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sabato 26 luglio 2014

A-fisico

La pioggia cade in verticale. Il mio corpo ondeggia e ritmicamente barcolla in orizzontale.
Non è fisica quella che sto per descrivere; non è nemmeno termodinamica ma ho troppo scarse nozioni di ingegneria meccanica per poter affermare che non si tratti nemmeno di quella (quindi lo ipotizzo soltanto).

La pratica del vivere, del sopravvivere e del correre quotidiano è al di là di tutto questo. La pratica di questa arrancante fine di luglio è che la pioggia mi ferisce solo quando sono ferma.
La pioggia, e tutta quell'ondata di umida preoccupazione per la tenuta delle scarpe e della mia esistenza che questa stronzissima pioggia si porta dietro, questo carico di particelle bagnate e dolenti e impreviste, mi danneggiano indebolendomi, come un'influenza alla vigilia di una festa, sì, ma solo finché sono in casa. E' solo tra queste mura impregnate di ammuffiti reality show in replica streaming che il peso di tutto quell'idrogeno, e del suo amico ossigeno, e mettiamoci pure dei loro legami covalenti di gelosie ed impazienze mi annulla fino a farmi toccare, impotente, il pavimento polveroso.
Poi, quando in ossequio all'unico impegno lavorativo a cui resto attaccata con le unghie, decido di infilare due magliette (fa freddo) e i pantaloncini con le tasche grandi per tenerci dentro le chiavi; nel momento stesso in cui l'aria intorno a me comincia a battere e a scorrere al ritmo affannato del mio respiro; contati i primi passi nella morsa improvvisa di un vento novembrino; ecco che accade: la pioggia non ferisce, non danneggia e non bagna, più. Non ammuffisce, ma crea. Non affonda, ma rialza. Non abbatte, accarezza.



E a quel punto, l'unica cosa fisica che mi resta in mano è il gonfiore dei miei polpacci che, giorno dopo giorno, annaffiati da una pioggia sbrindellata e fuori posto, si fanno più solidi.

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