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domenica 15 maggio 2011

Porte girevoli

Avrei voluto scrivervi prima, in effetti. Non mi piace lasciare troppo silenzio tra un post ed un altro.

Ma vivere all'estero è anche questo: è trovarsi avviluppati, a circa un mese dal proprio arrivo, in un tourbillon (quanta soddisfazione nell'ascoltare questa canzone dopo un mese di immersione francofona e scoprire che ci sono un sacco in più di parole riconoscibili!) di eventi, facce, feste, appuntamenti, parole nuove, tessere nuove, strade, corse, sudore e, soprattutto, emozioni, che ti lanciano al galoppo lungo la settimana, e finisci così, per ritrovarti in una nuova domenica che ha il sapore di quelle porte girevoli stile IKEA dove per un attimo ti trovi chiuso in uno spazio che fa un poco impressione, ma basta spingere o basta che quello dietro di te spinga ed eccoti di nuovo al lunedì, con la corale, la mensa con Mary, la notte insonne per le emozioni del canto, e poi ancora martedì, e mercoledì..
Le settimane passano come ciliegie in mano ad un bambino goloso, qui a Parigi. Le settimane passano e se ti guardi indietro ci sono soltanto emozioni, macchie di batticuore tra una corsa e l'altra, in una città - come tutte le grandi città, del resto - dove camminare a passo lento è impossibile.

Emozioni, infatti.
Come prendere per la prima volta il velib e ridere nel vento scoprendo come si suona il campanello. Come rischiare, sempre con il medesimo velib, di morire in un incrocio a Chatelet e ridere di nuovo, un attimo dopo, per aver mandato affanculo il camioncino che ti ha fatto il pelo e sapere che tanto lui non capisce. (per chi si sta chiedendo come sia pedalare in una città come Parigi, ho una brutta e allo stesso tempo bella notizia: tutto il mondo è paese. Ci sono gli stronzi in doppia fila, i pedoni rimbambiti, gli autobus prepotenti e i ciclisti lenti, come a Bologna.)



Come andare ad un convegno e diventare amica un professore americano famoso condividendo un panino nel pranzo offerto ai presenti (si, il pranzo del convegno era a base di panini. Ottimi, peraltro).

Come dimenticare il proprio pupazzetto-porta-fortuna dentro alle lenzuola lasciate a terra per la femme de menage e, dopo aver mobilitato mezza Maison de l'Italie, scoprire che la donna delle pulizie lo ha trovato e lo ha pure definito mignon.

Come avere appuntamento con un professore di fama internazionale per un colloquio e confondere alle ore deux  con alle ore douze, incazzarsi per una mattina intera e poi trovarselo lì che ti dice: per farmi perdonare ti offro un the. (!)

Come veleggiare per il Marais nella notte dei musei e passare da un Hotel all'altro pensando per un attimo di essere davvero nel diciassettesimo secolo. Morire di fame e di freddo e poi avere un mezzo orgasmo per un falafel smordicchiato, seduti per terra, nel quartiere ebraico deserto, di sabato sera.

Come dirigersi verso una pasticceria che si pensa aperta e trovarsi nel bel mezzo di un set di un film dove un tizio sta in un taxi fermo sul marciapiede e un altro fa finta di suonare la fisarmonica, farsi urlare dietro che non si può passare e poi sbirciare da dietro le transenne la scena ripetuta circa ottocento volte.

E, tutto, questo, in una sola settimana! E te credo che mi è venuto l'abbassamento di voce (dio esiste - penserà qualcuno)! Insomma, tutte queste cose finisce che, nella tua testa, nemmeno le distingui bene una dall'altra, quando, da questa porta girevole che è questa domenica, ti guardi indietro e cerchi di metterle nero su bianco. Non è facile, la gola ti duole, la testa è ovattata, le nuvole nel cielo sopra di te scorrono veloci come solo a Parigi sanno fare, El V. qui a fianco tossisce e si prepara il suo pranzo, e io vi mando un grande abbraccio confuso, stupito, pazzo, ma felice.

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