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mercoledì 21 novembre 2012

Accordo, essere in

Ho sentito tanta gente sentire musica.
Con me, anche.

Ci sono stati quelli che fischiettavano, quelli che ondeggiavano la testa e quelli - molti - che guardavano sottecchi perplessi e imbarazzati.
Quelli che facevano a gara a chi cantava più forte, quelli (o meglio quello - perché è solo lui che lo fa con cotanta perseveranza) che inventavano le seconde voci, quelli che stavano zitti, semplicemente, e continuavano a srotolare il filo del loro adesso come se niente stesse accadendo.

I peggiori - in assoluto - sono stati quelli che odio chi canta sopra alle canzoni. Forse a parimerito con quelli che alzavano il volume per non sentire il mio rumore di soprafondo.

Quelli che modulavano roboanti testi in inglese in successioni casuali ma esilaranti di vocali e sibilanti; quelli che sapevano tutte le parole a memoria anche delle canzoni in spagnolo e francese e albanese antico; quelli mmmmhhhh uhhuuhu.

Quelli che - sacrilegio - ah sai che cosa mi ha detto Giulia ieri? Quelli che mandavano avanti di traccia in traccia appena capivano che la conoscevano (ultra sacrilegio).

Insomma: c'è stato chi ha sorriso, chi ha riso, chi ha deriso.

E poi, un bel giorno, è arrivato chi bussa, entra, canta, ma segue gli arrangiamenti, mica la melodia principale; che si diverte a riprodurre il pianoforte lontano, il contrappunto del basso, qualche sputo di batteria ogni tanto. E gli viene pure bene.


E poi ti dicono che queste cose non esistono. Come se chi ama ergersi sopra a tutte le altre note accarezzando compiaciuta la voce dei soprani senza mai stancarsi di fare il primo violino non avesse bisogno di una base buona, fedele, ritmata, su cui far saltellare a tempo di walzer la propria ombra canterina.

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