MOLTEPLICI INIZI.


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interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - poesia - creatività - viaggi - pande - giardinaggio ... e bizzarrie varie.
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mercoledì 17 settembre 2025

Motti

Se ci ripenso – se ripercorro all’indietro la mia storia d’amore con la scuola alla ricerca dei loro volti – ricordo facce, quello sì, ma poco altro. Mi sono scivolati accanto senza che li sfiorassi mai, un po’ come il loro popolo nei nostri libri di storia: da sempre tagliato, riassunto, compendiato, anche un po’ temuto. Quello che è certo, è che li ho sempre capiti poco, gli studenti cinesi. Cosa si nascondeva, esattamente, dietro il loro millenario riserbo? 

Pensavo che non lo avrei saputo mai; anzi, forse non mi interessava affatto saperlo, e poi, stamattina, alla porta della mia vita ha bussato lui: Hui Fen. 
(“Come devo chiamarti?” – “Hui Fen, professoressa”)

Fresco di stampa come tutti i suoi compagni di prima.

Dovevano presentarsi agli altri seguendo una scaletta data e, come ultimo punto del discorso, volevo che recitassero alla classe quello che poteva definirsi come “il motto della loro vita”.

Hui Fen non si è tirato indietro, quando gli altri tentennavano perché avevo detto loro che dovevano offrirsi volontari uno dopo l’altro; non ha nascosto il suo viso rotondo dietro al banco di un’antica ritrosia, e un sorriso nuovo si mangiava via, a morsi voraci, il suo zoppicante accento cinese mentre ci raccontava gioie, paure e passioni e, poi, come da copione, terminava il suo piccolo e dignitoso monologo. 
“Ci riesco anche se sono straniero”. Ecco il motto che aveva scelto per presentarsi.
E vorrei proprio che poteste sentirlo, il modo inceppato e commosso con cui metteva insieme i pezzi di questa consapevolezza potente e calibrava ogni parola balbettandola e riordinandola nel caos della sua vita duplice, ricca e difficile. 

Il mio cuore tinnico si spezzava in più punti per poi ricucirsi più pulsante che mai. Ti prego, Signore delle scuole di ogni ordine e grado, fa’ che capisca il latino e che io non debba mai dargli un’insufficienza! Ma era già il turno di Benedetta, che ama i cavalli e odia caricare la lavastoviglie, e non c’era più tempo, e le parole si accumulavano accanite una sull’altra tessendo invisibili fili dentro quella classe ancora nuda.



Dopo che tutti si sono raccontati e che gli altri hanno preso appunti sui compagni, di solito apro la lavagna della LIM – così c’è più spazio – attacco la cassa al computer, apro una playlist inqualificabile di canzoni romantico-introspettive e chiedo a ciascuno di alzarsi in silenzio e di scrivere due cose altrui che lo hanno colpito.

Di solito va così, e un po’ è andata così anche stamattina. Di solito, però, sono la prima ad alzarmi e a cominciare questo gioco di risonanze nel vuoto. Rompo il ghiaccio e conto che ci sia qualcuno, dopo di me, che ama fare lo stesso. Di solito succede.
Che cosa avrei scritto, se una zanzara carpigiana (e quindi per sua natura implacabile) non avesse scelto proprio quell’istante per ronzarmi intorno con le sue promesse di letali ed impronunciabili malattie? Di certo avrei ricopiato il motto di Hui Fen, sentendomi la solitaria paladina degli ultimi che lancia il suo grido d’amore in una stanza di cuori rivolti altrove.

Di certo lo avrei fatto, ma non è andata come di solito. 

Sono stata preceduta. Gabriele – bello, biondo, ben vestito, atletico e sorridente – si è alzato prima di me e ha scritto alla LIM ci riesco anche se sono straniero. 
Poi altri hanno aggiunto altro. Altri si sono alzati e riseduti. Ci sono stati altri motti, altre paure, altre passioni condivise. E io ero sempre lì a dare la caccia alla zanzara tigre. Ad un certo punto Giulia ha chiesto, pacatamente: possiamo scrivere anche due volte la stessa cosa?
Certo. 
Giulia voleva copiare anche lei il motto di Hui Fen. 
E dopo Gabriele e Giulia ci sono stati Lorenzo, Matilde e Gaia.
Al suono della campanella ci riesco anche se sono straniero campeggiava cinque volte sulla lavagna, e nessuna di queste vestiva la mia grafia. 

E allora raccontiamo questa storia a chi ci chiede come sono gli adolescenti oggi. Raccontiamogli che non ne ho le prove ma secondo me dieci anni fa Gabriele, Giulia e Lorenzo avrebbero copiato altri motti, sulla LIM, e quello di Hui Fen sarebbe scivolato via accanto alle loro vite bionde e vincenti senza nemmeno sfiorarle.
Raccontiamo in giro che a volte i ragazzi sono migliori di noi, o anche solo più veloci ad alzarsi e a ignorare le zanzare.

Ma raccontiamoci anche, immaginandola sottovoce, la cosa più bella di tutta questa storia, e cioè il suo finale: Hui Fen che se ne torna a casa silenzioso in corriera, e poi a piedi dalla fermata del bus fino alla porta del ristorante dei suoi genitori, trottolando sotto il peso buono di quella lavagna traboccante solidarietà.

mercoledì 18 settembre 2013

Rifiuti

Freni. Contraccolpo. Cigolio. Salgono: uno, due, tre (via), dieci. Uno di loro ha, in testa, un bianco copricapo inequivocabilmente islamico e, in mano, una banana.

Cigolio. Sussulto. Ondeggiamento: si riparte. L'islamico siede qualche posto più avanti, nella mia stessa fila: non lo vedo più. Penso ai fatti miei. Penso al fatto che questo pezzo di capitale forse è nato bello, tanto tempo fa, poi è cresciuto brutto, diventato bruttissimo, e oggi ritorna splendido, ma solo ai miei occhi (che sono poi gli unici da cui vedo, quindi per me è bello e basta).

Freni. Contraccolpo. Cigolio. Siamo a Centocelle (no mamma, non è vero, non sto vicino a un posto dove ci sono i criminali era solo un nome pittoresco di fermata che suonava meglio di Santa Bibiana, che è il nome vero del luogo di cui sto parlando). Gli ingressi si riaprono con quel modo sdegnoso e sprezzante che ho visto solo nelle porte del trenino giallo di Torpigna. Restano aperti qualche istante. Nessuno sale. Una buccia gialla disegna un arco nobile nel cielo di metallo e nuvole e vola fuori dal treno.

L'islamico ha finito la sua banana.

Non penso più ai fatti miei: penso alla buccia di banana biodegradabile ma di certo non nell'immediato che si troverà a fare amicizia con le rotaie di una sgangherata ferrovia periferica. Nata in Brasile; morta a Centocelle (è sempre la finzione di prima, mamma).
Penso che forse un tempo aveva frequentazioni altolocate, e salutava tutti, nel vassoio della frutta. L'intero, islamico, frigorifero conosceva di certo il suo nome. Era tra i suoi simili, inserita. E prima ancora penso che deve essere andata ad una scuola affollata, nel banco ortofrutta del despar: e anche lì chissà quante risate, gomito a gomito con le cugine mele, e discoteche serali alla chiusura della saracinesca, e diari, e telefonate, lunghe fino al reparto surgelati.

Adesso c'è solo una lunga rotaia annoiata e rincitrullità dall'età, al suo fianco - penso ancora. Non può nemmeno bisbigliarle le confidenze della sera, perché è troppo sorda e le chiede di alzare la voce ma così sente anche il semaforo, e non vale. Tante sue antiche compagne saranno finite in pattumiere differenziate: usate, spelate, ammaccate; ma ancora insieme. Lei no: lei, ora (e quando dico ora intendo proprio adesso, mente scrivo questo post e la luna si rovescia sul cactus del tavolino e voi leggete e sbadigliate digerendo l'ultimo pezzo di cena), ora, dicevo, la buccia della banana dell'islamico sta sulla rotaia di Centocelle.

Ma, dopo tutta una giornata in cui penso con compassione alla banana all'islamico e alle disdegnose porte del trenino giallo, in questo istante sono anche improvvisamente sicura - esattamente con la stessa certezza con cui posso affermare di aver visto quel magico volo scivoloso, stamattina, fuori dalle porte del mio vagone - sono sicura insomma che stasera, al tramonto, guardandosi intorno frastornata in quella luce di taglio che separava serenamente il fare dal dire, ed appianava pacifica ogni piega del vestito gualcito, la buccia di banana è stata un po' felice.
Unpo'Felice: come lo ero io, alla stessa ora, con le mani in tasca e una giornata di niente alle spalle. Unpo'Felice: anche senza simili, anche senza parole. Unpo'Felice: perché vicina, seppur lontana; perché sempre in viaggio, pur stando ferma. Unpo'Felice: ché questa rotaia, calda per il sole della giornata, sembra quasi morbida, ad appoggiarci il picciolo.

domenica 18 dicembre 2011

Chigo

E poi sabato mattina mi arriva una telefonata sul telefono di casa. Aveva provato anche sul cellulare, prima, in verità, ma io ancora dormivo e il cellulare era spento. Così ha chiamato a casa; parlava un italiano mediocre, con accento africano, e lì per lì mia madre non ha capito. Vuole lezioni di italiano o di latino? Ma per chi scusi? Aspetti che le passo mia figlia.

E così sono stata buttata giù dal letto del primo sabato mattina di pace dopo tanto correre da Leo, nigeriano quarantenne, che voleva un'insegnante privata di latino per il figlio in prima liceo scientifico. Ho subito capito che la prima cosa su cui discutere sarebbe stata il prezzo. Provo a sparare la mia cifra abituale con una voce il più melliflua e picchiettata possibile e trovo lo sgomento dall'altra parte della cornetta. Perché non ci vediamo così parliamo meglio? mi fa Leo dopo aver digerito a fatica il numero a due cifre. Noi abitiamo a Campogalliano; vieni qui domenica mattina, dai.

Sicché domenica mattina ho puntato la sveglia ad un orario leggermente precedente a quello a cui l'avrei messa se Leo non avesse mai reperito chissà dove il mio numero e mi sono messa in marcia per Campogalliano, che per chi non fosse pratico della provincia di Modena è un po' come dire hic sunt leones, ché sta praticamente dall'altro capo del mondo abitato e conosciuto dalla sottoscritta.

Sono arrivata davanti al numero civico, ho telefonato a Leo e dopo pochi istanti mi ha accolto un uomo con la faccia buona e più nera del carbone.

Ed è cominciata una delle più belle mattinate dei miei ultimi tempi.

La casa è buia e ha quell'odore acidulo di mobilio in affitto a basso prezzo; Leo mi fa sedere e mi racconta la sua storia, e poi quella di Chigo, suo figlio. Una storia come tante, a ben vedere: un padre che viene in Italia e resta da solo per sette anni, una famiglia che arriva appena può, l'affitto da pagare, un solo stipendio, la fabbrica che forse chiude e bla bla bla. E Chigo, che è tanto bravo, pur essendo qui da soli due anni, e che le prof delle medie hanno consigliato di iscrivere allo scientifico. Dove va bene, è un genio in matematica, dicono, però c'è il problema del latino: due verifiche, prima ha preso quattro e poi due.

E io, dalla mia parte, che gli racconto la mia, di vita: il phd, la laurea, non ho lavoro, non posso chiedergli troppo poco per le lezioni, specie se devo andare io fin là. Potrebbero venire loro, questo sì, e allora potrei scendere ad un prezzo veramente basso (ma che è pur sempre il doppio di quanto prendo in pizzeria), però Leo lavora tutti i giorni fino alle cinque. Alle cinque c'è traffico - dico: ci mettete un'ora e forse di più per venire a casa mia. Sembra una faccenda impossibile.

A quel punto mi viene un'idea: esiste un liceo scientifico senza latino, sapete? E' come il liceo normale ma manca semplicemente il latino; e c'è un istituto tecnico, a Modena, comodo comodo, che ha proprio quell'indirizzo lì. Gli occhi di Leo si illuminano, manda a chiamare la moglie, le spiega tutto nel suo inglese rotondeggiante e forte. A noi nessuno ce lo aveva detto, questo. Può essere una soluzione. Tu ci aiuteresti a capire come fare il cambio di scuola?

E' solo dopo cinque minuti di conversazione che a Leo viene in mente di chiamare Chigo. Chigo arriva composto, con le labbra enormi e gli occhi grandi e fondi che non sembrano appartenere ad un quindicenne, e si siede accanto a me. Il padre gli racconta entusiasta la storia magica del liceo senza latino.

Chigo rimane serio. I don't want to change. Non aggiunge altro; lo dice pacato e sicuro. E perché no? gli chiede leggermente più concitato il padre. Devi darmi una motivazione!


I believe I can do it - risponde Chigo. Credo di potercela fare. Nulla di più. Il padre piega la testa e cambia espressione. Quando la rialza mi guarda fisso negli occhi e mi dice sono contento che abbia deciso così. Allora proviamo a venire noi da te e a fare queste lezioni.


E dopo c'è stata la spiegazione lunga e meticolosa della strada per arrivare a casa mia; ci sono state un po' di domande a Chigo e qualche rassicurazione di rito; c'è stato il succo di frutta nel bicchiere di plastica che proprio non ho potuto rifiutare, c'è stata la crisi italiana e noi giovani che pur avendo studiato non abbiamo lavoro. C'è stato Chigo che ha detto voglio diventare medico. C'è stato il mio racconto su come funziona la facoltà di medicina e il mio sorvolare veloce sui sei anni di studi per arrivare il prima possibile a pronunciare quel millesettecentoeuroalmese una volta entrato in specialità. Ci sono stati sorrisi a denti bianchi e grazie veri.

E al momento di congedarmi ho chiesto indicazioni su come raggiungere la tangenziale. E Leo ha detto se ci aspetti, stiamo uscendo anche noi per andare in chiesa; ci segui con la macchina e ti ci porto io. E al mio sì grazie ho visto sgattaiolare fuori da una stessa camera altri tre bambini neri come la notte, ho visto la moglie indossare la giacca migliore, ho visto Leo prendere un grande librone in mano con su scritto Bible, ho visto Chigo rassettare il tavolo e riportare il succo di frutta in cucina e infine sono uscita in mezzo a loro, bianca bianca nel mio cappotto verde.

E mentre seguivo con la mia pandina rossa, solitaria e pensosa, la vecchia peugeaut che ondeggiava sotto il peso delle sei persone a bordo, con le quattro teste tonde dei figli seduti dietro che quasi toccavano il tettuccio, e sfanalavo per salutarli giunta all'imbocco della tangenziale, e pensavo a quanto la vita fosse sorprendente ogni giorno di più, non riuscivo proprio a smettere di ridere e di ripetermi I believe he can do it.


I believe we can do.

giovedì 1 settembre 2011

Cambiamenti

Le facce dei politici non cambiano, la media della loro età resta quella, le porcate da loro proposte non mutano di una virgola.

Però.

Stasera tornando a casa ho trovato, in una viuzza di un paesino di collina sperduto nella provincia di Modena, un bambino marocchino e un suo coetaneo italiano intenti a giocare sul marciapiede, testa contro testa. Discutevano animatamente sul male che ti può fare un verme se arrabbiato.

Forse qualcosa, ogni tanto, cambia.

venerdì 5 agosto 2011

Mustafa

Mustafa ha nove anni e deve andare in quinta elementare, quinta B, come ci tiene a specificare.

Mustafa non dice mai grazie quando va via, ma in compenso ha due occhi luminosi che ridono appena mi vedono sbucare dalla porta per accoglierlo, come se ogni volta fosse una sorpresa, come se ogni volta meritasse un gioioso stupore.

Mustafa ha una voglia scura sul sopracciglio destro e un sorriso grande e una curiosità a dir poco ingestibile.

E' bello fare matematica (!) con Mustafa; a volte coloriamo insieme le torte che raffigurano le frazioni, rigorosamente io di rosa (perché è da femmina) e lui di azzurro.

Mustafa non dice grazie, mai, però stamattina, quando dopo venti minuti che stavo lì, gocciolante, a spiegargli perché per risolvere il problema Martina ha corso 8900 metri, ieri; se ogni giro di campo è di 400 metri, quanti giri di campo ha fatto ieri Martina? doveva usare la famigerata diviso (come la chiama lui), lui ha alzato la testa e con sincero stupore ha strabuzzato gli occhi ed esclamato accidenti, ma Martina ha corso tantissimo!, ecco, stamattina, con quel suo stupore sincero, Mustafa mi ha regalato la prima, sentita, scoppiettante risata della giornata.

Quindi sono io che ho detto grazie a lui.

sabato 23 luglio 2011

Fatim

Fatim (nome di fantasia) ha dodici anni. Nel 2022, quando - mi raccontava stamattina - si giocheranno i Mondiali di calcio in Quatar e si faranno tre tempi da mezz'ora per via del caldo e forse metteranno "il clima" negli stadi, Fatim di anni ne avrà ventitre e il suo sogno nel cassetto sarebbe quello di giocarli, quei Mondiali, e di diventare come Messi.

Fatim ha gli occhi che si illuminano, a pronunciare quel nome, Messi, e la bocca grande e carnosa, sempre seria, sempre compunta, si apre in un mezzo sorriso che a me sembra un regalo magnifico, quando lo prendo in giro per il fatto che il "suo" Milan ci ha perso, contro la "mia" Roma, o quando gli dico che magari, un giorno o l'altro, si potrebbe andare allo stadio insieme, io e lui, a vedere magari il Bologna, che lui non ci è mai andato ad una partita importante, ma suo zio gli ha raccontato che i posti dietro alla panchina costano moltissimo ma che da lì si vedono tutti i fuorigioco.

Fatim viene a casa mia ogni due giorni per fare con me un poco di compiti delle vacanze. Ha ben c-e-n-t-o-c-i-n-q-u-a-n-t-a frasi di cui fare l'analisi logica: quel numero te lo sillaba proprio, come una montagna dall'altezza insuperabile, e a me viene una voglia matta di abbracciarlo stretto stretto, quel pulcino magrolino come era Messi prima, ma poi ha preso le pastiglie e ha fatto le punture e a Barcellona è diventato quello che sappiamo. Ma mi trattengo, e ci si mette al tavolo di cucina, davanti alla cartina dell'Italia che ci osserva benevola, con il foglio spiegazzato delle frasi e tre colori a matita con cui sottolineare le parti della frase.

Fatim ha trascorso i primi quattro anni di elementari a fissare un punto vago al di là della cattedra. Impassibile, impenetrabile, ha accompagnato i suoi compagni in un viaggio ad occhi chiusi, senza capire, senza parlare, senza dare segni di alcunché. Poi, all'improvviso, raccontano le sue maestre, in quinta gli occhi li ha aperti. E tutto ad un tratto ha cominciato a fare domande, a scrivere, a interagire, a imparare. Ma con un handicap di quattro anni mancati che, per uno come lui che in casa parla arabo ventiquattro ore al giorno, pesano come macigni sul petto che non ti fanno respirare.

Ma io con Fatim ho deciso che l'analisi logica la si fa alla nostra maniera: a noi del complemento di termine non ce ne frega un accidente - mi perdoni, il Sig. Termine, la schiettezza - a noi il predicativo dell'oggetto proprio non ci tocca, la causa efficiente la snobbiamo con sicurezza. Noi andiamo al nocciolo del problema: soggetto, verbo, complemento oggetto.

E così, frase dopo frase, sottolineatura dopo sottolineatura, errore dopo errore, tra una battuta sulla Coppa d'Africa che forse l'anno prossimo suo zio lo porta a vedere una partita in Marocco e una caramella - al limone per lui, all'arancia per me - , oggi Fatim non ha sbagliato nessun verbo. E i soggetti, che fino a tre giorni fa non riusciva proprio a scinderli dai loro complementi di specificazione, ed era tutto un chi è il soggetto? - Gli scarponi di Giovanni - Eh no! Sono solo gli scarponi, di Giovanni lo senti che è una cosa in più? - Ah, oggi, i soggetti, li ha delimitati quasi quasi tutti giusti. E ad un certo punto scorreva via di frase in frase con un'agilità e una sicurezza da non credere.

Fatim viene a casa mia ogni due giorni, dritto dritto e impettito con la sua cartellina sotto il braccio, senza un soldo in tasca, i capelli ispidi e neri con un abbozzo di cresta e centocinquanta frasi di analisi logica da svolgere; e io, quando Fatim esce dalla porta per tornare a casa e un attimo prima di uscire si volta impacciato e con gli occhi a terra mi dice grazie, sono felice.

domenica 17 aprile 2011

Calore umano. Alcuni episodi

Quando sono arrivata alla Maison, dopo numero tre ore e trenta di ritardo ferroviario, in uno stato pietoso dovuto all'assenza di sonno-cibo-spazzolinodadenti-caffè-sapone-acqua, munita di numero tre valigie una più mastodontica dell'altra, ho incrociato, all'ingresso, una biondeggiante, nuda, slanciata vicina di stanza che si recava nel cortile a fumare. Mentre io mi accordavo con la segretaria, la gnocca locale finiva la sua sigaretta e decideva, sua sponte, di venirmi a cercare per aiutarmi a portare al quarto piano le mie valigie. Al momento di salutarci, lo scambio dei nomi e delle provenienze. Lei era belga.

L'altro giorno ho deciso, finalmente, di acquistare un adeguato porta chiavi per le chiavi di casa di qui. Mi sono dunque recata presso uno degli onnipresenti bazar, all'interno del quale ho trovato l'allegra famigliola indiana dei proprietari intenta in una merenda a base di the e cookies (j'adore); la prima cosa che mi hanno detto, dopo il bonjour di rito, è stata: vuole un po' di biscotti con il the??? Io, candidamente, ho rifiutato, e ho posto sul banco il mio portachiavi parigino (costo: 95 cents). L'indiano-padre esce dal locale, si dirige verso il luogo da cui avevo prelevato il portachiavi, ne sfila un altro (nota di finezza: di un altro colore) e lo pone vicino al mio dicendo: per 1 euro prendine pure due.

Al LIDL, pochi giorni fa, mi trovavo in coda immersa nel consueto casino che generano le file alla cassa in questo genere di negozi a brezzi stracciati. Arrivato il mio turno, poiché dovevo comprare solo una scatola di pelati, che mi sembrava di aver capito costasse 34 cents, mi metto in attento ascolto di ciò che pronuncia la cassiera, ma, un po' per il mio cattivo rapporto con i numeri francesi (che poi, a dirla tutta, non è poi solo mio: a qualcuno di voi sembra forse normale che novanta si dica quattro volte venti più dieci e settanta sessanta più dieci????) e un po' per l'accento orientale della cassiera, non capisco ovviamente che numero mi dice. Allora opto per la solita strategia non-verbale, le metto in mano i miei 34 centesimini e le dico ça va? (nota esplicativa: ça va significa va bene? ma è anche usato, anzi, soprattutto usato, per chiedere a qualcuno come va?... ). E lei, nonostante la folla opprimente in coda, il casino pazzesco, il caldo umido, e -presumo- le ore di lavoro alle spalle, mi dice, semi-seria, moi ça va, et vous?! E ci facciamo una risatina insieme.

Tornando dalla biblioteca, ieri, stavo mangiando il mio iaùrt (come dicono qui) per evitare di stramazzare al suolo colta da attacchi di fame isterici, ma poiché la giornata in biblioteca mi aveva stremato soprattutto dal punto di vista nervoso, mi sono bellamente sbrodolata una (buona) parte dello yogurt sul cappotto scuro. A quel punto mi sono fermata, ho fatto un gesto di disappunto, il quale è stato notato da un passante di colore, il quale si è girato e, sorridendo, mi ha detto: oh no! non bisogna macchiarsi!! A quel punto, con tutto il candore del mondo, ha estratto un fazzoletto sporco dalla sua tasca e me lo ha offerto per pulirmi. Sì, lo s, era sporco, occhei, ma che potevo fà? L'ho accettato con un sorriso, lui era contento e ci siamo salutati con calore.

Quattro esempi di calore umano parigino. Come dite? - non capisco bene - ah, dite che nessuno di questi strambi tizi era francese doc? ah, sì, è vero.
E poi si dice che l'immigrazione porta solo guai.

lunedì 17 gennaio 2011

Flussi

Vorrei lasciare nella blogosfera un immortale - e, come sempre, modesto - post su cosa significa essere immigrati irregolari in Italia.
E' stato emanato non molto tempo fa il Decreto flussi 2011. Non che io vi possa raccontare in proposito molto di più di quanto potrete voi stessi agevolmente reperire digitando su Google, ma dal momento che casa dei miei genitori si sta progressivamente trasformando, dalla mia dipartita di lì ad oggi, in un centro di assistenza psico-socio-economic-culturale per immigrati, ci tenevo ugualmente a mettere per iscritto le sensazioni che si provano venendo in seppur parziale contatto con una realtà che, altrimenti, resta per noi limitata a facce scure incrociate sul bus (per chi ci va, poi, in bus), odori strani percepiti in treno, idiomi misteriosi gridati per la via.

Oggi, 17 gennaio 2011, è uscito su internet il modulo da compilare per fare domanda ed essere inserito all'interno del provvedimento di regolarizzazione. E' necessario avere un datore di lavoro e fornire di esso tutta una minuziosissima serie di dati per accertare appunto che non sia una copertura. E' necessario inoltre iscriversi con username e password sul sito del Ministero e, poi, è necessario attendere. Sì, perché le domande per l'inserimento potranno essere allegate all'interno del sito solo a partire dalle 9 di mattina del 31 gennaio 2011. I 4500 (no, scusate, ma desidero ripeterlo: 4.500) cittadini marocchini (ogni stato ha una sua propria quota, ma non è mai molto più alta di così) che avranno diritto a acquisire il permesso di soggiorno in Italia saranno scelti sulla base dell'imparziale e marmoreo ed immortale ed infallibile criterio del chi primo arriva vince. La scorsa volta che è stata approntata una scadenza simile, i posti sono andati esauriti nel giro della prima mezz'ora dall'apertura delle gabbie.
Ora, a prescindere dal fatto che:
  • praticamente nessuno dei diretti interessati ha internet a casa e si è mai premurato di imparare cosa sia uno username o una password,
  • pochi o nessuno hanno una conoscenza solida della lingua italiana e perciò ancor di meno del burocratese che regna sovrano lungo ogni tappa di iscrizioni a siti ministeriali che si rispetti,
  • non oso immaginare che bordello atomico accadrà in quella prima mezz'ora e quanti secondi ci metteranno i server del suddetto Ministero ad andare in crash,
  • suppongo che, come in ogni questione pubblica italiana, dei 4500 posti liberi almeno un terzo sarà già murato e riservato ad amici, parenti, paganti, corrompenti e via discorrendo,
e anche prescindendo da tutte queste considerazioni,
voi, come vi sentireste se la vostra permanenza in Italia fosse appesa ad un banalissimo click?
Io, personalmente, di merda. Ma loro, come ho avuto modo di imparare, hanno una calma innata ed una seraficità davvero invidiabile.
E poi, non è micca finita qui, eh?! Nel remotissimo caso che Abdul fosse tra i fortunelli 4500 che hanno guadagnato il permesso di soggiorno, la legge prevede che lui parta dal suo paese di origine per venire in Italia solo al momento della 'vittoria' ottenuta, e non prima, pena la revoca della concessione.
Ora, qualcuno mi spiega, per favore, come diavolo è possibile che Abdul abbia un datore di lavoro in Italia, pronto e scattante a fornire al Ministero ogni sua generalità compreso il numero di scarpe, se egli non è mai ancora venuto in Italia?
E' così difficile da capire che, generalmente, chi chiede il permesso di soggiorno è un immigrato che sta già in Italia da irregolare ma che spera prima o poi di inserirsi?
Io lo so che probabilmente per Maroni è impossibile da accettare che esistano tutti 'sti marocchini illegali nascosti nelle fogne e nelle cantine, ma, mio caro Robby, è così.
E quindi, sapete cosa faranno, Abdul e gli altri 4499 fortunelli? Torneranno nel loro paese nascosti dentro dei camion, cercando di evitare i controlli delle frontiere non voglio sapere come, e poi, da là, prenderanno il loro bel volo per arrivare nella terra promessa.
..Che dire? Buona fortuna, Abdul.

giovedì 11 novembre 2010

Ovini

...vedere gli americani e i giapponesi che si esaltano come molle ogni volta, che, dal finestrino del treno che entra nel Lazio, cominciano a comparire sciami di pecore nei prati, non ha prezzo.
Ti fa sentire sempre, nonostante tutta la schifezza che sai esistere in Italia, come un bambino fiero della sua stanza dei giochi di fronte agli ospiti.
Perché, a parte tutto, abitiamo davvero in un paese dai paesaggi mozzafiato.

domenica 17 ottobre 2010

Alla ricerca del Sacro Insegnamento

Due positive acquisizioni in questo weekend uggioso (quant'è bella questa parola? A breve anche uno spazio dedicato alle odi ai migliori lessemi della lingua italiana): primo, AMO questa donna (cliccate anche voi se avete problemi di capelli senza forma); secondo, qualche nuovo stimolo inaspettato per la mia semisepolta vocazione all'insegnamento (che per chi se lo fosse perso si era annegata qui). Venerdì pomeriggio mi trovavo in visita a casa dei miei, i quali, approfittando della mia assenza e del loro stato di beato pensionamento, hanno recentemente trasformato una casa silenziosa e meditativa in un centro didattico (gratuito) per stranieri. Io ho sempre guardato dal di fuori questa curiosa mutazione, approvandone fini e mezzi, ma mai interessandomi direttamente alla cosa; venerdì, invece, mentre pranzavamo tranquille io e mia madre, ha suonato insistentemente il campanello. Era Hamzà (ve lo scrivo come lo pronunciano i miei, ignoro la grafia reale), timido ma deciso fanciullino di 11 anni, seconda media, che chiedeva con tono disperato se mio papà fosse disponibile nel pomeriggio per aiutarlo a fare un compito. Il caso ha voluto che né mio padre né mia madre potessero dedicargli del tempo, e così, un po' titubante, mi sono proposta io. Il problema era dei più seri: doveva scrivere un riassunto di CENTO PAROLE. Non so se potrò mai descrivere il terrore inquietato con cui H. pronunciava quell'esorbitante numero, C-E-N-T-O parole... non ho resistito: gli ho detto, con il tono più rasserenante che potevo, ti aiuto io.
Piccolo quadro della situazione scolastica del soggetto: da quello che mia mamma mi ha descritto, H. ha trascorso i primi quattro anni delle elementari in stato vegetativo. Non capiva, non parlava, stava fermo diligentemente al suo posto e basta. Poi, in quinta, la svolta: ha cominciato ad afferrare ciò che gli stava intorno...una scuola! Delle cose da imparare! Ed improvvisamente ha cominciato ad assillare le maestre di domande: ma come si fa questo? e quello? mi insegni quest'altro?? 
Potete quindi immaginare quante lacune, quante voragini, quanti buchi neri, quanti punti interrogativi, pur nella sua semplice voglia di fare, si porti ancora dietro in seconda media. Abbiamo quindi aperto la pagina del sussidiario al racconto di cui occorreva fare il riassunto: un testo sulla ricerca del Sacro Graal (suggerimento per i molteplici redattori di sussidiari che leggono questo blog: ehi, ma cosettine un po' meno cattolicamente orientate, no, eh?! Era tutto un Gesù di qua, Dio di là, fede cristiana...vederlo letto da un arabino mi ha fatto un po' strano...). Gli ho suggerito di leggerlo con calma e di dirmi tutte le parole di cui non capiva il significato. Io credo che sotto sotto abbia saltato qualche punto complesso, ma alla fine mi ha sottolineato due parole, che non conosceva: vagamente e ìddio (lo ha pronunciato così, con l'accento sulla prima i, una tenerezza infinita). Colmata agevolmente questa lacuna, gli ho detto di chiudere il libro e di raccontarmi la storia come se fossi la sua sorellina minore, semplicemente. Ha tirato fuori, tra un suggerimento e l'altro, cinque frasi di base, le abbiamo scritte e poi gli ho detto: bene, adesso contiamo le parole. Quale magia, quale miracolo! Cinque frasette erano già 95 parole!! n-o-v-a-n-t-a-c-i-n-q-u-e, capite?!? Un lampo di soddisfazione nei suoi occhi, non credeva fosse possibile, ma il riassunto era lì, scritto nero su bianco dalla sua penna, dalla sua mente! Ha chiuso il quaderno, ha riposto il libro, ha chiuso la cartella, mi ha guardato serio e mi ha detto: grazie.
Ecco, oggi voglio di nuovo insegnare.