cartolina di quell'opera lì, nella libreria del museo o della mostra, e poi la attacco scrupolosamente sul muro di camera.

venerdì 14 ottobre 2011

Tappetin(N)itudine


L’altro giorno mia madre mi ha messo in camera un tappetino azzurro. Uno scendiletto, di quelli colorati dell’Ikea, che stava in camera mia quando ero piccina, e che non vedevo da tanto. Ha piazzato il tappetino accanto al letto e ha detto così quando scendi dal letto non senti il pavimento freddo sotto i piedi. E quando lei ha richiuso la porta dietro di sé, lasciandomi ai miei fogli e al mio computer, ho guardato il tappetino e d’improvviso la camera sembrava più casa.
Proprio così: il tappetino faceva sorridere la camera.
E allora mi sono messa a riflettere su cos’è che ti fa sentire ‘a casa’; e mi è venuto in mente un post simpatico che avevo letto in un periodaccio a Parigi e che intitolava sono a casa quando… (lo trovate qui)

E Tinni, quand’è che è a casa?

Quando allunga lo sguardo e vede via Lunga e fuori dalla finestra c’è il fico appena potato da mio padre dopo grandi contrattazioni famigliari e giù, per la strada, i vecchietti camminano pacifici con la Gazzetta di Modena sotto al braccio?

E mentre scrivo queste righe dal mio netbook seduta su un seggiolino scomodo del trenino Bologna Vignola, una signora che riassume in sé tutti i possibili connotati dell’aggettivo semplice, mi guarda sperduta e mi dice mi piacciono tantissimo i suoi stivaletti, sa? Devono essere anche comodissimi, vero? E i miei stivaletti sono vecchissimi, sporchi, bucati nella suola e sfondati per i troppi passi percorsi da quel giorno in cui provai il dottorato a Siena e ancora mi ricordo che venne a piovere un battello d’acqua e gli stivaletti nuovi si rovinarono tutti, fin dal primo giorno. Già da quello, dovevo capirlo, che non sarebbe andato bene, il concorso…

E alle domande sulla casa si sommano quelle sugli stivaletti; perché casa è anche dove qualcuno ti chiede, seduto accanto a te su una suburbana locale, se i tuoi stivaletti sono comodi. Così non importa tanto, forse, se le persone intorno a te sono semplici, e allora forse non importa nemmeno cosa vedi dalla finestra, se c’è il fico o la Maison du Japon, forse allora basta avere nello zaino un tappetino azzurro dell’Ikea, arrotolato in un angolo, pronto per essere sistemato sotto ad un letto, così quando scendi la mattina non senti il freddo del pavimento.
E forse non solo quello.

sabato 21 maggio 2011

Mani anziane

Le mani degli anziani tastano l'aria come cani in cerca della preda, prima di afferrare un oggetto; scrutano, valutano, arrancano per un istante, prima di partire, zaino pesante in spalla, rughe al seguito, per la grande impresa a cui sono chiamate.

L'altro giorno ho fatto un viaggio in treno (nb: treno Francia-Svizzera, TGV, pagato l'ira di dio - moooolto più che un nostrano Frecciarossa - e arrivato con 20 minuti di r-i-t-a-r-d-o) a fianco di un uomo di poco più di ottant'anni, e sono rimasta incantata dall'arte delle sue mani: due manufatti grezzi ed al contempo levigati dal tempo, che si divertivano a trovare, lentamente, polpastrello dopo polpastrello, l'esatto contatto delle dita dell'una sull'altra.

Sembravano davvero due personaggi ancestrali, due vati, due Tiresia intenti con la massima cura in un primordiale rito iniziatico. All'ora di cena, i due santoni medievali hanno sollevato con precisione e calma lo zainetto da sotto lo scompartimento, ne hanno aperto la cerniera per tutta la sua lunghezza, hanno estratto una scatola di plastica, e, a loro volta, hanno estratto dalla scatola tanti pacchettini diversi, che altre mani altrettanto rugose e sagge dovevano aver preparato, da una tavola color legno scuro, un po' crepata, in una cucina buia ed umida. Ogni pacchetto è stato scartato con quella magica ed apotropaica attenzione che solo i bambini sanno riservare allo scarto dei regali di Natale; ogni panino è stato dalle due mani sondato, girato, rigirato, osservato, fino alla ponderata scelta finale. Ed ancora, ad ogni morso le due mani provvedevano, con una placida ma corretta maestria, a spostare un poco il panino, a permettere una nuova angolatura del morso successivo, a proporre un nuovo sapore al palato consenziente.

Le mani di un anziano sono come due alte torri inaccessibili, come due giardini segreti dietro ad un muro: promettono silenziosamente un aldilà.

sabato 29 gennaio 2011

Viaggi ameni

Ieri Tinni e il suo PiedeGonfio si sono sparati un bel Roma-Bologna A/R in giornata, ma grazie alle nuove tariffe Mini (che per ora mi sento di promuovere, in un epico slancio di collaboratività con Trenitalia) le è stato possibile farlo nel massimo confort Frecciarossesco possibile.
Una cosa in particolare, poi, ha reso i due viaggi decisamente piacevoli, ed è stato iniziare la lettura di un libro a dir poco esilarante, Zia Mame di P. Dennis, e accoppiare tale lettura con l'ascolto dell'album Calypsos di De Gregori: ho trovato, personalmente, che musica e parole si adattino in questo caso alla perfezione, per il ritmo, tra il divertito ed il riflessivo, la melodia, ironica quanto basta, e il lessico, decisamente variopinto.
Inoltre Tinni godeva come una riccia perché è riuscita a fregare sul tempo tutti gli aspiranti prenotatori del libro, che da diversi mesi a questa parte è praticamente irreperibile alla Biblioteca sala Borsa, causa l'eccessivo numero di richieste, e invece con un balzo felino lei lo ha visto su una mensolina e ...zac, lo ha messo in saccoccia. Un giorno o l'altro -mi ha detto- vi diletterà anche con un post dedicato ai godimenti che le regalano le biblioteche pubbliche.
Per ora, invece, vi augura buon week end, e a se stessa augura un buon divertimento per il grande evento che la attende domani: allo Stadio a vedere Bologna-Roma!!! Quale delle sue due beniamine avrà la meglio? E soprattutto, riuscirà la nostra eroina a non ammalarsi, essendo per domani previsti neve, meno mille gradi, pioggia, gelo e vento??
Lo scopriremo alla prossima puntata.

giovedì 23 dicembre 2010

Facce, storie, luoghi

Con questo sottofondo musicale, che tutte le volte che lo riascolto mi viene in mente la mia mamma che mi incitava, da piccola, a cercare di immaginare a quali fenomeni atmosferici corrispondesse ogni passaggio musicale (ecco, adesso sta grandinando, è estate, si sente benissimo, e poi tuona, ti spaventa, poi si affievolisce e...oplà, rispunta il sole), tra una pulizia casalinga e l'altra, vorrei dedicare questo post pseudo-commemorativo ad alcuni ricordi. Vorrei dedicarlo ai ricordi dei viaggi in treno degli ultimi tre, intensi, anni; ma non certo ai disagi, ai ritardi, ai freddi, ai caldi o ai controllori, bensì a tutte le persone che mi è capitato di incrociare, sbirciare, origliare (brivido, è partita la primavera), con cui mi sono trovata a scambiare opinioni, occhiatacce, pisolini, risate, incazzature... è tanto che mi riprometto di buttare giù, perché non svaniscano con il tempo, gli episodi più significativi, e quindi eccomi qua. Voglio dedicare il mio post natalizio a loro, anche a quelli che mi hanno rotto le scatole, anche a quelli con cui non volevo avere nulla a che fare, così come a quelli che ho trovato interessanti, a cui ho cercato di strappare un sorriso. Buon Natale a voi, compagni di viaggio.
C'è, innanzitutto e sopra a tutti, la famiglia di Casal di Principe, specchio perfetto di ciò che Saviano prova a descrivere nei suoi articoli: madre sposata a 13 anni, finisce le medie e va a lavorare, tre figli irrequieti, le bimbe mi chiedono a quanti matrimoni ho fatto la damigella, e mi guardano con compatimento quando scoprono che non mi è mai capitato, mentre a loro già tre o quattro volte, il maschio che chiamarlo iperattivo è eufemistico, il padre scontroso e muto, che però quando gli accenno qualcosa, a mezza bocca, sul fatto che il loro paese è spesso sui giornali mi sbotta secco (dopo che la moglie mi aveva detto, schernendosi: io non so niente, sa tutto mio marito) con un: anche da noi ci sono le brave persone e quelle non brave, come dappertutto. Ma la cosa più agghiacciante e significativa salta fuori quando mi chiedono cosa studio; - il latino - rispondo io per restare nel generico e nel comprensibile. E la madre: "e cioé?" "che cos'è?".
Voi cosa avreste risposto?

Ma poi viene lo scompartimento di napoletani, il giorno prima dell'orale del dottorato, allegri, simpatici, mi mettono tranquilla, mi fanno mille in bocca al lupo, e mi segnalano la migliore pizzeria di Napoli - n.b. ti fanno solo la margherita o la bianca, lì, perché solo in quelle due si apprezza alla perfezione il sapore della mozzarella, che, ricorda!, NON ha niente a che vedere con quella che compri al tuo nordico supermarket -, dove, prima o poi, ho promesso che andrò (ma come è possibile che tu non sia mai stata a Napoli???!!).
Il mio buon Natale va poi anche alle due chirurghe estetiche su un Eurostar, di cui ho ascoltato fingendo noncuranza tariffari, clientele, affari, ultime tendenze, mentre ammiravo le loro pelli e le loro unghie perfette.
E poi, per restare in quell'ambito socio-economico, ai due stilisti di moda che mi hanno suggerito, vista la mia evidente indigenza, di restare comunque al passo con l'ultimo grido vestendomi da Zara, che è un po' la loro rovina, ma che saccheggia a piene mani dalle migliori collezioni (sempre sia lodata!).
Buon anno e i miei migliori auguri, poi, al padre che accompagnava il figlio dodicenne ad una selezione per giovani talenti del calcio a Roma: gli brillavano gli occhi, nel raccontare le prodezze e la precoce abilità del figlio; prevedeva per lui un roseo futuro, con tanto di matrimonio con una velina!
E, ancora, alle due sorelle ultrasettantenni modenesi con cui ho condiviso un lungo e periglioso viaggio notturno Parigi-Bologna: una delle due, durante la sua avventurosa vita, aveva lavorato per una nota casa di moda milanese, mentre l'altra aveva fatto, per tutta la sua esistenza, la cassiera al cinema a luci rosse di Modena. Mi sembrò di viaggiare tra Miss Daisy e la vecchietta di Pomodori Verdi Fritti.
Inoltre, la simpaticissima dottoranda di Lione, nata in un destrorsissimo paesino brianzolo, che esibiva fiera la sua Repubblica come un vessillo di democrazia; e le due matte ragazze fiorentine che lavoravano in un negozio di scarpe e fumavano noncuranti nello scompartimento dopo aver blandito il controllore con un occhiolino; e il gruppo esilarante di editori toscani, con cui ho trascorso ore di pura comicità durante un ritardo frecciarossesco incredibile; la signora che, vedondomi addormentare infreddolita sul tavolino, mi ha coperto maternamente la schiena con la giacca; la mitica mamma che lavorava per Medecins sans frontières con due figli sotto i tre anni al seguito, da cui ho preso vere e proprie lezioni di educazione filiale e che, nonostante la tenera età dei pargoli, non mi ha arrecato nessun disturbo; il teppista che rovinava i cartellini degli scompartimenti, finito per uno scherzo del caso proprio seduto a fianco di una controllora FS fuori servizio (alla fine siamo pure diventati tutti amici!); e poi tanti e tanti turisti di ogni provenienza e cultura, tutti ugualmente entusiasti al vedere scorrere di fronte ai loro occhi le colline toscane (degna di particolare nota, in questo gruppo, la giapponese che mi chiese, vedendo un rudere alle porte della stazione termini, una sorta di torre cadente risalente più o meno all'epoca fascista, "Colosseum????")....
e chissà quanti altri ancora non riesco ora a ricordare. Bhe, a tutti loro e a quelli che sono ormai svaniti dalla memoria, così come ai miei lettori, un sincero augurio di buon viaggio, in quel percorso tormentato, incredibile, assurdo e buffo che è la vita.

giovedì 14 ottobre 2010

Sociologia dell'utente TRENITALIA/2

Cari amici, rieccomi qui, dopo una sprintosa e proficua trasferta romana; e, come si poteva ben prevedere, ho un po' di cosette ferroviarie da raccontare.

Avendo maturato una lunga e consolidata esperienza in materia di viaggi su binario, posso ora giungere alla definizione di una personalissima nonché evidente nuova legge di Murphy: se in un dato INTERCITY esistono anche solo due bambini di età inferiore ai 12 anni, Tinni li troverà nel suo scompartimento. Detto ciò, non è che io sia del tutto bambino-repellente, per carità, ma all'interno di uno scompartimento di sei persone, stretto e rumoroso già di suo, le voci squillanti di pupetti eccitati/incazzati/nervosi/felici/piagnoni o comunque desiderosi di esprimere una qualsivoglia emozione non è esattamente ciò che un passeggero si augura per un viaggio di quattro ore. Se ai pupetti si aggiunge poi un qualunque personaggio X che non riesce a trattenere la propria voglia di dialogo, comunicazione, esternazione di curiosità e fratellanza con suddetti pupetti, il risultato può arrivare a rasentare l'intollerabilità. (così, tanto per gradire, un assaggio: ti piace colorare, eh? che colori ti piacciono? ti piace quando la nonna ti cucina la pappa, eh? che cosa ti piace di più? la cotoletta?? buoooona!!! ma anche all'asilo mangi la cotoletta? e i tuoi compagnucci dell'asilo -parentesi: chi firma con me una petizione per l'abolizione dei vezzeggiativi nei dialoghi con gli under-10? Sono fermamente convinta che nuociano allo sviluppo neuronale- mangiano anche loro la cotoletta? no??!! ma allora non sono bravi bambini come te! e il tuo fratellino mangia la cotoletta? sei geloso del tuo fratellino?.............)
Mentre quindi viaggiavo con la musica nelle orecchie a palla e nonostante ciò le cotolette e i disegni e i pennarelli preferiti del bimbo arrivavano comunque a scalfire il mio udito, ho maturato una simpatica idea per il prossimo sondaggio, che troverete nell'apposito riquadro, e ho ripensato a quanto un'amica mi raccontava a proposito dei treni americani. Quest'amica si è fatta un bellissimo viaggio attraverso l'America tutto by train e un giorno saliva con il suo ragazzo su un treno qualunque; appena seduta, però, si accorgeva subito che qualcosa non andava: notava infatti, con curiosità, che la percentuale dei domienti nel vagone era molto alta. Noncurante di ciò, si metteva a chiacchierare amabilmente (in tono italiano, quindi qualche decibel sopra alla soglia del consentito, per un qualunque non-italiano) con il suddetto fidanzato. Dopo aver ricevuto numerose occhiatacce, finalmente un compagno di scompartimento intimava loro il silenzio mostrando un cartello appeso sopra alle loro teste: scompartimento silenzioso.
M-e-r-a-v-i-g-l-i-o-s-o. Uno scompartimento per ogni treno dedicato a chi vuole viaggiare in silenzio: chi deve studiare, chi vuole dormire, chi ama meditare, chi è sociopatico e via dicendo. So per certo che Trenitalia non esaudirà la mia richiesta, troppo occupata com'è a regalare in omaggio un cioccolatino a tutte le donne che comprano al bar dei Frecciarossa per celebrare il mese della donna (è vero, purtroppo), ma vorrei sapere se non la trovate anche voi una soluzione concreta al problema dei tentati omicidi sui treni.
Ché io lo so, che è pieno di gente che non viaggia mai e ha voglia di parlare: anche io, all'inizio di questa lunga esperienza ferroviaria, ero così. Appena salivo cercavo negli occhi dei miei vicini una scintilla qualunque di solidarietà per poter dare inizio ad una bella ed amichevole conversazione sui peggiori luoghi comuni dell'umanità. Ho chiacchierato con migliaia di persone, se ci penso: il padre che portava il figlio calciatore a fare provini e che sognava di vederlo in Nazionale, la controllora fuori servizio, i soliti Napoletani che ti parlano di Napoli e ti consigliano le pizzerie, le chirurghe plastiche a Roma per un convegno, i due stilisti, un gruppo esilarante di editori fiorentini, le due sorelle modenesi ultra settantenni che sembravano appena uscite da Pomodori verdi fritti, e -come sa chi mi conosce bene- pure la famiglia di Casalesi, con i quali avevo così tanta voglia di dialogare che ho pure chiesto della Camorra (la loro eloquente risposta ve la rimando con suspence ad un prossimo post). Però, ora che di viaggi ne ho alle spalle davvero tanti, ogni tanto non disdegnerei un bel "vagone silenzioso", per godermi il panorama, che resta una delle cose più mozzafiato anche dopo tanti chilometri, la mia musica, e i miei pensieri.
E, comunque, mi raccomando, VOTATE al nuovo eccitante sondaggio!

venerdì 1 ottobre 2010

Sociologia dell'utente TRENITALIA /1

Inauguriamo oggi, con il mese nuovo, quella che sarà destinata a divenire una lunga e fruttuosa serie di post a tema ferroviario: poiché sono costretta per "lavoro" a viaggiare moltissimo - anche se sempre sulla stessa tratta - ho raccolto e sono sicura raccoglierò vitanaturaldurante una viariopinta scorta di aneddoti, incazzi e chicche che comincio da ora a condividere con voi.
Vi devo però deludere subito: non parlerò male di Trenitalia, o almeno non per un po': è troppo scontato, prevedibile, e c'è chi in questi ultimi giorni lo ha già fatto meglio di me. Parlerò invece polemicamente di una ampia e variegata categoria di utenti di Trenitalia, ovvero i temibili compratori di biglietti allo sportello. (spero che un brivido di terrore vi sia corso già lungo la schiena al solo sentirli menzionare. A me è corso)
Per tutti i membri, anche inconsapevoli, di questa categoria, ho innanzitutto un comunicato da fare. Vi odio. No, vabbè, non era questo che volevo dire ma mi è scappata di bocca.
Vi comunico ufficialmente che i biglietti si possono acquistare con maggiore agio e velocità anche alle macchinette distribuite uniformemente in tutta la superficie della stazione. Ecco, l'ho detto, ora già mi sento meglio.
Perché, vedete, i malefici compratori amanti delle lunghe file, sono una categoria sociologicamente molto ben definita: arrivano circa un quarto d'ora prima della partenza preventivata, si mettono in coda allo sportello e, constatando che, in media, si trovano di fronte altre 30 individui appartenenti alla loro stessa categoria, cominciano a divincolarsi nei loro abiti - che siano completi di Prada o giacchini stinti di jeans non fa differenza: la classe sociale non è decisiva per l'appartenenza alla specie - a guardare compulsivamente l'orologio, a balbettare a mezza voce l'orario dei treni che leggono sul tabellone e a brontolare con chi, come spesso mi è capitato, si trova malauguratamente al loro fianco. "Accidenti, non ce la farò MAI a prendere quel treno"..."Porca vacca, ma quanta gente c'è stamattina che deve comprare il biglietto?"..."Oh, ma tutti qui sono, oggi?"
Se, però, gli si fa notare gentilmente che esistono a dire il vero sistemi più semplici di acquisto, ovvero le macchinette apposite, che accettano sia carte che contanti ed effettuano - come peraltro è scritto su giganteschi carteli tutto intorno a loro - il medesimo servizio che i tanto agognati sportellisti, praticamente senza fila, ci si vedrà rispondere: "ah, ma no, boh...io non mi fido di quella roba lì", oppure "ah, ma io micca sono capace con i computer"...ecco, cari minorati compratori di biglietti di mano in mano, vi farò allora un secondo importante annuncio: le macchinette per i biglietti sono a prova di scemo: ti guidano in una serie di semplicissimi passaggi, con pulsanti enormi, scritte chiare e NON ti vogliono fregare: hai la stessa probabilità di venir saccheggiato da una macchinetta che da un operatore allo sportello, ovvero pari allo 0,000001 per cento.
Che poi, se ti preferisci fare la fila con 300 persone davanti perché non ti fidi, allora fatti tuoi, però non urtare la mia persona con le tue lamentele (n.d.r. se io sto facendo la fila allo sportello significa invece che devo davvero fare qualcosa per cui è necessario lo sportello, come ottenere rimborsi o fare complicati cambi di prenotazione su treni per l'estero).
Poi, quando alla fine, impietosendo altri cretini come lui, il compulsivo compratore amante del contatto umano riesce a passare avanti a circa 25 persone, saltare tipo cavallina 2 ignari cinesi (gli stranieri sono gli unici giusitificati a fare i biglietti al guichet), passare inosservato sotto alla transenna e finalmente capicollare di fronte al paziente sportellista, chi gli è vicino gli sentirà affrontare un dialogo di questo genere:
"salve, voglio andare a Milano"
(attimo di sconcerto)
"bene, e con quale tipo di treno, quando e con quante persone?"
"con il primo che parte, quant'è?"
"il primo parte tra 60 secondi esatti, non ce la farà mai. Le va bene anche l'Eurostar che parte tra cinque minuti?"
"si, si, quant'è??"
"vuole la prima o la seconda classe?"
"seconda, ma allora, quant'è???"
"vuole usufuire della promozione promo autunno?"
"no no non me ne frega niente, mi dica quant'è"
..e via dicendo, facendosi così 'fregare' sulle tariffe e su tutte le altre possibili agevolazioni e riuscendo a pagare quando mancano esattamente 2 minuti e mezzo alla partenza, così da dover correre ancora, risorpassare all'indietro i due cinesi ignari, spintonare i 25 caritatevoli che lo avevano fatto passare avanti, inciampare nella sua stessa valigia e montando alla fine sul treno quasi già in corsa, essendosi - oplà!-  dimenticati di obliterare.