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martedì 6 dicembre 2011

Ci ho provato

Io lo giuro che ci ho provato, che è pure un'espressione che a Tinni piace molto, con il suo rassicurante e confortevole passato prossimo e quel ci che fa tanto cameretta con le tendine verdi, ci ho provato, dicevo, con tutta quella storia dei migratori e dei ruoli al secolo e del non sentirsi snob e del tornare a casa come metafora del riscoprire se stessi.
Ci ho provato a non volare per i fatti miei, a stare in coda dalla parrucchiera, a santificare le feste, ad ascoltare barzellette e a sorpassare senza la freccia. Ci ho provato e devo dire che a tratti l'ho pure trovato simpatico.

Però volevo ritagliarmi questo minuscolo spazio di mattina per sfogarmi un po' con l'invisibile al di là dello schermo e dire che, però, ci ho provato ma adesso basta. 

E ieri sera mi sono tappata il naso ho preso fiato mi sono tuffata in una piscina di umanità cosiddetta normale e, dopo due anni - ed è sempre la memoria dello stesso periodo che torna alla mente in questi giorni - ho riprovato la medesima, identica sensazione delle prime serate a cena al foyer di Parigi, lo stesso ronzio frustrante, appiccicoso, svuotato, di quella cascata di parole in lingue incomprensibili.

Solo che, allora, avevo la scusa di non sapere il francese.

3 commenti:

  1. Sì, un po' triste in tutti i sensi, in effetti. Ma stamattina avevo proprio addosso quella sensazione lì, come se fossi l'unica non mascherata ad una festa di carnevale, boh, cose così. Ma passerà, dai.

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