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sabato 22 ottobre 2011

Autobus diciannove


Tornavo al parcheggio della macchina a bordo di un traballante autobus numero diciannove, ieri, a zig zag (quanto è bello dire zig zag, peraltro?!) per le vie di Bologna. Ero seduta, con la mia consueta botta di culo (cit.), verso il fondo del veicolo, guardavo fuori dal finestrino e all’improvviso, tra via San Felice e via Riva Reno, ho partorito una riflessione profondissima (che vi risparmierò, tirate pure il vostro sospiro di sollievo, ché non è questo l’argomento del post) sull’Amore. Così, mentre i palazzi un po’ fascistoidi e rigorosamente porticati di Saffi mi passavano davanti. Così, quasi senza sforzo. Un pensiero bellissimo, modestissimo e articolatissimo su cosa significa saper amare.

Ed ero contenta, di averlo partorito, quel pensiero; ero fiera di me e lo stavo infilando in un cassettino da qualche parte qui dentro per poi scriverlo una volta arrivata a casa, quando mi sono detta che, in effetti, a me queste perle vengono sempre e soltanto quando sono in treno o in autobus. E forse anche in aereo, anche se ci vado poco e non è facilmente verificabile. Insomma, quando sono seduta di fronte ad un pezzo di vetro che lascia scorrere, dietro di sé, immagini in movimento di varia umanità.


Chissà cos’è, in effetti, che fa di questi luoghi quotidiani dei posti dell’anima; dei serbatoi di sguardi all’ingiù dentro a quel gomitolo di roba che abbiamo nello stomaco. Chissà cos’è – mi sono detta, ma proprio dal punto di vista pratico, fisico. Forse è il fatto che tu, lì dentro, ti muovi ad una velocità diversa da quella a cui si muovono le cose che vedi fuori; sei in un sistema con regole e parametri differenti; e mi viene in mente tutto un discorso di fisica che mi ha fatto qualcuno un po’ di tempo fa sulla storia che se sei su un aereo che viaggia veloce intorno alla terra il tuo tempo è diverso da quello di chi sta giù, e poi ancora un sacco di altre cose sulla relatività e sul punto di osservazione che influenza la misurazione ma sono tutti pensieri troppo aggrovigliati che non riesco a spezzettare, come quando non ti viene il nome di un attore, e quindi no, non deve essere quello che fa dell’autobus un luogo dell’anima. Dev’essere qualcosa di più semplice.

E allora forse è il fatto che sei lì in silenzio, fermo, per una volta tanto in una giornata in cui tutto si muove; o forse ancora è che non guidi tu, che non sei tu il padrone del percorso, e ti tocca lasciarti portare come mai sei capace di fare accidenti a te durante la vita reale; o ancora che non sei solo, che accanto a te sbraitano piangono chiamano le fermate ridono al cellulare e si spintonano i più svariati pezzi di mondo, e tu sei lì in mezzo a loro, diversa eppure vicina.
O forse, ancora meglio, è per tutte queste cose insieme.

E mentre giungevo a questa – parziale – conclusione ho deciso che quando sarei arrivata a casa oltre ad annotare il pensiero intelligentissimo sull’amore avrei scritto per voi questo post. E già, come faccio sempre, cominciavo, impaziente dattilografa, a sillabare le parole con cui lo avrei condito, dentro alla macchina da scrivere della mia testa, e ascoltavo anche con un pezzo di orecchio le voci intorno a me: discussioni su detersivi, su fidanzati stronzi, su travestimenti di halloween, senza contare il fiume assordante di espressioni rumene incomprensibili che uscivano dai tre ragazzotti dietro di me, che probabilmente stavano parlando di polpettine al sugo o di automobili da riparare, eppure la vecchina alla loro destra li guardava e scuoteva la testa come se discutessero dello stupro della prossima vittima innocente.

Insomma, tutti parlavano o pensavano a qualcosa, e io pensavo al perché gli autobus sono luoghi dell’anima.

Ed è stato in quel preciso istante, ecco che arrivo al punto finalmente direte voi, in quel puntualissimo, fottutissimo istante, che ho pensato, con una consapevolezza che non avevo mai avuto, ho fatto bene a fare lettere. E non, come tante altre volte ho pensato, è stato bello fare lettere. Ché quello lo avrei potuto dire anche se avessi fatto matematica, come stavo per fare, o psicologia, come volevo fare alle elementari, o giurisprudenza, come volevo fare alle medie. Bello, in fondo, sarebbe stato tutto, almeno a tratti.

No, io ho pensato ho fatto bene a fare lettere, io, per come sono. Lettere e non fisica, che tutti quei discorsi sui due sistemi a velocità diverse non riescono proprio ad uscirmi nitidi dal cervello, ma so dire di che colore è una domenica pomeriggio, o almeno mi diverto a farlo. Lettere e non legge; Lettere e non altro.

Così, tutto qui.

Insomma, alla fine non credo che un euro e venti sia troppo, come prezzo per una corsa di autobus, da via Rizzoli al Cimitero Certosa.

6 commenti:

  1. Splendido è il sorriso che mi hai fatto fare con il tuo commento, Disagiato :)

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  2. Beh, un euro e venti è davvero una cifra non esosa se poi ti permette di fare luce nei tuoi pensieri come ci racconti.

    A quando il tuo post su cosa significa davvero amare una persona?

    Marco

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  3. Hai fato bene a fare Lettere, però è anche vero che tra i matematici e i fisici ci sono musicisti e poeti di rara sensibilità. Anch'io sull'autobus sono un po' come te, nello specifico la 56 a Milano. Ciao.

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