MOLTEPLICI INIZI.


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lunedì 6 agosto 2012

Partita. II

(... continua)



L'hai capito in fretta, insomma, che l'avventura iniziava lassù, tra tende e tiranti, e ci hai messo poco più di due minuti a spazzare via dal tuo cuore - insieme all'afa, alle risposte multiple, al pallore delle guance e all'orologio da polso - tutte quelle panzane di cui ti eri riempita bocca e anima per mesi; tutte quelle storie - sacrosante, per carità, ma oramai fuori stagione quasi quanto un paio di pantaloni di velluto - sui passi solitari lungo i viali delle biblioteche, sulle stanze vuote, sulle autonomie conquistate e gli echi di parole da te a te stessa.

La porta di quella benedetta stanza vuota si apriva, lassù, tra tende e tiranti, e fuori dalle quattro mura di carta e appunti ti aspettava non un qualcuno qualsiasi, e neppure un Qualcuno con la lettera maiuscola, bensì tanti e coloratissimi qualcuni che se solo pochi giorni fa non erano che vuoti nomi in fila in un elenco (celiaco, allergico alla soia, arriva il secondo giorno, medicina ogni mattina e via dicendo), nel tempo di  una canzone stonata e di un giro di mestolo al sugo sono diventati un piccolo pezzo di te.

E allora hai detto addio alle pagine di diario fitte di una sola calligrafia, hai riposto il cellulare in una tasca della tenda, hai indossato il paio di orecchie e di occhi migliore che avessi e hai messo in mano il libro della tua vacanza a trentun marmocchi tra baco e farfalla: un due tre via, si parte.

Perché cucinare per dei se stessi affamati e stanchi piatti miseri e raffazzonati è una conquista, certo, ma quando il sugo tristo tristo e cotto oltre misura riempie trentun piatti e poi ancora altri dieci e ancora cinque al suono spensierato di un bis quindicenne puzzolente, allora pensi davvero che quel che serve e basta per quella giornata tu l'hai in mano, tra un taglio ed un livido, e sei, semplicemente, contenta.

Perché leggere belle frasi in poesie senza tempo, e annotarle su foglietti appesi per casa, e ripeterle a dei se stessi scoraggiati o semplicemente mesti fino a masticarle e a farle proprie è letteratura nel senso più pieno del termine, certo, ma ascoltare vive voci tintinnanti o rauche che ringraziano a fine giornata, davanti ad un cerchio di gente riunita, per una bella fatica o una camminata in salita, che sollevano lo sguardo da un pentolone unto e ficcando quegli occhi vergini nei tuoi affermano il bello di lavare i tegami è quando li vedi puliti, alla fine, senza più il nero dello sporco, che ti chiedono ma tu come ti chiami e dopo poche ore già usano il diminutivo più bello, quello senza la a finale, come fossero stati da sempre al tuo fianco, con il piatto vuoto teso nelle mani sporche, beh quella è più che letteratura, quella è vita.

Preparare una borsa, un pranzo al sacco, mettere un frutto nello zaino, riempire una bottiglietta già usata di acqua fresca e partire con questo sacchettino pieno e ordinato nella bisaccia della tua giornata è forza e fierezza per i tuoi passi sempre uguali, certo, ma infilare il giusto numero di marmellate, tonni, mele e formaggi dentro a trentun sacchetti tutti uguali eppure così diversi - c'è il sacchetto che finirà subito, quello che subirà scambi e contrattazioni perché a me il tonno fa schifo mi dai la tua simmenthal, quello che verrà strappato e quello che verrà conservato ripiegato con cura, quello che sarà ingoiato tra una nota ed un'altra, quello che scenderà nello stomaco nel silenzio più assoluto e quello che si mescolerà alle lacrime di una stanchezza buona - infilare alimento dopo alimento nel terrore di dimenticare qualcosa e nella speranza che quelle scatoline fatte in serie brucino energia allegra lungo i sentieri impervi di una lunga camminata, e distribuirli uno ad uno a trentun mani curiose e grate, a trentun zaini titubanti ed eccitati, a trentun visi brufolosi e aperti, beh, è, in uno modo tutto suo e un po' strampalato, lo ammetto, è amore.


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