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mercoledì 8 settembre 2010

Saudade

Ieri tornavo a casa in autobus, e mi sono ritrovata a sedere a fianco di una ragazza di colore. Dopo qualche fermata è salito un altro ragazzo di colore, e si è sistemato in piedi non lontano dal mio seggiolino. Gli sguardi dei due ragazzi si sono subito incrociati e lei, con la voce piena di curiosa emozione, gli ha chiesto, in francese, di dove fosse; lui ha risposto che era del Camerun, e lei ha affermato di provenire da un qualche altro stato africano che ora non mi ricordo più. Con la più grande calma e una naturalezza sincera, in mezzo alla baraonda del bus, i due hanno cominciato una semplice conversazione, fatta di "da quanto sei qui?" "due anni. tu?" "come ti trovi?" "ti manca casa?" "hai trovato lavoro?". Nulla di che, poi, all'arrivo di lui a destinazione, un semplice "ciao".
Mentre sorridevo tra me e me per la bellezza di quel 'riconoscimento' spontaneo, mi sono tornati alla mente i miei soggiorni a Parigi: anche io, in effetti, ho sperimentato quell'identica percezione di fratellanza, tutte le volte che, su un autobus, scorgevo qualcuno leggere un libro in italiano, spiccicare qualche parola italiana al telefono, oppure, in biblioteca, visitare siti italiani, oppure ancora, al supermercato, comprare chili e chili di pasta barilla. Non sono mai stata una persona patriottica, né molto fiera di essere italiana, ma in tutti quei momenti non mi sono mai trattenuta dal dire, ritrovando un'immediata scintilla nello sguardo stanco dopo la giornata di lavoro: "anche tu italiano?" "che ci fa un altro italiano qui?" "le manca la cucina eh?!"...la cosa buffa è che tutte quelle persone trovate per caso in mezzo a tanta francesità sapevo benissimo che, in Italia, non le avrei magari degnate di uno sguardo, oppure le avrei bollate, per via di qualcosa nel loro aspetto o nei loro modi, troppo diverse da me.
Quando ci si trova in un 'altrove', invece, anche se non lo si vuole ammettere e - come nel mio caso - ci si trova a proprio agio nella civiltà ospitante, ritrovare un pizzico della propria 'patria' fa sempre battere il cuore un po' più in fretta, scatenare un sorriso e stimolare il desiderio di un anche minimo contatto, anche a una come me, che, per esempio, detesta incontrare turisti italiani quando va in vacanza. Le due battute che ci si scambia, a dire il vero, sono poi sempre le stesse: "ah, ma i francesi quanto sono maledettamente burocrati??", "la polizia qui ha l'aria davvero cattiva", "hai notato che ci guardano tutti male quando parliamo al nostro normale tono di voce?"..tutti concetti che, tra l'altro, in realtà, io stimo e apprezzo nei francesi, ma che, quando ci si trova tra 'simili', è giusto e spontaneo tirare fuori, come in un rito pre-stabilito di riconoscimento tra animali.
E' per questo che, quando si sente dire "ah, quei marocchini stanno sempre tutti tra di loro", oppure "i cinesi fanno sempre gruppo a sé", io capisco automaticamente che chi sta parlando non è mai stato all'estero. All'estero, e a maggior ragione in un paese dalla cultura molto diversa, i legami con la patria naturalmente si rinsaldano, almeno nei primi periodi, nelle prime generazioni; all'estero, le tradizioni di casa si perpetuano con maggior entusiasmo, così come a me capitava molto più spesso di preparare una buona pasta a Parigi rispetto a quando sono in Italia; all'estero, i primi amici, i primi veri confidenti, non potranno che essere persone che vengono dal tuo stesso luogo, persone con cui l'ostacolo linguistico non esiste, con i quali si può 'giocare' a prendere in giro gli autoctoni che tanto non capiscono nulla; all'estero, un compatriota che nel tuo paese giudicheresti estremista, fanatico, politicamente avverso, frivolo o quant'altro, rappresenta comunque un 'porto sicuro' con il quale riassaporare un po' di casa.

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