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domenica 25 marzo 2012

Inezie irrazionali

Mi rendo conto solo ora che ho una vera e propria passione per le inezie di irrazionalità: quei puntolini di non senso che punzecchiano le nostre successioni seriose di istanti giornalieri, quelle manovre impreviste ed incomprese, quelle sviste volute a mezza bocca che facciamo - e spesso, purtroppo, senza nemmeno accorgercene più - senza alcun tipo di ragione intellegibile e, anzi, palesemente in contrasto con essa. E che dopo averle fatte e gustate ce le rigiriamo tra le mani come un lembo di coperta morbida, che sa di noi.

C'è una strada, per andare da Castelvetro a Modena, che rappresenta la banale alternativa in parallelo del percorso più veloce e che per di più offre un paio di semafori aggiuntivi. Il mio saggio ed economo padre, per esempio, non la fa mai, e nemmeno io, quando guidavo anni fa, la prendevo in considerazione. Poi c'è stato un periodo in cui ho scoperto che lungo quella strada alternativa e più lunga e più trafficata e più semaforata ci abitava un ragazzo che all'epoca mi piaceva un po', sicché ho cominciato a sceglierla per poter passare davanti a casa sua e sbirciare di sfuggita dentro al suo giardino. Ecco, adesso è davvero un sacco di tempo che questo ragazzo non mi fa più battere il cuore all'impazzata, eppure mi piace lo stesso guidare per quel pezzo più lungo, più trafficato e più ingorgato di strada perché passo davanti a quella casa e faccio finta che da quelle finestre mi saluti sempre qualcuno, che altri non è che un ricordo di una cosa e di un periodo simpatico della mia vita e quando passo sta sbattendo i tappeti fuori dal balcone e mi fa ciao ciao e io sono un pizzico più felice.

Oppure, quando sto in un parcheggio grande e ci sono un sacco di posti vuoti, mi diverto a parcheggiare la panda rossa vicino ad un'altra macchina con cui immagino potrebbe fare amicizia: meglio se una panda anch'essa, oppure un'utilitaria dai colori sgargianti, oppure, se mi va di strafare, vicino ad una decappottabile sportiva e tirata a lucido (di certo mai vicino ad un suv).

E quando vado a riprendere l'auto dopo una giornata di lontananza di solito la saluto e mormoro qualche parola a mezza voce, oppure di tanto in tanto accarezzo il volante in gesto di affetto.

Lo faccio davvero, giuro. Ma la maggior parte delle volte non mi accorgo sul serio di farlo. Sono per lo più automatismi scemi, ma se mi fermo a rifletterci sopra e mi riguardo da fuori, allora mi viene da sorridere e sì, allora sono un pizzico più felice.

Mi piacerebbe sapere se anche nelle vostre vite ci sono segmenti di irrazionalità affettuosa, e soprattutto quali sono. Io, ancora, ho abiti che indosso quando sono impaurita e ho voglia di sentirmi abbracciata da un gigante buono che mi dia conforto, oppure scarpe che metto solo quando sono felice, e canottiere per le grandi occasioni che nessuno mai vedrà che ci sono, là sotto, ma io la mattina quando mi vedo a spalle nude davanti allo specchio mi sento più io.

Ma la cosa scema e simpatica e irrazionale di cui volevo parlarvi oggi nello specifico dopo tutta questa parabolica introduzione è un po' difficile da spiegare ma quando mi accorgo che la sto facendo di solito sono due pizzichi più felice di prima.

Succede, in poche parole, che quando sto tanto tempo con una persona e questa persona mi piace o la ammiro o le voglio bene in un modo o nell'altro, ad un certo punto introietto in un cassetto della mia routine di gesti quotidiani un pezzetto di lei e lo tengo, spesso senza saperlo, lì dentro per un paio di settimane. Quel pezzetto di gestualità minuta se ne sta dentro al cassetto della mia routine buono buono per un periodo e poi, un giorno, come i crochi a primavera, bussa piano e se sono attenta a sentirne il toc toc e lo faccio uscire alla luce, ecco che salta fuori e me lo ritrovo addosso, e lo sto agendo io, quel segmento di gestualità. Ed è una sensazione bellissima che assomiglia tanto alla parola amore, quella di ritrovarsi addosso un gesto non proprio e di riconoscerne l'odore e la provenienza. E' una sensazione dolce ed impertinente e per un attimo consente un paio di violazioni all'ordine fisico delle cose costituite ed è come stare dentro allo stesso guanto in due mani diverse, si sta caldi e vicini.

E visto che caldi e vicini si sta bene, allora poi finisce che il gesto banale e meccanico, dopo che me lo sono scoperto addosso, lo ripeto più e più volte, magari nell'arco della stessa giornata, come quando si torna vicino al fuoco in una sera fredda, appena si può, anche se si deve fare altro e raccogliere legna.

La persona di cui ho già parlato altre volte e che mi ha fatto compagnia per un pezzo di strada parigina aveva un modo tutto suo, per esempio, per grattarsi la parte esterna del naso e piegava l'indice e lo strofinava tra guancia e naso e nel frattempo aggrottava l'espressione del volto. Me lo sono ritrovata addosso dopo parecchi mesi dacché lo avevo salutato per sempre, quello strofinio leggero, un giorno che andavo a ripetizioni a Puianello - ancora lo ricordo - e mi aveva fatto stare bene come la coscienza di aver portato a termine una cosa giusta e bene.

La mia migliore amica delle superiori, invece, aveva delle dita lunghe e magre e mobilissime, e portava sempre un elastico per capelli infilato tra indice e medio, non calato fino in fondo, però, diciamo fermo tra prima e seconda falange, e da un giorno all'altro ho cominciato a metterlo io pure in quella posizione, anche se non usavo elastici per capelli perché all'epoca avevo una insensata chioma da maschietto. E ancora oggi, che di elastici per capelli ogni tanto ne uso, se mi ricapita di doverne tenere uno a portata di mano e mi succede che lo infilo tra indice e medio, ecco che la Fra mi torna in mente e insieme a lei tutto quel mare meraviglioso di banali complicità che solo a scuola si possono costruire e in quel modo così solido ed immediato.

Beh, tutto questo per dire che l'altro giorno mi sono ritrovata addosso un gesto nuovo; e come al solito ci ho messo cinque minuti buoni, prima di accorgermi che non era roba mia ma che lo stesso sapeva un po' di casa. Stavo andando a ripetizioni in macchina, tanto per cambiare, e ad un certo punto le mie dita ecco che accarezzavano la fronte perplessa con un movimento strisciato che non avevano mai avuto, e allora mi sono guardata bene allo specchietto retrovisore e anche se l'immagine riflessa era semplicemente quella di una tizia che si gratta la fronte con due dita, io mentre lo facevo e lo rifacevo riassaporavo il colore di quella persona lì ed ero un pizzico più felice. Anzi due pizzichi.


2 commenti:

  1. A me succede con gli accenti. Ho la O romano/campana, la G toscana, inflessioni siculo-romano-venete.

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  2. E' verissimo, succede anche con quelli! :)

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