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sabato 6 ottobre 2012

Primi giorni di.

Dal finestrino di un banale autobus di città, qualche settimana or sono, ho assistito - dopo tanto e tanto tempo - ai primi passi ed ai primi riti di un marciapiede fuori dal primo giorno di scuola. Era qualche minuto prima delle otto e onde colorate di zaini e treccine da spiaggia titubavano fuori da un portone eternamente uguale a se stesso; abbronzature dorate e pantaloncini corti riuscivano a mascherare ancora per qualche istante nuove ed implacabili gerarchie, quand'ecco che, dalla periferia di quel marasma variopinto, si faceva spazio energico un paio di braccia maschili, e spintonando silenzioso andava da dietro a coprire gli occhi di un esile corpicino abbronzato come tanti.

Non potrò mai dimenticare il sorriso totale che ho visto fiorire - dal finestrino di un banale autobus di città, e con la complicità di un semaforo qualche istante più lento del solito - lentigginoso abbronzato e assolutamente spalancato al mondo, al comprendere, nel frastuono di mille voci tese, che quel paio di mani sugli occhi risalivano ad un amico da tanto tempo non più incontrato. La ragazza si è girata in un battibaleno e di certo il frastornato fanciullo non ha avuto nemmeno il tempo di risistemare occhiali e naso al loro posto: si è trovato stretto in un abbraccio violento che solo una quindicenne spaventata dal nuovo anno scolastico e dalle infinite pagine bianche di un diario può concedere.


E poi l'autobus è ripartito.

E a me continuava - pur nel sorriso vago di un unduetrevia lontano ma dolciastro - a dispiacere per quel paio di occhiali e per quel naso, che non si erano drizzati in tempo per assistere allo spettacolo meraviglioso di quel sorriso, che avevano messo il muso fuori dal camerino un attimo troppo tardi, quando ormai gli applausi erano solo un rimbombo tra i muri, e si erano persi quel miracolo mattutino, che per loro era sbocciato e solo a loro era diretto. Quel paio di occhiali che, vittime di una impacciata accuratezza, avevano preferito aggiustarsi un'ultima volta il cravattino davanti allo specchio finendo per perdere l'autobus per la felicità, e farsi tutto il tragitto, sudando nel frac, a piedi.

E' certo triste che non possiamo mai vedere la faccia di chi ci sta abbracciando, in quel preciso istante di contatto. Mi pare un'ingiusta pena, per un'umanità che arranca così a fatica sulla strada dell'amore.

Non sarebbe forse bello poter collezionare - con fierezza sicura - lunghi elenchi di sorrisi da abbraccio, fissi nella mente e nel ricordo come foto ad altissima definizione? Non sarebbe forse splendido poter distillare ogni volta le scintille di quegli occhi ridenti, e lasciarci a nostra volta spremere, entusiasti per un contatto da tempo rimandato, in una bottiglietta di bene da conservare sempre nella tasca laterale dello zaino?



E' una vita che mi ripropongo di riempire ogni mattina un mezzo litro di acqua da portarmi dietro lungo le numerose e variegate seti della giornata.
Non sono mai riuscita a farlo: e se per questo genere di bottigliette sprecate gli ecologisti forse mi perdoneranno, vorrei che non mi perdonasse il mio cuore, dei pochi sforzi mattutini che riesco a mettere insieme, tra il caffè e la cacca, per filtrare tutto l'amore del giorno precedente - quello dei gatti, degli abbracci, delle telefonate; l'affetto del mio scendiletto, dei panni stesi e delle cimici che accompagno fuori dalla finestra invece di gettarle nel water, tanto per elencarne alcuni - in poche ma energetiche gocce, che, se anche non arrivano a riempire una bottiglia intera, possono sempre far comodo, quando il sole batte ancora forte, in questo caldo inizio di ottobre.

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