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lunedì 2 gennaio 2012

I nomi sulle cartine

I nomi delle cartine si dividono in due categorie: quelli scritti piccoli piccoli e attaccati, quelli delle città e dei puntolini e delle montagne più alte, e quelli larghi, espansi, come a-l-p-i o F-r-a-n-c-i-a, quelli insomma delle entità che si estendono per chilometri e chilometri e riempiono metà foglio.

Quando ero piccina giocavo con mio papà a chi trovava prima un dato nome in una cartina ed è stato proprio lì, in uno di quei pomeriggi d'infanzia infiniti e riempiti per intero dall'amore di un paio di mani grandi e da un sorriso circondato da barba, è stato proprio lì, dicevo, che ho imparato che i nomi più difficili da trovare non sono, come si potrebbe pensare, quelli minuscoli e rintanati in un millimetro di pagina, ma quelli grandi grandi che coprono tanto spazio, con le loro lettere lontane tra loro che sembrano tendersi la mano a vicenda ma senza toccarsi mai.

Sono i nomi con le lettere sparse quelli più difficili da leggere, perché il nostro occhio va per natura in cerca degli accostamenti, delle coppie, della solida tangibilità. Va in cerca della continuità concreta e ne ha bisogno come di acqua dissetante. Scava, gira, suda, solca le giornate in affannosa ricerca di lettere tutte attaccate, in bell'ordine, una dopo l'altra; e se non le trova getta la spugna. E si incazza. No babbo, non lo trovo, l'appennino tosco emiliano, basta, ho perso.

Eppure, tutto preso nelle sue operazioni di stupida minuteria, il nostro occhio non si accorge che le lettere delle alpi cozie ce le ha proprio lì sotto il naso, basterebbe solo un po' di pazienza per infilare le cose una dopo l'altra, e per aspettare il tempo degli spazi, e per fare un passo indietro per la rincorsa finale.

Così anche Tinni vorrebbe che tutto fosse immediato e visibile e attaccato e vorrebbe andare a Roma e che non piovesse come dicono le previsioni e che i progressi sul sentiero fossero evidenti e che Chigo imparasse a memoria la terza declinazione al primo colpo. E nell'incazzarsi perché tutto questo, sulla cartina delle sue giornate d'inverno, non c'è, non si accorge che, da un po' di tempo a questa parte, le sono cadute addosso, lente, pacate, girandolone come dei fiocchi di neve grandi e paciosi, tante lettere distanti e lontane, che per metterle insieme e farle suonare ci vuole uno sforzo in più. Ma poi se ci riesci vinci la sfida.

E difatti Tinni, se fa quel cavolo di sforzo e sospira e prende fiato e ci prova, si accorge che in quattro mesi ha imparato a conoscere la sua collega di pizzeria Francesca, e non solo ha imparato che non c'era odio nel suo primo sguardo ma solo una diffidenza buona, e non solo ha imparato a strapparle sorrisi e confidenze e semplicità, non solo ha imparato a tendere la mano e a farsi insegnare un pezzo di vita, ma ha imparato proprio a volerle bene. E adesso che Francesca se ne va, all'improvviso, il quindici di gennaio, ha imparato ad essere triste, di quella tristezza bella che vuol dire amore.

E in questi stessi quattro mesi ha imparato, senza accorgersene, i testi delle canzoni della Messa della domenica di una parrocchia dove prima non era mai stata. Ieri se ne stava lì, ritta in piedi nella fila lenta e ondeggiante, e si è ritrovata con la bocca aperta e le note che si articolavano da sole, in coppia con le sillabe.

E manda qualche esseemmeesse in più, Tinni, da quattro mesi a questa parte, complice anche una tariffa telefonica più benevola. Si ricorda, ogni tanto, che è bello ricevere un messaggio con scritto ti penso, o auguri, o come stai, e allora gioca a mettersi il vestito degli altri e quel messaggio lo manda lei.

Insomma, oggi Tinni ha trovato le alpi cozie. E mentre scriveva queste righe ascoltava una canzone bellissima che trovate qui.

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