MOLTEPLICI INIZI.


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sabato 5 luglio 2014

Cose - belle - che non ti aspetti.


Ad una cena di Natale tra colleghe di italiano, circa sei mesi fa, mi presentano una donna altissima che lavorava tra quelle pareti private una manciata di anni fa. La squadro (disegnando un angolo ottuso - e non solo quello - col movimento del mio dolente collo), le finisco seduta di fronte, le sorrido, la ascolto. E lei compie l'errore fatidico: si lamenta. Il mio giudizio interiore è secco: classica-docente-stanca-e-sfiduciata-che-rovina-generazioni-di-verdi-virgulti-in-trepida-attesa-di-essere-riempiti-di-versi-danteschi-e-subordinate-interrogative-con-le-sue-sfilacciate-lezioni-sempre-uguali (è una sorta di formula omerica, praticamente). 
Non ricordo più nemmeno che pizza abbia ordinato, lì di fronte a me, la poverella (io invece, in suddetto ambito, vengo premiata per uno dei pochi azzardi culinari della mia esistenza di ordinapizzealristorante e mi godo una delizia travestita da pizza al radicchio e aceto balsamico). Ricordo, in poche parole, solo l'associazione di idee.

Passano numerosi giorni (mesi) in cavalcata e arriva ieri. 
Recomi nel settore ragazzi dell'ampia biblioteca comunale - di cui già in passato tessei le lodi - per spulciare lo scaffale dei libri di avventura e trafugare materiali per un prossimo anno che - ahinoi - diventa sempre più nebuloso mano a mano che la porta si avvicina. Alzo la testa - in pausa - tra una Freccia nera e un'Isola del tesoro. 

C'è lei. La collega altissima. 

Seduta curva a punto interrogativo sul tavolino troppo basso, parlotta con delicatezza ad un adolescente brufoloso dalla pelle color carbone: un suo ex-alunno, fresco di licenza media e di sbarco fortunoso. Gli insegna italiano. Lo prepara ad un altro sbarco traumatico: nella prima ragioneria di una grande scuola della città. 
(devo specificarlo, che lo faceva gratis?)

E non è tutto: si ricordava anche il mio nome. Perché la collega altissima è una di quelle persone che quando salutano o chiedono come va ci aggiungono in sequenza: prima, una virgola e, subito dopo, il nome proprio dell'interlocutore.
Ma non mi ha detto Ehi ciao Cogliona Spara Giudizi, cosa ci fai qui?. Ha usato il mio nome vero vero, quello che comincia con la S.

domenica 19 agosto 2012

Ricostruirsi

Le raccolgo appena con lo sguardo, sfrecciando al loro fianco in auto, e rallento d'un colpo per capire meglio. Le sfioro con un piccolo segmento della mia mente che presto si fa grande ed ingarbugliato, mentre i miei piedi affondano nel cemento fuso di questa calda estate di pianura.

Me l'avevano detto, in effetti; e loro alloggiano lì. Le sedie sono disposte in un ordinato e spoglio semicerchio davanti all'ingresso del lussuoso hotel; tranquille e svuotate, sotto a bandiere, insegne, stelle e palme quasi fuori luogo quanto loro, le anziane silenti aspettano.

Sono le sfollate del terremoto; le vicine della bassa. I mariti li trovi incanottati e frementi all'ombra del bar Dama, intenti in interminate partite di carte e in millimetriche righe di corrieredellosport, ma loro, le mogli, hanno preferito stare lì, in un ordinato e spoglio semicerchio di sedie di plastica, davanti all'ingresso del più ricco - nonché unico - hotel castelvetrese.

Riesci ad immaginare qualcosa di più triste? Qualcosa di più stanco - come dici spesso tu, e in effetti la parola calza a perfezione - di queste donne spogliate, miti, della vita?

Non parlano, le anziane donne terremotate dal fondo delle loro radici. Come passeranno la loro giornata? - mi chiedo dal rosso rombante della mia panda agile e spettinata. I minuti si accatasteranno, uno dopo l'altro, incollandosi con il cemento del silenzio e del frinire di cicale, secchi quanto il torrente Guerro, arido proprio lì, davanti a loro?

Non c'è speranza, nei loro sguardi, e nemmeno più dolore. Riesci ad immaginare qualcosa di più terribile di questo, amico mio? Di fronte a quelle fronti, rilassate e pure rugose, arrendevoli al vuoto ed alle mosche, riesci ad immaginare una sofferenza che sia più strisciante ed avvolgente di così?

Mi allontano graffiata, ma ancora egoista, anche nella - minuta - condivisione di quella mestizia. Mi allontano dal semicerchio ordinato e spoglio di sedie di plastica bianche e solo qualche chilometro dopo, all'altezza dell'inalca, mi trovo a dover sorpassare, con uno scatto improvviso del volante prima assorto, una bicicletta in corsa sfrenata.

E' una bicicletta, sì, una bicicletta scassata ed ondeggiante, ma a montarla sono in due: padre e figlio. Non c'è il portabagagli, dietro alla sella; non c'è la barra orizzontale - che io, peraltro, ho sempre trovato così irrimediabilmente romantica, e mai nessuno che nella vita me l'abbia fatta calcare accidentiame - tipica delle biciclette da uomo. Io due condividono, semplicemente, lo stesso sellino: il padre dietro, il figlio - minuscolo - davanti. Ondeggiano e ridono; e ridono ancora, il padre ed il figlio con la pelle scura e la pancia vuota per il ramadam: sono nuovi, sono spericolati, sono felici. Sono il terremoto, buono, di questa pianura fertile e stanca.



E allora, penso mentre li sorpasso e proprio non riesco a fare a meno di sorridere, contagiata e sempre egoista, allora, forse, penso che davvero abbiamo tutti bisogno di un terremoto devastante, nella nostra vita vecchia e mesta; un terremoto che arrivi dal sud del nostro mondo conosciuto e scaravolti in terra il nostro cerchio ordinato e spoglio di sedie di plastica bianca. E noi soffriremo, sì: sgraneremo i nostri occhi anziani e saggi di fronte all'imprevisto, per poi chiuderli nel mutismo e non riaprirli più. Lasceremo cadere le nostre braccia produttive in un sospiro lungo giorni, piangeremo anche un po', e poi annichiliremo.
Ma, al risveglio - ormai asciutto - del nuovo giorno, saremo abbastanza forti e abbastanza saggi da regalare la ricostruzione del nostro paese e della nostra anima a qualcuno che, boh, forse non conosce tutte le regole del codice della strada, però si ricorda ancora come si fa a sorridere.

martedì 29 marzo 2011

Impressioni random da una settimana elvetica

Non sarà certo un post ben articolato dal punto di vista narrativo, ma per una volta vorrei soltanto registrare alcune sensazioni/percezioni/rilevazioni che mi saltano all'ésprit (quanto fa figo dirlo?!?) dopo qualche giorno di permanenza a Losanna, ridente cittadina sul Lac Lemann, cantone di Vaud, lingua francese, confederazione svizzera.

Innanzitutto, e sopra a tutto, la ricchezza. Continuo a chiedermi se è soltanto una suggestione frutto dello sfaccettato stereotipo a) Sfizzero? No, Nofi -b) Svizzera = banche - c) Svizzera = ti sorridono i monti, ma in fin dei conti credo proprio che sia realmente così: gli Svizzeri sono, oggettivamente, percepilmente, inconsuetamente, ricchi. Cammini sul lungo-lago la domenica pomeriggio e la gente, pur essendo vestita in maniera di certo più sobria di come vedresti, che so, a Roma, sopra alle scarpe da tennis ultra high-tech sfoggia una Louis Vuitton autentica con una tranquillità non esibizionista, come se avesse sempre giocato, fin da piccola, con borsine LV delle Barbie. Non si vedono griffe fasulle; nessuna finta Gucci o All Star taroccata. Tutti i bambini sfrecciano su modernissimi monopattini provvisti di caschetto dinamico dei Power Rangers, ginocchiere delle Winks, copri gomiti di Hello Kitty, cuffie di Topolino, guanti imbottiti di Toy Story e chissà di che marca ancora saranno gli indumenti di sotto.
Tutti sembrano tranquilli e sereni, di una serenità che può essere solo il frutto di solida ricchezza. Non che io sia una di quelli che pensano che solo i soldi diano la felicità, però...ecco, passeggiando per Losanna la domenica pomeriggio, bhe, insomma.. un po' ci credereste anche voi.



E poi, oltre alle immancabili pulizia, ordine, rigore, silenzio, un'altra caratteristica mi si è presentata in più di un'occasione: è PIENO di italiani immigrati.
Già solo restando in ambito universitario, in tre giorni sarò uscita a cena o a pranzo o avrò intravisto o avrò anche solo sentito parlare di decine e decine di italiani, di tutte le regioni, che sono qui per il dottorato, e poi per il post-doc, e poi diventano assistenti all'UNIL, e poi lavorano in un'azienda, e poi hanno un contratto, e si fidanzano con un altro italiano all'estero e ..zac, come niente, si sono trasferiti qui per sempre. Con tranquillità e serenità, imparando dagli autoctoni, non sentono la mancanza della "patria", sanno apprezzare i pregi di qua, ne evidenziano anche i difetti, scherzano su Berlusconi e parlano di pizza e pasta. Mettono radici e sono rispettati; parlano correntemente francese e spesso anche tedesco e nessuno li prende in giro per l'accento italiano che resta loro un po' attaccato. In giro per la strada, davvero, l'italiano è una delle lingue più sentite: e non perché ci siano molti Ticinesi (quelli li si riconosce dall'accento pseudo-milanese), ma perché, in effetti, gran parte della Svizzera è italiana.

E allora non posso non andare col pensiero a loro: a loro che vorrebbero fare come noi italiani facciamo e abbiamo fatto per anni e anni con la Svizzera. Partire con qualche gruzzolo, imparare la lingua vivendo in loco, trovare un impiego, magari sposarsi con qualcuno della tua stessa terra, così, giusto per poter cucinare ogni tanto le lasagne e, gustandole, ricordarsi insieme a lei del posto dove si è nati, e magari tornarci per le vacanze. E fare dei figli là, che parlano non si sa bene quante diavolo di lingue insieme, e invecchiare con qualche soldino da parte, e diventare qualcuno che , una volta, tanto tempo fa, viveva in Italia.
So poco delle politiche svizzere nei confronti dell'immigrazione e quel poco che so non mi piace, soprattutto per ciò che riguarda gli immigrati extra-europei; ma quello che hanno fatto e fanno ancora per l'Italia, oggettivamente, è bello.
Noi non abbiamo le borse di studio e andiamo in Svizzera a fare ricerca. Quelli non hanno lavoro in Tunisia e vengono a cercarlo in Italia.
Ma quale diavolo di differenza fa?

mercoledì 8 settembre 2010

Saudade

Ieri tornavo a casa in autobus, e mi sono ritrovata a sedere a fianco di una ragazza di colore. Dopo qualche fermata è salito un altro ragazzo di colore, e si è sistemato in piedi non lontano dal mio seggiolino. Gli sguardi dei due ragazzi si sono subito incrociati e lei, con la voce piena di curiosa emozione, gli ha chiesto, in francese, di dove fosse; lui ha risposto che era del Camerun, e lei ha affermato di provenire da un qualche altro stato africano che ora non mi ricordo più. Con la più grande calma e una naturalezza sincera, in mezzo alla baraonda del bus, i due hanno cominciato una semplice conversazione, fatta di "da quanto sei qui?" "due anni. tu?" "come ti trovi?" "ti manca casa?" "hai trovato lavoro?". Nulla di che, poi, all'arrivo di lui a destinazione, un semplice "ciao".
Mentre sorridevo tra me e me per la bellezza di quel 'riconoscimento' spontaneo, mi sono tornati alla mente i miei soggiorni a Parigi: anche io, in effetti, ho sperimentato quell'identica percezione di fratellanza, tutte le volte che, su un autobus, scorgevo qualcuno leggere un libro in italiano, spiccicare qualche parola italiana al telefono, oppure, in biblioteca, visitare siti italiani, oppure ancora, al supermercato, comprare chili e chili di pasta barilla. Non sono mai stata una persona patriottica, né molto fiera di essere italiana, ma in tutti quei momenti non mi sono mai trattenuta dal dire, ritrovando un'immediata scintilla nello sguardo stanco dopo la giornata di lavoro: "anche tu italiano?" "che ci fa un altro italiano qui?" "le manca la cucina eh?!"...la cosa buffa è che tutte quelle persone trovate per caso in mezzo a tanta francesità sapevo benissimo che, in Italia, non le avrei magari degnate di uno sguardo, oppure le avrei bollate, per via di qualcosa nel loro aspetto o nei loro modi, troppo diverse da me.
Quando ci si trova in un 'altrove', invece, anche se non lo si vuole ammettere e - come nel mio caso - ci si trova a proprio agio nella civiltà ospitante, ritrovare un pizzico della propria 'patria' fa sempre battere il cuore un po' più in fretta, scatenare un sorriso e stimolare il desiderio di un anche minimo contatto, anche a una come me, che, per esempio, detesta incontrare turisti italiani quando va in vacanza. Le due battute che ci si scambia, a dire il vero, sono poi sempre le stesse: "ah, ma i francesi quanto sono maledettamente burocrati??", "la polizia qui ha l'aria davvero cattiva", "hai notato che ci guardano tutti male quando parliamo al nostro normale tono di voce?"..tutti concetti che, tra l'altro, in realtà, io stimo e apprezzo nei francesi, ma che, quando ci si trova tra 'simili', è giusto e spontaneo tirare fuori, come in un rito pre-stabilito di riconoscimento tra animali.
E' per questo che, quando si sente dire "ah, quei marocchini stanno sempre tutti tra di loro", oppure "i cinesi fanno sempre gruppo a sé", io capisco automaticamente che chi sta parlando non è mai stato all'estero. All'estero, e a maggior ragione in un paese dalla cultura molto diversa, i legami con la patria naturalmente si rinsaldano, almeno nei primi periodi, nelle prime generazioni; all'estero, le tradizioni di casa si perpetuano con maggior entusiasmo, così come a me capitava molto più spesso di preparare una buona pasta a Parigi rispetto a quando sono in Italia; all'estero, i primi amici, i primi veri confidenti, non potranno che essere persone che vengono dal tuo stesso luogo, persone con cui l'ostacolo linguistico non esiste, con i quali si può 'giocare' a prendere in giro gli autoctoni che tanto non capiscono nulla; all'estero, un compatriota che nel tuo paese giudicheresti estremista, fanatico, politicamente avverso, frivolo o quant'altro, rappresenta comunque un 'porto sicuro' con il quale riassaporare un po' di casa.