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martedì 27 novembre 2012

Il Signor Guidi - o dei legàmi

Quando è stato, esattamente, il momento in cui Froid (che è un portapizze mio collega al quale questo soprannome è stato appiccicato - tanto fortuito quanto pervasivo, e lo scrivo così, come compare sul calendario dei turni dietro al termosifone del retrobottega; e chissà anche questo, quando è stato esattamente il momento in cui è diventato il suo nome scalzando definitivamente quello che l'anagrafe, incolore, continua imperterrita a vantare), insomma, stavo dicendo: quando è successo, la prima volta, che il cliente Guidi è entrato, la cassiera ha pronunciato il suo cognome scandendolo a voce alta, e, come scossi da un impulso impertinente io e Froid ci abbiamo messo circa cinque secondi ciascuno per girarci l'uno verso l'altra e metterci a ridere senza smettere di lavorare?

Guidi è un cliente abituale della pizzeria; anzi due. Guidi sono due clienti abituali della pizzeria: padre e figlio, e ogni tanto viene l'uno (prende una pizza americana margherita), e ogni tanto viene l'altro (il quale ordina un paio di pizze tonde dai gusti variegati ma non troppo). Guidi sono due clienti abituali della pizzeria, dicevo, e ormai una quantità considerevole di tempo fa, quando ho visto il cognome scritto sopra ad uno dei tanti foglietti scarabocchiati sul mio ripiano di condipizze - Guidi ore 20.30 - mi sono girata in vena di confidenze verso Froid - all'epoca erano giusto poche settimane che lavorava con noi - che stazionava bonario nei dintorni e tra una rucola ed un pomodorino devo avergli detto oh che bello che viene Guidi, vedrai, è un gran figo e meno male che ogni tanto vediamo pure qualche bel ragazzo qui dentro.
Solo che quella sera, alle 20.30, quando la cassiera ha gettato nell'aria il Guidi tanto atteso, io e Froid, da una parte all'altra del locale, ci siamo drizzati impercettibilmente ma invece della faccia giovane e aitante del Guidi figlio ci siamo trovati davanti un signore canuto decisamente avanti coll'età, che metteva a fatica un piede avanti all'altro e tendeva le mani rugose ad afferrare il paio di cartoni fumanti che gli venivano porti.

Hai dei gusti un po' stagionati, eh Sofia?!
E Froid, questa scemenza, l'ha detta come dice tutto il resto, come dice vuoi che ti metta su le fritte o è pronta via Lunga dodici che sono in ritardo o hai tu la scopa che devo fare la sala - l'ha detta sommesso e accondiscendente, sornione, furbo e pacioso. E io sono scoppiata a ridere nonostante la sala fosse piena e da quella sera, chissà poi perché, sono molte più le volte che viene il Guidi padre a prendere le pizze, e ho finito per sperare che sia il vecchio, quello nascosto dietro a quel cognome ormai familiare sul foglietto, anche solo per alzare di qualche millimetro il sopracciglio, lasciarsi scappare un sorriso e sapere con certezza assoluta che, dal fondo della sala, mentre impacchetta bottiglie o scarabocchia ordinazioni, anche Froid fa lo stesso, stretto nelle sue spalle grosse da buono.

Quando è stato, esattamente, che ho cominciato a pensare che la cocacolalight non fosse una bibita come le altre, ma portasse sulla sua etichetta il segno, intangibile eppure profondo, dei riccioli scuri della mia amica Lucia? E' stato forse accumulando, sera dopo sera, cena dopo cena, resti e fondi di liquidi scuri e frizzanti che nessuno dopo di lei mai finiva e si ritrovavano, puntualmente, tutti in fila nello scomparto in fondo a destra della mia cucina? E' stato aprendo lo sportello e guardando, una volta, quella distesa di coche più morte che vive, sentendomi sorridere e scuotere leggermente la testa?

Quando è stato, esattamente, che ho smesso di ascoltare i Coldplay come si sente una qualunque band musicale e ho cominciato a sentire, dietro alle loro note, la voce di Eugenio?

Quando è stato, esattamente, che parole comuni come dito, papero, primato o giulivo hanno avuto bisogno di un corsivo tutto speciale che corresse dal mio sguardo al tuo come un animale emozionato?


Mi piacerebbe mettere un punto, una sottolineatura, appendere un chiodo al muro nel punto esatto in cui queste cose sono successe per la prima volta. Perché la prima volta hanno suonato impreviste il campanello di casa, e sono entrate ridendo e mettendo allegramente a soqquadro la stanza da pranzo: ed è stato bellissimo.
La seconda volta hanno bussato, più leggere, al legno della porta e vedendo apparire la mia faccia assonnata hanno sussurrato buongiorno.
Dalla terza volta, invece, per non doverci coordinare per forza, ho lasciato loro le chiavi - ne tengo sempre una doppia copia appesa ai ganci dell'ingresso - e adesso, quando rientro a casa la sera, li trovo già tutti lì, seduti tranquilli sulle sedie di cucina, ad aspettarmi, ciascuno con la propria parola, la propria nota, la propria bottiglia in mano: e in effetti è bello lo stesso, se non di più.

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