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domenica 12 settembre 2010

Perché mi piace quel che faccio/1. Elogio della fonte

Dopo qualche giorno di silenzio impiegato a meditare su questo post molto impegnativo, vorrei scrivere a proposito di quello che per ora è il mio 'lavoro': un dottorato di ricerca in filologia e letteratura greca. Il dottorato non è che un percorso post-universitario di ricerca e approfondimento, di durata triennale, in cui si scrive una corposa tesi in merito ad un argomento specifico. Il mio è la discesa di Odisseo nel mondo dei morti nel corso dell'undicesimo canto dell'Odissea. Ma di questo parlerò meglio un'altra volta.
Oggi vorrei provare invece a spiegare perché mi appassiona lo studio della letteratura greca, perché quindi penso che lo Stato non stia buttando via i propri soldi findanziandomi con una borsa di studio, e perché, da ultimo, ha ancora senso oggi insegnare una simile materia al liceo classico.
Per studiare una cultura, una letteratura e una storia come quella dei Greci di epoca antica, dalla quale - cosa di non poco conto - si elaborarono gran parte delle nostre radici culturali, il primo strumento di cui abbiamo bisogno è senza dubbio LA LINGUA. Anche l'indagine archeologica, a dire il vero, può raccontare parti consistenti della vita materiale e delle abitudini dei nostri 'antenati', ma è altrettanto vero che, se non viene 'incrociata' con le nozioni che provengono dal campo letterario, può dare adito a cospicui fraintendimenti.
I Greci, essenzialmente, ci continuano a parlare con le loro opere letterarie: poesie, canti epici, resoconti storici, opere teatrali, commedie, arringhe di processi, lettere, trattati filosofici, esercizi di scuola. E, per leggerli, c'è un'unica via: conoscere - e bene! - quella bizzarra lingua.
Fatta questa premessa, vorrei darvi, in concreto, un saggio semplice e comprensibile di ciò che io e tanti studiosi molto migliori di me facciamo ogni giorno, dei problemi che possiamo incontrare quando proviamo a leggere i testi antichi e, perché no?, provare anche a farvi assaporare il piacere sensibile dell'indagine sull'antico.
L'esempio, per poter essere il meno criptico possibile, lo trarrò però non dalla letteratura greca in senso stretto, ma da un passo molto noto del Vangelo, che è stato anch'esso scritto in greco e che, tradotto prima in latino e poi in italiano, continua a riempire le nostre vite ancora oggi. Si tratta di una frase del Padre Nostro.


Matteo, 6, 13:
καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν.

Questa è la frase che, durante la moderna liturgia, viene pronunciata come "e non ci indurre in tentazione".
Purtroppo, o per fortuna, le cose non sono però così semplici. 
Poiché il greco è una lingua morta, non esistono parlanti che possano confermare o meno il significato di una parola o di un'espressione, come può essere oggi per l'inglese o il francese. Per compilare i moderni vocabolari di greco, quindi, gli studiosi non poggiano la loro ricerca su basi sempre ferme ed indubitabili: di molti termini, quelli più comuni, il significato non è in discussione, perché la nozione di essi fu riportata in Occidente già in epoca bizantina, dai dotti greci fuggiti a Venezia dopo la caduta di Costantinopoli. Ma di tantissime parole, a dire la verità, il senso esatto ancora oggi ci sfugge, e per avvicinarcisi il più possibile non resta altro che affidarsi alla letteratura greca stessa, ovvero a come quel termine veniva usato nei contesti, come veniva spiegato dagli antichi 'vocabolari', come veniva insegnato a scuola, e via dicendo.
E non solo: come anche nel nostro italiano accade, un singolo termine poteva avere svariati significati, anche molto diversi tra loro, a seconda dell'uso (es. italiano, il primo che mi viene in mente: méta in senso di "direzione" e méta in senso sportivo, nel baseball, per non parlare di metà..): la conseguenza è quindi che, in una voce di dizionario, i sensi indicati dai traducenti possono arrivare fino a cinque o sei, e nessuno può dire con certezza, in molti casi, a quale di quei significati corrisponda l'uso che un autore fa di quel termine. 
Se, quindi, torniamo alla nostra frase evangelica, e cerchiamo sul vocabolario (meglio ancora, su più vocabolari, per sentire più 'campane' possibili) il verbo εἰσφέρω, da cui deriva la forma εἰσενέγκῃς che troviamo nel testo, ci accorgiamo che esso riporta (riassumo un attimino):
1. portare in/a, apportare, indurre, condurre
2. recare, indurre, proporre
3. nominare
Se, poi, cerchiamo il sostantivo πειρασμόν, che nella nostra fonte è preceduto dalla preposizione che è solita indicare (per una volta in modo abbstanza univoco!) il moto a luogo, troviamo:
1. prova, esperienza, esperimento
2. tentazione
3. affanno
....
Ora, qualunque lettore dotato di un minimo di spirito deduttivo capirà anche da sé che "non ci indurre in tentazione" è sì una traduzione possibile, ma che anche "non ci mettere alla prova" è allo stesso modo una candidata plausibile: e tra l'una e l'altra, nel senso comune, passa una discreta differenza. Nel primo caso ne esce un'immagine di dio 'tentatore', che tende a far cadere l'uomo in trappola, mentre dalla seconda preghiera emerge un dio meno consapevolmente volto al danno nei confronti dell'uomo. 
Lascio da parte, ovviamente, ogni discussione teologica ed ogni intento polemico nei confronti della CEI (o meglio, diciamo che li rimando ad un altro post...), ma ci tengo a sottolineare come, in questo testo come in tutti gli altri testi greci e latini, dalle scelte di traduzione possano derivare conseguenze molto pesanti sul piano interpretativo: tutto questo, se non si conosce la lingua in cui la fonte è stata redatta, sfugge completamente.
Tutto rimane un po' - come direbbe un romano - un "famo a fidasse".
Con questo non voglio certo dire che farei imparare il greco a forza a tutti coloro che recitano il padre nostro ogni domenica. Se, però, si ammette (come generalmente succede...) la necessità di interrogarsi ancora oggi e di indagare sulla cultura cristiana dei primi secoli, allora si ammetta anche la necessità di indagare la cultura greca, da cui tantissime delle esperienze che viviamo quotidianamente derivano (tanto per dirne una: molte delle scene comiche che oggi ci fanno ridere, recitate dai nostri attori, non sono altro che riadattamenti di scene teatrali della commedia greca del quinto secolo avanti Cristo). Se si ammette questa necessità, per conseguenza, si dovrà ammettere la necessità di conoscere la lingua; perché sia così, quindi, la comunità ha bisogno di esperti e ricercatori che 'scavino' ogni giorno pazientemente dentro all'idioma, nel tentativo di avvicinarsi il più possibile a ciò che la fonte voleva effettivamente trasmettere. 
...Spero di non essere stata troppo 'maestrina' o troppo saccente: non era mia intenzione; volevo semplicemente condividere una passione e cercare, nel mio piccolo, di restituirle una dignità che spesso - a lei come a noi che la pratichiamo - viene negata.

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