Un'ipotesi, è solo un'ipotesi. Ma credo di poter dire anch'io la mia, da stasera, sui motivi fondi più fondi per cui, a metà di giugno di ogni anno a questa parte, è con crepitante stupore che si guarda all'orologio del cruscotto della macchina, la sera, quando il sole sembra davvero non voler calare mai il suo sipario.
Sono le nove e c'è ancora luce! - ma, esattamente, perché?
Forse - ed è solo un'ipotesi, la mia - perché la donna dritta e severa che portava a spasso il pelosissimo cane bianco, lungo i bordi del cimitero, stasera, potesse continuare a leggere dal libro aperto nella mano destra - nella sinistra era il guinzaglio; uno di quei libri nobili, dritti e severi, con la copertina rigida che si ergeva seria tra due coppie di dita e le righe strette l'una nell'altra. E lei, camminando lenta, vi leggeva ancora. Forse per permettere a ciascuno di noi - alla parte più nobile, dritta e severa di ciascuno di noi - di portare sempre con sé un paio di copertine rigide dentro alle quali consultare e consultarci, fino a tarda sera, fino all'ultimo lampione della strada, sbadigliando composti.
Forse - mi verrebbe da pensare, ma in via del tutto ipotetica, sia chiaro - per non confondere i gusti di granita nei bicchieri bianchi a righe tutti uguali, quando la sera di un giorno divenuto sempre pre-festivo allunga i suoi passi davanti ai bambini ed ai ragazzi, stiracchiandosi dopo un anno di banchi, e io ho preso amarena tu cosa? - fammene assaggiare un po', uso la mia cannuccia così non ti passo il raffreddore.
Forse per permettere al pittore del cielo di pulire con più cura i pennelli del rosa, là in alto, e più in basso quelli del rosso, prima di riavvolgere le tele e lasciare il posto alle donne che cuciono le stelle sulla coperta di colore blu. Forse per far sentire meno sole le luci avide dei supermercati stanchi, mentre l'ultima cassiera trascina i passi tra i corridoi ubbidienti, e la sua auto, sola, la aspetta poco fuori nel parcheggio denudato.
O forse ancora per accompagnare, lenta, la lettura delle ultime pagine di studio, la mia lettura, quella spolverata di ultimi sguardi impazienti che domani scorreranno su domande d'esame; per avvolgerla dolce, per spingerla verso la porta, verso la cena, verso la fine, arrivando a calibrare le particelle di luce in un inesorabile e dolciastro addio. Basta, è notte: chiudo i libri e apro il cuore.
MOLTEPLICI INIZI.
A proposito di:
interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.
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lunedì 10 giugno 2013
giovedì 20 settembre 2012
Washing up
Cosa significa, se sono le due e venti di un pomeriggio sornione e tu crolli nel sonno più morbido aggomitolata tra le braccia di un'amica mentre dalla stanza a fianco arriva il ringhiare allegro dei piatti tra il lavello e l'acquaio (non il segno, intendo)? Che cosa significa - oltre al fatto che lo studio e le parole ti hanno annodato la lingua e cullato il cervello - se al principio di questo nuovo pezzo di giornata il clangore inconsulto ed indisciplinato di stoviglie che qualcun altro maldestramente tiene a bada, nella tua cucina, ti fascia come lana morbida e materna in fredde notti d'infanzia? Che significa, se d'improvviso ami quel borbottìo appuntito ed ondeggiante ed è proprio da lui, da quei piatti feroci, che ti fai condurre, lieta, al porto sepolto del buon sonno?
Vorrà forse dire qualcosa, se non riesci a staccarne la mano, da quel turbolento accozzare di porcellane, e ti ci perdi dentro, al suo palmo, per poi svegliarti, riposata e timorosa, proprio quando lui, di soppiatto, fa scivolare le sue dita lontano e quel concerto sgraziato, da un minuto all'altro, cessa?
Cosa significa, se ti addormenti - tu che di solito senza tappi non prendi sonno nemmeno a pagare - mentre un amico, pochi metri e un muro più in là, lava dei piatti unti di risa e ricchi di antica sapienza; cosa significa, se ti risvegli appena termina, lento e pacioso come suo solito, e allora sollevi lo sguardo come ti mancasse un pezzo di musica?
Forse, semplicemente, oltre al fatto che lo studio e le parole ti hanno annodato lingua e ciglia, oltre al fatto che il letto è il migliore amico dell'uomo, oltre al fatto che sono pur sempre le due e venti di un pomeriggio sornione, forse significa anche - ma solo un poco - che non importa quali mobili ci siano, nella tua vita; non importa se sono ikea, riusati, logori o di desain: importa che la tua stanza sia arredata, perché tu ti possa sentire a casa. Che non importa se dentro ci sono amici, gatti o soltanto voci ed echi lontani; se ridono, tacciono o scelgono parole d'ordine; perché quella sia una famiglia. Che non conta tanto lo spessore, la morbidezza l'ordine o men che meno la pulizia, dei cuscini. Conta che, nel letto dove ti addormenti finalmente un po' felice, di cuscini ce ne siano (almeno) due. E se uno dei due avrà voglia di lavare i piatti del pranzo, tanto meglio. Altrimenti, pazienza.
Vorrà forse dire qualcosa, se non riesci a staccarne la mano, da quel turbolento accozzare di porcellane, e ti ci perdi dentro, al suo palmo, per poi svegliarti, riposata e timorosa, proprio quando lui, di soppiatto, fa scivolare le sue dita lontano e quel concerto sgraziato, da un minuto all'altro, cessa?
Cosa significa, se ti addormenti - tu che di solito senza tappi non prendi sonno nemmeno a pagare - mentre un amico, pochi metri e un muro più in là, lava dei piatti unti di risa e ricchi di antica sapienza; cosa significa, se ti risvegli appena termina, lento e pacioso come suo solito, e allora sollevi lo sguardo come ti mancasse un pezzo di musica?
Forse, semplicemente, oltre al fatto che lo studio e le parole ti hanno annodato lingua e ciglia, oltre al fatto che il letto è il migliore amico dell'uomo, oltre al fatto che sono pur sempre le due e venti di un pomeriggio sornione, forse significa anche - ma solo un poco - che non importa quali mobili ci siano, nella tua vita; non importa se sono ikea, riusati, logori o di desain: importa che la tua stanza sia arredata, perché tu ti possa sentire a casa. Che non importa se dentro ci sono amici, gatti o soltanto voci ed echi lontani; se ridono, tacciono o scelgono parole d'ordine; perché quella sia una famiglia. Che non conta tanto lo spessore, la morbidezza l'ordine o men che meno la pulizia, dei cuscini. Conta che, nel letto dove ti addormenti finalmente un po' felice, di cuscini ce ne siano (almeno) due. E se uno dei due avrà voglia di lavare i piatti del pranzo, tanto meglio. Altrimenti, pazienza.
lunedì 7 marzo 2011
Ciao
Oggi non ho cose mirabolanti da raccontare.
Sarà che ho passato un allegro week-end di paura in preda ad ansie psico-fisiche che hanno esaurito le mie energie (e che per fortuna si sono rapidamente risolte facendomi tornare alla mente due versi di un poeta impareggiabile per conoscenza dei moti dell'animo umano), sarà che la calma interiore risultata dalla risoluzione di dette ansie ha rinsecchito la mia vena tinnicamente polemica, sarà che boh, fatto sta che non mi viene alla mente un'idea simpatica nemmeno a pagarla.
Però volevo salutare ugualmente i miei numeroserrimi lettori e lasciare un segno di me su queste labili pagine della rete, pertanto: Ciao.
...
Anzi no, una cosa da dire mi è venuta in mente, che più che una cosa è una domanda: non pensate anche voi che l'attitudine della persona che vi sta a fianco durante lo svolgimento del vostro lavoro quotidiano (il vicino di tavolo in biblioteca, il collega della scrivania accanto, il compagno di banco e via dicendo) sia di vitale importanza per il corretto adempimento dei vostri obblighi? Mi spiego meglio: io, di solito, lo chiamo Modello di studio (dato il mio lavoro quotidiano che consiste nello stare seduta ad un tavolo di biblioteca a produrre "ricerca") e lo ricerco con tutti i miei sforzi, pur non riuscendo, se non in rari casi, a trovarlo e a tenermelo stretto per più giorni di fila: è una persona che si siede accanto a te e, nonostante possegga un computer portatile e una connessione ad internet, studia tutto il giorno, con pochissime pause-cazzeggio, un quasi nullo utilizzo di Facebook, una minimale consultazione di blog e giornali, un impiego pari a zero della chat. E tutto questo con una grande dose di semplicità e umiltà, non sbuffando, o dandosi arie da filologo umanista, o ancora peggio lamentandosi del carico di lavoro. Ecco, io, quando ho trovato un M.d.S., in quella giornata lì produco un casino: appena alzo la testa per una pausa, mi cade l'occhio sul suo schermo sul quale campeggia al 99 per cento del tempo una ligia pagina di Word, e, zac!, subito mi viene voglia di emularlo, di non farmi tentare dalle lusinghe di anobii o di Blogger bacheca, di rimettermi sul mio testo e di fare ancora un passo in avanti, e poi ancora un altro, fino alla pausa pranzo o all'ora di chiusura. Nulla di tutto ciò, invece, quando noto il mio compare alle prese con le foto della ex-fidanzata su FB, o con www.nuovetendenzedellamoda.it aperto, o con Skype che lampeggia per un nuovo messaggio istantaneo. In quel caso, mi dico: eh bhe, che male c'è? e anche io mi concedo una pausa internet, che poi si fa lunga, sempre più lunga, ed ormai è quasi ora di pranzare, aspetta che getto uno sguardo al blog dello Scorfano, e chissà cosa ha scritto oggi l'Ipazia e --bum, giornata sprecata.
Ecco, io mi chiedevo dunque se è così anche per chi fa lavori "veri", in un negozio magari, o in un ufficio: contano così tanto anche per voi i colleghi e la loro maniera di affrontare il lavoro?
E ancora: ma è poi giusto, farsi influenzare così tanto dagli altri? Non dovremmo avere la voglia o il senso del dovere insito in noi stessi, a prescindere da chi ci sta intorno?
Di nuovo Ciao, a tutti.
Sarà che ho passato un allegro week-end di paura in preda ad ansie psico-fisiche che hanno esaurito le mie energie (e che per fortuna si sono rapidamente risolte facendomi tornare alla mente due versi di un poeta impareggiabile per conoscenza dei moti dell'animo umano), sarà che la calma interiore risultata dalla risoluzione di dette ansie ha rinsecchito la mia vena tinnicamente polemica, sarà che boh, fatto sta che non mi viene alla mente un'idea simpatica nemmeno a pagarla.
Però volevo salutare ugualmente i miei numeroserrimi lettori e lasciare un segno di me su queste labili pagine della rete, pertanto: Ciao.
...
Anzi no, una cosa da dire mi è venuta in mente, che più che una cosa è una domanda: non pensate anche voi che l'attitudine della persona che vi sta a fianco durante lo svolgimento del vostro lavoro quotidiano (il vicino di tavolo in biblioteca, il collega della scrivania accanto, il compagno di banco e via dicendo) sia di vitale importanza per il corretto adempimento dei vostri obblighi? Mi spiego meglio: io, di solito, lo chiamo Modello di studio (dato il mio lavoro quotidiano che consiste nello stare seduta ad un tavolo di biblioteca a produrre "ricerca") e lo ricerco con tutti i miei sforzi, pur non riuscendo, se non in rari casi, a trovarlo e a tenermelo stretto per più giorni di fila: è una persona che si siede accanto a te e, nonostante possegga un computer portatile e una connessione ad internet, studia tutto il giorno, con pochissime pause-cazzeggio, un quasi nullo utilizzo di Facebook, una minimale consultazione di blog e giornali, un impiego pari a zero della chat. E tutto questo con una grande dose di semplicità e umiltà, non sbuffando, o dandosi arie da filologo umanista, o ancora peggio lamentandosi del carico di lavoro. Ecco, io, quando ho trovato un M.d.S., in quella giornata lì produco un casino: appena alzo la testa per una pausa, mi cade l'occhio sul suo schermo sul quale campeggia al 99 per cento del tempo una ligia pagina di Word, e, zac!, subito mi viene voglia di emularlo, di non farmi tentare dalle lusinghe di anobii o di Blogger bacheca, di rimettermi sul mio testo e di fare ancora un passo in avanti, e poi ancora un altro, fino alla pausa pranzo o all'ora di chiusura. Nulla di tutto ciò, invece, quando noto il mio compare alle prese con le foto della ex-fidanzata su FB, o con www.nuovetendenzedellamoda.it aperto, o con Skype che lampeggia per un nuovo messaggio istantaneo. In quel caso, mi dico: eh bhe, che male c'è? e anche io mi concedo una pausa internet, che poi si fa lunga, sempre più lunga, ed ormai è quasi ora di pranzare, aspetta che getto uno sguardo al blog dello Scorfano, e chissà cosa ha scritto oggi l'Ipazia e --bum, giornata sprecata.
Ecco, io mi chiedevo dunque se è così anche per chi fa lavori "veri", in un negozio magari, o in un ufficio: contano così tanto anche per voi i colleghi e la loro maniera di affrontare il lavoro?
E ancora: ma è poi giusto, farsi influenzare così tanto dagli altri? Non dovremmo avere la voglia o il senso del dovere insito in noi stessi, a prescindere da chi ci sta intorno?
Di nuovo Ciao, a tutti.
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