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martedì 27 marzo 2012

Infinito passivo

Ho sempre più spesso la sensazione che le cose belle, che gli attimi di piena soddisfazione professionale, gli istanti di perfezione didattica che più passa il tempo e più affollano i miei pomeriggi di tête à tête vadano segnati a penna da qualche parte, marcati nero su bianco su un qualunque foglietto, con la stessa dovizia precisa con cui predico di sottolineare in modo diverso participi da verbi reggenti, pena un ingiusto oblio per eccessivo accumulo di sensazioni.

Perché è così, in effetti: perché ogni pomeriggio si susseguono - ben mescolati in mezzo a sbadigli e a frasi impossibili e a frustranti liste di verbi mai ricordati - meravigliosi picchi di puro amore per quello che faccio e soprattutto per quegli esserini che lo fanno con me; splendidi attimi di estasi che io dentro di me chiamo attimi-abbraccio, perché in quei momenti devo fare davvero uno sforzo per non alzarmi dalla sedia e stringerli forte, i vari Alessi Lucie Marchi che con la loro matita in mano hanno magari appena azzeccato l'ultimo infinito passivo in -i, ridendo, perché ormai lo sanno, che io l'infinito passivo della terza coniugazione lo chiamo - tra noi, ché la prof non lo sappia, mi raccomando - lo sfigato, perché nessuno si ricorda di lui e mai viene individuato al primo colpo.

Non che questi picchi abbracciofori siano semplici da ottenere, intendiamoci. Sono tanti anni oramai che faccio lezioni private, e mai fino ad ora me ne era capitata una tale abbondanza. Ma prima seguivo sì e no un ragazzo o due l'anno, con cadenze sporadiche, e quell'ora di greco veniva del tutto soffocata da mille altre ore di altro, per lui - probabilmente - come per me.

Quest'anno quelle ore sono diventate un lavoro, con tutto ciò che questa parola comporta: e appuntamento dopo appuntamento, in una camminata paziente che è iniziata ad ottobre, ci siamo messi, in coppia, a scavare gli uni negli altri fino a questo tripudio di picchi che è - e per fortuna! - finalmente anche un tripudio di sufficienze e inaugura una primavera più bella e più piena di tutte le altre mai vissute finora.

Eppure ho sempre la sensazione che volino via, questi istanti, se non li immortalo in una fotografia narrata; che a loro rimanga molto di più rispetto a ciò che dovrebbe rimanere a me, che il viaggio in automobile da una casa all'altra e la ricerca del parcheggio e il tragitto a piedi fino al campanello, alla scala, alla porta, allo zerbino seguente tenda a cancellare e a sovrapporre tutto, in un pastrocchio di versioni compiti frasi e voti che si mescolano ingiustamente fino ad appiattire le identità. Mi resta solo una vaga e morbida sensazione di fatica buona, a fine pomeriggio, nella cui matassa è duro distinguere fili e colori, che pure esistono, singoli, veri, brufolosi, timidi e curiosi.

Così come esiste il filo di Alessandro, che non ride mai, sorride poco, concede ancora meno, impettito in una crosta di bambino che spintona l'uomo, ma non manca mai di sbuffare comico e autoironico quando lo colgo in fallo in quello che -sempre dentro di me- io chiamo il gioco dei singolari e plurali, e che consiste nel rimanere in attenta attesa del loro - puntuale, inevitabile, prevedibile - errore di scambio di singolare per plurale, appunto, - gli eserciti assalirono Alessandro - per poi saltare su e con manifesta calma sorridente chiedere quanti eserciti? o quante menti? o ancora quante imprese? ed è lì che di solito loro accettano di darmelo in mano, il loro filo, e Alessandro più degli altri, che di solito il filo se lo tiene ben stretto per tutta la lezione, e il gioco dei singolari è l'unica breccia che sono riuscita a fare nel suo cuoricino ingarbugliato.

E il filo impertinente di Marco, che mi mette alla prova di continuo e scava nei miei errori in una sfida che è ricolma di stima dal giorno in cui non poteva credere che mi ricordassi tutta la frase che avevamo appena tradotto con fatica e lui la voleva scrivere mano a mano che veniva fuori e io insistevo che prima di scrivere bisogna tradurre tutto e ti assicuro che le parole me le ricordo io, non ti preoccupare e alla fine ho vinto e mi sono ricordata anche "generale che ha ottenuto il trionfo" e me lo sono guadagnato per un bel po' di tempo, il suo complimenti.

Il filo tenero di Alessio, che pronuncia Isocrate con una esse sorda che tradisce origini non emiliane ben nascoste e temute e che di fronte ad una frase in cui si menziona l'anima come auriga del corpo si ferma un istante e con uno sguardo affamato e dolce mi chiede aggrottando la fronte, nel bel mezzo di una cameretta zeppa di cartoline appese e giochi d'infanzia impolverati ma qui c'è qualche riferimento a Platone? No sai perché l'abbiamo fatto stamattina a filosofia..

E quello innamorato di Beatrice, che andrà male anche nella prossima versione, visto che passa tutti i pomeriggi a correre in motorino agli allenamenti del suo Luca e non azzecca un relativo nemmeno a pagarlo, eppure è così bella quando mi chiede ma tu ce l'hai il ragazzo? e alla mia risposta evasiva tintinna radiosa porta pazienza, bisogna sempre sperare e poi il principe azzurro arriva, vedrai, è successo anche a me così.

Così via per tre ore ogni pomeriggio, filo su filo, tessendo a quattro mani una sciarpa colorata e disuguale.

E tutte le volte, in quegli istanti di abbracci mancati, per un attimo mi vedo io sedicenne di fronte a loro, insegnanti scavati, e sono lì che devo chinare la testa a sottolineare, con pazienza, per l'ennesima volta, il participio sostantivato che mi hanno appena mostrato, e nel rialzarla dal libro mi ritrovo a guardarli in cerca di conferma, e al loro sorriso di conforto procedo, sillaba zoppicante dopo sillaba zoppicante, con il verbo successivo, che mi pare sia un infinito passivo, ha la desinenza in -i, non sarà mica uno di quegli sfigati della terza coniugazione?

8 commenti:

  1. Magari mi sbaglio, ma questo è il post più bello che tu abbia mai scritto.

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  2. Ammazza, mi sono appena guardata allo specchio e sono color rosso pomodoro, per questo complimento mai così gradito. Grazie, sul serio.

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  3. che bello aver a che fare con gli esseri viventi

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  4. ahahah caro Plus mi hai davvero regalato una sonora risata, e in effetti hai pronunciato una grande verità. che bello, sì.

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  5. Jahve Sabaoth è il Signore degli Eserciti. E sono sicuramente più di uno :-)

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  6. dare ripetizioni di latino è una delle cose belle della vita.

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  7. Bellissimo!!!! Giulia

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  8. Grazie, sia a Giulia che a Noise!

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