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domenica 12 agosto 2012

Partita. III

«Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino»
1 Re 19, 7


Guidavo lungo una strada di montagna lunga e ancora più lunga, due sere fa, al rientro da quella che con una certa approssimazione potrei definire vacanza. Guidavo lungo questa lunga strada di montagna e la carovana di macchine che da sempre accompagna le strade tortuose si agglutinava davanti e dietro di me per poi disciogliersi, freccia dopo freccia, incrocio dopo incrocio, e poi ancora una volta, pigra, riformarsi e di nuovo  dirmi addio. E io rimanevo sempre sola.
Attraversavo paesi in festa e cartelli di sagre, due sere fa, nello scorrere lento e lungo delle curve; davo la precedenza a famiglie rilassate in forma di pedoni, accarezzavo specchietti di auto parcheggiate da una settimana sempre nello stesso posto, e poi mi immergevo nuovamente nel buio degli alberi pazienti, sola, in attesa del cartello successivo e della nuova festa parrocchiale a base di mirtilli o funghi.
Procedevo così, tortuosa, lunga e lenta, due sere fa, attraverso carovane di auto e agglomerati urbani in ghingheri, e pensavo che tante cose nel mondo non sono giuste, ma proprio per niente, e scavavo nel cumulo di macerie e cianfrusaglie che mi ritrovo dentro al petto ed al cervello alla ricerca spasmodica di un motivo bello al quale mi sarei appigliata il giorno dopo al momento del risveglio: di un cartello da appendere davanti al letto, di una foto da sbirciare, di un sapore da tostare insieme al caffè. Ma non veniva su niente.
Muovevo a destra ed a sinistra il volante combattendo contro al sonno e contro a molte altre cose, due sere fa, mentre scendevo a valle tra le luci della festa ed il buio della foresta, e scavavo in questa maledetta discarica interiore e ci trovavo dentro soltanto un grande, profondissimo e lancinante dolore alle gambe: rigide per il troppo accumulo di freddo, forse, o magari semplicemente stanche di fare ogni giorno il loro onesto e gramo lavoro senza cartina, senza frecce, senza direzione e pure senza ringraziamenti.
Nuove macchine e nuove targhe mi precedevano e mi seguivano, per un po', due sere fa, nella mia danza lunga ed assonnata tra la seconda e la terza marcia, e io avevo un terribile male alle gambe che per un attimo quasi copriva tutto il resto come un'ubriacatura pesante.

Allora ho fatto una cosa. Senza interrompere la lenta e lunga ed ondeggiante marcia automobilistica verso la pianura ho ruotato la manopola dell'aria verso la mezzaluna rossa e poi quella dell'aria condizionata sul numero uno; poi, ancora, l'ultima delle tre manopole, quella più a destra, quella che regola l'ubicazione del getto di aria, l'ho sistemata con la freccia verso il simbolino delle gambe. E il riscaldamento ha cominciato a funzionare.

Due sere fa, il dieci di agosto - notte di san Lorenzo con il tetto della panda al posto di stelle e desideri - sono scesa nel caldo della pianura padana e nella melma della vita di prima con il riscaldamento acceso, puntato sulle gambe.

E le auto, intorno a me, continuavano a seguirmi, sorpassarmi, precedermi, svoltare e rientrare in corsa. I paesi attraverso di me proseguivano il loro spensierato, futile e luminoso sabato del villaggio. La panda, insieme a me, scendeva a valle curvando prima a destra e poi a sinistra. E il riscaldamento funzionava.

Sicché ad un certo punto, mentre la zappa con la quale proseguiva il mio doloroso scavo nel pattume si rompeva a metà del manico senza che fossi riuscita a cavar fuori uno straccio di regalo per la me stessa dell'indomani - non il colore delle montagne stanche dopo il tramonto, non il ricordo di tanti volti affamati e ridenti, non l'onestà della mia casa, fedele, in attesa del mio ritorno - ad un certo punto tutto quel grumo di freddo e di sofferenza che attanagliava le mie gambe, nude, nei pantaloncini sporchi sotto al volante, lentamente cominciava a sciogliersi al caldo del riscaldamento del dieci di agosto e da ghiaccio qual era si trasformava in un lungo e lento flusso di acqua buona che per una volta tanto non usciva da me in forma di lacrime ma era confortante lo stesso.

Sudavo e guidavo lungo la strada statale dodici, due sere fa, dilatando curva dopo curva il tempo che mi separava da un indomani mattina duro e bruciante, e all'improvviso, mentre il caldo del soffio d'aria sui miei piedi diventava così avvolgente da sembrare umano, mi sono immaginata i bei volti di queste due settimane, e anche un altro volto che forse a suo modo è bello uguale, e mi sono figurata di trovarmeli lì, sul marciapiede di uno qualsiasi di quei paesi in festa dell'appennino modenese, di vedermeli tutti in fila a farmi cenno di fermarmi e scendere, e proprio mentre questo pensiero saliva alla mente il tepore sulle gambe, contemporaneamente, mi faceva stare così bene ma così bene con me stessa che mi dicevo ma chi me lo farebbe fare, a me, di scendere da qui?!

E così ho trovato il mio istante bello - un istante infinitesimale e bello da fare quasi male - non in tanti scavi dentro al mio cassonetto esistenziale, non in tante cose splendide intorno e fuori di me, non in persone, non in luoghi, non in odori, non in parole. L'ho trovato in una successione asettica ed imprevista di tre manopole: temperatura, aria e posizione.



Forse non ci vuole poi molto, allora: basta capire che, basta capire quanto, e basta indirizzarsi dove. Basta alzare una mano, la propria mano, verso le manopole del sopravvivere, verso quelle della conservazione, quelle della sazietà e quelle del bisogno. Basta individuare i grumi più duri e scaldarli fino a scioglierli.
Basta prepararsi un piatto di carne o di verdura, pasto dopo pasto, e accompagnarlo con un bicchiere di acqua del rubinetto; lavarsi i denti prima di dormire e aprire e chiudere gli occhi molte e molte volte lungo tutto il corso della giornata. Basta soffiarsi il naso quando serve, asciugarsi le mani se bagnate, fare tanta pipì e magari, all'occorrenza, sciogliere un supradin dentro all'acqua, la mattina appena svegli.
E se poi il cuore, quello stronzetto, continuerà ad accumulare detriti e spazzatura senza rassegnarsi a buttare via nulla, beh, almeno avremo la pancia piena e le gambe riposate.

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