La cucina, in quella che con sostenuta veemenza si potrebbe chiamare mattina presto, ma che per onor di cronaca era semplice mattina - ma i presto e i tardi, nel meraviglioso mondo dell'università, si sa sono spesso messi a fuoco con obiettivi tutti speciali - era una fredda landa bianca ancora punteggiata dai morti delle battaglie della sera prima. Resti di ogni tipo di pietanza - con preferenze per spaghettì in bianco e carni in scatola ormai dilaniate - decoravano i bancali e i famigerati fornelli à induction, ben prima che la sbrigativa e spigolosa femme de menage provvedesse, tra uno sbuffo e l'altro, a ricondurre ogni cosa alla pace - definitiva fino al pasto successivo.
Non c'era mai nessuno, in quelle mattine che per il micro mondo del foyer du Moulin Vert erano mattina presto e per il resto dell'universo - francese e non solo - semplicemente un gradino tra un'ora e l'altra della prima parte della giornata. Se mi capitava di riuscire a tirarmi su dal letto con una velocità leggermente più elevata del normale poteva capitarmi di incrociare Valentin, all'uscita dall'ascensore, che, animale più unico che raro, partiva sempre all'alba per raggiungere un posto nel lontano nord della città. Con un cenno tiratissimo al di sopra delle mie occhiaie, salutavo allora lui e i suoi inseparabili auricolari senza interrompere né il flusso della musica che gli teneva compagnia né, d'altra parte, il diradante flusso dei sogni ancora appiccicati in brandelli alle mie palpebre. La sera, a cena, gli avrei chiesto scusa, come al solito, per lo stato comatoso in cui versavo, e lui avrebbe sorriso, come al solito, tra una chiacchiera e l'altra, e mi avrebbe chiesto di assaggiare una forchettata di pasta col pesto.
E così, in quella cucina piena solo di avanzi e di spifferi - oltre che, di tanto in tanto, di qualche enigmatico giapponese che trafugava silenzioso cibo dal proprio armadietto - ogni mattina mettevo su il mio caffè, la mia fetta di pane tostato e la mia tazza di latte. E tutto sembrava difficile: il freddo, gli spifferi, la moka che non funzionava sui piani ad induzione e avevo dovuto comprare un fornelletto a piastra elettrica che si attaccava alla spina ed emanava scatti feroci ed un rozzo puzzo di metallo bruciato, il tostapane che si inceppava e poi arrivava sempre un giapponese a fregarmi il posto per la mia preziosissima fetta e mettiamoci pure il sonno, i pattumi perennemente strabordanti e di nuovo il freddo di un gennaio parigino particolarmente cattivo.
Tutto sembrava difficile, tranne lui: il latte nella tazza arancione che girava nel microonde.
E così ci terrei particolarmente a celebrare questo istante-biglia, oggi, e magari a renderlo pure una piccola festa - quindici novembre, festa della tazza arancione - oggi che faccio colazione in modo tanto diverso eppure quella cosa del pane tostato con la marmellata di arance mi è rimasta attaccata proprio da quelle colazioni là, al foyer du Moulin Vert, nel gennaio duemiladieci. Perché io, il microonde, mica l'avevo mai usato, prima di allora, e di certo non pensavo che potesse essere un metodo efficace per scaldare il latte, la mattina. E invece, un giorno, accodandomi silenziosa dietro le abitudini degli altri variopinti abitanti di quel buffo crocevia di culture, avevo visto che qualcun'altro - e senza mandare in pezzi la tazza, come io temevo nei miei incubi più reconditi - lo impiegava proprio per quell'uso e allora mi ero detta ma se ci mette così poco, perché non rendermi la vita anch'io un milligrammo più facile? E avevo abbandonato il pentolino di metallo in un angolo della camera, ed eletto la tazza arancione tra le prime file del battaglione colazionatorio, e preso confidenza, poco a poco, con tempi e temperature, e ora il mio latte era là, bello fiero, che roteava tra le braccia del microonde e mi rendeva la colazione un po' meno triste.
Oggi il latte nel caffè non lo prendo più caldo: la pigrizia mi ha spostato questo piccolo piacere con un brusco colpo di mano un po' troppo lontano dal tavolo. Non posseggo un microonde e la mia colazione è per tanti versi così diversa da quella bianca, fredda e combattiva colazione francese. Però un pensierino alla tazza arancione che si faceva condurre a passo di walzer - una tazza che, peraltro, chissà in che mani è finita ora, visto che avevo risparmiato lo spazio nella valigia, al mio ritorno in Italia, e l'avevo lasciata in pegno di amicizia eterna a quel Valentin che la mattina partiva presto armato di cuffiette e buona volontà - lo facciamo lo stesso, sì, e buona colazione a tutti.
MOLTEPLICI INIZI.
A proposito di:
interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.
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giovedì 15 novembre 2012
martedì 6 dicembre 2011
Ci ho provato
Io lo giuro che ci ho provato, che è pure un'espressione che a Tinni piace molto, con il suo rassicurante e confortevole passato prossimo e quel ci che fa tanto cameretta con le tendine verdi, ci ho provato, dicevo, con tutta quella storia dei migratori e dei ruoli al secolo e del non sentirsi snob e del tornare a casa come metafora del riscoprire se stessi.
Ci ho provato a non volare per i fatti miei, a stare in coda dalla parrucchiera, a santificare le feste, ad ascoltare barzellette e a sorpassare senza la freccia. Ci ho provato e devo dire che a tratti l'ho pure trovato simpatico.
Però volevo ritagliarmi questo minuscolo spazio di mattina per sfogarmi un po' con l'invisibile al di là dello schermo e dire che, però, ci ho provato ma adesso basta.
E ieri sera mi sono tappata il naso ho preso fiato mi sono tuffata in una piscina di umanità cosiddetta normale e, dopo due anni - ed è sempre la memoria dello stesso periodo che torna alla mente in questi giorni - ho riprovato la medesima, identica sensazione delle prime serate a cena al foyer di Parigi, lo stesso ronzio frustrante, appiccicoso, svuotato, di quella cascata di parole in lingue incomprensibili.
Solo che, allora, avevo la scusa di non sapere il francese.
Ci ho provato a non volare per i fatti miei, a stare in coda dalla parrucchiera, a santificare le feste, ad ascoltare barzellette e a sorpassare senza la freccia. Ci ho provato e devo dire che a tratti l'ho pure trovato simpatico.
Però volevo ritagliarmi questo minuscolo spazio di mattina per sfogarmi un po' con l'invisibile al di là dello schermo e dire che, però, ci ho provato ma adesso basta.
E ieri sera mi sono tappata il naso ho preso fiato mi sono tuffata in una piscina di umanità cosiddetta normale e, dopo due anni - ed è sempre la memoria dello stesso periodo che torna alla mente in questi giorni - ho riprovato la medesima, identica sensazione delle prime serate a cena al foyer di Parigi, lo stesso ronzio frustrante, appiccicoso, svuotato, di quella cascata di parole in lingue incomprensibili.
Solo che, allora, avevo la scusa di non sapere il francese.
domenica 4 dicembre 2011
Incollare ricordi
Quando sono stata a Parigi nel freddo inverno duemilaedieci mi capitava spesso di rientrare a tarda sera avviluppata nell'atmosfera buona e ovattata degli autobus vicini al capolinea quando fuori è buio; che a bordo ci sei solo tu e pochi altri intimi, ti raggomitoli nella tua stanchezza dolceamara, scendi un po' con il sedere nel seggiolino e poi butti il tuo sguardo al là fuori, lungo avenue General Leclerc. Ed è stato proprio lungo i miei ritorni attraverso avenue General Leclerc, con il suo nome gallicamente altisonante e le sue banche sorridenti e i suoi negozi impeccabili, che ho visto per la prima volta il senza tetto che aveva fatto della rientranza all'ingresso di ZARA kids la sua dimora.
Lui, che - come ho imparato in seguito facendo attenzione lungo il percorso a ritroso compiuto a piedi, la mattina, nell'aria sferzata che sapeva di ghiaccio - ad ogni apertura del negozio si levava in piedi diritto, raccoglieva il mucchietto delle sue cose, salutava con un cenno la commessa che arrivava trafelata con il grande mazzo di chiavi per la saracinesca, e poi andava a posare la sua sporta ben ordinata in una sorta di incavo che la pietra della stazione della metro Denfert Rochereau rendeva simile ad un ripiano dell'ikea.
E poi cominciava, anche lui, come la commessa trafelata, come la sottoscritta infreddolita, la sua giornata di essere umano.
E c'è stata una sera, una sera specifica di cui pensavo di aver smarrito il ricordo, in cui, dall'autobus illuminato, l'ho visto, ed era sdraiato nel suo sacco a pelo davanti all'ingresso di Zara kids, leggermente appoggiato sui gomiti, con in una mano una piccola torcia elettrica e nell'altra un libro.
Leggeva prima di addormentarsi.
E pareva davvero che in fondo non mancasse nient'altro, a quell'uomo concentrato sulle sue pagine, mentre il sonno faceva capolino alle sue palpebre ma ancora non così prepotentemente da poter essere lasciato entrare. Aveva il suo libro, la sua Parigi, la sua lucetta per leggere.
E quella sera di cui pensavo veramente di aver smarrito il ricordo, quel fotogramma parigino che giaceva ripiegato nel fondo del mio armadio, mi sono tornati in mente giusto ieri, in uno di quegli istanti memorabili in cui si riesce, una volta tanto, ad esclamare ecco! e ad esserne pure un po' fieri. Mi sono tornati alla mente, anzi mi hanno quasi investito di prepotenza, mentre salivo al Quirinale sotto un cielo romano impareggiabile di un sabato mattina regalato. Mentre giravo su me stessa lì sotto ai Dioscuri e avevo le vertigini per tutta quella pienezza e quella brillantezza e quella solitudine (quasi) senza turisti. E soprattutto mentre eleggevo il giardino del Quirinale a mio posto preferito di sempre e mi sedevo su una panchina al sole, con i raggi che filtravano dalle foglie autunnali degli alberi trionfanti che proprio non pareva volessero rendersi conto che era il due dicembre e appoggiavo accanto a me la solita borsa da profuga ripiena della mia casa ambulante di tartaruga e tiravo fuori il mio Rilke e per un attimo tutto era assolutamente al suo posto.
E ci sarebbero stati mille motivi, in verità, per cui le cose potevano non essere al loro posto, ma mi rendevo conto che, almeno finché non fossero venute le dieci e mezza e non mi fossi dovuta alzare per dirigermi verso Termini, ecco, almeno fino a quel momento, non mi sarebbe mancato nient'altro: avevo il mio libro, la mia Roma, il mio sole per leggere.
Lui, che - come ho imparato in seguito facendo attenzione lungo il percorso a ritroso compiuto a piedi, la mattina, nell'aria sferzata che sapeva di ghiaccio - ad ogni apertura del negozio si levava in piedi diritto, raccoglieva il mucchietto delle sue cose, salutava con un cenno la commessa che arrivava trafelata con il grande mazzo di chiavi per la saracinesca, e poi andava a posare la sua sporta ben ordinata in una sorta di incavo che la pietra della stazione della metro Denfert Rochereau rendeva simile ad un ripiano dell'ikea.
E poi cominciava, anche lui, come la commessa trafelata, come la sottoscritta infreddolita, la sua giornata di essere umano.
E c'è stata una sera, una sera specifica di cui pensavo di aver smarrito il ricordo, in cui, dall'autobus illuminato, l'ho visto, ed era sdraiato nel suo sacco a pelo davanti all'ingresso di Zara kids, leggermente appoggiato sui gomiti, con in una mano una piccola torcia elettrica e nell'altra un libro.
Leggeva prima di addormentarsi.
E pareva davvero che in fondo non mancasse nient'altro, a quell'uomo concentrato sulle sue pagine, mentre il sonno faceva capolino alle sue palpebre ma ancora non così prepotentemente da poter essere lasciato entrare. Aveva il suo libro, la sua Parigi, la sua lucetta per leggere.
E quella sera di cui pensavo veramente di aver smarrito il ricordo, quel fotogramma parigino che giaceva ripiegato nel fondo del mio armadio, mi sono tornati in mente giusto ieri, in uno di quegli istanti memorabili in cui si riesce, una volta tanto, ad esclamare ecco! e ad esserne pure un po' fieri. Mi sono tornati alla mente, anzi mi hanno quasi investito di prepotenza, mentre salivo al Quirinale sotto un cielo romano impareggiabile di un sabato mattina regalato. Mentre giravo su me stessa lì sotto ai Dioscuri e avevo le vertigini per tutta quella pienezza e quella brillantezza e quella solitudine (quasi) senza turisti. E soprattutto mentre eleggevo il giardino del Quirinale a mio posto preferito di sempre e mi sedevo su una panchina al sole, con i raggi che filtravano dalle foglie autunnali degli alberi trionfanti che proprio non pareva volessero rendersi conto che era il due dicembre e appoggiavo accanto a me la solita borsa da profuga ripiena della mia casa ambulante di tartaruga e tiravo fuori il mio Rilke e per un attimo tutto era assolutamente al suo posto.
E ci sarebbero stati mille motivi, in verità, per cui le cose potevano non essere al loro posto, ma mi rendevo conto che, almeno finché non fossero venute le dieci e mezza e non mi fossi dovuta alzare per dirigermi verso Termini, ecco, almeno fino a quel momento, non mi sarebbe mancato nient'altro: avevo il mio libro, la mia Roma, il mio sole per leggere.
lunedì 11 luglio 2011
La Spensieratezza
Quando qualcuno sta vivendo un periodo disorientato, uno di quei periodi in cui si vorrebbe correre via ma ci si accorge, guardando in basso, di avere i piedi nel cemento, la Spensieratezza si diverte, spesso, a fare a quel qualcuno uno scherzo ricorrente.
La Spensieratezza, che uno se l'è bella che dimenticata, dal basso del suo periodo pieno di grumi e nuvole e aggrottamenti di ciglia, ebbene, la Spensieratezza invece, lei, non si dimentica mai di nessuno.
E si diverte con questo giochetto: si mette in punta di piedi, leggera, scalza e frizzante, e si avvicina alla porta della camera di Qualcuno senza produrre il minimo rumore; si mette ferma in attesa qualche istante, tende l'orecchio per sentire se Qualcuno è lì dietro quella porta, e poi, d'un tratto, prorompe nella stanza con un BU! e una risata tintinnante.
E rivedere la Spensieratezza, anche se solo per qualche minuto (ne ha tanti, lei, di Qualcuno da visitare!), quando ti stai crogiolando in un letto pigro di lenzuola sfatte, fa un effetto incredibile. Te la eri proprio dimenticata, sì, te ne accorgi quando lei rientra come un ciclone nella tua vita. L'effetto è un po' quello di riassaporare un gusto che non avevi più assaggiato dalla tua infanzia, che so, quello del ghiacciolo all'amarena chimicissimo del bocciodromo di Castelvetro nelle notti d'estate, con i pattini a rotelle ai piedi, o quello dei gambi di trifoglio da mordicchiare in cima alla salita della piazzetta di via Leopardi. La senti, la distanza, questo sì: assapori quel gusto e nel contempo ti accorgi che è passato, che non tornerà più; così come quando vivi la Spensieratezza ma non dimentichi mai del tutto che intorno a te la realtà chiama e spinge.
Io, ieri, la Spensieratezza l'ho incontrata: è stata con me esattamente 29 minuti, il tempo di un tragitto in Velib' da pont du Garigliano a Cité Universitaire, in compagnia di quattro amici.
Cinque ragazzi, che insieme facevamo non so quanti dottorati, lauree e post-doc, a pedalare come scemi lungo la ciclabile, scampanellando ad ogni piccione che si affacciava timidamente sul nostro percorso, gridando pistaaaa ad ogni pedone ignaro, fermandoci ansanti ai semafori (ma non a tutti tutti!) e ridendo insieme all'idea di essere un po' "il terrore di Boulevard Jourdan".
E io, che pedalavo sudavo e scendevo in picchiata, ultima della fila, per un attimo cancellavo tutto: le scelte, i bivi, le lontananze, le responsabilità, i doveri e le scadenze. Pedalavo e gridavo e scampanellavo e tutti gli odori di Parigi, di questa città grandiosa e terribile che mi ha dato e strappato tanto, mi travolgevano uno dopo l'altro: l'odore di kebab, quello delle lavanderie a gettoni, l'odore di metropolitana e quello di cemento, l'odore dei bistrot e quello speziato dei ristoranti etnici, l'odore delle alimentations generales e quello del parc Montsouris.
Era lei, era venuta a trovarmi la Spensieratezza.
E quindi mi viene da pensare che la Spensieratezza è un po' come un accordo di chitarra: una volta che lo hai imparato, magari con qualche sforzo ché c'hai le ditina piccole e in questo accordo ci sta pure il barrè, magari possono passare interi anni senza che tu tocchi mai più una chitarra, possono passare anni, accadere cose e cambiarne altre, ma stai sicuro che, quando riprenderai tra le mani quel manico, forse non subito - forse ci vorrà qualcuno, accanto a te, che ti rinfresca, la prima volta, il ricordo, riportandoti docilmente le dita ai punti giusti - ma un attimo dopo di subito ritroverai la combinazione di pressione e di posizione, farai timidamente vibrare le corde sotto la mano destra e lo risentirai lì, l'accordo, nitido come un tempo, armonioso come sempre.
Non è sempre il tempo di suonare la chitarra: a volte bisogna saper stare in silenzio per non disturbare i vicini; ma gli accordi, quelli, non si abbandonano mai.
La Spensieratezza, che uno se l'è bella che dimenticata, dal basso del suo periodo pieno di grumi e nuvole e aggrottamenti di ciglia, ebbene, la Spensieratezza invece, lei, non si dimentica mai di nessuno.
E si diverte con questo giochetto: si mette in punta di piedi, leggera, scalza e frizzante, e si avvicina alla porta della camera di Qualcuno senza produrre il minimo rumore; si mette ferma in attesa qualche istante, tende l'orecchio per sentire se Qualcuno è lì dietro quella porta, e poi, d'un tratto, prorompe nella stanza con un BU! e una risata tintinnante.
E rivedere la Spensieratezza, anche se solo per qualche minuto (ne ha tanti, lei, di Qualcuno da visitare!), quando ti stai crogiolando in un letto pigro di lenzuola sfatte, fa un effetto incredibile. Te la eri proprio dimenticata, sì, te ne accorgi quando lei rientra come un ciclone nella tua vita. L'effetto è un po' quello di riassaporare un gusto che non avevi più assaggiato dalla tua infanzia, che so, quello del ghiacciolo all'amarena chimicissimo del bocciodromo di Castelvetro nelle notti d'estate, con i pattini a rotelle ai piedi, o quello dei gambi di trifoglio da mordicchiare in cima alla salita della piazzetta di via Leopardi. La senti, la distanza, questo sì: assapori quel gusto e nel contempo ti accorgi che è passato, che non tornerà più; così come quando vivi la Spensieratezza ma non dimentichi mai del tutto che intorno a te la realtà chiama e spinge.
Io, ieri, la Spensieratezza l'ho incontrata: è stata con me esattamente 29 minuti, il tempo di un tragitto in Velib' da pont du Garigliano a Cité Universitaire, in compagnia di quattro amici.
Cinque ragazzi, che insieme facevamo non so quanti dottorati, lauree e post-doc, a pedalare come scemi lungo la ciclabile, scampanellando ad ogni piccione che si affacciava timidamente sul nostro percorso, gridando pistaaaa ad ogni pedone ignaro, fermandoci ansanti ai semafori (ma non a tutti tutti!) e ridendo insieme all'idea di essere un po' "il terrore di Boulevard Jourdan".
E io, che pedalavo sudavo e scendevo in picchiata, ultima della fila, per un attimo cancellavo tutto: le scelte, i bivi, le lontananze, le responsabilità, i doveri e le scadenze. Pedalavo e gridavo e scampanellavo e tutti gli odori di Parigi, di questa città grandiosa e terribile che mi ha dato e strappato tanto, mi travolgevano uno dopo l'altro: l'odore di kebab, quello delle lavanderie a gettoni, l'odore di metropolitana e quello di cemento, l'odore dei bistrot e quello speziato dei ristoranti etnici, l'odore delle alimentations generales e quello del parc Montsouris.
Era lei, era venuta a trovarmi la Spensieratezza.
E quindi mi viene da pensare che la Spensieratezza è un po' come un accordo di chitarra: una volta che lo hai imparato, magari con qualche sforzo ché c'hai le ditina piccole e in questo accordo ci sta pure il barrè, magari possono passare interi anni senza che tu tocchi mai più una chitarra, possono passare anni, accadere cose e cambiarne altre, ma stai sicuro che, quando riprenderai tra le mani quel manico, forse non subito - forse ci vorrà qualcuno, accanto a te, che ti rinfresca, la prima volta, il ricordo, riportandoti docilmente le dita ai punti giusti - ma un attimo dopo di subito ritroverai la combinazione di pressione e di posizione, farai timidamente vibrare le corde sotto la mano destra e lo risentirai lì, l'accordo, nitido come un tempo, armonioso come sempre.
Non è sempre il tempo di suonare la chitarra: a volte bisogna saper stare in silenzio per non disturbare i vicini; ma gli accordi, quelli, non si abbandonano mai.
giovedì 7 luglio 2011
Tramonto sulla Butte aux Cailles.
Millimetri
Stamattina Tinni è stata miracolata. Non è finita all'aldilà, o, alternativamente, in un reparto ospedaliero d'urgenza, per una questione di millimetri. E poi uno pensa che i millimetri nella vita non contino, che contino solo i metri, o, ancor peggio, i chilometri. E invece i millimetri contano eccome, specie se sono quelli che ti separano da una portiera di camioncino (e ricordo a tutti voi che io votai proprio loro come i più detestabili abitanti della giungla stradale ai tempi del memorabile sondaggio) aperta veementemente da uno sprovveduto conducente parcheggiato alla vaccaboia, da un lato, e da un pronto sterzatore di SUV (e qui, insospettabilmente, l'odio tinnico per la suddetta categoria viene in parte ad affievolirsi), dall'altro.
Scherzi a parte, sono fiera di aver avuto i nervi saldi e lo scatto felino, se no, col piffero che ero qui a raccontarvi la storia.
Detto questo, nel restante tragitto ciclabile, percependo la sensazione di miracolo e grazia che scendeva magicamente su di me, Tinni the Survivor, ho capito, appunto, che la nostra vita è fatta giusto giusto di millimetri, e che è fondamentalmente inutile che stiamo qui ad occuparci del chilometro 80 dell'autostrada esistenziale A22bis, se poi i millimetri scorrono sotto di noi, inesorabili, e magari ci dicono cose bellissime e utilissime ma noi non li stiamo ad ascoltare.
Non che ci voglia Tinni a spiegarvi tutto questo: un modesto e simpatico poetucolo latino ci aveva già pensato, e meglio, ben venti secoli fa. Però Tinni, con la sua mania delle dieci cose, vuole comunque dare il suo contributo personale alla discussione a distanza con Orazio, con il Professor Keating e con tutti quelli che si sono occupati della faccenda, e dunque, nello spirito miracolistico della mattina, ha deciso di sfidare ancora una volta se stessa, nonché voi lettori, e stilare l'elenco delle dieci cose BELLE che le sono accadute in questi ultimissimi millimetri di vita, ovvero, per prendere uno spazio temporale definito, nelle ultime ventiquattro ore.
Un, due, tre, via.
1. camminare da Porte d'Orleans a casa scegliendo una strada parallela e secondaria mai fatta prima.
2. ridere da sola per la strada al ricordo di una cosa buffa, incrociare lo sguardo divertito di un passante sconosciuto e sorridere anche a lui.
3. sorprendere, in metro, il viso di una ragazza seduta più in fondo che si illumina e si apre al ricevere un messaggio sul cellulare.
4. attraversare una strada trafficata all'ora di punta, non sulle strisce, e, cercando di convincere con sguardo supplichevole i conducenti delle auto che arrivano a gran velocità a farti passare, scoprire che ti sorridono e rallentano.
5. stringere un'amicizia aiutando qualcuno a scegliere un vestito per un matrimonio.
6. comprare un paio di scarpe nuove ai saldi e trovarle pure comode.
7. Rispondere sorridendo, con la più divertita pacatezza, ad un parigino che, in un parco pubblico, ti chiede se gentilmente puoi parlare un po' più a bassa voce, che sei italiana, fai molta fatica a parlare più piano di così, è proprio più forte di te.
8. mangiare dei semplicissimi broccoli bolliti, dopo avere finito la propria cena con un dolce, spizzicandoli dal piatto di un'amica e non riuscire a smettere.
9. addormentarsi senza tappi per le orecchie.
10. camminare a passo spedito, contro vento, in rue d'Ulm, con lo sguardo dritto verso il Pantheon, ascoltare I Cento Passi nell'mp3 e pensare che ci vuole il coraggio e la forza di Peppino anche per vivere la nostra semplice vita con la più piena consapevolezza.
e ora, a voi la palla, miei cari.
Scherzi a parte, sono fiera di aver avuto i nervi saldi e lo scatto felino, se no, col piffero che ero qui a raccontarvi la storia.
Detto questo, nel restante tragitto ciclabile, percependo la sensazione di miracolo e grazia che scendeva magicamente su di me, Tinni the Survivor, ho capito, appunto, che la nostra vita è fatta giusto giusto di millimetri, e che è fondamentalmente inutile che stiamo qui ad occuparci del chilometro 80 dell'autostrada esistenziale A22bis, se poi i millimetri scorrono sotto di noi, inesorabili, e magari ci dicono cose bellissime e utilissime ma noi non li stiamo ad ascoltare.
Non che ci voglia Tinni a spiegarvi tutto questo: un modesto e simpatico poetucolo latino ci aveva già pensato, e meglio, ben venti secoli fa. Però Tinni, con la sua mania delle dieci cose, vuole comunque dare il suo contributo personale alla discussione a distanza con Orazio, con il Professor Keating e con tutti quelli che si sono occupati della faccenda, e dunque, nello spirito miracolistico della mattina, ha deciso di sfidare ancora una volta se stessa, nonché voi lettori, e stilare l'elenco delle dieci cose BELLE che le sono accadute in questi ultimissimi millimetri di vita, ovvero, per prendere uno spazio temporale definito, nelle ultime ventiquattro ore.
Un, due, tre, via.
1. camminare da Porte d'Orleans a casa scegliendo una strada parallela e secondaria mai fatta prima.
2. ridere da sola per la strada al ricordo di una cosa buffa, incrociare lo sguardo divertito di un passante sconosciuto e sorridere anche a lui.
3. sorprendere, in metro, il viso di una ragazza seduta più in fondo che si illumina e si apre al ricevere un messaggio sul cellulare.
4. attraversare una strada trafficata all'ora di punta, non sulle strisce, e, cercando di convincere con sguardo supplichevole i conducenti delle auto che arrivano a gran velocità a farti passare, scoprire che ti sorridono e rallentano.
5. stringere un'amicizia aiutando qualcuno a scegliere un vestito per un matrimonio.
6. comprare un paio di scarpe nuove ai saldi e trovarle pure comode.
7. Rispondere sorridendo, con la più divertita pacatezza, ad un parigino che, in un parco pubblico, ti chiede se gentilmente puoi parlare un po' più a bassa voce, che sei italiana, fai molta fatica a parlare più piano di così, è proprio più forte di te.
8. mangiare dei semplicissimi broccoli bolliti, dopo avere finito la propria cena con un dolce, spizzicandoli dal piatto di un'amica e non riuscire a smettere.
9. addormentarsi senza tappi per le orecchie.
10. camminare a passo spedito, contro vento, in rue d'Ulm, con lo sguardo dritto verso il Pantheon, ascoltare I Cento Passi nell'mp3 e pensare che ci vuole il coraggio e la forza di Peppino anche per vivere la nostra semplice vita con la più piena consapevolezza.
e ora, a voi la palla, miei cari.
mercoledì 6 luglio 2011
Una pozzanghera
Stamattina ho pedalato sull'asfalto bagnato: tutta Parigi era una brillante ed illimitata superficie bagnata, anche se fuori c'era già il sole, anche se già il tempo cambiava come solo qui a Parigi cambia, e non ti dà nemmeno il tempo di capire che succede, che piove, smette, piove e viene il sole. E allora capisci perché i veri parigini l'ombrello non sanno nemmeno cosa sia: un oggettino utile e simpatico, questo sì, capace a volte di regalare un'inaspettata emozione, ma che nulla può, come nulla può la nostra seppur evoluta conoscenza, di fronte al mutare incessante degli attimi e dei tempi, e dei punti di vista, come scrive mirabilmente oggi lo Scorfano.
A noi, insomma, non resta che pedalare, in lungo e in largo, passando con le ruote sopra alle pozzanghere per "lasciare la scia", cercando di acchiappare al volo quel semaforo verde, giocando con la pioggia e giocando con il sole.
Come quella bambina bellissima che stamattina, all'ingresso dell'école normale, se ne stava sdraiata per terra e picchiava le sue mani curiose, nuove, emozionate su tutte le pozzanghere formatesi lì intorno, con la madre che - dio benedica questi zozzi francesi - la guardava intensamente, come se, in quell'istante, stesse imparando da lei.
A noi, insomma, non resta che pedalare, in lungo e in largo, passando con le ruote sopra alle pozzanghere per "lasciare la scia", cercando di acchiappare al volo quel semaforo verde, giocando con la pioggia e giocando con il sole.
Come quella bambina bellissima che stamattina, all'ingresso dell'école normale, se ne stava sdraiata per terra e picchiava le sue mani curiose, nuove, emozionate su tutte le pozzanghere formatesi lì intorno, con la madre che - dio benedica questi zozzi francesi - la guardava intensamente, come se, in quell'istante, stesse imparando da lei.
sabato 2 luglio 2011
mercoledì 29 giugno 2011
Alchimie stradali
Sì, lo so, ne ho già parlato altrove, ma ancora una volta, stamane, mi è capitato di assaporare l'alchimia non facile della biciclettata in due, con un amico al mio fianco, una persona che nemmeno conosco tanto, un individuo speciale come tutti, a suo modo, che per un periodo ha incrociato la sua strada con la mia.
Per la prima volta, stamattina, abbiamo percorso in due la strada che normalmente ciascuno faceva da solo: e per un istante ci siamo trovati accomunati dall'odio per quel semaforo in salita, che non sai mai bene in quale corsia ti devi mettere, dall'ebbrezza ed il senso di onnipotenza provato nel superare, dalla ciclabile, code di auto in paziente attesa, dal sapore del vento che soffiava in senso contrario, mentre le nostre mezze parole gridate facevano girare i composti ciclisti francofoni, dalla sudata finale, sull'ultima salita prima dell'agognata stazione velib'. Io ho scoperto che lui ha il vezzo di far trillare il campanello appena il semaforo davanti a lui diventa verde, e lui ha scoperto che sono una cacasotto nel sorpassare i camion da sinistra.
Siamo stati, per una ventina di minuti, vicini.
E mi viene da pensare che, forse, in questa vita, dove sempre più spesso mi accorgo che siamo tutti un poco soli, sono proprio questi piccoli, insignificanti "intervalli di grazia" (cit.) a rendere i giorni meno uguali.
Buona giornata a tutti voi.
Per la prima volta, stamattina, abbiamo percorso in due la strada che normalmente ciascuno faceva da solo: e per un istante ci siamo trovati accomunati dall'odio per quel semaforo in salita, che non sai mai bene in quale corsia ti devi mettere, dall'ebbrezza ed il senso di onnipotenza provato nel superare, dalla ciclabile, code di auto in paziente attesa, dal sapore del vento che soffiava in senso contrario, mentre le nostre mezze parole gridate facevano girare i composti ciclisti francofoni, dalla sudata finale, sull'ultima salita prima dell'agognata stazione velib'. Io ho scoperto che lui ha il vezzo di far trillare il campanello appena il semaforo davanti a lui diventa verde, e lui ha scoperto che sono una cacasotto nel sorpassare i camion da sinistra.
Siamo stati, per una ventina di minuti, vicini.
E mi viene da pensare che, forse, in questa vita, dove sempre più spesso mi accorgo che siamo tutti un poco soli, sono proprio questi piccoli, insignificanti "intervalli di grazia" (cit.) a rendere i giorni meno uguali.
Buona giornata a tutti voi.
venerdì 3 giugno 2011
Pipì a Parigi
Avrei voluto riemergere dalla mia trionfale settimana turistica con un ingresso spumeggiante, con un post filosofico, con una riflessione sui massimi sistemi.
Come potete notare agevolmente dal titolo, non sarà così.
Vorrei riprendere i miei contatti con la Blogosfera, infatti, con un breve documentario a proposito del sistema di bagni pubblici parigini.
Non c'è infatti miglior occasione che quella del turismo sfrenato per la città (specie se unito a scorpacciata senza freni di ciliegie del tuo giardino impacchettate con genitoriale cura e inviate insieme all'ospite) per poter sperimentare ciò che una città offre quanto a soddisfazione dei bisogni primari.
In questa città ci ho vissuto già parecchio, ma devo ammettere che quegli scatoloni di plastica senza finestre, color grigione, che si ergevano ogni tanto all'angolo di qualche via conosciuta ostentando la scritta toilettes, non avevano mai suscitato la mia fiducia: forse il ricordo dei temibili bagni chimici che si possono trovare di tanto in tanto nelle città italiane, in fondo non dissimili per struttura quadratiforme esterna non permetteva una lucida valutazione del fenomeno, ma fatto sta che non vi ero mai entrata.
Ma già il fatto che sopra a ciascuna di esse troneggiasse una adorabile cartina del quartiere con tanto di pallino rosso voi siete qui avrebbe dovuto mettermi in guardia da un facile quanto erroneo snobismo.
La verità è che le toilettes parigine hanno velocemente scalato la mia classifica delle dieci cose migliori di Parigi soppiantando (quasi) tutto il resto e hanno lasciato una breccia indelebile nel mio tinnico cuore.
Innanzitutto, sono gratuite. Primo momento di commozione.
Secondariamente, sono pulite e non puzzano.
Terziariamente, sono ovunque e segnalate nelle cartine allo stesso modo che i Velib'.
Come è possibile tutto ciò, vi chiederete voi? Ovviamente il sito Paris.fr ha una sezione dedicata in proposito, ma non per questo mi priverò del godurioso piacere di spiegarvi passo dopo passo il loro funzionamento.
Dunque, fuori da ogni cesso ci sono quattro lucine: se la prima è accesa (come indica una apposita iscrizione in quattro lingue collocata sotto di essa), significa che il bagno è libero. Bene, potete entrare: al vostro ingresso, si accenderà la seconda luce, indicando, per chi sta fuori, che la toilette è occupata. Non appena entrati, vi accoglierà un piacevole ambiente, spazioso, lindo, profumato e microfonato, con tanto di specchio, water e lavandino. Buongiorno - vi dirà la voce metallica - la toilette è ora chiusa automaticamente da dentro. Un brivido di paura vi percorrerà forse la schiena al pensiero di essere ermeticamente inscatolati lì dentro, ma non dovete temere: la voce sarà sempre con voi in ogni istante del vostro delicato percorso fisiologico.
Potete a questo punto espellere ciò che dovete espellere nell'apposito water. Al vostro rialzarsi dalla tavoletta, però, non troverete il solito, banale, untuoso bottone dello sciacquone, bensì due bottoni, uno con una gocciolina e uno con tre: avete dunque l'onore e il piacere di scegliere quale tipo di lavaggio far seguire alla vostra dipartita; se avete depositato una consistente massa di rifiuti organici, è preferibile scegliere un lavaggio da tre goccine, se avete invece la vescica timida (cit.) e sono uscite solo poche goccioline, allora, con un'attenzione allo sviluppo sostenibile, è il caso che selezionate la goccina semplice.
Potete allora dirigervi verso la zona lavandino, dove una telecamera percepirà il passaggio delle vostre mani la prima volta, con conseguente lancio di sapone (di ottima fattura, peraltro), e la seconda, con conseguente discesa di getto di acqua.
Dopo un'ultima controllatina nello specchio lindo sulla vostra destra, sarà quindi arrivato il momento di uscire: la voce metallica vi ricorderà a questo punto il tipo di lavaggio selezionato, nel caso ci aveste ripensato, e vi saluterà cordialmente.
Voi uscirete, così, con le mani pulite e il sorriso sulla faccia, mentre, nel frattempo, sarà entrata in funzione la terza lucina, cioè quella che indica che il lavaggio e l'igienizzazione del bagno sta avendo luogo: il cesso sarà inaccessibile per qualche minuto, salvo ritornare libero una volta terminato il processo.
La quarta lucina è quella che segnala il guasto del bagno, ma non l'ho mai vista in funzione.
Ah, dimenticavo: l'utilizzo del bagno è limitato a 20 minuti, al termine dei quali la porta si aprirà magicamente mostrando le vostre pudenda al mondo intero ed evitando così accampamenti di senza tetto all'interno.
Io a questo punto mi chiedo: ma è così difficile prendere in mano un telefono, comporre il numero della Mairie de Paris, e chiedere il progetto di queste meraviglie per copiarle anche da noi?
Come potete notare agevolmente dal titolo, non sarà così.
Vorrei riprendere i miei contatti con la Blogosfera, infatti, con un breve documentario a proposito del sistema di bagni pubblici parigini.
Non c'è infatti miglior occasione che quella del turismo sfrenato per la città (specie se unito a scorpacciata senza freni di ciliegie del tuo giardino impacchettate con genitoriale cura e inviate insieme all'ospite) per poter sperimentare ciò che una città offre quanto a soddisfazione dei bisogni primari.
In questa città ci ho vissuto già parecchio, ma devo ammettere che quegli scatoloni di plastica senza finestre, color grigione, che si ergevano ogni tanto all'angolo di qualche via conosciuta ostentando la scritta toilettes, non avevano mai suscitato la mia fiducia: forse il ricordo dei temibili bagni chimici che si possono trovare di tanto in tanto nelle città italiane, in fondo non dissimili per struttura quadratiforme esterna non permetteva una lucida valutazione del fenomeno, ma fatto sta che non vi ero mai entrata.
Ma già il fatto che sopra a ciascuna di esse troneggiasse una adorabile cartina del quartiere con tanto di pallino rosso voi siete qui avrebbe dovuto mettermi in guardia da un facile quanto erroneo snobismo.
La verità è che le toilettes parigine hanno velocemente scalato la mia classifica delle dieci cose migliori di Parigi soppiantando (quasi) tutto il resto e hanno lasciato una breccia indelebile nel mio tinnico cuore.
Innanzitutto, sono gratuite. Primo momento di commozione.
Secondariamente, sono pulite e non puzzano.
Terziariamente, sono ovunque e segnalate nelle cartine allo stesso modo che i Velib'.
Come è possibile tutto ciò, vi chiederete voi? Ovviamente il sito Paris.fr ha una sezione dedicata in proposito, ma non per questo mi priverò del godurioso piacere di spiegarvi passo dopo passo il loro funzionamento.
Dunque, fuori da ogni cesso ci sono quattro lucine: se la prima è accesa (come indica una apposita iscrizione in quattro lingue collocata sotto di essa), significa che il bagno è libero. Bene, potete entrare: al vostro ingresso, si accenderà la seconda luce, indicando, per chi sta fuori, che la toilette è occupata. Non appena entrati, vi accoglierà un piacevole ambiente, spazioso, lindo, profumato e microfonato, con tanto di specchio, water e lavandino. Buongiorno - vi dirà la voce metallica - la toilette è ora chiusa automaticamente da dentro. Un brivido di paura vi percorrerà forse la schiena al pensiero di essere ermeticamente inscatolati lì dentro, ma non dovete temere: la voce sarà sempre con voi in ogni istante del vostro delicato percorso fisiologico.
Potete a questo punto espellere ciò che dovete espellere nell'apposito water. Al vostro rialzarsi dalla tavoletta, però, non troverete il solito, banale, untuoso bottone dello sciacquone, bensì due bottoni, uno con una gocciolina e uno con tre: avete dunque l'onore e il piacere di scegliere quale tipo di lavaggio far seguire alla vostra dipartita; se avete depositato una consistente massa di rifiuti organici, è preferibile scegliere un lavaggio da tre goccine, se avete invece la vescica timida (cit.) e sono uscite solo poche goccioline, allora, con un'attenzione allo sviluppo sostenibile, è il caso che selezionate la goccina semplice.
Potete allora dirigervi verso la zona lavandino, dove una telecamera percepirà il passaggio delle vostre mani la prima volta, con conseguente lancio di sapone (di ottima fattura, peraltro), e la seconda, con conseguente discesa di getto di acqua.
Dopo un'ultima controllatina nello specchio lindo sulla vostra destra, sarà quindi arrivato il momento di uscire: la voce metallica vi ricorderà a questo punto il tipo di lavaggio selezionato, nel caso ci aveste ripensato, e vi saluterà cordialmente.
Voi uscirete, così, con le mani pulite e il sorriso sulla faccia, mentre, nel frattempo, sarà entrata in funzione la terza lucina, cioè quella che indica che il lavaggio e l'igienizzazione del bagno sta avendo luogo: il cesso sarà inaccessibile per qualche minuto, salvo ritornare libero una volta terminato il processo.
La quarta lucina è quella che segnala il guasto del bagno, ma non l'ho mai vista in funzione.
Ah, dimenticavo: l'utilizzo del bagno è limitato a 20 minuti, al termine dei quali la porta si aprirà magicamente mostrando le vostre pudenda al mondo intero ed evitando così accampamenti di senza tetto all'interno.
Io a questo punto mi chiedo: ma è così difficile prendere in mano un telefono, comporre il numero della Mairie de Paris, e chiedere il progetto di queste meraviglie per copiarle anche da noi?
giovedì 26 maggio 2011
Turismo in corso
Il Blog sarà silente per circa una settimana perché la tenutaria ha l'onore di accogliere presso di sé e di guidare in un lungo e variegato tour parigino la Nuova Stella della Blogosfera (peraltro - vorrei fa notare - già doppiamente citata all'interno di una prestigiosa rassegna bibliografica di settore), Campanellino di Pop Serietà.
Buon viaggio a noi, dunque.
E, quanto a voi, mi piacerebbe in effetti sapere da voi (molto più di quanto mi interessi saperlo da Pisapia, anche se è comunque una notizia gradevole) quali sono i dieci, o anche cinque, sette, quarantadue motivi per cui amate (od odiate) la città in cui abitate...dai dai dai!
Buon viaggio a noi, dunque.
E, quanto a voi, mi piacerebbe in effetti sapere da voi (molto più di quanto mi interessi saperlo da Pisapia, anche se è comunque una notizia gradevole) quali sono i dieci, o anche cinque, sette, quarantadue motivi per cui amate (od odiate) la città in cui abitate...dai dai dai!
Dix
Le Dieci Cose per cui amo Parigi*
1. I biscotti Prince e il burro giallo.
2. Il fatto che si possano trovare libri che costano 0,80 centesimi di euro.
3. La confortante certezza che, ovunque tu sia, se alzi lo sguardo troverai sempre un tetto di ardesia e un balcone di ferro battuto a vegliare su di te.
4. La mini cartina della RATP distribuita gratuitamente.
5. Uscire dal lavoro, comprare una demi-baguette calda e camminare verso casa sbocconcellandola da sotto il braccio.
6. L'acqua che scola sotto i marciapiedi e gli stracci messi a deviarne o indirizzarne il corso.
7. La sensazione di armonia cosmica che si prova nel vedere al lavoro il camioncino e l'omino del Velib' che passano da ogni stazione a riparare le bici rotte.
8. Scoprire zone monotematiche dal punto di vista commerciale, come quartieri dove si vendono esclusivamente vestiti da cerimonia o solamente scarpe, o bonsai, o tappeti, e magari poi un giorno aver bisogno di quel determinato prodotto e sapere dove andare a trovarlo.
9. Il cielo che cambia di continuo e tu non sai mai come vestirti né come equipaggiarti ma stai sicuro che un pezzo di azzurro alla fine si affaccia sempre (utile come esercizio di training autogeno soprattutto per i soggetti affetti - come la sottoscritta - da forti patologie maniache di controllo e programmazione della propria esistenza).
10. Imparare ad inserire nel proprio discorso parole come d'abord, truc (omnicomprensivo al massimo), d'après moi o quoi qu'il en soit, che non hanno nulla a che vedere con l'italiano e quindi quando ti vengono in mente ti senti dannatamente francesizzato che quasi quasi ti emozioni.
* Bisogna che mi tenga allenata con l'abitudine diecistica, e anche che tenga vivo il concetto che è TINNI e non Saviano, che ha avuto per prima quest'idea. Ecco.
1. I biscotti Prince e il burro giallo.
2. Il fatto che si possano trovare libri che costano 0,80 centesimi di euro.
3. La confortante certezza che, ovunque tu sia, se alzi lo sguardo troverai sempre un tetto di ardesia e un balcone di ferro battuto a vegliare su di te.
4. La mini cartina della RATP distribuita gratuitamente.
5. Uscire dal lavoro, comprare una demi-baguette calda e camminare verso casa sbocconcellandola da sotto il braccio.
6. L'acqua che scola sotto i marciapiedi e gli stracci messi a deviarne o indirizzarne il corso.
7. La sensazione di armonia cosmica che si prova nel vedere al lavoro il camioncino e l'omino del Velib' che passano da ogni stazione a riparare le bici rotte.
8. Scoprire zone monotematiche dal punto di vista commerciale, come quartieri dove si vendono esclusivamente vestiti da cerimonia o solamente scarpe, o bonsai, o tappeti, e magari poi un giorno aver bisogno di quel determinato prodotto e sapere dove andare a trovarlo.
9. Il cielo che cambia di continuo e tu non sai mai come vestirti né come equipaggiarti ma stai sicuro che un pezzo di azzurro alla fine si affaccia sempre (utile come esercizio di training autogeno soprattutto per i soggetti affetti - come la sottoscritta - da forti patologie maniache di controllo e programmazione della propria esistenza).
10. Imparare ad inserire nel proprio discorso parole come d'abord, truc (omnicomprensivo al massimo), d'après moi o quoi qu'il en soit, che non hanno nulla a che vedere con l'italiano e quindi quando ti vengono in mente ti senti dannatamente francesizzato che quasi quasi ti emozioni.
* Bisogna che mi tenga allenata con l'abitudine diecistica, e anche che tenga vivo il concetto che è TINNI e non Saviano, che ha avuto per prima quest'idea. Ecco.
domenica 15 maggio 2011
Porte girevoli
Avrei voluto scrivervi prima, in effetti. Non mi piace lasciare troppo silenzio tra un post ed un altro.
Ma vivere all'estero è anche questo: è trovarsi avviluppati, a circa un mese dal proprio arrivo, in un tourbillon (quanta soddisfazione nell'ascoltare questa canzone dopo un mese di immersione francofona e scoprire che ci sono un sacco in più di parole riconoscibili!) di eventi, facce, feste, appuntamenti, parole nuove, tessere nuove, strade, corse, sudore e, soprattutto, emozioni, che ti lanciano al galoppo lungo la settimana, e finisci così, per ritrovarti in una nuova domenica che ha il sapore di quelle porte girevoli stile IKEA dove per un attimo ti trovi chiuso in uno spazio che fa un poco impressione, ma basta spingere o basta che quello dietro di te spinga ed eccoti di nuovo al lunedì, con la corale, la mensa con Mary, la notte insonne per le emozioni del canto, e poi ancora martedì, e mercoledì..
Le settimane passano come ciliegie in mano ad un bambino goloso, qui a Parigi. Le settimane passano e se ti guardi indietro ci sono soltanto emozioni, macchie di batticuore tra una corsa e l'altra, in una città - come tutte le grandi città, del resto - dove camminare a passo lento è impossibile.
Emozioni, infatti.
Come prendere per la prima volta il velib e ridere nel vento scoprendo come si suona il campanello. Come rischiare, sempre con il medesimo velib, di morire in un incrocio a Chatelet e ridere di nuovo, un attimo dopo, per aver mandato affanculo il camioncino che ti ha fatto il pelo e sapere che tanto lui non capisce. (per chi si sta chiedendo come sia pedalare in una città come Parigi, ho una brutta e allo stesso tempo bella notizia: tutto il mondo è paese. Ci sono gli stronzi in doppia fila, i pedoni rimbambiti, gli autobus prepotenti e i ciclisti lenti, come a Bologna.)
Come andare ad un convegno e diventare amica un professore americano famoso condividendo un panino nel pranzo offerto ai presenti (si, il pranzo del convegno era a base di panini. Ottimi, peraltro).
Come dimenticare il proprio pupazzetto-porta-fortuna dentro alle lenzuola lasciate a terra per la femme de menage e, dopo aver mobilitato mezza Maison de l'Italie, scoprire che la donna delle pulizie lo ha trovato e lo ha pure definito mignon.
Come avere appuntamento con un professore di fama internazionale per un colloquio e confondere alle ore deux con alle ore douze, incazzarsi per una mattina intera e poi trovarselo lì che ti dice: per farmi perdonare ti offro un the. (!)
Come veleggiare per il Marais nella notte dei musei e passare da un Hotel all'altro pensando per un attimo di essere davvero nel diciassettesimo secolo. Morire di fame e di freddo e poi avere un mezzo orgasmo per un falafel smordicchiato, seduti per terra, nel quartiere ebraico deserto, di sabato sera.
Come dirigersi verso una pasticceria che si pensa aperta e trovarsi nel bel mezzo di un set di un film dove un tizio sta in un taxi fermo sul marciapiede e un altro fa finta di suonare la fisarmonica, farsi urlare dietro che non si può passare e poi sbirciare da dietro le transenne la scena ripetuta circa ottocento volte.
E, tutto, questo, in una sola settimana! E te credo che mi è venuto l'abbassamento di voce (dio esiste - penserà qualcuno)! Insomma, tutte queste cose finisce che, nella tua testa, nemmeno le distingui bene una dall'altra, quando, da questa porta girevole che è questa domenica, ti guardi indietro e cerchi di metterle nero su bianco. Non è facile, la gola ti duole, la testa è ovattata, le nuvole nel cielo sopra di te scorrono veloci come solo a Parigi sanno fare, El V. qui a fianco tossisce e si prepara il suo pranzo, e io vi mando un grande abbraccio confuso, stupito, pazzo, ma felice.
Ma vivere all'estero è anche questo: è trovarsi avviluppati, a circa un mese dal proprio arrivo, in un tourbillon (quanta soddisfazione nell'ascoltare questa canzone dopo un mese di immersione francofona e scoprire che ci sono un sacco in più di parole riconoscibili!) di eventi, facce, feste, appuntamenti, parole nuove, tessere nuove, strade, corse, sudore e, soprattutto, emozioni, che ti lanciano al galoppo lungo la settimana, e finisci così, per ritrovarti in una nuova domenica che ha il sapore di quelle porte girevoli stile IKEA dove per un attimo ti trovi chiuso in uno spazio che fa un poco impressione, ma basta spingere o basta che quello dietro di te spinga ed eccoti di nuovo al lunedì, con la corale, la mensa con Mary, la notte insonne per le emozioni del canto, e poi ancora martedì, e mercoledì..
Le settimane passano come ciliegie in mano ad un bambino goloso, qui a Parigi. Le settimane passano e se ti guardi indietro ci sono soltanto emozioni, macchie di batticuore tra una corsa e l'altra, in una città - come tutte le grandi città, del resto - dove camminare a passo lento è impossibile.
Emozioni, infatti.
Come prendere per la prima volta il velib e ridere nel vento scoprendo come si suona il campanello. Come rischiare, sempre con il medesimo velib, di morire in un incrocio a Chatelet e ridere di nuovo, un attimo dopo, per aver mandato affanculo il camioncino che ti ha fatto il pelo e sapere che tanto lui non capisce. (per chi si sta chiedendo come sia pedalare in una città come Parigi, ho una brutta e allo stesso tempo bella notizia: tutto il mondo è paese. Ci sono gli stronzi in doppia fila, i pedoni rimbambiti, gli autobus prepotenti e i ciclisti lenti, come a Bologna.)
Come andare ad un convegno e diventare amica un professore americano famoso condividendo un panino nel pranzo offerto ai presenti (si, il pranzo del convegno era a base di panini. Ottimi, peraltro).
Come dimenticare il proprio pupazzetto-porta-fortuna dentro alle lenzuola lasciate a terra per la femme de menage e, dopo aver mobilitato mezza Maison de l'Italie, scoprire che la donna delle pulizie lo ha trovato e lo ha pure definito mignon.
Come avere appuntamento con un professore di fama internazionale per un colloquio e confondere alle ore deux con alle ore douze, incazzarsi per una mattina intera e poi trovarselo lì che ti dice: per farmi perdonare ti offro un the. (!)
Come veleggiare per il Marais nella notte dei musei e passare da un Hotel all'altro pensando per un attimo di essere davvero nel diciassettesimo secolo. Morire di fame e di freddo e poi avere un mezzo orgasmo per un falafel smordicchiato, seduti per terra, nel quartiere ebraico deserto, di sabato sera.
Come dirigersi verso una pasticceria che si pensa aperta e trovarsi nel bel mezzo di un set di un film dove un tizio sta in un taxi fermo sul marciapiede e un altro fa finta di suonare la fisarmonica, farsi urlare dietro che non si può passare e poi sbirciare da dietro le transenne la scena ripetuta circa ottocento volte.
E, tutto, questo, in una sola settimana! E te credo che mi è venuto l'abbassamento di voce (dio esiste - penserà qualcuno)! Insomma, tutte queste cose finisce che, nella tua testa, nemmeno le distingui bene una dall'altra, quando, da questa porta girevole che è questa domenica, ti guardi indietro e cerchi di metterle nero su bianco. Non è facile, la gola ti duole, la testa è ovattata, le nuvole nel cielo sopra di te scorrono veloci come solo a Parigi sanno fare, El V. qui a fianco tossisce e si prepara il suo pranzo, e io vi mando un grande abbraccio confuso, stupito, pazzo, ma felice.
domenica 8 maggio 2011
Domenicosità - il ritorno
Dopo averci provato qualche tempo fa, oggi vorrei aggiungere qualcosa e precisare con alcune parole nuove la sensazione magica della domenicosità, declinandone la sfumatura che sto respirando in questo istante.
Sto respirando una domenica che fa seguito ad un sabato stancante e lunghissimo, terminatosi a notte inoltrata. E' quindi una domenica che sa un po' di nebbia, ha un sapore impastato e un colore ovattato. Ma quello che rende questa domenica degna di nota è l'essere stata trascorsa in attività puramente prive di scopo pratico, ovvero in chiacchiere.
E' una di quelle domeniche in cui, per magia, non hai niente da fare, nessun appuntamento, nessun esame da preparare, nessun compito da assolvere. E, magia ancora più grande, ti imbatti in qualcuno che magari non conosci nemmeno bene, sulla tua strada, ma che ha la stessa, aperta, morbida, rosea disponibilità di tempo vuoto.
E così, senza averlo minimamente programmato, finisci a passare un lungo pranzo, e poi un dopo pranzo, e poi un pomeriggio, come volando, tra racconti ed ascolti, tra una fragola e un boccone, tra una sigaretta e un sorso di bibita. Sei di norma in un luogo che non ha nulla di attraente, ma magari, anche se fuori da lì ci sarebbe un'intera Parigi da scoprire, sarà il tempo nuvoloso, sarà la stanchezza ancora da smaltire, o sarà più semplicemente quella sana pigrizia che solo la domenica sa sfruttare al meglio, ma tu fuori non ci vuoi proprio andare. E allora, dentro a quattro mura grigie, si parla di tutto, pur di non alzarsi: si imparano nozioni di ginecologia, si ascoltano racconti d'infanzia. All'inizio si ride anche, tanto, poi mano a mano che il pomeriggio avanza e rimane meno gente intorno a te, i discorsi si fanno seri, anche se mai pesanti. Si pronunciano nuvole di parole, si raccontano fumi di lenti ragionamenti, si assaporano ricordi come caramelle mou. Quando cala il silenzio, c'è sempre qualcuno, dall'angolo della sua sedia, che riporta la palla in gioco, che partorisce con calma una nuova domanda, che appoggia sul tavolo un nuovo argomento.
E tutto ad un tratto guardi l'orologio, sono già le sei! e senti sulla lingua il sapore del lunedì che fa capolino, ma non te ne preoccupi, c'è ancora tempo. Non tanto, ma c'è.
E' una domenica che assomiglia alle domeniche passate al cinema di pomeriggio, quando esci e c'è già buio, ma non è ancora tutto finito, finché c'è la cena all'orizzonte. Finché c'è cena c'è speranza. Mi ricorda anche, per altri versi, i pomeriggi umidi e confortanti passati sotto al tendone, in campeggio con i boy scout, quando la pioggia impediva alle attività programmate di svolgersi, e non restava altro che piazzarsi in buona compagnia nell'unico posto sufficientemente coperto, e aspettare. E, in quel genere di pomeriggi, come nella mia domenica di oggi, ti senti fiero di non aver minimamente voglia di fare alcunché. Ti gongoli in questa non-voglia, ti circondi di gente che si sente come te, ti allontani da chi propone giochi articolati, passatempi regolati, o peggio ancora da chi ti chiede di scavare le fossette intorno alla tenda. Se ora piove, ci penseremo quando smette.
E' una domenica che ti accompagna dolcemente, che ti riposa, che ti assiste. La Domenica chiacchierata ti regala qualche nuovo amico, qualche nozione in più, ma soprattutto un retrogusto di sonnolenta dolcezza che fai fatica ad abbandonare. E' ben diversa dalla Domenica attiva, che con le sue ansie ti fa spaventare al pensiero del lunedì incombente.
La Domenica chiacchierata è piuttosto un tipo rassegnato, ma sereno; è un signore di mezza età che ha da tempo accettato la sua pancia rotonda e le bretelle al posto della cintura. E' un gentiluomo che fuma la pipa e cammina con i piedi all'infuori, lentamente, scrutando con sguardo tranquillo e indagatore intorno a sé. Fa il medico, di professione, e ha sempre qualche aneddoto buffo in serbo, da raccontare agli amici. E' una Domenica che fa venire voglia di leggere i romanzi di Maigret, di riguardare vecchi cartoni animati in dvd. Anzi, non in dvd, in videocassetta, che, con il suo lento riavvolgersi che a volte si inceppa, mi sembra l'elettrodomestico a lei più consono.
Buona domenica, insomma. Tinni vi manda un abbraccio al sapore di caramella mou.
Sto respirando una domenica che fa seguito ad un sabato stancante e lunghissimo, terminatosi a notte inoltrata. E' quindi una domenica che sa un po' di nebbia, ha un sapore impastato e un colore ovattato. Ma quello che rende questa domenica degna di nota è l'essere stata trascorsa in attività puramente prive di scopo pratico, ovvero in chiacchiere.
E' una di quelle domeniche in cui, per magia, non hai niente da fare, nessun appuntamento, nessun esame da preparare, nessun compito da assolvere. E, magia ancora più grande, ti imbatti in qualcuno che magari non conosci nemmeno bene, sulla tua strada, ma che ha la stessa, aperta, morbida, rosea disponibilità di tempo vuoto.
E così, senza averlo minimamente programmato, finisci a passare un lungo pranzo, e poi un dopo pranzo, e poi un pomeriggio, come volando, tra racconti ed ascolti, tra una fragola e un boccone, tra una sigaretta e un sorso di bibita. Sei di norma in un luogo che non ha nulla di attraente, ma magari, anche se fuori da lì ci sarebbe un'intera Parigi da scoprire, sarà il tempo nuvoloso, sarà la stanchezza ancora da smaltire, o sarà più semplicemente quella sana pigrizia che solo la domenica sa sfruttare al meglio, ma tu fuori non ci vuoi proprio andare. E allora, dentro a quattro mura grigie, si parla di tutto, pur di non alzarsi: si imparano nozioni di ginecologia, si ascoltano racconti d'infanzia. All'inizio si ride anche, tanto, poi mano a mano che il pomeriggio avanza e rimane meno gente intorno a te, i discorsi si fanno seri, anche se mai pesanti. Si pronunciano nuvole di parole, si raccontano fumi di lenti ragionamenti, si assaporano ricordi come caramelle mou. Quando cala il silenzio, c'è sempre qualcuno, dall'angolo della sua sedia, che riporta la palla in gioco, che partorisce con calma una nuova domanda, che appoggia sul tavolo un nuovo argomento.
E tutto ad un tratto guardi l'orologio, sono già le sei! e senti sulla lingua il sapore del lunedì che fa capolino, ma non te ne preoccupi, c'è ancora tempo. Non tanto, ma c'è.
E' una domenica che assomiglia alle domeniche passate al cinema di pomeriggio, quando esci e c'è già buio, ma non è ancora tutto finito, finché c'è la cena all'orizzonte. Finché c'è cena c'è speranza. Mi ricorda anche, per altri versi, i pomeriggi umidi e confortanti passati sotto al tendone, in campeggio con i boy scout, quando la pioggia impediva alle attività programmate di svolgersi, e non restava altro che piazzarsi in buona compagnia nell'unico posto sufficientemente coperto, e aspettare. E, in quel genere di pomeriggi, come nella mia domenica di oggi, ti senti fiero di non aver minimamente voglia di fare alcunché. Ti gongoli in questa non-voglia, ti circondi di gente che si sente come te, ti allontani da chi propone giochi articolati, passatempi regolati, o peggio ancora da chi ti chiede di scavare le fossette intorno alla tenda. Se ora piove, ci penseremo quando smette.
E' una domenica che ti accompagna dolcemente, che ti riposa, che ti assiste. La Domenica chiacchierata ti regala qualche nuovo amico, qualche nozione in più, ma soprattutto un retrogusto di sonnolenta dolcezza che fai fatica ad abbandonare. E' ben diversa dalla Domenica attiva, che con le sue ansie ti fa spaventare al pensiero del lunedì incombente.
La Domenica chiacchierata è piuttosto un tipo rassegnato, ma sereno; è un signore di mezza età che ha da tempo accettato la sua pancia rotonda e le bretelle al posto della cintura. E' un gentiluomo che fuma la pipa e cammina con i piedi all'infuori, lentamente, scrutando con sguardo tranquillo e indagatore intorno a sé. Fa il medico, di professione, e ha sempre qualche aneddoto buffo in serbo, da raccontare agli amici. E' una Domenica che fa venire voglia di leggere i romanzi di Maigret, di riguardare vecchi cartoni animati in dvd. Anzi, non in dvd, in videocassetta, che, con il suo lento riavvolgersi che a volte si inceppa, mi sembra l'elettrodomestico a lei più consono.
Buona domenica, insomma. Tinni vi manda un abbraccio al sapore di caramella mou.
sabato 7 maggio 2011
Vi ricordate
di questo resoconto?
Ebbene abbiamo una serie (o meglio, due) importanti novità da aggiungere alla storia.
Primo: pochi giorni dopo che vi avevo raccontato dell'occupazione, c'è stato un blitz della polizia sollecitata dalla Direttrice, che ha smobilitato tutto e condotto alcune persone per accertamenti al commissariato. Non potete nemmeno lontanamente immaginare, come conseguenza di ciò, nel tempo intercorso dal mio ingresso in biblioteca quella mattina e l'uscita per pranzo, in cosa erano stati capaci di trasformare atrio, cortile e corridoi gli studenti dissidenti rimasti 'salvi'. Miriadi, miriadi ed ancora miriadi di volantini ingiuriosi, immagini della Direttrice fotoscioppate con camicie delle SS naziste, decine di VERGOGNA dipinti sulle pareti e via discorrendo.
Il tutto si è poi lentamente volatilizzato nel restante intervallo tra il pranzo e la mia uscita serale, e nei giorni successivi è ricomparso pure il tavolino con la vendita (a CINQUE EURO, puntualizziamo) dei panini farciti a pranzo per sostenere i grevisti (l'occupazione era stata smobilitata, ma la grève ovviamente proseguiva - da NOVEMBRE 2010, per chi se lo fosse dimenticato).
Secondo: Ieri, quindi a circa due settimane dal termine dell'occupazione, ho saputo da una studentessa che i grevisti hanno ottenuto ciò che volevano. TUTTO. Contratto firmato, garanzia assicurata. E quando dico tutto, intendo proprio t-u-t-t-o. Vi basti sapere che, durante le lunghe contrattazioni, prima era stata loro proposta una regolarizzazione a tempo indeterminato, ma senza alcuni lavoratori, gli ultimi arrivati. E loro hanno detto NO. E, in un secondo momento ancora, sul piatto delle trattative era stata messa una completa regolarizzazione, MA non in qualità di dipendenti dell'ENS (ovvero dipendenti statali, con una serie di annessi privilegi), bensì come dipendenti di un ente privato che si occupa di ristorazione. E loro, ancora, NO.
Ora tutto è finito, hanno avuto ciò che chiedevano. Bene, Allegria.
La mensa, però, è ancora chiusa.
Si sussurra che lo sciopero sia prolungato in nome delle ingiuste regole che governano l'assegnazione delle camere ai Normalisti (i quali, sempre per essere precisi ed imparziali, percepiscono, dal primo anno di università, 1000 euro al mese in quanto anche loro dipendenti statali, ma, povere stelle, devono pagarsi la camera di tasca propria).
Un eddai,cazzo, lasciatemelo dire. E scusate la scurrilità.
Ebbene abbiamo una serie (o meglio, due) importanti novità da aggiungere alla storia.
Primo: pochi giorni dopo che vi avevo raccontato dell'occupazione, c'è stato un blitz della polizia sollecitata dalla Direttrice, che ha smobilitato tutto e condotto alcune persone per accertamenti al commissariato. Non potete nemmeno lontanamente immaginare, come conseguenza di ciò, nel tempo intercorso dal mio ingresso in biblioteca quella mattina e l'uscita per pranzo, in cosa erano stati capaci di trasformare atrio, cortile e corridoi gli studenti dissidenti rimasti 'salvi'. Miriadi, miriadi ed ancora miriadi di volantini ingiuriosi, immagini della Direttrice fotoscioppate con camicie delle SS naziste, decine di VERGOGNA dipinti sulle pareti e via discorrendo.
Il tutto si è poi lentamente volatilizzato nel restante intervallo tra il pranzo e la mia uscita serale, e nei giorni successivi è ricomparso pure il tavolino con la vendita (a CINQUE EURO, puntualizziamo) dei panini farciti a pranzo per sostenere i grevisti (l'occupazione era stata smobilitata, ma la grève ovviamente proseguiva - da NOVEMBRE 2010, per chi se lo fosse dimenticato).
Secondo: Ieri, quindi a circa due settimane dal termine dell'occupazione, ho saputo da una studentessa che i grevisti hanno ottenuto ciò che volevano. TUTTO. Contratto firmato, garanzia assicurata. E quando dico tutto, intendo proprio t-u-t-t-o. Vi basti sapere che, durante le lunghe contrattazioni, prima era stata loro proposta una regolarizzazione a tempo indeterminato, ma senza alcuni lavoratori, gli ultimi arrivati. E loro hanno detto NO. E, in un secondo momento ancora, sul piatto delle trattative era stata messa una completa regolarizzazione, MA non in qualità di dipendenti dell'ENS (ovvero dipendenti statali, con una serie di annessi privilegi), bensì come dipendenti di un ente privato che si occupa di ristorazione. E loro, ancora, NO.
Ora tutto è finito, hanno avuto ciò che chiedevano. Bene, Allegria.
La mensa, però, è ancora chiusa.
Si sussurra che lo sciopero sia prolungato in nome delle ingiuste regole che governano l'assegnazione delle camere ai Normalisti (i quali, sempre per essere precisi ed imparziali, percepiscono, dal primo anno di università, 1000 euro al mese in quanto anche loro dipendenti statali, ma, povere stelle, devono pagarsi la camera di tasca propria).
Un eddai,cazzo, lasciatemelo dire. E scusate la scurrilità.
giovedì 5 maggio 2011
Mary e gli altri
Un'altra piccola, grande emozione che ti regala un soggiorno all'estero è quella delle nuove amicizie. Certo, lo sappiamo tutti che, nonostante promesse e scambi di contatti, pur avendo condiviso belle esperienze ed essere magari diventati per un periodo inseparabili, quando poi ciascuno ritorna nel proprio mondo reale, la stragrande maggioranza delle amicizie strette all'estero si scioglie come neve al sole.
Ma non è infatti di amicizie per la vita che voglio parlare oggi. Quelle restano a Bologna, costruite giorno dopo giorno come un grande e complesso formicaio (a tal proposito mi permetterei, con la vostra compiacenza, di pubblicizzare l'arrivo nella blogosfera di una Pensatrice di caratura notevole che sono certa saprà regalarci grandi perle-pop); quello di cui vorrei rendervi partecipe è invece il sentimento e il brivido che accompagnano le primissime tappe della nascita di un'amicizia, tappe che, anche se quella persona non sarà mai più con noi, difficilmente ci scorderemo per il resto della nostra vita.
Sto parlando di quell'attimo preciso in cui, grazie ad un gesto, una parola, una sorpresa, un'attesa, improvvisamente ti rendi conto che quella persona è per te qualcosa, un qualcosa di minuscolo e impercettibile, un qualcosa di più che un nome memorizzato in un cassettino del cervello, un qualcosa che assomiglia ad un amico.
L'anno scorso, a Parigi, vivevo in un foyer di studenti; ogni sera ci si ritrovava insieme nella sporca e variopinta cucina comune per preparare ciascuno il proprio pasto e scambiare qualche parola in uno - per me - stentato francese comunitario. Il primo mese passò, per me, nel disperato tentativo di ricordare i nomi di tutti, di comprendere a quali persone era meglio mi sedessi a fianco sulla base della loro capacità di articolare nitidamente le parole del francese (suggerimento per toujours: evitare i francesi del nord), di far correre i criceti del mio cervello il più in fretta possibile in modo da afferrare il senso almeno del 40 per cento delle battute e così via. In tutto questo tempo ero stata così presa dalle suddette attività che non mi ero accorta che, in fondo, anche i ragazzi del foyer avevano cominciato a conoscermi, a capirmi, a trovarmi anche un po' simpatica.
E poi ci fu la settimana a casa. Sono sempre i ritorni a farti sentire il senso di appartenenza. Tornai per una settimana a casa - forse mi ero dimenticata di avvisare i ragazzi - e, la sera del mio ritorno, scesi in cucina qualche minuto in ritardo rispetto ai miei tempi. Trovai due persone sedute ad un tavolo che, non appena mi videro, esclamarono con un inaspettato calore ed eccoti qui, alla fine! dov'eri finita??
Zac, era successo. Un tuffo al cuore, un sorriso scoppiato. Ero parte di qualcosa, ero la loro compagna di cene.
La stessa cosa (prima di partire, quest'anno, non credevo che anche il secondo soggiorno a Parigi sarebbe stato altrettanto ricco di volti da ricordare, e dunque la gioia è stata ancora più bella, perché inattesa) mi è capitata pochi giorni fa, con Mary.
Quest'anno alloggio all'interno della Cité Universitaire, un enorme campus dove, oltre agli alloggi, vengono organizzate anche una miriade di attività fanstamagoriche che farebbero passare la voglia di studiare pure a Rita Levi Montalcini e, nella fattispecie, è attiva una corale di musica classica (accompagnata da un'orchestra), alla quale io mi sono prontamente aggregata, dopo aver scoperto, alla veneranda età di ventisette anni, che la cosa che amo di più al mondo fare non è né tradurre greco né leggere libri, bensì cantare in coro.
(giusto per darvi un assaggio della mia eccitazione, qui uno dei brani che cantiamo: forse capirete come mai, il lunedì sera, Vicino o non Vicino, io non riesca MAI a prendere sonno)
E' proprio alla prima seduta di corale che conosco Mary, inglese fino al midollo, sorridente ma riservata, la quale ha la gran fortuna di capitare seduta accanto a me e, dunque, di sorbirsi le mille domande che le pongo sui brani, sugli spartiti, sulle note (nonstante abbia appena scoperto la mia vera vocazione, infatti, non ho ancora avuto tempo di imparare a leggere la musica, per cui vado a occhio: quando il pallino nero sale, io salgo. Metodo della più comprovata attendibilità scientifico-armonica, peraltro) e, alla fine della serata, di vedersi scritto sul suo spartito il mio indirizzo e-mail con la preghiera di inviarmi dei link musicali con le diverse parti del coro quanto prima.
Detto fra noi, proprio non pensavo che Mary mi scrivesse e si ricordasse di me, se non per il fatto che avevo rappresentato una italica scocciatura durante tutte le prove. E invece, il giorno successivo, eccomi le due mail promesse con tanto di britishissimo Best wishes finale.
Riflettendo sul fatto che le prove del lunedì sera sono alle 8, e che il tempo per prapararsi la cena prima è un po' strettino, medito durante la settimana che segue di provare la mensa della Cité al posto della cena chez moi, prima della corale. Prendo questa decisione e poi, qualche giorno prima del lunedì in questione, mi dico: ma perché non buttarsi e non invitare Mary a cenare con me? E' vero che non la conosco, ma ho il suo indirizzo e-mail e, in fondo, lei se non vuole venire può sempre inventare una scusa qualunque. E così ci provo; le scrivo una lettera invitandola e, senza aspettarmi gran ché, poche ore dopo ricevo un'entusiastica (benché sempre british) risposta affermativa. Ore 7.20, davanti alla mensa. E' fatta, i primi passi si muovono.
La cena si dimostra piacevole: entrambe siamo scarselle in francese, facciamo un po' di esercizio, parliamo del tempo e dello studio, della Francia e dei nostri paesi natali. Gradevole.
Tanto gradevole che io, la settimana successiva, ritorno all'attacco; nuova mail, nuovo invito, nuova risposta affermativa. La cosa comincia a farsi abitudinaria.
Passiamo insieme così in totale tre cene: nulla di ché, beninteso; una mezz'oretta di scambio linguistico, una manciata di sorrisi, qualche silenzio.
E poi arriva questo lunedì. In mezzo c'era stata la pausa pasquale, dunque non vedevo Mary da due settimane (era rientrata a York). Le avevo scritto una mail con la consueta proposta, e lei aveva risposto, comme d'habitude, con il suo semplice si. Vado all'appuntamento pensando ad altro, con la testa altrove; mi metto in attesa e i minuti cominciano a passare. Tic, tac, e la puntualissima Mary non si vede. I pensieri precedenti vengono scalzati via, mi comincio a preoccupare. Forse avrei dovuto rispondere alla sua ultima e-mail con un'ulteriore conferma - mi dico. Si, vedrai, sarà andata così: lei non mi avrà più sentito e avrà deciso di non venire, pensando che mi fossi scordata. Inizio a camminare su e giù per l'atrio, scruto ogni passante che si avvicina. Che scema, mi ripeto, ecco, ora mangerai da sola. Uffa.
Passano dieci minuti, io sto per andarmene, quando, in fondo al cortile, ecco apparire Mary: eccola, con la sua camicetta da ragazza inglese, a quadri, il suo passo affrettato ma mai scomposto, il suo visto diafano, il capello a media lunghezza, sempre curato ma non troppo. E' lei, britannicamente lei, gioiosamente lei. Scusa il ritardo, sono mortificata, è tutta colpa del mio ragazzo! mi dice arrivando da me.
E io la scuso subito, perché ho appena scoperto che ho una nuova amica.
Ma non è infatti di amicizie per la vita che voglio parlare oggi. Quelle restano a Bologna, costruite giorno dopo giorno come un grande e complesso formicaio (a tal proposito mi permetterei, con la vostra compiacenza, di pubblicizzare l'arrivo nella blogosfera di una Pensatrice di caratura notevole che sono certa saprà regalarci grandi perle-pop); quello di cui vorrei rendervi partecipe è invece il sentimento e il brivido che accompagnano le primissime tappe della nascita di un'amicizia, tappe che, anche se quella persona non sarà mai più con noi, difficilmente ci scorderemo per il resto della nostra vita.
Sto parlando di quell'attimo preciso in cui, grazie ad un gesto, una parola, una sorpresa, un'attesa, improvvisamente ti rendi conto che quella persona è per te qualcosa, un qualcosa di minuscolo e impercettibile, un qualcosa di più che un nome memorizzato in un cassettino del cervello, un qualcosa che assomiglia ad un amico.
L'anno scorso, a Parigi, vivevo in un foyer di studenti; ogni sera ci si ritrovava insieme nella sporca e variopinta cucina comune per preparare ciascuno il proprio pasto e scambiare qualche parola in uno - per me - stentato francese comunitario. Il primo mese passò, per me, nel disperato tentativo di ricordare i nomi di tutti, di comprendere a quali persone era meglio mi sedessi a fianco sulla base della loro capacità di articolare nitidamente le parole del francese (suggerimento per toujours: evitare i francesi del nord), di far correre i criceti del mio cervello il più in fretta possibile in modo da afferrare il senso almeno del 40 per cento delle battute e così via. In tutto questo tempo ero stata così presa dalle suddette attività che non mi ero accorta che, in fondo, anche i ragazzi del foyer avevano cominciato a conoscermi, a capirmi, a trovarmi anche un po' simpatica.
E poi ci fu la settimana a casa. Sono sempre i ritorni a farti sentire il senso di appartenenza. Tornai per una settimana a casa - forse mi ero dimenticata di avvisare i ragazzi - e, la sera del mio ritorno, scesi in cucina qualche minuto in ritardo rispetto ai miei tempi. Trovai due persone sedute ad un tavolo che, non appena mi videro, esclamarono con un inaspettato calore ed eccoti qui, alla fine! dov'eri finita??
Zac, era successo. Un tuffo al cuore, un sorriso scoppiato. Ero parte di qualcosa, ero la loro compagna di cene.
La stessa cosa (prima di partire, quest'anno, non credevo che anche il secondo soggiorno a Parigi sarebbe stato altrettanto ricco di volti da ricordare, e dunque la gioia è stata ancora più bella, perché inattesa) mi è capitata pochi giorni fa, con Mary.
Quest'anno alloggio all'interno della Cité Universitaire, un enorme campus dove, oltre agli alloggi, vengono organizzate anche una miriade di attività fanstamagoriche che farebbero passare la voglia di studiare pure a Rita Levi Montalcini e, nella fattispecie, è attiva una corale di musica classica (accompagnata da un'orchestra), alla quale io mi sono prontamente aggregata, dopo aver scoperto, alla veneranda età di ventisette anni, che la cosa che amo di più al mondo fare non è né tradurre greco né leggere libri, bensì cantare in coro.
(giusto per darvi un assaggio della mia eccitazione, qui uno dei brani che cantiamo: forse capirete come mai, il lunedì sera, Vicino o non Vicino, io non riesca MAI a prendere sonno)
E' proprio alla prima seduta di corale che conosco Mary, inglese fino al midollo, sorridente ma riservata, la quale ha la gran fortuna di capitare seduta accanto a me e, dunque, di sorbirsi le mille domande che le pongo sui brani, sugli spartiti, sulle note (nonstante abbia appena scoperto la mia vera vocazione, infatti, non ho ancora avuto tempo di imparare a leggere la musica, per cui vado a occhio: quando il pallino nero sale, io salgo. Metodo della più comprovata attendibilità scientifico-armonica, peraltro) e, alla fine della serata, di vedersi scritto sul suo spartito il mio indirizzo e-mail con la preghiera di inviarmi dei link musicali con le diverse parti del coro quanto prima.
Detto fra noi, proprio non pensavo che Mary mi scrivesse e si ricordasse di me, se non per il fatto che avevo rappresentato una italica scocciatura durante tutte le prove. E invece, il giorno successivo, eccomi le due mail promesse con tanto di britishissimo Best wishes finale.
Riflettendo sul fatto che le prove del lunedì sera sono alle 8, e che il tempo per prapararsi la cena prima è un po' strettino, medito durante la settimana che segue di provare la mensa della Cité al posto della cena chez moi, prima della corale. Prendo questa decisione e poi, qualche giorno prima del lunedì in questione, mi dico: ma perché non buttarsi e non invitare Mary a cenare con me? E' vero che non la conosco, ma ho il suo indirizzo e-mail e, in fondo, lei se non vuole venire può sempre inventare una scusa qualunque. E così ci provo; le scrivo una lettera invitandola e, senza aspettarmi gran ché, poche ore dopo ricevo un'entusiastica (benché sempre british) risposta affermativa. Ore 7.20, davanti alla mensa. E' fatta, i primi passi si muovono.
La cena si dimostra piacevole: entrambe siamo scarselle in francese, facciamo un po' di esercizio, parliamo del tempo e dello studio, della Francia e dei nostri paesi natali. Gradevole.
Tanto gradevole che io, la settimana successiva, ritorno all'attacco; nuova mail, nuovo invito, nuova risposta affermativa. La cosa comincia a farsi abitudinaria.
Passiamo insieme così in totale tre cene: nulla di ché, beninteso; una mezz'oretta di scambio linguistico, una manciata di sorrisi, qualche silenzio.
E poi arriva questo lunedì. In mezzo c'era stata la pausa pasquale, dunque non vedevo Mary da due settimane (era rientrata a York). Le avevo scritto una mail con la consueta proposta, e lei aveva risposto, comme d'habitude, con il suo semplice si. Vado all'appuntamento pensando ad altro, con la testa altrove; mi metto in attesa e i minuti cominciano a passare. Tic, tac, e la puntualissima Mary non si vede. I pensieri precedenti vengono scalzati via, mi comincio a preoccupare. Forse avrei dovuto rispondere alla sua ultima e-mail con un'ulteriore conferma - mi dico. Si, vedrai, sarà andata così: lei non mi avrà più sentito e avrà deciso di non venire, pensando che mi fossi scordata. Inizio a camminare su e giù per l'atrio, scruto ogni passante che si avvicina. Che scema, mi ripeto, ecco, ora mangerai da sola. Uffa.
Passano dieci minuti, io sto per andarmene, quando, in fondo al cortile, ecco apparire Mary: eccola, con la sua camicetta da ragazza inglese, a quadri, il suo passo affrettato ma mai scomposto, il suo visto diafano, il capello a media lunghezza, sempre curato ma non troppo. E' lei, britannicamente lei, gioiosamente lei. Scusa il ritardo, sono mortificata, è tutta colpa del mio ragazzo! mi dice arrivando da me.
E io la scuso subito, perché ho appena scoperto che ho una nuova amica.
domenica 1 maggio 2011
Aggiornamenti
E rieccomi qui, finalmente: primo Maggio, -su coraggio!- a Parigi, giornata di malinconici addii, di Gare de Lyon, e di Vicinato, naturalmente.
Sto scrivendovi comodamente installata sul pratone del Parc Montsouris, uno dei luoghi più incantevoli della città, che oggi, con la sua indescrivibile atmosfera di festa, con i suoi bambini di ogni colore immaginabile che esista su questa terra che si rotolano corrono scivolano si travestono leccano sbavano soffiano cantano ballano tutto intorno a me, un concertino gratuito ed estemporaneo di musica jazz nel chioschetto qui di fronte, odore di mughetti, cielo variopinto e pazzerello, sapore di vacanza e di relax, bhe, con tutta questa roba fantastica è pure riuscito a farmi dimenticare un poco la mia nuvolosità da départ. Mi dispiace soltanto di non riuscire a far ‘impressionare’ questa pagina di computer con tutte le sensazioni che vorticano qui intorno: sono troppo impegnata a respirarle fino in fondo, per riuscire ad avere la distanza giusta a rappresentarle.
Ma torniamo a quello che forse vi interessa di più: le evoluzioni del mio rapporto di Vicinato.
Dunque, in questa settimana ho imparato molte cose su V., l’ho conosciuto meglio e ora mi manca solo di associare un volto al tutto e siamo a posto: quasi quasi stasera gli busso per chiedergli se ha …boh, un po’ di farina (è un po’ un evergreen, no?!)…chissà che faccia ha, in effetti…chissà se è scuro o semplicemente un po’ abbronzato…chissà se è vecchiotto o sbarbatello, chissà se veste tradizionale o occidentale.. Va bhe, aspetto a parte, vi dicevo, ormai io e lui siamo una cosa sola.
Innanzitutto, è un tifoso di calcio; ma che dico un tifoso, è piuttosto un appassionato, uno sfegatato, un innamorato del Calcio in ogni sua sfumatura. Non si perde una partita, dalla UEFA al campionato spagnolo, dalla Champions a diosolosaqualecazzodicampionatomagrebino. Oramai anche io costruisco lentamente, quindi, per riflesso, la mia conoscenza in merito. Oltre ad aver scoperto, dalla consultazione ossessivo-complusiva di questo sito nella speranze che esistesse almeno UNA sera libera dal ronzio della partita come sottofondo, che Real e Barcellona si scontreranno, in questo mese, ben cinque volte, ho imparato anche in quali giorni gioca quale campionato, come funzionano i turni delle coppe europee, mi manca solo di perfezionare i dettagli sulle sfide nordafricane e sono pronta per la presidenza della FIFA.
Ma le serate dedicate al grande dio Calcio, a dire il vero, non sono le peggiori: in fondo si tratta pur sempre di un ronzio costante, inframezzato da qualche gridolino, ma tutto sommato sopportabile, perché, si sa, gli uomini, di fronte alle riprese del campo verde, si concentrano come bambini di fronte ad un cartone animato della Walt Disney. IL problema essenziale di V. è forse un altro: V. ama, adora, idolatra la compagnia dei suoi amici/connazionali. E io ci provo anche, a capirlo: voglio dire, lui, micca è cresciuto figlio unico come Tinni, in una villetta isolata nel verde, dove l’unico rumore pomeridiano era costituito dai cinguettii dei fringuelli, con due genitori assorti nella lettura tutto il tempo, la visita del postino come unico motivo per far suonare il campanello e pure la gatta che ha disimparato a miagolare…lui, dicevo, micca è cresciuto come me. Quello avrà avuto come minimo sei fratelli, ventisette cugini e una casa-porto di mare; visite ogni dieci minuti, couscussate in gran compagnia, feste di fine Ramadam con centinaia di parenti, e che, gli volete chiedere di chiudersi tutto solo in uno studio all’ultimo piano di un palazzo di una città straniera? E dunque, con alcuni eminenti membri della comunità araba locale, dev’essersi stabilito il tacito accordo di cenare, ogni sera, chez V., che magicamente ha pure una cucinetta nella sua camera, e chissà che buone merguez ci si preparano, sulla sua capiente piastra.
E perciò, la serata a casa Tinni.-V, si svolge come segue: ore 7, Tinni si adopera per cominciare la sua cena. Dalle 8 alle 9 una confortevole oretta di silenzio (manna), e poi, mentre lo stomaco di Tinni si avvia in discesa verso l’ultima tappa del suo processo digestivo, ecco che V. comincia a lavare i piatti della sera prima per fare spazio alla sontuosa cena araba, cena che, dopo un lungo preludio concertistico in sol minore per pentole, posate, piattame vario e orchestra, si consuma tra le 9.30 e le 10.30, poi seguita da chiacchiere, risate (altro dettaglio che mi sembra significativo: V. è sempre felice, ride di continuo, e pure i suoi amici. È davvero una cosa étonnante vista dal mio punto di vista), partite di carte e ricchi premi e cotillon.
Certo, se si fossero impegnati, quelli della Maison de l’Italie non avrebbero potuto affiancare due persone più diverse.
Ma, nonostante i vostri saggi consigli su cui molto ho riflettuto, non credo che – per ora almeno – presenterò nessuna istanza ufficiale di lamentela. E cosa mai dovrei dire, a quelli della reception? Brontolare perché lui cena alle 9.30? Perché non è mai da solo? Perché non dorme 8 ore di fila? Nulla di tutto questo è vietato dal regolamento. Quest’ultimo prevede solo il silenzio dalle 11 in avanti. Io non lo so, se lui smette di ridere e chiacchierare alle 11. Credo che verso le 11.30 tutti ritornino a casa, ma non posso dirlo, perché, grazie alla più strabiliante scoperta degli ultimi anni, i tappi per le orecchie, io dalle 10.30 mi isolo nel mio mondo e buonanotte a tutti. Per ora questo è il nostro ménage. Faccio un po’ fatica a volergli proprio bene, perché, se fosse per me, io, dopo una giornata faticosa, finita la cena, prima di dormire, mi godrei volentieri un po’ di sano silenzio, o perlomeno un’atmosfera diversa da quella di un SUK, ma tant’è.
Ulteriori sviluppi vi saranno presto comunicati. Ora, me ne vado a mangiare una crepe nel parco.
Ah, e Buon primo Maggio a tutti – quasi quasi mi dimenticavo. Con l’augurio che abbiate un lavoro vero e che questo vi permetta dunque di festeggiare.
martedì 26 aprile 2011
Tinni VS Tinni
Ho molto amato il post del Disagiato sulla famiglia indiana e sul loro camion ingombrante.
L'ho amato e apprezzato e diffuso, ma pur facendo ciò me ne sono rimasta comunque seduta qui, nella silenziosa e ordinata e nordicamente organizzata biblioteca della Normale. Ho pensato tanto, in questi mesi, all'immigrazione e alla multiculturalità e all'accoglienza e a tutte queste belle parole che campeggiano fieramente in prima fila tra i temi e le etichette di questo blog, ma, finora, l'ho sempre fatto da una casa confortevole ed isolata, da una scrivania e da una camera insonorizzate, da una stanza con le finestre chiuse e i doppi vetri. Ho ammirato e celebrato quello che i miei genitori fanno - aggratis - per aiutare l'alfabetizzazione degli immigrati del nord Africa, specie nelle sue categorie più deboli e marginalizzate, ovvero quelle delle donne e dei bambini; ho pubblicizzato il blog di Costanza, che ha mollato il greco antico per partire in Bukina Faso e per toccare con mano il senso di un aiuto concreto. Ho fatto tutto ciò e sono fiera di averlo fatto, ma, fino a quattro giorni fa, tutto ciò era stato pura parola, pensiero astratto, vuota opinione.
E poi, d'improvviso, quattro giorni fa, è arrivato, nello studio accanto al mio, all'interno della Maison d'Italie della Città Universitaria di Parigi, un nuovo vicino.
Un nuovo vicino che parla il francese con quell'inconfondibile accento aspirato e tagliente che hanno gli abitanti del Maghreb; un nuovo vicino tunisino, o marocchino, o algerino, non lo so; un nuovo vicino diverso.
Perché, ve lo ricordate, vero, che tipo è Tinni? Ve lo ricordate che ama addormentarsi alle 22.30, svegliarsi presto, adora il silenzio, lo yoga e che è dannatamente nordica?
Inutile raccontare come vive e come si organizza il nuovo Vicino-di-Tinni: non fa nulla di sconveniente, nulla di vietato, nulla di ledente la sua privacy; semplicemente, vive. Ma il suo stile di vita è del tutto diverso dal suo.
La mia permanenza qui, al suo fianco, è ancora lunga, come è ancora lunghissima la strada da fare perché tutte quelle belle parole sull'accoglienza, l'accettazione del diverso, la ricchezza dell'immigrazione, l'amore per il prossimo, il buon samaritano, l'un due tre via eccetera eccetera, diventino, per Tinni, una realtà. Però mi piacerebbe provare a condividere con voi e a registrare passo a passo questa storia, con le sue lente e tortuose evoluzioni, se mai ce ne saranno, con le sue ricadute, che saranno numerose, con i propositi e gli istinti omicidi. Vi va di ascoltarmi, di rimproverarmi, di incoraggiarmi e di prendervi in saccoccia tutte le mie paranoie e lamentele?
Qualche annotazione così per cominciare:
Giorno 1 (la conta inizia oggi): il Vicino, in giorni ancora non ben definibili (seguiranno approfondite indagini ebdomadarie), si sveglia alle 5 di mattina presumo per andare a svolgere una qualche mansione lavorativa di fatica. Peccato che la fatica la condivida anche con me, visto che il suo risveglio è accompagnato da copiosi, innumerevoli, fraudolenti, frammentari, sorprendenti, caotici rumori di ogni origine e natura, tra i quali spicca la capacità - innata, io credo - di Vicino di lasciar sbattere tutti i possibili cassetti e ante e sportelli in un tripudio di tonfi.
Io, però, stimo il mio Vicino perché, pur essendo con tutta probabilità un ricercatore o un dottorando, lavora per mantenersi e, a differenza di Tinni, sa cosa vuol dire fare fatica. (vi convinco?!?)
L'ho amato e apprezzato e diffuso, ma pur facendo ciò me ne sono rimasta comunque seduta qui, nella silenziosa e ordinata e nordicamente organizzata biblioteca della Normale. Ho pensato tanto, in questi mesi, all'immigrazione e alla multiculturalità e all'accoglienza e a tutte queste belle parole che campeggiano fieramente in prima fila tra i temi e le etichette di questo blog, ma, finora, l'ho sempre fatto da una casa confortevole ed isolata, da una scrivania e da una camera insonorizzate, da una stanza con le finestre chiuse e i doppi vetri. Ho ammirato e celebrato quello che i miei genitori fanno - aggratis - per aiutare l'alfabetizzazione degli immigrati del nord Africa, specie nelle sue categorie più deboli e marginalizzate, ovvero quelle delle donne e dei bambini; ho pubblicizzato il blog di Costanza, che ha mollato il greco antico per partire in Bukina Faso e per toccare con mano il senso di un aiuto concreto. Ho fatto tutto ciò e sono fiera di averlo fatto, ma, fino a quattro giorni fa, tutto ciò era stato pura parola, pensiero astratto, vuota opinione.
E poi, d'improvviso, quattro giorni fa, è arrivato, nello studio accanto al mio, all'interno della Maison d'Italie della Città Universitaria di Parigi, un nuovo vicino.
Un nuovo vicino che parla il francese con quell'inconfondibile accento aspirato e tagliente che hanno gli abitanti del Maghreb; un nuovo vicino tunisino, o marocchino, o algerino, non lo so; un nuovo vicino diverso.
Perché, ve lo ricordate, vero, che tipo è Tinni? Ve lo ricordate che ama addormentarsi alle 22.30, svegliarsi presto, adora il silenzio, lo yoga e che è dannatamente nordica?
Inutile raccontare come vive e come si organizza il nuovo Vicino-di-Tinni: non fa nulla di sconveniente, nulla di vietato, nulla di ledente la sua privacy; semplicemente, vive. Ma il suo stile di vita è del tutto diverso dal suo.
La mia permanenza qui, al suo fianco, è ancora lunga, come è ancora lunghissima la strada da fare perché tutte quelle belle parole sull'accoglienza, l'accettazione del diverso, la ricchezza dell'immigrazione, l'amore per il prossimo, il buon samaritano, l'un due tre via eccetera eccetera, diventino, per Tinni, una realtà. Però mi piacerebbe provare a condividere con voi e a registrare passo a passo questa storia, con le sue lente e tortuose evoluzioni, se mai ce ne saranno, con le sue ricadute, che saranno numerose, con i propositi e gli istinti omicidi. Vi va di ascoltarmi, di rimproverarmi, di incoraggiarmi e di prendervi in saccoccia tutte le mie paranoie e lamentele?
Qualche annotazione così per cominciare:
Giorno 1 (la conta inizia oggi): il Vicino, in giorni ancora non ben definibili (seguiranno approfondite indagini ebdomadarie), si sveglia alle 5 di mattina presumo per andare a svolgere una qualche mansione lavorativa di fatica. Peccato che la fatica la condivida anche con me, visto che il suo risveglio è accompagnato da copiosi, innumerevoli, fraudolenti, frammentari, sorprendenti, caotici rumori di ogni origine e natura, tra i quali spicca la capacità - innata, io credo - di Vicino di lasciar sbattere tutti i possibili cassetti e ante e sportelli in un tripudio di tonfi.
Io, però, stimo il mio Vicino perché, pur essendo con tutta probabilità un ricercatore o un dottorando, lavora per mantenersi e, a differenza di Tinni, sa cosa vuol dire fare fatica. (vi convinco?!?)
giovedì 21 aprile 2011
Dodò
Le metropolitane parigine hanno, oltre ad innumerevoli altri pregi riguardanti puntualità pulizia ordine capillarità informazione confort, rispetto a quelle italiane, sostanzialmente un tangibile vantaggio: che si può scegliere, al prezzo di staccare qualche minima sinapsi che tiene insieme le proprie scarne competenze linguistiche, di non ascoltare ciò che viene raccontato paventato escogitato temuto programmato amato dal proprio vicino di seggiolino, a meno che non si tratti realmente di una conversazione che si preannuncia interessante; e a quel punto, con i classici due piccioni con una fava, si mette in saccoccia anche una gratuita lezione di lingua.
Questo è appunto quanto accaduto ieri, mentre viaggiavo sulla migliore linea della metro che c'è a Parigi, in quanto unica a collegarsi a TUTTE le altre impedendovi di cambiare (qualcuno saprà a quale mi riferisco, per gli altri sarà una buona occasione per dilettarvi a scoprirlo nel magico mondo di ratepepueintefer), nella quale mi sono trovata a dividere il gruppo ravvicinato dei quattro seggiolini con un Padre GGiovane e due biondissimi figlioletti quattro o cinquenni (forse sono io che sono fuorviata dal luogo comune, ma vi assicuro che mi sembra che qui ci siano MOLTI più padri che portano a spasso i bimbi rispetto all'Italia. Seguiranno statistiche). Nel tempo impiegato dalla metro per raggiungere Chateau Rouge ho potuto pertanto, uno, imparare cosa significa l'espressione educare i propri figli, dal momento che il Padre si è prodigato a spiegare (leçon numero 1: les imperatifs) che non dovevano dondolare i piedi se no avrebbero rischiato di sporcare di polvere i miei pantaloni che erano in pericolosa prossimità, ha chiesto ai due di ringraziare il signore che si è alzato e spostato per far loro posto in modo che stessero tutti e tre vicini e perle rare di questo genere, che se fossero rispettate da tutti i genitori non staremmo qui oggi a parlare di questo, va bhe, insomma, dicevo, ho imparato questo e, soprattutto, ho appreso (due) una variante gallica del gioco sasso carta forbice che prevede, oltre a questi tre, l'introduzione a margine del buco, che, per la cronaca, perde con la carta perché la carta lo copre, ma vince con sasso e forbice perché essi cadono nel buco (ovviamente per capire tutto ciò ho spavaldamente chiesto al padre spiegazioni - leçon numero 2: poser des questions) e (tre) un simpaticissimo gioco per me assolutamente nuovo che sicuramente insegnerò anche ai miei figli se mai ne avrò; il gioco si intitola pas si et pas non e consiste nel porre delle domande-trabocchetto ai partecipanti, i quali, per non perdere, non dovranno mai rispondere, appunto, SI o NO. Es. tratto dalla realtà di ieri: Padre: sei contento della tua giornata? Figlio: sono contento della giornata (grasse risate di soddisfazione per aver saputo evitare il tranello); Padre: hai voglia adesso di andare a fare DODo (= nanna)? Figlio: nooo... e tacchete ha sbagliato.
Non è simpatico?!?
Chateau Rouge per una volta è arrivata davvero troppo in fretta.
Questo è appunto quanto accaduto ieri, mentre viaggiavo sulla migliore linea della metro che c'è a Parigi, in quanto unica a collegarsi a TUTTE le altre impedendovi di cambiare (qualcuno saprà a quale mi riferisco, per gli altri sarà una buona occasione per dilettarvi a scoprirlo nel magico mondo di ratepepueintefer), nella quale mi sono trovata a dividere il gruppo ravvicinato dei quattro seggiolini con un Padre GGiovane e due biondissimi figlioletti quattro o cinquenni (forse sono io che sono fuorviata dal luogo comune, ma vi assicuro che mi sembra che qui ci siano MOLTI più padri che portano a spasso i bimbi rispetto all'Italia. Seguiranno statistiche). Nel tempo impiegato dalla metro per raggiungere Chateau Rouge ho potuto pertanto, uno, imparare cosa significa l'espressione educare i propri figli, dal momento che il Padre si è prodigato a spiegare (leçon numero 1: les imperatifs) che non dovevano dondolare i piedi se no avrebbero rischiato di sporcare di polvere i miei pantaloni che erano in pericolosa prossimità, ha chiesto ai due di ringraziare il signore che si è alzato e spostato per far loro posto in modo che stessero tutti e tre vicini e perle rare di questo genere, che se fossero rispettate da tutti i genitori non staremmo qui oggi a parlare di questo, va bhe, insomma, dicevo, ho imparato questo e, soprattutto, ho appreso (due) una variante gallica del gioco sasso carta forbice che prevede, oltre a questi tre, l'introduzione a margine del buco, che, per la cronaca, perde con la carta perché la carta lo copre, ma vince con sasso e forbice perché essi cadono nel buco (ovviamente per capire tutto ciò ho spavaldamente chiesto al padre spiegazioni - leçon numero 2: poser des questions) e (tre) un simpaticissimo gioco per me assolutamente nuovo che sicuramente insegnerò anche ai miei figli se mai ne avrò; il gioco si intitola pas si et pas non e consiste nel porre delle domande-trabocchetto ai partecipanti, i quali, per non perdere, non dovranno mai rispondere, appunto, SI o NO. Es. tratto dalla realtà di ieri: Padre: sei contento della tua giornata? Figlio: sono contento della giornata (grasse risate di soddisfazione per aver saputo evitare il tranello); Padre: hai voglia adesso di andare a fare DODo (= nanna)? Figlio: nooo... e tacchete ha sbagliato.
Non è simpatico?!?
Chateau Rouge per una volta è arrivata davvero troppo in fretta.
martedì 19 aprile 2011
Sarò imparziale.
Sarò imparziale: vi racconterò quello che sta succedendo qui all'Ecole Normale Superieure (per gli amici ens, meglio ancora se pronunciato proprio ens, e non e-en-es, che fa così bo-bo...la prossima volta vi spiego anche questo che vuol dire ma adesso non ho tempo per eccessive divagazioni); mi piacerebbe infatti avere un riscontro da voi, o anche semplicemente che si sapesse come vanno le cose in un paese che se geograficamente è ad uno sputo da noi, da molti punti di vista è lontano anni luce. Cercherò - lo ripeto - di informarvi nel modo più imparziale possibile.
Quando sono tornata qui, due settimane fa, ho trovato la mensa chiusa e sbarrata: poiché nel cortile è pieno di operai che stanno facendo dei lavori di ristrutturazione, il mio primo pensiero è stato che anche nei locali di suddetta mensa si stessero attuando simili pratiche di imbiancatura e simili.
Nel contempo, però, ho trovato anche, appesi fuori dalla finestra della facciata dell'edificio principale, striscioni cartelli lenzuoli carta igienica e quant'altro a testimonianza di una protesta non meglio identificata (come sempre in questi casi accade, il vento sposta i lembi dei cartelli e dei lenzuoli impedendo che si capisca il messaggio che contengono, o meglio se ne capiscono solo brandelli) contro la direzione e a favore di più posti fissi.
Incontrando una signora che bazzica da più tempo di me in questo ambiente, mi sono pertanto informata sui motivi e soprattutto sui protagonisti di una simile protesta, e la sua risposta è stata che il personale dell'ENS (mi raccomando pronunciatelo per bene) si lamentava della precarietà dei contratti. Benvenuti nel club dei ricercatori precari ! - mi sono detta io indirizzandomi mentalmente ai compagni di lotta.
La mensa, però, continuava a restare chiusa.
Ebbene, è stato solo dopo una settimana che, grazie a numerosi articoli di giornale fotocopiati e incollati nei posti più impensati per divulgare la notizia che si parlava di loro anche nel grande mondo della Realtà, ho capito davvero come stavano le cose. Dunque: i dipendenti della MENSA della Normale (mensa che serve un bacino di persone vastissimo, dai dipendenti, agli studenti, ai visitatori come me, agli abitanti del quartiere... mensa che è anche caffetteria ed è anche civile luogo dove sedersi, al coperto, per mangiare un panino portato da casa) sono in SCIOPERO da 100 giorni (scusate, lo scrivo per esteso: cento giorni), perché i loro contratti sono a tempo DETERMINATO e non indeterminato. Da UN MESE, in aggiunta a ciò, gli studenti che sostengono questa protesta hanno occupato tutti gli uffici della direzione e della segreteria della Normale, barricandosi dietro scrivanie e sacchi a pelo.
Risultato: per ora nessuno, se non che non si mangia più ma che si possono sostenere i "Grevisti" (= coloro che fanno la grève, lo sciopero) acquistando rancidi panini venduti sulle scale della biblioteca e nutrirsi con essi (su che cosa mangio io, cf. qui).
Ecco. Tutto qui: finora ho cercato di essere imparziale, ma lasciatemi esprimere un amaro commento in fine pagina.
Bravi Francesi, occhei, che combattete per una dignità che noi da tempo abbiamo dimenticato, che non vi lasciate mettere i piedi in testa, che portate avanti le cose con determinazione... occhei...però il retrogusto cattivo che mi resta in bocca nel vedere il contrasto stridente tra chi attua l'occupazione - giovani virgulti di una scuola di eccellenza, avviati ai migliori impieghi di Francia, destinati a diventare la crème intellettuale e politica, figli di ottime famiglie, radical chic vestiti per finta in modo sciatto - e la dura, imperterrita, realtà delle cose e del lavoro precario, specie all'interno di strutture come le mense, in mano ormai tutte ad agenzie interinali, ecco, quel retrogusto, non me lo leva nessuno.
Quando sono tornata qui, due settimane fa, ho trovato la mensa chiusa e sbarrata: poiché nel cortile è pieno di operai che stanno facendo dei lavori di ristrutturazione, il mio primo pensiero è stato che anche nei locali di suddetta mensa si stessero attuando simili pratiche di imbiancatura e simili.
Nel contempo, però, ho trovato anche, appesi fuori dalla finestra della facciata dell'edificio principale, striscioni cartelli lenzuoli carta igienica e quant'altro a testimonianza di una protesta non meglio identificata (come sempre in questi casi accade, il vento sposta i lembi dei cartelli e dei lenzuoli impedendo che si capisca il messaggio che contengono, o meglio se ne capiscono solo brandelli) contro la direzione e a favore di più posti fissi.
Incontrando una signora che bazzica da più tempo di me in questo ambiente, mi sono pertanto informata sui motivi e soprattutto sui protagonisti di una simile protesta, e la sua risposta è stata che il personale dell'ENS (mi raccomando pronunciatelo per bene) si lamentava della precarietà dei contratti. Benvenuti nel club dei ricercatori precari ! - mi sono detta io indirizzandomi mentalmente ai compagni di lotta.
La mensa, però, continuava a restare chiusa.
Ebbene, è stato solo dopo una settimana che, grazie a numerosi articoli di giornale fotocopiati e incollati nei posti più impensati per divulgare la notizia che si parlava di loro anche nel grande mondo della Realtà, ho capito davvero come stavano le cose. Dunque: i dipendenti della MENSA della Normale (mensa che serve un bacino di persone vastissimo, dai dipendenti, agli studenti, ai visitatori come me, agli abitanti del quartiere... mensa che è anche caffetteria ed è anche civile luogo dove sedersi, al coperto, per mangiare un panino portato da casa) sono in SCIOPERO da 100 giorni (scusate, lo scrivo per esteso: cento giorni), perché i loro contratti sono a tempo DETERMINATO e non indeterminato. Da UN MESE, in aggiunta a ciò, gli studenti che sostengono questa protesta hanno occupato tutti gli uffici della direzione e della segreteria della Normale, barricandosi dietro scrivanie e sacchi a pelo.
Risultato: per ora nessuno, se non che non si mangia più ma che si possono sostenere i "Grevisti" (= coloro che fanno la grève, lo sciopero) acquistando rancidi panini venduti sulle scale della biblioteca e nutrirsi con essi (su che cosa mangio io, cf. qui).
Ecco. Tutto qui: finora ho cercato di essere imparziale, ma lasciatemi esprimere un amaro commento in fine pagina.
Bravi Francesi, occhei, che combattete per una dignità che noi da tempo abbiamo dimenticato, che non vi lasciate mettere i piedi in testa, che portate avanti le cose con determinazione... occhei...però il retrogusto cattivo che mi resta in bocca nel vedere il contrasto stridente tra chi attua l'occupazione - giovani virgulti di una scuola di eccellenza, avviati ai migliori impieghi di Francia, destinati a diventare la crème intellettuale e politica, figli di ottime famiglie, radical chic vestiti per finta in modo sciatto - e la dura, imperterrita, realtà delle cose e del lavoro precario, specie all'interno di strutture come le mense, in mano ormai tutte ad agenzie interinali, ecco, quel retrogusto, non me lo leva nessuno.
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