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sabato 25 giugno 2016

Cubetti di vita

Tra i tanti cibi da viaggio che hanno accompagnato Tinni durante i suoi variegati spostamenti ferroviari in lungo e in largo per lo Stivale e per gli ultimi, ondulatori, anni appena passati, possiamo citare, in ordine sparso e non di importanza, tipi molteplici di patatine, ivi comprese quelle multi-fritte del Macdonald della Stazione Termini, noccioline, mandorle, albicocche secche, prugne pur'esse secche specie in periodi di stitichezza, e poi taralli, tarallini, ciliegie, amarene perché no, pomodorini addirittura, poppi corni; gallette nei periodi vegans, kinder bueni nei periodi stress, panini burro e coppa nei periodi mammite acuta.
Una predilezione per il salato, senza disdegnare il resto. Chiusi in buste di plastica, o sparsi a passeggio per la borsa, cibi di ogni genere e forma hanno viaggiato su rotaie accanto - e dentro - a Tinni, ma alla Tinni medesima mai e poi mai, in tante esperienze di viaggio, era venuto in mente di portarsi dietro dei cubetti di formaggio grana.

Piccoli, quadrati, ermeticamente sigillati dentro un altrettanto quadrata confezione di plastica timida e semi-anonima. Erano lì, stamattina: ignoti, nel banco frigo di un supermercato ignoto ai confini erbosi del capoluogo quasi ignoto di un altrimenti ignoto Oltrepò lombardo.

E qualcuno, passandoci davanti, ha suggerito ad una Tinni sbadigliante che ancora non si era accorta di essersi svegliata che avrebbero potuto costituire un buon compagno di viaggio edibile per il ritorno della prima serata.

Va detto: la Tinni, il grana è solita mangiarselo in una maniera tutta sua, e che forse vi farà un po' venire il voltastomaco, e se siete di gusti un po' sensibili potete saltare la descrizione del bolo alimentare di Tinni e scendere di un paio di paragrafi direttamente per leggere la conclusione - laddove, come sempre nei post di Tinni, si passa alla metafora esistenziale che rende l'autrice tanto fiera una volta che le sia spuntata alla mente.

Si era quasi dimenticata, appunto, Tinni, di come mangiare il formaggio grana, perché nella sua recente vita solitaria lo aveva sempre considerato un alimento troppo costoso rispetto ai benefici da esso arrecati, e si era pertanto accontentata di gustarlo - sotto forma di polvere grattugiata - solo nei casi in cui, al ristorante, a casa dei genitori o invitata a cena da qualche anima buona, le fosse stato offerto come condimento ulteriore di una pastasciutta. 
Da piccola, invece, ne rosicchiava volentieri dei pezzetti, in attesa della cena e mentre qualche altro membro più solerte della famiglia si accingeva a grattugiarne in quantità sufficienti per tutti: un ritaglietto qua, una crosta là; un piacevole diversivo prima di passare al pasto vero e proprio.
Ed è stato magari proprio in virtù di questa sua posizione ancillare, di questo anticipo di nutrimento, di questa periferia della vita che il grana, nella bocca di Tinni, è sempre stato masticato con molta pazienza - fatto piuttosto strano per chi la conosce a fondo - e riempito prima di molta saliva, e spostato di qua e di là a spasso per la bocca, e succhiato per bene, angolino per angolino, prima di essere pronto per discendere, attraverso la deglutizione, giù, lungo il tubo digerente. 


Una pastoia di (ex)formaggiograna misto a saliva, da cullare, sminuzzare e trattenere ancora per un poco: forse anche per attenuarne l'appuntito carattere salato, forse anche un po' per ammorbidirne il suo gusto così invasivo. 

Un lungo ruminìo che spesso accompagnava Tinni dalle sette e quarantacinque fino alla chiamata definitiva della madre alla tavola, e che ha riaccompagnato Tinni, oggi, dalle diciannove e diciannove fino al definitivo rientro a Modena, mentre l'omogenea campagna emiliana sfilava davanti ai suoi occhi - rotoballe cascine stradicciole foschia rotoballe cespugli fossi rotoballe - e i campi aguzzi di grano correvano dietro al finestrino, rovinati qua e là da calpestii e spianate misteriosi - orme di enormi mostri notturni? - dentro ai quali, però, in un campo tra Fidenza e Fiorenzuola, fiorivano beati gruppi anarchici di papaveri.
Un avido e silente masticare che ha assistito anche, insieme a Tinni ed agli anarchici papaveri di Fiorenzuola, alla ricezione di un SMS sul cellulare del passeggero seduto nello scompartimento anteriore; un SMS che sarebbe passato poco più che inosservato - come i tanti ricevuti all'interno di uno scompartimento comune - se non fosse stato che il proprietario del cellulare in questione era cieco, e aveva impostato sul telefono la voce automatica e monocorde che ti spiega in che schermata ti trovi e ti legge tutto quel che vi compare, mittente e messaggio compresi, e che quindi, mentre i papaveri insolenti di Fidenza salutavano Tinni ondeggiando i loro rossi capi e augurandole un buon proseguimento, ha letto, ad alta ed incolore voce, che un certo mittente Luciano chiedeva al passeggero non vedente come va la tua vacanzina bolognese.

Una vacanzina bolognese; un giorno di festa in una città in cui non c'è mare né montagna.
Un gruppo di papaveri che cresce laddove un calpestìo disordinato crea uno spazio di mancata coltivazione.
Un cibo da viaggio mai sperimentato prima, e suggerito da altri, e masticato a lungo per addomesticarne il sale.

Non sarebbe tutto più semplice se Tinni si convincesse che queste, tra tutte le biglie messe in tasca nella ordinaria e meravigliosamente modesta giornata di oggi - queste e non altre, e non gli uccelli del cielo, né i tabelloni delle partenze, e neppure la sagra di paese alle porte di Parma - sono le tre metafore più calzanti per quella che al momento le hanno assegnato come esistenza?

Ogni giorno, dietro al finestrino della vita, un cinema diverso; ogni giorno, l'arduo compito di riconoscere, nel suo lungo ed imprevedibile scorrimento, i fotogrammi giusti, quelli che, da soli, possono rendere ragione di un'insolita pace serale.


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