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martedì 18 dicembre 2012

Veronica e il Natale

Faccio proprio fatica a parlarvi di Veronica, sapete. Di Veronica in quanto allieva, di Veronica in quanto ragazzina, di Veronica in quanto figlia e in quanto cliente pagante dei miei servizi grammatico-traduttivi a domicilio.
Boh. Di Veronica, innanzitutto, posso dire per certo che se fosse una mia compagna di classe non mi siederei mai di proposito al suo fianco; ma neppure la odierei, beninteso. Forse le farei copiare qualche riga di versione, se fosse così saggia e così discreta da passarmi il bigliettino in un momento buono, a lavoro ultimato.

Veronica, devo ammetterlo, non è partita con la marcia giusta per conquistare il mio cuore docente anche perché, innanzitutto, possiede un cane. E non un cane buono ed allegro con le orecchie giù, o un pastore tedesco mesto e profondo, come sono altri cani di alunne che ho imparato - mio malgrado - ad amare; no, quello di Veronica è un cagnetto fetente tipo volpino che trapana i timpani dell'intero vicinato dal secondo esatto in cui suono il campanello al minuto sessantesimo della mia ora di lezione. Un batuffolo crudele e disobbediente che turba i miei pomeriggi con le sue zampette aggressive sul selciato lindo. Ecco, io lo odio. E capite che, con un coinquilino così, anche Veronica non ha salito subito quattro a quattro la scale delle mie personalissime preferenze, dacché l'ho conosciuta.

Eppure, mercoledì dopo mercoledì (ché Veronica nella scelta del giorno della settimana in cui fare lezione è sempre molto metodica e puntuale, come quando sottolinea con l'evidenziatore il numero e la pagina dell'esercizio che svolge e come quando scorre - lenta e annoiata - le colonne del vocabolario di latino, sostenendo impuntata ogni volta che lei non è capace come me di guardare le parole scritte in alto a destra per capire come finisce quella pagina lì, ecco, no, non lo sa fare), le pagine di diario con su scritto versione o compitino si sono fatte sempre più numerose, dal lato sinistro del suo diario smemoranda, e le colonnine dei voti di latino hanno preso progressivamente e sinuosamente forma - una forma positiva, per fortuna - , e le mie orecchie, mercoledì dopo mercoledì, si sono foderate di tolleranza fino a non sentire quasi più l'abbaiare nervoso del volpino di casa, mentre spiego le finali, e insomma, per farla breve, ieri mentre traducevamo dei congiuntivi la madre di Veronica è scesa da noi e la figlia le ha detto dove hai messo quella borsa, mamma, che non la trovavo più.
E la madre ha sollevato dal divano un sacchetto di carta elegante - questo è un pensierino da parte di Veronica, ci teneva tanto, sai, - e mi ha messo in mano un regalo di Natale.

E così, da ieri sera, accanto al primo presepe tutto mio (o quasi!) della tinnica storia della mia esistenza, campeggia un pacchetto incartato a quadretti gialli e rossi. E so benissimo cosa c'è dentro - ché il sacchetto nel quale mi è stato porto reca inequivocabile il titolo del celebre negozio in cui è stato acquistato -, ma mi sa che lo aprirò, davvero, solo la notte di Natale. E forse nemmeno allora. Forse nemmeno il 25, e magari neppure l'uno gennaio.
Perché mi piace da matti guardarlo lì, solitario e a schiena dritta - un po' come Veronica, che scrive compita con quella calligrafia troppo grande ed infantile per le righe di un quaderno di seconda liceo scientifico, mentre da sopra alla sua spalla destra le detto paziente la traduzione dell'ultima riga sudata insieme - e giocare con lui a non conoscerne il contenuto, e cambiargli postazione di qualche centimetro, se mi pare che riceva troppa poca luce, dalla finestra della cucina, e poi accendere in suo onore le luci pazze del presepe, la sera, al ritorno a casa. Notarne le consonanze cromatiche con tante case della città in miniatura che gli sta di fronte, accomodargli vicino il bigliettino di accompagnamento, spostare dalla sedia il prosaico telefono, lasciare tutta la piattaforma di vimini solo per lui.

Conta forse per davvero il contenuto, di un regalo di Natale? 
Importa sul serio cosa faremo, a Capodanno?
Abbiamo davvero perso tutto questo tempo a scegliere luoghi, orari, condimenti e abiti, finendo per dimenticarci della storia che ci ha portati fin qui?
Forse che il regalo di Veronica starebbe così bene, lì, tra il cammello ed il pozzo, se non fossero stati mesi e mesi di latrati, genitivi, campanelli, starnuti, diari, gomme e sottolineature di verbi a farlo arrivare fino a me?

Come se lo spazio ed il peso di un pacchetto, di un abbraccio, di un minuto di telefonata o di un piatto di lenticchie non fossero semplicemente misure, tare più peso netto, numeri calcolabili sulla base di scontrini o etichette. Come se di una cosa si potesse pesare il numero di passi che l'hanno condotta a te, la profondità delle curve sul sentiero, la rumorosità delle risate che ne hanno accompagnato il viaggio e, sì, anche la densità delle gocce di lacrime o di sudore che ne hanno spolverato la superficie, nelle tappe più difficili del cammino.

Buon Natale di storie a tutti voi.

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