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giovedì 20 dicembre 2012

La sostenibile leggerezza del camion

Caro Babbo Natale, caro Duemilaetredici, caro Mondo (Fine del), cara Befana, cari Maya, caro-vita e soprattutto cara Me dei prossimi istanti,
questa volta, per le tradizionali ricorrenze che si avvicinano, mi piacerebbe ricevere in regalo la sostenibile leggerezza dei camionisti.
Hai mai fatto caso, caro Babbo Natale, al modo dialetticamente pachidermico con cui un camion svolta a sinistra provenendo da una strada ad alto scorrimento? Vi siete mai incantati quell'attimo di troppo - fino al clacson antipoetico del frettoloso di dietro - alla timidezza impacciata con cui il tir butta l'imbarazzante naso rosso oltre l'impeccabile riga bianca e con sistematica pazienza attende il passaggio di irriverenti automobili, una dopo l'altra, anche quando sembrano non finire mai?
Ma a me piace, soprattutto, cogliere l'attimo - ché si tratta sempre di un attimo, anche se nella bonarietà è sempre difficile ricostruire il decisionismo - in cui, tratte le debite somme, l'autoarticolato sbuffa l'ultima boccata alla pipa dell'attesa e indossa il frac migliore dell'armadio: è il mio turno, ora passo io.
Caro Babbo Natale, è proprio questo di cui ti parlo, che vorrei trovare sotto il mio albero: la bontà implacabile del camion che ha deciso - pacatamente, con fermezza - che è arrivato il momento di farsi strada fino alla sua personalissima méta. E le altre auto, quando quell'attimo viene e la ruota grassa e dignitosa comincia a recitare la parte che ripassa da mesi, non fanno che inchinarsi, zittirsi, e poi, ad attraversamento ultimato, applaudire.

Ti hanno mai strappato un sorriso, caro Duemilaetredici, i nomi bislacchi, romantici e paradossalmente intimistici che lampeggiano di sottecchi dai parabrezza dei camionisti?
Perché - lo sapete, forse, voi? - i camionisti (così come i montanari, del resto) si salutano sempre, l'un l'altro?
Li raggiungono mai, quando magari smontano da quelle torri brillanti ed autarchiche, tutti i grazie che somministriamo loro - a mezza voce, nel silenzio caotico delle pubblicità radiofoniche - perché ci hanno sfanalato, fatto passare, attraversare, sorpassare, e precedere?



Cara Befana, facciamo così: fammi diventare un briciolo camionistica; mettimi nel sacchetto del carbone e delle caramelle una manciata di note baritonali dei loro clacson sornioni, un soprannome ridicolo, un paio di targhe e un simbolino rotondo con scritta in mezzo la velocità massima. Vorrei soltanto essere un po' semplice e un po' grassa, come loro.
Insegnami a svoltare con passo pesante quando arriva il mio turno. Insegnami a riconoscere il mio turno. E io, te lo prometto, cara Befana, farò attraversare tutte le signore sulle strisce e anche non su di esse. E se qualcuna di loro avrà un bel portamento, beh, allora mi lascerò scappare pure una suonatina di clacson di apprezzamento.

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