MOLTEPLICI INIZI.


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martedì 24 settembre 2013

Campus

Il piano interrato dell'edificio consta di numerose stanze, tutte rigorosamente dotate di gelido ed efficiente sistema di illuminazione con fotocellula; ci sono due aulette per le lezioni private con i tutors, una sala grande che funge da biblioteca, dei bagni, macchinette per le bibite qua e là; l'arredamento è in ogni sua parte in legno chiaro (forse ikea); il cellulare non prende un accidente di niente (anzi adesso che c'ho vodafone prende un zinzinino più che niente. Con tim invece era buio pesto).
Vengo qua sotto da due anni ormai, a raggranellare un pezzettino di stipendio preparando studenti universitari ai vari esami che le carriere umanistiche chiedono loro. Gli odori e i silenzi striscianti di queste pareti non mi sono mai piaciuti, e non ho lunghe liste di momenti divertenti incorniciati dalle rigide linee di quelle sedie e piastrelle: ma il logorio del tempo (insieme alla prospettiva di intravedere davanti a me la fine di questo lavoretto monco, e l'inizio di un lavorone vero) ha smussato progressivamente anche gli spigoli dei miei fastidi.

Due anni ormai di gradini, porte, luci automatiche, chiavi, sedie e scrivanie - cominciamo: hai letto il libro di linguistica? - le une dopo le altre, sempre uguali: fino a ieri.
Fino a ieri che mancava veramente pochissimo al momento in cui dire addio a questo sottoscala travestito da albergo e invece dopo i gradini, le porte e le luci automatiche (prima delle chiavi e delle sedie e delle scrivanie), sul fondo di un'aula sempre nel buio, protetta dal suo ammuffito statuto di sala congressi, ho trovato loro due. Due ospiti nuovi.
O meglio: un pianoforte ospitante - ché probabilmente era sempre stato lì, a contare le ragnatele della sala congressi - e una fanciulla ospitata, che faceva rotolare le sue dita minute sui tasti ancora increduli, producendo suoni che, in virtù dell'insonorizzazione sterile ed efficiente di ogni locale, si godevano solo quelle quattro pareti appena sveglie, mentre io, al di qua del vetro, assistevo allo scorrere di un film muto.


Ah si, lei è nuova: studia quello, all'università! La spiegazione zoppicante della mia allieva arriva al mio orecchio e ci rimane pochi istanti, giusto il tempo di girare la chiave nella toppa dell'auletta tutorati numero due: insieme alla porta, infatti, si apre anche una falla nel muro impermeabile del silenzio, e le note del pianoforte, garbate, all'improvviso scorrono dappertutto, rimbalzando da noi al libro di letteratura greca, e poi ancora a noi e al quaderno con i dubbi sul Simposio. La mia allieva è perplessa, ma io insisto perché non lei chieda - a lei, a quella nuova - di smettere, perché non faccia valere il suo stupido potere di studentessa più vecchia. Riusciamo a ripassare anche così, no?

Ed è così che grazie alle sue scale ed ai suoi esercizi posso annotare nel mio quadernino il primo ricordo realmente dolce, tra quelle strettoie sotterranee; e lei ce ne è grata, di aver potuto continuare a suonare; e ad un certo punto fa una piccola pausa, esce nel cortiletto in compagnia di una sigaretta, e poi di nuovo dentro, fino a dopo le sette.
Noi siamo ancora lì, ad arrancare sui perfetti irregolari, quando la luce della sala congressi si spegne e la nuova esce a piccoli passi, definitivamente, chiudendosela dietro le spalle con una chiave che avrà ricevuto in portineria: concessione speciale. La salutiamo e io non posso fare a meno di chiedermi, a voce poco più che sussurrata, che bello dev'essere vivere così, con un segreto tanto difficile e speciale sempre in tasca, da coltivare e zappare e strappare ogni santo giorno. Scendere tutti i pomeriggi quelle scale asettiche con una chiave in mano cui nessuno ha il diritto, entrare in una stanza che solo grazie a noi acquista luce, accarezzare esperti altre dita bianche e nere che rispondono cantando.
Sì, ma deve avere un male alle mani, alla sera!
La risposta secca e miagolata della mia allieva testona mi riporta alla dura realtà accademica: abbiamo ancora dieci pagine di Simposio da imparare.


Ci rompiamo la testa sui paragrafi che restano, scambiamo qualche parola d'ordinanza, esco in una Bologna che nel frattempo mi ha fatto lo scherzo di spegnere il tramonto, riprendo l'auto e guido fino a casa, svuotando la testa da ogni singola molecola di letteratura greca mal masticata.
Ma alla pianista nuova e alle sue scale quotidiane finisco per ripensare a cena terminata, mentre digerisco un piatto di carne che è venuto su dal niente e buonissimo, condito con azzardo e fantasia, e aspiro con la lingua gli ultimi sfilacci di agnello che resistono tra i denti.
Ripenso a lei: a quella musica, a quella chiave; e, tra un ruttino e uno sbadiglio, apro questo blog.

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