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domenica 6 luglio 2014

Picciona

Nel riquadro rettangolare disegnato dalla porta a vetri della bucolica casa genitoriale - stamane - ho visto stagliarsi la figura ondeggiante di una gallina.

Ma non era davvero una gallina: lo sembrava solo.

In realtà, era una picciona.

La picciona - e mi accorgo solo ora che ho sempre pensato a lei come ad una femmina, fin dal primo momento in cui l'ho vista, benché io sia totalmente sprovvista di competenze di sessuologia volatile - sembrava, in effetti, una gallina perché invece di svolazzare ad ali volitive qua e là nel giardino, essa, semplicemente, passeggiava. Con quello stesso fare sbilenco che hanno le galline nei pollai, non so se mi spiego.

Ho degnato la picciona di qualche sguardo indagatore, al di qua del vetro, e mi sono rimessa a fare ciò che mi stava occupando (presumibilmente a scrivere il post precedente a questo, o a controllare i risultati delle partite dei Mondiali).

Due ore dopo, al termine del mio post, dei risultati, di un paio di telefonate ansiogene e di qualche ettolitro di magone, ho intravisto un movimento sospetto in giardino. La gatta che rientra dalla caccia mattutina? - mi sono chiesta.

No. Era sempre la gallina picciona.
A pochi metri da dove l'avevo vista la prima volta.

Finita la doccia, nutrita la gatta, accesa la televisione e gettate le ciabatte oltre il divano, la picciona continuava a gravitare quieta sul genitoriale manto erboso.

Non se ne andava. Ho aperto la porta a vetri, appoggiato due passi sui gradini ricoperti di palladiana, tirato su col naso rumorosamente. La picciona ha sculettato due centimetri più in là, e basta.

Ed è stato allora che mi è venuto il dubbio.

Mi sono avvicinata gesticolando e calpestando energicamente il pavimento in stile gigante buono, ho preso a rincorrere la picciona come fanno i bambini nelle grandi piazze assolate d'Italia, le ho procurato di sicuro un discreto accidente e lei, in risposta, ha disposto evidentemente il suo corpo allo spiccare di un volo, ma non ci è riuscita.

Il dubbio era diventato realtà: la picciona non riusciva più a volare.

Come la quasi totalità degli abitanti umani di questo pianeta, non ho mai nutrito particolare simpatia per la specie animale dei piccioni. Sono sempre stati così in tanti, a popolare il nostro universo noto, che è stato fin da subito impossibile affezionarsi a loro; provare per loro quel sentimento di tenerezza gratuita che viene invece così spontaneo davanti a qualsiasi gabbia di zoo o a qualsivoglia fotografia di cucciolo online. 

Però questa picciona stava male, era handicappata, e qualcosa di tinnico dentro di me spingeva e si dimenava pur ricoperto da strati di grasso anestetizzante al sapore di depressione.

Sono rientrata in casa, decisa ad aiutare la picciona. Ho trovato nella genitoriale dispensa un tozzo di pane indurito da giorni di noia e mi sono precipitata nuovamente in giardino.
Volevo lasciare delle bricioline vicino alla picciona, affinché potesse nutrirsi anche se malconcia.

Ma il pezzo di pane era più duro della pietra, e con le mie due semplici mani da donna sapiens sapiens non riuscivo a sbriciolarlo. Mi sono messa a sbatterlo violentemente a terra, sui gradini ricoperti di palladiana (involuzione a donna neanderthaliensis). La picciona, evidentemente spaventata dal rumore di selce  pane in terra, ha ingranato la quarta e con la sua corsa traballante si è allontanata di molto da me.

Non avrebbe mai potuto sentire l'odore delle mie bricioline, così da lontano. Ho spaccato un altro po' di noce di cocco pane con il mio sistema rudimentale, mi sono messa le briciole in mano e ho cominciato a rincorrere, dissimulando la foga, la povera picciona handicappata. Lei continuava a scappare, col collo che faceva su e giù, e io dietro, con un pezzo di pane duro in una mano e un mucchietto di briciole faticosamente ottenute nell'altra. Non trovavamo un accordo.

Mi sono messa a gettarle addosso le briciole: ma erano troppo leggere e sono cadute prima di arrivarle vicino. Nessuno capiva più niente: c'erano solo un'idiota in camicia e mutande ricoperta di briciole e una sculettante picciona senza le ali che disegnavano, convulse, un cerchio intorno al giardino.

Alla fine ho ceduto: la picciona non si lasciava aiutare, e io non potevo fare nient'altro. Mi ricordava - peraltro - intensamente qualcuno. Ho lasciato tutte le bricioline che mi restavano in un punto dove l'avevo vista pascolare a lungo, durante la mattina, e sono rientrata in casa, decisa - finalmente - a pensare al mio pranzo.

Nel pomeriggio tardo, all'ora di innaffiare, sono tornata in giardino, e le briciole erano ancora tutte esattamente nello stesso luogo in cui le avevo lasciate. La gatta, dal canto suo, in un angolo del cortile si leccava il pelo con più soddisfazione del normale. E stasera, quando le ho messo i croccantini nella ciotola, ne ha lasciati indietro più di metà.


Buon viaggio, amica picciona che non sapevi farti aiutare. Chissà come stai volando bene adesso.


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