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domenica 31 ottobre 2010

Le avventure di una Nordica a Roma. Seconda ed ultima parte


…eureka! -penseresti vedendo l'insegna luminosa avvicinarsi. Pochi istanti dopo, però, l'eureka si trasformerebbe in -oh cazzo!-, all'accorgersi che l'autobus in arrivo sembra un po' quelli indiani che si vedono nelle foto dei reportages di Repubblica, con la gente stipata dentro come in una scatola di sardine.
Il mezzo si ferma, un millesimo della gente contenutavi esce e…., bando al savoir faire, ti getti dentro usando il finalmente utile trolley come arma di sfondamento, fai il centimetro di passo necessario perché le porte si chiudano e, oplà, sei dentro. Primo problema: da nordico quale sei, non puoi non pensare subito all'obliterazione del biglietto. La macchinetta si trova però dall'altro lato del bus. Arranchi sempre come un soldato in trincea e il trolley come mitra verso l'agognata obliteratrice e, quando ci arrivi, scopri che è fuori servizio. Il tuo nordico senso civico freme. Ti guardi intorno sconsolato finché, con la consueta strategia della pena/tenerezza, un vicino ti tranquillizza: signorì, un se preoccupi, vale anche c'aa penna. "c'aa penna" significa che si possono scrivere ora e luogo sul biglietto a mano: benissimo! Peccato che la tua unica penna sia nascosta sotto sette strati di maglioni libri beauty case fogli panini nella pratica valigia trolley.
Scusi, ma lei ha per caso una penna a portata di mano?
No, signorì, ma possiamo chiedere. D'improvviso, nell'autobus stipato che lo stadio olimpico nel giorno del derby è vuoto a confronto, si sparge un tam-tam di beneficienza per la povera polentona nordica scrupolosa: che, c'avete na penna? No, ma forse er signore llà… Finché un'angelica ragazza estrae il prezioso oggetto e te lo porge. Il primo obbligo civico è presto adempiuto, e l'incazzatura, ancora una volta, evitata.
Al che, restituita la penna con un nordico sorriso grato, ti rendi conto che c'è un altrettanto grave secondo problema da risolvere: non sai dove sia la fermata a cui devi scendere, la temibile stazione tiburtina. Che fare? Rifare i km che ti separano dal conducente e chiedere a lui? Scruti il muro umano con nuove goccioline di sudore che ti salutano dalla camicetta ormai da buttare, e scarti questa possibilità. Non ti resta che richiedere ai tuoi nuovi amici: i vicini. Scusi, ma lei sa riconoscere quando si arriva alla stazione tiburtina? Chiedi con un'ingenuità da settenne.
Ah signorì, stia carma, aa tibburtina scennono tutti, se n'accorgerà pure llei. E poi, con un sorriso sardonico: che, lei è der Nord, pe'ccaso?
Fugato ogni sospetto sulla tua provenienza geografica, ti metti (un po') più tranquillo.
Ti guardi intorno e vedi l'umanità più varia, con il viso segnato da una quotidianità di mezzi pubblici, che compie le attività più impensate, come leggere, scrivere sms, consultare IPAD, mentre tu a mala pena ti reggi in piedi (era un po' la stessa cosa a Parigi, nella metro, se non fosse stato che là le donne erano tutte anche bellissime, impeccabili, nude e invidiabili, mentre almeno a Roma non ce n'è una che abbia il trucco dato bene, segno di levatacce, spintonate, e ore ed ore passate su metro, bus e trenini. Grazie Roma).
Finché, all'approssimarsi della fatidica fermata, un movimento serpeggia all'interno della cortina di gente, e, in effetti, il 99 per cento dei passeggeri si prepara alla discesa. Non ti resta che assecondare l'onda come un pesce nella corrente del golfo.
Arrivato alla "tibburtina", il viaggio è solo a metà: dovrai infatti salire a bordo di un trenino metropolitano che ti porterà finalmente a destinazione. Ma tu, tronfio per il doppio successo conseguito a bordo dell'autobus, pensi erroneamente che il peggio sia passato. Quanta gente vuoi mai che monti su un trenino simile, con due vagoncini striminziti, che porta in periferia nord alle 6 di pomeriggio? La risposta è più o meno questa: tutti i passeggeri discesi con te dal 94 PIÙ i discendenti da altrettanti 10 bus appena arrivati alla stazione. Roma è una grande città, in effetti, è letteralmente piena di gente.
Il trenino arriva "aa tibburtina" già pieno. Becchi per culo la porta che si ferma di fronte a te. Peccato, è quella fuori servizio. Una volta salita a spinta sul treno, ti accorgi che, oltre ad essere in mezzo alle palle per chi deve scendere alla stazione successiva, NON hai spazio per poggiare il tuo detestabile trolley a terra. Per terra ci sono solo piedi. Piedi ovunque. Decidi di tenertelo sollevato finché senti arrivarti delle estetiche e mistiche stigmate sulle mani e, nel frattempo, il treno si ferma a Nomentana. Mentre con terrore noti orde barbariche di persone che devono scendere a ogni costo e sembrano del tutto intenzionati a passare sul tuo cadavere senza alcuno scrupolo, una vecchierella canuta e stanca ma mandata probabilmente da una qualche divinità per assisterti, si alza dal suo posto a sedere e ti dice: signorì, metteteve mpo' qua, che sennò lì ve distruggheno, ve trancieno, ve massacreno! Grazie, o misteriosa divinità che mi assisti, pensi, e ti siedi. Al termine della corsa, giunta alla tua stazione, hai assistito ad almeno 20 plausibili prodromi dell'omicidio della stazione Anagnina, di cui solo ora comprendi davvero la dinamica (tentativo di trascrizione: ahi, cazzo - cazzo essere tu! - embè, m'ai tirato na tranvata n'ee reni, cazzo sì, vaffanculo! - culo essere tu! M'anvedi sto zingaro emmerda - Merda essere tu! -provvidenziale discesa dello zingaro- signò, il palo serve p'appoggiarse le mani, e lei ce se mette c'a schiena! - e vabbè, m'hanno spinto! - a, pure ragggione ce vole avè, anvedi sto maleducato! …)
Il viaggio volge ormai al termine. Scendi dal treno e dovresti affrontare l'ennesima strada in salita al dieci per cento, ma preferisci aspettare un bus che ti porterebbe in cima al colle. Probabilmente, nel tempo che aspetti il bus, avresti fatto in tempo a fare a zoppo galletto su e giù dal colle per circa venti volte, ma alla fine arriva anche l'88. Scendi di fronte al supermercato per fare un poco di spesa; ovviamente il negozio è in un seminterrato con delle scale di accesso. Le stigmate quasi sanguinano, mentre strapazzi l'odiato trolley giù per le scale ed entri a fare la spesa, sentendoti sempre meno simile ad una donna-in-carriera-in-viaggio-per-lavoro e sempre più una profuga dell'Afganistan in fuga.
All'uscita dalla spesa, un enorme cane troneggia sul primo gradino della scalinata. Ipotizziamo che anche tu, sconosciuto avventuriero nordico, sia affetto da una malattia poco diffusa ma letale, la paura dei cani. Ti guarderesti intorno con terrore, cercando un'uscita alternativa, finché un signore che passa di lì, accorgendosi del tuo terror panico, ti chiederebbe …paura? E tu, tremando, daresti l'assenso. Nun te preoccupà, te lo tengo occupato io mentre passi. - Ma è suo? - No, signorì, ma lo faccio volentieri. Vorresti abbracciarlo e dargli il privilegio di toccarti le tue beatificanti stigmate, ma ti limiti ad un sorriso spiazzato e grazie al suo aiuto esci incolume dal supermercato.
Mentre cammini finalmente verso casa, non riesci a non sorridere pensando a tutti i personaggi che hai incontrato in quella giornata e senza i quali saresti probabilmente in un ospedale psichiatrico ricoverato d'urgenza per tentato suicidio. Hai le stigmate, la camicia è ormai uno straccio, i piedi non li senti più, ti sei sicuramente beccato un raffreddore con tutti quegli sbalzi termici, ma non puoi non cominciare ad amare Roma.
Continua…
Il mattino dopo ti alzi di buon ora, devi essere a Piazza Venezia per un appuntamento importante e poi prendere il treno per fare ritorno in Padania. Ti vesti come se fosse giugno, memore del sudore del giorno prima, ma quando metti il naso fuori di casa il sole tropicale non è ancora sorto e ci sono circa 5 gradi (sai, è pur sempre novembre). Mentre ti avvii alla stanzioncina del trenino, in corsa, ti infili maglione, gilè, sciarpa e cappotto. Rotoli insieme al crocifiggibile trolley - il quale non ha ormai più ruote rotonde bensì quadratini sassosi simili a quelli dell'auto dei Flinstones grazie all'incontro di molte buche - giù per la discesa. La stazioncina, essendo sabato mattina e prima delle 8, sembra un po' il luogo dove hanno ucciso la Reggiani, ma cerchi di non pensarci, mentre ti accorgi che gli unici popolatori del luogo sono una nutrita comunità zingara (noi "nordici" non sappiamo micca cosa vuole dire, avere gli zingari in città, ragazzi miei). Ti imponi di aprire la tua mente e di sgomberarla dai pregiudizi, mentre ti metti sul binario battendo i denti e ripensando con nostalgia alle goccioline di sudore solo poche ora prima tanto odiate, e il trenino arriva. Dopo un relativamente calmo viaggio in treno e un autobus pieno ma non troppo, arrivi a piazza Venezia. Devi attraversarla ma - ops - non esistono strisce pedonali né, tantomeno, semafori per i pedoni. Provi, dopo molte esitazioni, il metodo così detto della "alla viva il parroco" ma non hai la disinvoltura dei Romani e, proprio mentre un camioncino sta arrivando a tutta birra, scivoli sui maledetti sanpietrini lisci e vai dritto a culo in aria. Un passante ti aiuta a rialzarti evitandoti per un pelo una mala morte e tu stai per sbottare finalmente in un SPQR in Bossi-style, ma proprio in quel momento il sole fa capolino dalla piazza, illumina i monumenti, vedi il colosseo in lontananza, la colonna traiana, ti sembra quasi di scorgere Augusto che ti fa ciao ciao con la manina dal suo foro e pensi, cominciando inconsciamente ad assimilare l'idioma locale: ma ce ne po' encazzà in una città così bella??. Decidi quindi di entrare in un bar per pulirti dallo sporco della caduta e mentalmente metti in conto di essere spennato anche per un caffè più pasta: siamo pur sempre a Piazza Venezia, no? Vedrai come gabbano il turista sprovveduto. Entri, ordini cappuccino e pasta, mangi, bevi, ti riassetti e chiedi il conto. 1,10 euro. Non ci credi, ma è così. Rinnovato nella tua felicità e nell'amore per la città, vai all'appuntamento.
Lungo il restante percorso, ti ritogli tutti gli indumenti, uno ad uno, che avevi messo nemmeno un'ora fa e di nuovo ti trovi l'ascella pezzata. Arrivi all'ora giusta, aspetti circa mezz'ora perché il Romano non ha lo stesso orologio biologico di un Nordico, e fai quello che devi fare. Te ne torni verso la metropolitana, per prendere la metro e finire il viaggio a Termini, rimuginando su disagi, imprevisti e caos incontrati lungo il tuo percorso, ma proprio non ci riesci, a non provare affetto per questa confusionaria, anziana, sporca, solare, ridente signora che è Roma.
Arrivi alla stazione centrale, monti sul treno per il freddo Nord, prendi posto e ti metti a guardare dal finestrino in attesa che parta. Un signore agitato si siede accanto a te, e, non appena la sua lancetta sorpassa di un minuto l'orario previsto per la partenza, si gira verso di te e ti chiede, con accento milanese: oh, ma non saremo micca già in ritardo, neh?. 

A te verrebbe quasi di rispondergli: ah signò, stia sciallo. Ma che è, der Nord, lei??

3 commenti:

  1. A signorì, ma che bbel racconto!

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  2. Sublime.
    Però, se invece di una nordica fossi stata una straniera, non avresti sorriso così tanto e avresti pensato che "Roma sarà pur bella, ma nell'antichità c'è rimasta...".

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