C'era una volta Tinni fifona.
C'era una volta una Tinni paurosa e fifona che se la faceva sotto in aereo, in montagna quando si annuvolava tutto e minacciava il temporale, in autostrada, sui ponti molto alti, nei parchi divertimenti e nelle strade buie delle città quando incrociava qualcuno con lo sguardo stanco e sfiduciato.
C'era una volta una Tinni così e che pensava di non poter cambiare più.
Poi, un giorno, come in tutte le storie che cominciano con il c'era una volta, Tinni ha incontrato una persona. Una persona normalissima come ce ne sono a bizzeffe nel mondo, una persona che amava indossare pantaloni corti in ogni stagione e che sudava tantissimo e che aveva grandi mani quasi più grosse della faccia di Tinni stessa; una persona che suonava maluccio la chitarra ma che faceva ridere sempre. E Tinni, con questa persona, ha passato un po' del suo tempo e ha incrociato i passi per, che so, un paio di settimane. E di tutto quel tempo insieme, di tutte le risate, le confidenze, le battute e le forchettate nello stesso piatto Tinni si ricorda con piacere, certo, ma c'è una cosa specifica che Tinni non dimenticherà mai e che oggi, in questa giornata di sole e di amicizia e di speranza, ha deciso di scrivere qui, in un posto dove probabilmente quella persona non tornerà più, ché ha scelto di camminare in un sentiero lontano lontano, ma chisseneimporta è casa mia e faccio quel che mi pare.
Insomma, Tinni e questa persona un po' speciale e un po' normale un giorno camminavano insieme per le strade grandi e nobili di una città che probabilmente i lettori più attenti sapranno indovinare qual è e Tinni aveva tanta pipì da fare e non c'erano bar all'orizzonte e neppure alberelli appartati e meno che mai biblioteche aperte.
Però c'era una toilette pubblica; pulita, accessibile, sorridente. Tutto sembrava perfetto ma davanti alla porta della toilette in questione campeggiavano tre homeless con cane feroce e volti poco accoglienti e sguardi sfiduciati e tipologie di atteggiamenti che tutto avrebbero stimolato in Tinni tranne che la voglia di passare a pochi centimetri da loro chiedendo permesso per entrare in quella dannata toilette pubblica.
Solo che la pipì era tanta.
Tinni si è voltata con aria dubbiosa verso la persona che la accompagnava con la consueta spensierata pazienza e nel suo viso non ha visto tentennamenti. Non solo non ha visto tentennamenti, ma non ha visto neppure rassicurazioni del tipo ehi bambola non temere ci sono qui io a proteggerti. Non ha visto proprio un bel niente. Perché quella persona guardava ai tre loschi ceffi come a gente normale, con la stessa indifferenza con cui osservi dal retrovisore il signore di mezza età che si pulisce con la lingua i denti controllandoli nel riflesso del vetro. Così.
Che poi lo so, io, che è uno sguardo difficile da descrivere, per chi non lo ha conosciuto, però - ci voglio provare lo stesso - era uno sguardo buono, scanzonato, tranquillo. Uno sguardo occhei, uno sguardo viva, uno sguardo perché no.
Sicché alla fine Tinni ha tirato un grosso respiro ed è entrata in bagno. Ha fatto quel che doveva fare e poi ha tirato l'acqua e alla fine di tutto è uscita di nuovo alla luce sotto il sole abbagliante e le nuvole veloci.
Ed è stata quell'immagine lì, quella che ha visto chiudendo la porta della toilette pubblica alle sue spalle, che non se la scorderà più - crede - per tutta la vita.
Perché quella persona, con tutto lo spazio possibile ed immaginabile che l'ampio spazio verde consentiva, la stava aspettando appoggiata alla ringhiera esattamente a pochi centimetri dai tre barboni sporchi e diffidenti e cattivi e minacciosi. E mentre la aspettava aveva quello sguardo di prima, quello sguardo dicevamo?, quello sguardo con il resto prendo due caramelle, grazie signora arrivederci. E i tre personaggi inquietanti avevano continuato la loro esistenza di siringhe e sbadigli senza degnarci di uno sguardo, senza nemmeno una parolaccia, senza una levata di sopracciglio. Va bene allora le aggiungo un cioccolatino al latte offre la casa buonasera a lei.
Vicini e diversi. Pazienti e sereni.
E - insomma, per concludere - quando ti dicono che l'unico vero stonato è il sordo perché non può ascoltare gli altri cantare, bhe, hanno ragione.
Hanno ragione perché Tinni ha ancora paura degli aerei, della montagna con i temporali, dei parchi divertimenti e dell'autostrada, ma quando è sera e aspetta l'autobus vicino ad un tizio con l'aria poco raccomandabile, vi assicuro, non può mai fare a meno di ricordare quel fotogramma, quel sorriso a mezza bocca, quell'indifferenza buona e gioca sempre ad imitarla un poco.
MOLTEPLICI INIZI.
A proposito di:
interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.
Visualizzazione post con etichetta Bagni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bagni. Mostra tutti i post
giovedì 12 gennaio 2012
venerdì 3 giugno 2011
Pipì a Parigi
Avrei voluto riemergere dalla mia trionfale settimana turistica con un ingresso spumeggiante, con un post filosofico, con una riflessione sui massimi sistemi.
Come potete notare agevolmente dal titolo, non sarà così.
Vorrei riprendere i miei contatti con la Blogosfera, infatti, con un breve documentario a proposito del sistema di bagni pubblici parigini.
Non c'è infatti miglior occasione che quella del turismo sfrenato per la città (specie se unito a scorpacciata senza freni di ciliegie del tuo giardino impacchettate con genitoriale cura e inviate insieme all'ospite) per poter sperimentare ciò che una città offre quanto a soddisfazione dei bisogni primari.
In questa città ci ho vissuto già parecchio, ma devo ammettere che quegli scatoloni di plastica senza finestre, color grigione, che si ergevano ogni tanto all'angolo di qualche via conosciuta ostentando la scritta toilettes, non avevano mai suscitato la mia fiducia: forse il ricordo dei temibili bagni chimici che si possono trovare di tanto in tanto nelle città italiane, in fondo non dissimili per struttura quadratiforme esterna non permetteva una lucida valutazione del fenomeno, ma fatto sta che non vi ero mai entrata.
Ma già il fatto che sopra a ciascuna di esse troneggiasse una adorabile cartina del quartiere con tanto di pallino rosso voi siete qui avrebbe dovuto mettermi in guardia da un facile quanto erroneo snobismo.
La verità è che le toilettes parigine hanno velocemente scalato la mia classifica delle dieci cose migliori di Parigi soppiantando (quasi) tutto il resto e hanno lasciato una breccia indelebile nel mio tinnico cuore.
Innanzitutto, sono gratuite. Primo momento di commozione.
Secondariamente, sono pulite e non puzzano.
Terziariamente, sono ovunque e segnalate nelle cartine allo stesso modo che i Velib'.
Come è possibile tutto ciò, vi chiederete voi? Ovviamente il sito Paris.fr ha una sezione dedicata in proposito, ma non per questo mi priverò del godurioso piacere di spiegarvi passo dopo passo il loro funzionamento.
Dunque, fuori da ogni cesso ci sono quattro lucine: se la prima è accesa (come indica una apposita iscrizione in quattro lingue collocata sotto di essa), significa che il bagno è libero. Bene, potete entrare: al vostro ingresso, si accenderà la seconda luce, indicando, per chi sta fuori, che la toilette è occupata. Non appena entrati, vi accoglierà un piacevole ambiente, spazioso, lindo, profumato e microfonato, con tanto di specchio, water e lavandino. Buongiorno - vi dirà la voce metallica - la toilette è ora chiusa automaticamente da dentro. Un brivido di paura vi percorrerà forse la schiena al pensiero di essere ermeticamente inscatolati lì dentro, ma non dovete temere: la voce sarà sempre con voi in ogni istante del vostro delicato percorso fisiologico.
Potete a questo punto espellere ciò che dovete espellere nell'apposito water. Al vostro rialzarsi dalla tavoletta, però, non troverete il solito, banale, untuoso bottone dello sciacquone, bensì due bottoni, uno con una gocciolina e uno con tre: avete dunque l'onore e il piacere di scegliere quale tipo di lavaggio far seguire alla vostra dipartita; se avete depositato una consistente massa di rifiuti organici, è preferibile scegliere un lavaggio da tre goccine, se avete invece la vescica timida (cit.) e sono uscite solo poche goccioline, allora, con un'attenzione allo sviluppo sostenibile, è il caso che selezionate la goccina semplice.
Potete allora dirigervi verso la zona lavandino, dove una telecamera percepirà il passaggio delle vostre mani la prima volta, con conseguente lancio di sapone (di ottima fattura, peraltro), e la seconda, con conseguente discesa di getto di acqua.
Dopo un'ultima controllatina nello specchio lindo sulla vostra destra, sarà quindi arrivato il momento di uscire: la voce metallica vi ricorderà a questo punto il tipo di lavaggio selezionato, nel caso ci aveste ripensato, e vi saluterà cordialmente.
Voi uscirete, così, con le mani pulite e il sorriso sulla faccia, mentre, nel frattempo, sarà entrata in funzione la terza lucina, cioè quella che indica che il lavaggio e l'igienizzazione del bagno sta avendo luogo: il cesso sarà inaccessibile per qualche minuto, salvo ritornare libero una volta terminato il processo.
La quarta lucina è quella che segnala il guasto del bagno, ma non l'ho mai vista in funzione.
Ah, dimenticavo: l'utilizzo del bagno è limitato a 20 minuti, al termine dei quali la porta si aprirà magicamente mostrando le vostre pudenda al mondo intero ed evitando così accampamenti di senza tetto all'interno.
Io a questo punto mi chiedo: ma è così difficile prendere in mano un telefono, comporre il numero della Mairie de Paris, e chiedere il progetto di queste meraviglie per copiarle anche da noi?
Come potete notare agevolmente dal titolo, non sarà così.
Vorrei riprendere i miei contatti con la Blogosfera, infatti, con un breve documentario a proposito del sistema di bagni pubblici parigini.
Non c'è infatti miglior occasione che quella del turismo sfrenato per la città (specie se unito a scorpacciata senza freni di ciliegie del tuo giardino impacchettate con genitoriale cura e inviate insieme all'ospite) per poter sperimentare ciò che una città offre quanto a soddisfazione dei bisogni primari.
In questa città ci ho vissuto già parecchio, ma devo ammettere che quegli scatoloni di plastica senza finestre, color grigione, che si ergevano ogni tanto all'angolo di qualche via conosciuta ostentando la scritta toilettes, non avevano mai suscitato la mia fiducia: forse il ricordo dei temibili bagni chimici che si possono trovare di tanto in tanto nelle città italiane, in fondo non dissimili per struttura quadratiforme esterna non permetteva una lucida valutazione del fenomeno, ma fatto sta che non vi ero mai entrata.
Ma già il fatto che sopra a ciascuna di esse troneggiasse una adorabile cartina del quartiere con tanto di pallino rosso voi siete qui avrebbe dovuto mettermi in guardia da un facile quanto erroneo snobismo.
La verità è che le toilettes parigine hanno velocemente scalato la mia classifica delle dieci cose migliori di Parigi soppiantando (quasi) tutto il resto e hanno lasciato una breccia indelebile nel mio tinnico cuore.
Innanzitutto, sono gratuite. Primo momento di commozione.
Secondariamente, sono pulite e non puzzano.
Terziariamente, sono ovunque e segnalate nelle cartine allo stesso modo che i Velib'.
Come è possibile tutto ciò, vi chiederete voi? Ovviamente il sito Paris.fr ha una sezione dedicata in proposito, ma non per questo mi priverò del godurioso piacere di spiegarvi passo dopo passo il loro funzionamento.
Dunque, fuori da ogni cesso ci sono quattro lucine: se la prima è accesa (come indica una apposita iscrizione in quattro lingue collocata sotto di essa), significa che il bagno è libero. Bene, potete entrare: al vostro ingresso, si accenderà la seconda luce, indicando, per chi sta fuori, che la toilette è occupata. Non appena entrati, vi accoglierà un piacevole ambiente, spazioso, lindo, profumato e microfonato, con tanto di specchio, water e lavandino. Buongiorno - vi dirà la voce metallica - la toilette è ora chiusa automaticamente da dentro. Un brivido di paura vi percorrerà forse la schiena al pensiero di essere ermeticamente inscatolati lì dentro, ma non dovete temere: la voce sarà sempre con voi in ogni istante del vostro delicato percorso fisiologico.
Potete a questo punto espellere ciò che dovete espellere nell'apposito water. Al vostro rialzarsi dalla tavoletta, però, non troverete il solito, banale, untuoso bottone dello sciacquone, bensì due bottoni, uno con una gocciolina e uno con tre: avete dunque l'onore e il piacere di scegliere quale tipo di lavaggio far seguire alla vostra dipartita; se avete depositato una consistente massa di rifiuti organici, è preferibile scegliere un lavaggio da tre goccine, se avete invece la vescica timida (cit.) e sono uscite solo poche goccioline, allora, con un'attenzione allo sviluppo sostenibile, è il caso che selezionate la goccina semplice.
Potete allora dirigervi verso la zona lavandino, dove una telecamera percepirà il passaggio delle vostre mani la prima volta, con conseguente lancio di sapone (di ottima fattura, peraltro), e la seconda, con conseguente discesa di getto di acqua.
Dopo un'ultima controllatina nello specchio lindo sulla vostra destra, sarà quindi arrivato il momento di uscire: la voce metallica vi ricorderà a questo punto il tipo di lavaggio selezionato, nel caso ci aveste ripensato, e vi saluterà cordialmente.
Voi uscirete, così, con le mani pulite e il sorriso sulla faccia, mentre, nel frattempo, sarà entrata in funzione la terza lucina, cioè quella che indica che il lavaggio e l'igienizzazione del bagno sta avendo luogo: il cesso sarà inaccessibile per qualche minuto, salvo ritornare libero una volta terminato il processo.
La quarta lucina è quella che segnala il guasto del bagno, ma non l'ho mai vista in funzione.
Ah, dimenticavo: l'utilizzo del bagno è limitato a 20 minuti, al termine dei quali la porta si aprirà magicamente mostrando le vostre pudenda al mondo intero ed evitando così accampamenti di senza tetto all'interno.
Io a questo punto mi chiedo: ma è così difficile prendere in mano un telefono, comporre il numero della Mairie de Paris, e chiedere il progetto di queste meraviglie per copiarle anche da noi?
sabato 13 novembre 2010
Petit coin
Per commemorare l'uscita del nuovo sondaggio, voglio condividere con voi qualche ricordo random di wc pubblici che hanno lasciato un segno indelebile nella mia vissuta esperienza di postulante vagabonda di toilettes.
Ho sempre odiato chi, al primissimo parlare di bagni, defecazioni, bisogni, sporcizia, pipì, mestruazioni e quant'altro, si scandalizza e impone un religioso silenzio in nome di una non meglio chiarita legge di decenza. Quando ero bambina, ci rimanevo sempre molto male e trovavo che venisse lesa la mia più sincera ed elementare libertà di espressione. Bene, è giunto ora il momento di vendircarmi, proprio con un bel post sui cessi.
Il peggior bagno pubblico dove mi sia mai capitato di evacuare non è facile da dimenticare: festival della letteratura, Mantova, bellissima città, fantastica atmosfera, bar promettente. Bagno in un sotterraneo, un mezzo metro quadro di ampiezza, turca, pavimento che non si riusciva a capire se era più sporco sulla turca o intorno ad essa, nessun sistema di chiusura, nessuna finestra, tanfo pazzesco, animaletti vaganti.
Terribili sono anche, incredibilmente, i bagni della facoltà di lettere di Roma3, dipartimento di studi sul mondo antico: al posto dell'anitra wc pare usino succo di pomodoro avariato, visto che la parte inferiore del water presenta inquietanti righe rosse anche appena si è tirata l'acqua; lo sciacquone, inoltre, si ricarica dopo circa mezz'ora dall'uso: si consiglia ai gruppi di amici di tenerne conto e di usare - ecologicamente - un'unico scarico per più di un'"emissione".
Meraviglioso, luccicante, degno dei migliori alberghi a 5 stelle, è invece, e se passate di lì ve lo consiglio proprio, il bagno del bar di piazza Venezia che trovate nel lato della piazza di fronte all'altare della patria, verso l'angolo. Unico neo: il water per handicappati....voi non lo trovate imbarazzante? io non ci arrivo (non sono altissima).... :(
Sfatiamo poi un mito duro a crollare: i cessi della biblioteca di lettere dell'università della svizzerissima Losanna sono o-r-r-i-d-i, e la cosa incredibile è che li lavano tre, quattro volte al giorno: traetene voi le debite conclusioni sulle abitudini igieniche degli studenti d'oltralpe.
Non tradiscono mai, invece, un po' come i bagni degli autogrill, le toilettes dei musei, sperimentate come ancore di salvezza durante le vacanze più spartane, o come luoghi di momentaneo sollievo dopo maratone artistiche di intere giornate: sempre puliti, ordinati, profumati, con carta igienica in abbondanza, acqua che si aziona automaticamente e piastrelle dai colori garbati. Da non perdere, ovunque vi troviate, ad Atene come a Parigi, a Roma come a Londra. Anche qui, un solo, marginale, difetto: gli asciugatori di mani ad aria; io mi spazientisco sempre e finisco con l'asciugarmi nella camicetta...
..e voi? ricordi indelebili di bagni pubblici, ne avete?
P.s. (votatevotatevotatevotate...stavolta dobbiamo superare la barriera degli 8 voti!!!)
Ho sempre odiato chi, al primissimo parlare di bagni, defecazioni, bisogni, sporcizia, pipì, mestruazioni e quant'altro, si scandalizza e impone un religioso silenzio in nome di una non meglio chiarita legge di decenza. Quando ero bambina, ci rimanevo sempre molto male e trovavo che venisse lesa la mia più sincera ed elementare libertà di espressione. Bene, è giunto ora il momento di vendircarmi, proprio con un bel post sui cessi.
Il peggior bagno pubblico dove mi sia mai capitato di evacuare non è facile da dimenticare: festival della letteratura, Mantova, bellissima città, fantastica atmosfera, bar promettente. Bagno in un sotterraneo, un mezzo metro quadro di ampiezza, turca, pavimento che non si riusciva a capire se era più sporco sulla turca o intorno ad essa, nessun sistema di chiusura, nessuna finestra, tanfo pazzesco, animaletti vaganti.
Terribili sono anche, incredibilmente, i bagni della facoltà di lettere di Roma3, dipartimento di studi sul mondo antico: al posto dell'anitra wc pare usino succo di pomodoro avariato, visto che la parte inferiore del water presenta inquietanti righe rosse anche appena si è tirata l'acqua; lo sciacquone, inoltre, si ricarica dopo circa mezz'ora dall'uso: si consiglia ai gruppi di amici di tenerne conto e di usare - ecologicamente - un'unico scarico per più di un'"emissione".
Meraviglioso, luccicante, degno dei migliori alberghi a 5 stelle, è invece, e se passate di lì ve lo consiglio proprio, il bagno del bar di piazza Venezia che trovate nel lato della piazza di fronte all'altare della patria, verso l'angolo. Unico neo: il water per handicappati....voi non lo trovate imbarazzante? io non ci arrivo (non sono altissima).... :(
Sfatiamo poi un mito duro a crollare: i cessi della biblioteca di lettere dell'università della svizzerissima Losanna sono o-r-r-i-d-i, e la cosa incredibile è che li lavano tre, quattro volte al giorno: traetene voi le debite conclusioni sulle abitudini igieniche degli studenti d'oltralpe.
Non tradiscono mai, invece, un po' come i bagni degli autogrill, le toilettes dei musei, sperimentate come ancore di salvezza durante le vacanze più spartane, o come luoghi di momentaneo sollievo dopo maratone artistiche di intere giornate: sempre puliti, ordinati, profumati, con carta igienica in abbondanza, acqua che si aziona automaticamente e piastrelle dai colori garbati. Da non perdere, ovunque vi troviate, ad Atene come a Parigi, a Roma come a Londra. Anche qui, un solo, marginale, difetto: gli asciugatori di mani ad aria; io mi spazientisco sempre e finisco con l'asciugarmi nella camicetta...
..e voi? ricordi indelebili di bagni pubblici, ne avete?
P.s. (votatevotatevotatevotate...stavolta dobbiamo superare la barriera degli 8 voti!!!)
Iscriviti a:
Post (Atom)