MOLTEPLICI INIZI.


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interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.
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lunedì 26 agosto 2013

Scampoli

Che poi uno va in vacanza, attraversa frontiere stati e monete, pianta tende, impara a nuotare, tocca pietre e inciampa in rovine, e alla fine, pensa te, si mette davanti alla tastiera per tessere l'elogio del proprio lenzuolo. E nemmeno poi di tutto il lenzuolo, ma soltanto di quella significativa fetta di lenzuolo che allunghiamo le dita a sfiorare quando un battito di vita dal mondo esterno ci ridesta dal primo sonno - ma che dico dal primo, dal primissimo sonno: da quella doppia manciata di minuti di affondo nel morbido nulla dacché abbiamo guardato per l'ultima volta l'orologio.
Ed è allora che, in risposta ad un richiamo amico e gentile - un uccello esagitato, un trillo del cellulare, un parcheggio rombante sulla ghiaia - stiriamo braccia e mani ad afferrare quel caldo compagno di pace, il lembo del lenzuolo più vicino, ed è a lui - e soltanto a lui - che confidiamo, taciti e loquaci come solo ai margini del sonno si può essere, il nostro mieloso entusiasmo per tutte le ore che ancora abbiamo davanti da dormire, in quel sobbalzo di veglia che sa di sete e di amore.
Come quando nostra madre si ripiegava lenta sul letto per rimboccarci le coperte, come quando ci siamo svegliati nel buio e per la prima volta abbiamo sentito un altro respiro in controcanto sul nostro, come tutte le volte che si è pensato domani è domenica, come ogni primo lampone sul sentiero, ogni istante in cui abbiamo girato il dorso di una cartolina per leggervi ciò che già sapevamo, ogni farfalla che si credeva vespa, ogni bottone ricucito.

E alle volte mi sembra un po' di esserlo anche io, per te, quello scampolo di lenzuolo di cui già conosci il numero di centimetri di lontananza, scivolando la mano a sinistra del cuscino; e ugualmente non ti stanchi a bisbigliargli sornione, sera dopo sera, che pure questa volta hai terminato con successo la tua giornata e hai anche già assaggiato un pezzo di dolce, trafugandolo dal forno ancora caldo, senza farti vedere dalla cuoca. 
(E' buonissimo, per nulla bruciato; figurati, ne ho preso un boccone anche per te).

mercoledì 6 giugno 2012

Mollare la presa

Questa notte ho fatto un brutto sogno, come capita ogni tanto a tutti e quindi anche a me. Non ricordo i contorni, i tempi, i luoghi, e neppure i volti, ma posso chiaramente distinguere che, ad un certo punto, in questo sogno io camminavo a fianco di qualcuno, poi gli prendevo la mano e dopo un po' di tempo quel qualcuno staccava il suo palmo dal mio e mi lasciava la stretta.

E per quell'attimo, per quel misero e fastidioso istante di contatto frustrato, per quel milligrammo di cattiveria e quel centimetro di offesa, beh chiamatemi pirla ma stamattina mi sono svegliata con il mal di testa da brutti sogni.

Perché - nei sogni nei blog e anche nella vita vera - lasciare le mani di qualcuno che le ha appoggiate senza tante pretese sopra ai tuoi palmi, secondo me dovrebbe essere punito a norma di legge. O quantomeno bisognerebbe inserire tra i diritti internazionali dell'uomo e del cittadino quello di potersi accoccolare nelle falangi di qualcuno senza che gli vengano rotte le scatole. Mi promettete che non lo farete più, se vi ricapita? O che continuerete - tinnicamente - a non farlo?

Che fastidio ti dava - vorrei chiedere al misterioso personaggio del mio sogno - il fatto che qualcuno di simpatico (perché si trattava pur sempre di me stessa) avesse deciso di ondeggiare il braccio sinistro allo stesso ritmo del tuo braccio di destra? Non te lo hanno mai spiegato, che due paia di occhi vedono meglio il sentiero, rispetto a due? Che per ogni battutista ci vuole una spalla e per ogni pentola un coperchio?

Ma purtroppo anche io - che, ahimé, predico bene e razzolo male - ho lasciato tante di quelle mani, lungo questi ventotto anni di marciapiedi, che ne ho perso addirittura il conto. Mani che avevo amato con troppa furia; mani che non avevo tempo di cullare; mani troppo banali per me e mani troppo esuberanti. A tutte loro, da questo etere caldo e cinguettante, non posso che chiedere scusa, augurandomi - anche se non sarà di certo stato facile - che abbiano trovato, nel tempo, palmi più simpatici ma soprattutto più fedeli dei miei.

Però da oggi non voglio mollarle più, le mani che scelgono le mie falangi come cuscino per una sera sotto le stelle. Voglio preparar loro un pasto leggero, a pranzo, e sussurrare buonanotte magari non tutte le sere ma almeno una volta a settimana, portarle a spasso sulla panda sporca e polverosa, accompagnarle a fare spese e a provare abiti per matrimoni. Metterle comode, insomma. Ché io c'ho i palmi piccoli ma piegando un po' le gambe, dentro, ci si sta benone lo stesso.

E se avrò caldo, se suderò, se sarò stanca di ondeggiare il mio braccio sinistro e se l'anello mi stringerà troppo al dito, beh, ci sarà pur sempre spazio per una giravolta plateale che cambi parte, cambi braccio, cambi mano, ma senza cambiare compagnia.

giovedì 9 giugno 2011

Onirico

Stanotte ho fatto un sogno bizzarro. Sì, lo so che - come saggiamente afferma Plus1-etc. i propri sogni non si dovrebbe raccontarli a chicchessia (bellissima perla lessicale, peraltro), però sono sicura che questo vi piacerà. E, giuro, è tutto vero.

Stanotte ho sognato che per qualche strano motivo dovevo restare in lunga attesa di un fantomatico treno nella stazione della città in cui vive lo Scorfano: non so peraltro che città fosse, mi ricordo solo che c'erano molte salite. Per questo motivo, dunque, il caritatevole S. mi invitava a passare la serata chez lui, in compagnia dei seguenti elementi: la sua fidanzata, il Disagiato e altri non meglio noti.

Tinni ovviamente acconsentiva entusiasticamente. Veniva pertanto condotta nella magione del suddetto, che, contrariamente a quanto da lui recentemente affermato, si trovava non sul lago, bensì nello scantinato di una canonica (?): la festa a casa sua comprendeva dunque anche un prete, alias il padrone dell'immobile. Dovete infatti sapere che - secondo quanto mi raccontava nel corso della serata la fidanzata (che nel sogno era portoricana e assomigliava alla tizia che vedo tutti i giorni nella cucina del III piano della Maison) Scorfy non aveva una lira, perché aveva eroicamente scelto di lasciare un remunerativo lavoro a Genova (?) per tornare ad insegnare sui banchi di scuola, NON pagato, ma rispondendo ad una accorata richiesta epistolare dei suoi ex-alunni, che gli chiedevano di tornare tra loro. Ma, non percependo stipendio, poteva permettersi solo l'affitto della sotto-canonica.
Terminata la parte straziante del sogno, faceva quindi il suo ingresso trionfale il Disagiato, che era una mezza via tra Elvis Priestley, Jim Carrey, con il sorriso di un gatto sornione, ma era di poche parole. E portava una giacca di pelle nera.

Fine del sogno.

Ah, no, dimenticavo: la stanza era anche piena di amici loro che mi stringevano la mano dicendo che ero una delle loro blogger preferite. Ok, questo dettaglio non c'è bisogno dello psicanalista per analizzarlo.