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domenica 19 agosto 2012

Ricostruirsi

Le raccolgo appena con lo sguardo, sfrecciando al loro fianco in auto, e rallento d'un colpo per capire meglio. Le sfioro con un piccolo segmento della mia mente che presto si fa grande ed ingarbugliato, mentre i miei piedi affondano nel cemento fuso di questa calda estate di pianura.

Me l'avevano detto, in effetti; e loro alloggiano lì. Le sedie sono disposte in un ordinato e spoglio semicerchio davanti all'ingresso del lussuoso hotel; tranquille e svuotate, sotto a bandiere, insegne, stelle e palme quasi fuori luogo quanto loro, le anziane silenti aspettano.

Sono le sfollate del terremoto; le vicine della bassa. I mariti li trovi incanottati e frementi all'ombra del bar Dama, intenti in interminate partite di carte e in millimetriche righe di corrieredellosport, ma loro, le mogli, hanno preferito stare lì, in un ordinato e spoglio semicerchio di sedie di plastica, davanti all'ingresso del più ricco - nonché unico - hotel castelvetrese.

Riesci ad immaginare qualcosa di più triste? Qualcosa di più stanco - come dici spesso tu, e in effetti la parola calza a perfezione - di queste donne spogliate, miti, della vita?

Non parlano, le anziane donne terremotate dal fondo delle loro radici. Come passeranno la loro giornata? - mi chiedo dal rosso rombante della mia panda agile e spettinata. I minuti si accatasteranno, uno dopo l'altro, incollandosi con il cemento del silenzio e del frinire di cicale, secchi quanto il torrente Guerro, arido proprio lì, davanti a loro?

Non c'è speranza, nei loro sguardi, e nemmeno più dolore. Riesci ad immaginare qualcosa di più terribile di questo, amico mio? Di fronte a quelle fronti, rilassate e pure rugose, arrendevoli al vuoto ed alle mosche, riesci ad immaginare una sofferenza che sia più strisciante ed avvolgente di così?

Mi allontano graffiata, ma ancora egoista, anche nella - minuta - condivisione di quella mestizia. Mi allontano dal semicerchio ordinato e spoglio di sedie di plastica bianche e solo qualche chilometro dopo, all'altezza dell'inalca, mi trovo a dover sorpassare, con uno scatto improvviso del volante prima assorto, una bicicletta in corsa sfrenata.

E' una bicicletta, sì, una bicicletta scassata ed ondeggiante, ma a montarla sono in due: padre e figlio. Non c'è il portabagagli, dietro alla sella; non c'è la barra orizzontale - che io, peraltro, ho sempre trovato così irrimediabilmente romantica, e mai nessuno che nella vita me l'abbia fatta calcare accidentiame - tipica delle biciclette da uomo. Io due condividono, semplicemente, lo stesso sellino: il padre dietro, il figlio - minuscolo - davanti. Ondeggiano e ridono; e ridono ancora, il padre ed il figlio con la pelle scura e la pancia vuota per il ramadam: sono nuovi, sono spericolati, sono felici. Sono il terremoto, buono, di questa pianura fertile e stanca.



E allora, penso mentre li sorpasso e proprio non riesco a fare a meno di sorridere, contagiata e sempre egoista, allora, forse, penso che davvero abbiamo tutti bisogno di un terremoto devastante, nella nostra vita vecchia e mesta; un terremoto che arrivi dal sud del nostro mondo conosciuto e scaravolti in terra il nostro cerchio ordinato e spoglio di sedie di plastica bianca. E noi soffriremo, sì: sgraneremo i nostri occhi anziani e saggi di fronte all'imprevisto, per poi chiuderli nel mutismo e non riaprirli più. Lasceremo cadere le nostre braccia produttive in un sospiro lungo giorni, piangeremo anche un po', e poi annichiliremo.
Ma, al risveglio - ormai asciutto - del nuovo giorno, saremo abbastanza forti e abbastanza saggi da regalare la ricostruzione del nostro paese e della nostra anima a qualcuno che, boh, forse non conosce tutte le regole del codice della strada, però si ricorda ancora come si fa a sorridere.

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