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domenica 18 dicembre 2011

Chigo

E poi sabato mattina mi arriva una telefonata sul telefono di casa. Aveva provato anche sul cellulare, prima, in verità, ma io ancora dormivo e il cellulare era spento. Così ha chiamato a casa; parlava un italiano mediocre, con accento africano, e lì per lì mia madre non ha capito. Vuole lezioni di italiano o di latino? Ma per chi scusi? Aspetti che le passo mia figlia.

E così sono stata buttata giù dal letto del primo sabato mattina di pace dopo tanto correre da Leo, nigeriano quarantenne, che voleva un'insegnante privata di latino per il figlio in prima liceo scientifico. Ho subito capito che la prima cosa su cui discutere sarebbe stata il prezzo. Provo a sparare la mia cifra abituale con una voce il più melliflua e picchiettata possibile e trovo lo sgomento dall'altra parte della cornetta. Perché non ci vediamo così parliamo meglio? mi fa Leo dopo aver digerito a fatica il numero a due cifre. Noi abitiamo a Campogalliano; vieni qui domenica mattina, dai.

Sicché domenica mattina ho puntato la sveglia ad un orario leggermente precedente a quello a cui l'avrei messa se Leo non avesse mai reperito chissà dove il mio numero e mi sono messa in marcia per Campogalliano, che per chi non fosse pratico della provincia di Modena è un po' come dire hic sunt leones, ché sta praticamente dall'altro capo del mondo abitato e conosciuto dalla sottoscritta.

Sono arrivata davanti al numero civico, ho telefonato a Leo e dopo pochi istanti mi ha accolto un uomo con la faccia buona e più nera del carbone.

Ed è cominciata una delle più belle mattinate dei miei ultimi tempi.

La casa è buia e ha quell'odore acidulo di mobilio in affitto a basso prezzo; Leo mi fa sedere e mi racconta la sua storia, e poi quella di Chigo, suo figlio. Una storia come tante, a ben vedere: un padre che viene in Italia e resta da solo per sette anni, una famiglia che arriva appena può, l'affitto da pagare, un solo stipendio, la fabbrica che forse chiude e bla bla bla. E Chigo, che è tanto bravo, pur essendo qui da soli due anni, e che le prof delle medie hanno consigliato di iscrivere allo scientifico. Dove va bene, è un genio in matematica, dicono, però c'è il problema del latino: due verifiche, prima ha preso quattro e poi due.

E io, dalla mia parte, che gli racconto la mia, di vita: il phd, la laurea, non ho lavoro, non posso chiedergli troppo poco per le lezioni, specie se devo andare io fin là. Potrebbero venire loro, questo sì, e allora potrei scendere ad un prezzo veramente basso (ma che è pur sempre il doppio di quanto prendo in pizzeria), però Leo lavora tutti i giorni fino alle cinque. Alle cinque c'è traffico - dico: ci mettete un'ora e forse di più per venire a casa mia. Sembra una faccenda impossibile.

A quel punto mi viene un'idea: esiste un liceo scientifico senza latino, sapete? E' come il liceo normale ma manca semplicemente il latino; e c'è un istituto tecnico, a Modena, comodo comodo, che ha proprio quell'indirizzo lì. Gli occhi di Leo si illuminano, manda a chiamare la moglie, le spiega tutto nel suo inglese rotondeggiante e forte. A noi nessuno ce lo aveva detto, questo. Può essere una soluzione. Tu ci aiuteresti a capire come fare il cambio di scuola?

E' solo dopo cinque minuti di conversazione che a Leo viene in mente di chiamare Chigo. Chigo arriva composto, con le labbra enormi e gli occhi grandi e fondi che non sembrano appartenere ad un quindicenne, e si siede accanto a me. Il padre gli racconta entusiasta la storia magica del liceo senza latino.

Chigo rimane serio. I don't want to change. Non aggiunge altro; lo dice pacato e sicuro. E perché no? gli chiede leggermente più concitato il padre. Devi darmi una motivazione!


I believe I can do it - risponde Chigo. Credo di potercela fare. Nulla di più. Il padre piega la testa e cambia espressione. Quando la rialza mi guarda fisso negli occhi e mi dice sono contento che abbia deciso così. Allora proviamo a venire noi da te e a fare queste lezioni.


E dopo c'è stata la spiegazione lunga e meticolosa della strada per arrivare a casa mia; ci sono state un po' di domande a Chigo e qualche rassicurazione di rito; c'è stato il succo di frutta nel bicchiere di plastica che proprio non ho potuto rifiutare, c'è stata la crisi italiana e noi giovani che pur avendo studiato non abbiamo lavoro. C'è stato Chigo che ha detto voglio diventare medico. C'è stato il mio racconto su come funziona la facoltà di medicina e il mio sorvolare veloce sui sei anni di studi per arrivare il prima possibile a pronunciare quel millesettecentoeuroalmese una volta entrato in specialità. Ci sono stati sorrisi a denti bianchi e grazie veri.

E al momento di congedarmi ho chiesto indicazioni su come raggiungere la tangenziale. E Leo ha detto se ci aspetti, stiamo uscendo anche noi per andare in chiesa; ci segui con la macchina e ti ci porto io. E al mio sì grazie ho visto sgattaiolare fuori da una stessa camera altri tre bambini neri come la notte, ho visto la moglie indossare la giacca migliore, ho visto Leo prendere un grande librone in mano con su scritto Bible, ho visto Chigo rassettare il tavolo e riportare il succo di frutta in cucina e infine sono uscita in mezzo a loro, bianca bianca nel mio cappotto verde.

E mentre seguivo con la mia pandina rossa, solitaria e pensosa, la vecchia peugeaut che ondeggiava sotto il peso delle sei persone a bordo, con le quattro teste tonde dei figli seduti dietro che quasi toccavano il tettuccio, e sfanalavo per salutarli giunta all'imbocco della tangenziale, e pensavo a quanto la vita fosse sorprendente ogni giorno di più, non riuscivo proprio a smettere di ridere e di ripetermi I believe he can do it.


I believe we can do.

11 commenti:

  1. in bocca al pupo. a entrambi.
    You can do it.

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  2. Una delle più belle storie di "scuola" degli ultimi mesi. Complimenti.

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  3. Bellissimo. Banalmente, Yes, we can.

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  4. Che bello ! Me lo immagino, Chigo !
    Mi raccomando, fai bene !

    Anonimo SQ

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  5. Ehi, grazie a tutti per l'incoraggiamento, siete i soliti lettori tesori! Per quanto mi riguarda, la giornata di oggi varrà come bellissima esperienza di vita vera a prescindere, anche se Chigo e suo padre dovessero mollare questo impegno. Poi, ovvio, se Chigo continua io punto all'otto in latino entro la fine dell'anno ;)

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  6. Molto bello, Tinni. Sembra uno di quegli incontri che stento a credere si possano fare ancora. E' bello essere smentiti.

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  7. Io propongo una promozione in latino "ad honorem".
    (Chigo mi sembra come il calciatore dello Scorfano, ma al contrario.)
    :-)
    ilcomizietto

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  8. Davvero la vita vera supera la fantasia di mille punti almeno. Davvero una marea di spunti per trame e film di grande popolarità vengono dalla vita vera.

    La vita vera del tuo racconto e del tuo incontro con Leo e la sua famiglia.

    Ce la faremo.

    Buon Natale Tinni, a te ed a tutti gli amici blogosferici.

    Marco

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  9. MERAVIGLIOSO! MERAVIGLIOSO! E CHI TI MOLLA PIU' TINNI!

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  10. se uno ha la passione per la medicina allora deve seguire il suo sogno..non per i millesettecentoeuro al mese....che possono sempre servire, intendiamoci bene, ma perchè quando i pazienti ti ringraziano dal profondo del cuore tu senti che nel mondo c'è ancora la speranza...speranza di un futuro migliore per tutti...sai di aver migliorato la vita a una persona e che, per quella persona tu sarai sempre un po' speciale...ed è come lasciare il proprio segno nel mondo...essere medici è questo secondo me...

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