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sabato 28 giugno 2014

Hard-cuore

Il problema essenziale, con l'abitudine, è che non la puoi fregare.

Se ci pensate a fondo, infatti, si può far finta di esser felici - far finta dentro, far finta fuori - , si può ingannare un'incazzatura, ci si può travestire da buoni e si può anche improvvisare di essere interessati ascoltatori. Puoi fare credere di avere un bagno pulito ad aspettarti, là dentro quella casa dove nessuno penetra, o un frigo pieno che accoglierà i tuoi slanci creativi; fingere di avere un impegno mondano, fingere di avere il caghetto fulminante, fingere di averne voglia o addirittura di non averne.

Ma, a lei, all'abitudine, non la dai a bere. Non fai finta di avere un'abitudine. Un'abitudine sta in piedi nel mezzo del tuo giardino, come una piramide antica: e o c'è - e la vedi e la tocchi e ti ci riposi all'ombra se fa caldo - oppure non c'è (e ti ustioni le spalle al primo sole). Un'abitudine si costruisce mattone dopo mattone: con pazienza, tempo, lentezza e buona volontà.
Tutte cose che io non ho mai posseduto.

E così mi ritrovo qua, dopo tanto, a piazzare il primo granello corallino sull'erba di un prato che, nel frattempo, è diventato arido per il troppo blaterare. Senza sapere se ce ne sarà un secondo (di granello). Senza speranza di ergere nuovamente una cattedrale, o anche una cuccia per il cane. Senza la gioia -impercettibile ed appuntita - di accarezzare un'abitudine, che, per colpa mia e di una manciata di altre scuse, oramai non esiste più.

Quanto bisogna nutrirlo, un elenco di puntini neri, per far sì che ingrassi e diventi un tratto continuo di parola su foglio?
Quanti sono i numeri che danno vita ad un n?


Stanotte sono rimasta sveglia a lungo per quello che ho diagnosticato essere stato un mal di stomaco al sapore di ansia.
Sapendo, però, di non avere alcun appuntamento con la sveglia né a breve né a lungo termine, mi sono sistemata a luce accesa e a computer sfarfallante e ho atteso che qualcosa, in me, cambiasse.
Dalle finestre aperte delle due stanze accanto alla mia, pur attraverso le porte chiuse, arrivavano i suoni rimbombanti dei bassi di una discoteca a poche linee d'aria da qui. In altri contesti li avrei detestati. In altre occasioni avrei sbarrato loro la strada con l'ausilio di un paio di tappi.
Ieri notte, invece, li ho invitati a trattenersi: non era per colpa loro che passavo un pezzo di sonno insonne. Inaspettatamente, non sono riuscita a provare per loro alcun sentimento di fastidio.
Quasi ne ho goduto.

Come se l'ospite più irritante, al momento del commiato, mi avesse sorpreso - colpo di coda dopo giorni di gelo - con un mazzo di rose per ringraziare dell'ospitalità.

Ho deciso: domani provo a dormire a finestra aperta.

3 commenti:

  1. Un blog, prima di un'abitudine, è un piacere. Non è necessario alimentarlo con regolarità, non sono nemmeno necessari i lettori, a ben vedere. Un post all'anno? E sia. Un post all'ora? E sia.

    Se invece il piacere non c'è, puoi dichiararlo chiuso. Ma io spero di no! Io spero sempre nelle finestre aperte. :-)

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  2. Uh! Che bello leggervi! Bentornati :) (cuore)

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