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martedì 1 maggio 2012

Ivan

Comincio da qui, anche se non sarà facile.

Comincio da qui: c'era una volta, in pizzeria, il mio collega pacioso. Il collega buono, sorridente, dolce, paziente. La certezza del sorriso nei primi mesi di lavoro, quando ancora tutti gli altri erano corazzati dietro saluti formali e cenni sterili della testa e delle mani. Quando ancora tutti gli altri erano solo colleghi, lui era già qualcosa di più, e forse ancora prima che io entrassi lì, ancora prima che tutti i nuovi dipendenti entrassero lì. Il collega pacioso, che per comodità chiameremo Ivan, è sempre stato così: il primo a canzonare e il primo a sorridere; il primo a soprannominare e il primo a strizzare l'occhio. Quello che quando corri nel retrobottega a riempire la ciotola di pomodoro e l'odore di pizza dorata ti ha quasi stordito la vista e le lenti a contatto si incazzano per la farina e fanno a pugni con le palpebre cadenti, lui è già , che ha approfittato di un istante di pausa per sottrarre la rotella al suo lavoro d'ufficio e per portarla di dietro, dove una pizza bruciata e scartata ci aspetta, silenziosa e fedele; e mentre scoli i frutti di mare per metà mezzo metro grazie Ivan ti porge sotto banco, sornione, la fetta annerita - te l'ha sempre porta, fin dai primissimi giorni - e ti dice, pacioso, - noi sì che stiamo bene al mondo, eh?

Beh, insomma, c'era una volta questo collega buono e dolce e c'era una volta l'inverno innevato e surreale del duemilaedodici. C'era una volta il metro di neve a Castelvetro e io e il collega buono tornavamo sempre a casa a piedi insieme, a fine serata, perché non c'era altro modo di spostarsi, e ci tiravamo le palle di neve e facevamo a gara a chi moriva per ultimo correndo da via palona a via leopardi e nei fragili interstizi di queste bambinate ci raccontavamo anche qualche angolo delle nostre vite.

E io scoprivo che il mio collega buono era un po' triste. Era triste perché non aveva una donna al suo fianco - forse - o perché la vita gli sembrava un po' un'inutile sfilza di minuti accumulati uno sull'altro; era triste un po', non troppo, ma di certo non era felice, di certo non era soddisfatto.

E poi arrivavamo ciascuno nella propria casa e accendevamo magari il pc e ci salutavamo ancora una volta da una qualche finestra di social network e poi io andavo a letto e lui iniziava la seconda parte della sua giornata.

Ecco: ho cominciato da qui. Ho cominciato dal mio collega buono e un po' triste e sono qui a raccontarvi che, tra una palla di neve e una fetta di pizza bruciata, io ho cominciato a volergli bene. Un po'.

Poi, un giorno, è successa una cosa (questo post verrà lunghissimo, vi avverto, ma non riesco più a fermarmi). Un giorno, o meglio una sera, ho visto Ivan scomparire nel retrobottega con la solita aria furtiva e allora dopo qualche istante l'ho seguito con la scusa del caricare la friggitrice e l'acquolina in bocca ma invece di trovarlo ad armeggiare con la rotella l'ho visto seduto sulla sedia gialla del bagno con il cellulare in mano.

E sorrideva allo schermetto.

Da quel giorno, o meglio, da quella sera, Ivan appena può esce un pelo prima dalla pizzeria e ha smesso di tornare a casa a piedi. Quando gli chiedo come va, Ivan sorride sempre e risponde sempre alla stessa maniera, come faceva un tempo, ma i suoi occhi scappano il prima possibile sugli stracci per asciugare o sui barattoli di funghi aperti da scolare. Da quel giorno, Ivan, tiene sempre il cellulare in vibrazione in tasca e non mi chiede più di fare la gara a chi muore per ultimo, in via palona. Io credo, anche se Ivan non me lo ha mai detto, che abbia trovato una donna. E che ora sia felice.

E' felice, di certo, perché ha un posto migliore dove correre invece di attardarsi a mangiare pizze con le scaglie di grana seduto sul bancone di un locale vuoto e sudato; è felice, di certo, perché ha qualcuno che lo aspetta, al posto dello schermo del computer, quando arriva a casa a fine serata; è felice, di certo, perché ora la spende subito, quella manciata di euro che guadagna consegnando pizze a bordo di un fiorino, e non la accumula in un portafoglio di hellokitty nell'angolo in fondo al cassetto.

E' felice, ora, Ivan, e però un po' la sua tristezza mi manca. Mi mancano le fette di pizza sbavate ed ingoiate in tutta fretta; mi manca quel modo delicato di piegare la testa e di dire noi sì che stiamo bene al mondo senza credere ad una parola di ciò che si è detto. Mi manca, tutto qui.



E allora mi viene da pensare ad una cosa, amici miei. Mi viene da pensare che noi, tutti noi, ci affanniamo per una vita intera a cercare di essere il più felici possibile, e questo è sacrosanto e ben venga ogni tipo di risultato positivo in tal senso. Però ci dimentichiamo troppo spesso, o forse proprio non l'abbiamo mai saputo, che quando siamo tristi - un po' tristi, non tantissimo eh - siamo più belli. Siamo più belli perché fragili, perché simpatici, perché levigati e perché dolci. Siamo più belli e dopo, quando siamo diventati felici, agli altri, agli amici, un po' quella bellezza finisce per mancare.

Siamo belli perché chiediamo, invece di dare; perché lanciamo un bigliettino bianco al compagno di classe, invece di alzare la mano al professore; perché stiamo fermi, invece di abbracciare.

E allora, mi dico concludendo queste righe emozionate, da oggi cercherò di godermela per bene, questa tristezza leggera, di assaporarlo con gusto, questo vuoto di affetto, di comportarmi da triste e da bella finché la vita me lo concederà; ché poi, quando a fine serata scapperò anche io di soppiatto senza aspettare le chiacchiere e il bicchiere di birra, forse incrocerò lo sguardo buono di Ivan e, di nuovo, potremo sussurrarci noi sì che stiamo bene al mondo, eh?

3 commenti:

  1. Cara Tinni,

    io sono convinto che si è belli in tanti modi diversi, da tristi e da allegri, da giovani e da meno giovani, da rigidi come rami invernali e da elastici come rametti primaverili.

    Mi piace molto ricordare un esempio classico, l'esempio del grande alberone così grande che chi gli si pone in piedi davanti non riesce con lo sguardo a contenerlo tutto.

    Ed allora ecco che è necessario cominciare a girargli intorno, è necessario concentrarsi ora su un particolare ora su un altro, ora su un dettaglio nuovo non notato prima.

    Ecco, lo spirito e l'anima e la figura di ogni essere umano sono così ricchi e variegati che è facile ora accorgersi di un dettaglio e poco dopo concentrarsi su un nuovo particolare.

    Ed ogni volta, sarà bello ripetersi uno con l'altra: noi sì che stiamo bene al mondo, eh?!

    Buon primo maggio!

    Marco

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  2. Tristezza, mestizia e rimpianto sono a volte un poco dolci, specie se si ritorna ad un passato che non è stato, ma avrebbe potuto (OT: insegnanti, ausiliare avere od essere ? !! AIUTO !!).

    E comunque, se vissute in dosi semi-omeopatiche assomigliano molto alla nostalgia, che è un gran bel sentimento. Dire "eravamo felici e non sapevamo di esserlo" ti fa stare + attento ed oggettivo a gustare quello che vivi ogni giorno, che magari non è proprio da buttar via, anzi !
    Ciao Tinni !

    Anonimo SQ

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