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sabato 1 settembre 2012

C'era una volta - III (sempre storie di gelati e compleanni)

Se ne stavano tutto sommato comodi, i nuovi quattro gusti del mio scompartimento di polistirolo personale - il fiordilatte silenzioso e canuto, saggio nel suo mantenersi al di fuori di ogni disputa, la liquerizia incontenibile e allegra, il pistacchio artista e fine divoratore di romanzi, il bacio inguaribile romantico: condividevano senza troppi screzi spazi adatti a loro e mantenevano con pazienza e serenità quello che in breve tempo - il tempo di pochi mesi, dall'inverno alla primavera scorsi - era diventato il nuovo status quo.

Poi, un giorno, è successa una cosa. Anzi no: non è stato affatto un giorno; non è stata affatto una singola cosa.

In realtà è accaduto che, giorno dopo giorno, cosa dopo cosa, i minuti, i centimetri, i chilometri, le briciole che ho trascorso insieme ad una persona - una persona che fino a poco tempo prima non era nulla - si sono accumulati nel giardino dietro casa mia in un mucchio sempre più alto, ma così alto, che ad un certo punto quasi ci si poteva costruire un pezzo di muro, con quella sabbia fine.

E tra tutti i minuti di tempo e i centimetri di spazio condivisi ce n'era uno in particolare che tornava sempre. C'era sempre lo stesso minuto e lo stesso centimetro in cui questa persona comprava un gelato - ne vuoi uno anche tu? - no grazie, io non ho fame - e poi puntualmente finiva che chiedevo di assaggiarne una leccata del suo, di gelato; e se le prime, le seconde e un po' anche le terze volte un diffuso brontolio accompagnava la mano tesa e la coppa gocciolante, poi, piano piano, minuto e centimetro dopo minuto e centimetro, questa persona si è abituata un po' di più a me e alla mia impertinente pretenziosità e così ha imparato ad offrirmene direttamente una leccata lui, del suo gelato.

Ed è stato così che ho scoperto la spagnola: facendo a gara con un amico a chi trovava per primo l'amarena nascosta dentro alla panna; rubando preziosi morsi alla vita esuberante di qualcuno che ha camminato spalla contro spalla con me per un pezzo di strada e che presto ne camminerà un'altra, molto più lontana.

E il bacio, questa staffilata, la presenza della spagnola misteriosa e seducente con il suo fiore rosso tra i capelli, non l'ha retta per niente, no, proprio no. Ha cominciato a sbiancare, ad impallidire d'amore, a deperire per una passione impossibile - che la spagnola sia destinata in sposa al principe di panna montata lo sanno tutti, è un po' la favola di Cenerentola dei semifreddi - finché, un giorno, semplicemente, si è sciolto del tutto.



E la spagnola ne è rimasta turbata per qualche tempo, lei che ha pur sempre un cuore, anche se si diverte a nasconderlo tra le pieghe di un passo di tango, ma poi, come tutte le donne affascinanti e misteriose che si rispettino, si è sistemata il fiore rosso tra i capelli, ha scostato una ciocca mora dal viso alzando la testa di scatto e ha chiesto al pistacchio, tutto chino con il capo tra le pagine di un vocabolario, posso sedermi qui?

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