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lunedì 23 febbraio 2026

La mia parola preferita

Dopo averlo ostinatamente respinto per tutta l’infanzia, l’ho incontrato di nuovo, quasi per caso, alle scuole superiori: e a quel punto l’ho conosciuto, amato e mai più abbandonato. Che giornate misere sarebbero, oggi, le mie, senza il loro pisolino?

Il pisolino non è solo uno stile di vita; è anche una parola-astuccio, assai comoda, che contiene, ben riposti dentro alla sua cerniera, tutti gli accessori di cui essa stessa ha bisogno: 

sol – il pisolino si schiaccia in pieno giorno; 

soli – la compagnia ne riduce l’efficacia

lino – guai ad imbozzolarsi sotto il piumone, meglio avvolgersi lievi in una coperta sottile.

Ma non è finita qui.

Se accarezziamo con la voce, da sotto in su, la nostra parola, scopriamo che, transgender grammaticale, da umile diminutivo si fa d’un colpo verbo. Innalzata oramai a parola bisdrucciola – creatura mitologica – regalmente indossa i panni di un congiuntivo esortativo, terza persona plurale. La stessa voce che campeggerebbe imponente su cartelli e cartelloni laddove io diventassi preside di tutte le scuole d’Italia: “pìsolino i docenti nelle apposite sale, durante le pause tra i consigli di classe. Pìsolino pure gli studenti sui prescritti divani in attesa degli esami di riparazione; pìsolino i genitori, nella sala antistante i colloqui, in attesa del proprio turno”.

E infine, nella sua placida tolleranza, la mia parola del cuore contiene in sé anche l’ipotesi che quel giorno, per ragioni inappellabili, una pausa proprio non sia concessa: ehi, mi sussurrerebbe ammiccante, oggi pisoli?-no.


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